«Un uomo è ricco in proporzione del numero di cose delle quali può fare a meno»
Henry David Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi

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lunedì 6 settembre 2021

Verso una società asettica

 



La società post-covid sarà una società asettica, in tutti i sensi. Assomiglierà molto a una distopia surreale, dove le relazioni con gli altri, con la Natura e con se stessi, saranno guardate con diffidenza, evitate, finanche proibite.

L'attuale pandemia ha notevolmente accelerato un processo di degradazione umana (così come sociale, economica e ambientale) oramai già in atto da decenni. Per paura di un virus (che ha una mortalità del 3%, e molto inferiore se si considera le età) già da oltre un anno abbiamo rinunciato a vivere. Ci siamo rintanati "come sorci" sotto assedio di qualche sparuto micio. Abbiamo rinunciato a vivere per sopravvivere, evitando tutto ciò che viene considerato futile se non inutile, come un abbraccio ad un amico o una cena conviviale. E abbiamo continuato a svolgere attività lavorative, le sole ad essere considerate utili e importanti, quando invece molti dei nostri lavori sono improduttivi se non dannosi. Come se l'uomo fosse una specie di macchia che necessita solo di essere alimentata per funzionare. Abbiamo rinunciato a vivere per paura della morte, dalla quale vogliamo continuamente rifuggire, che vorremmo abbattere, annientare, come se fosse un nemico da sconfiggere. La vediamo come un limite, qualcosa di negativo. Il fatto che noi non riusciamo più a dare un senso profondo alla morte, ci impedisce allo stesso tempo di dare un senso profondo alla nostra vita. Per questo ne abbiamo tremendamente paura, perché non la comprendiamo, perché non le diamo un senso d'armonia con tutto il resto.

La cosa più tragica di questa periodo di pandemia è che abbiamo, e stiamo tuttora, insegnando ai nostri figli a mantenere una distanza fisica, ed inevitabilmente emotiva, dagli altri, gli stiamo insegnando a diffidare degli altri perché potrebbero essere portatori di un male, a coprirsi il volto come se l'espressione di un sorriso non fosse qualcosa di vitale, a pulirsi le mani in continuazione alimentando le fobie e rendendoci sempre più sterili, biologicamente e al contempo umanamente. Al contrario gli stiamo incoraggiando, come ultima goccia che fa traboccare un vaso già colmo, ad abbandonarsi totalmente alle suadenti luminosità delle tecnologie digitali: oramai i migliori amici dei nostri figli sono smartphone, tablet e pc, quelli almeno sono sicuri, asettici appunto.

Non che ci fosse bisogno del covid, per carità, la strada della disgregazione sociale e della degradazione umana, ecologica (si pensi solo alle tonnellate di mascherine che finiranno negli oceani, negli inceneritori e nel migliore dei casi nelle discariche) ed economica-sociale (aprire una parentesi non mi basta e comunque credo sia ben chiaro a tutti) era già stata imboccata da decenni, o forse da secoli.

Sì, perché se ci fate caso la nostra umanità era già in una fase di disgregazione. Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente che più la tecnologia avanza e più l'umanità degrada perché tutte le relazioni vengono compromesse. Lo stesso discorso vale anche per gli altri ambiti: per l'ecologia, in quanto la natura si degrada sempre più al progredire della tecnica, e per l'ambito economico e sociale dato che crescono i posti di lavori perduti e cresce il divario tra ricchi e poveri.

La tecnologia disumanizza, ovvero allontana l'uomo dalla sua natura e dalla Natura, con conseguenze sociali, economiche e ambientali spaventose, proporzionali al suo avanzamento e alla sua diffusione. E non è questione di usarla bene o male, per fini nobili o deleteri, piuttosto nella sua stessa essenza è intrinseca una minaccia tanto latente quanto temibile, che se non è colta e limitata adeguatamente può condannare l'uomo e la vita sulla terra a una danno irreparabile.

Senza la necessità di demonizzare la tecnologia, che certo può e deve essere utilizzata, forse dovremmo capire che il suo avanzare non è da ritenersi sempre e comunque un miglioramento, dovremmo pensare a dove, come e quando sia davvero indispensabile, oppure possa essere preferibile impiegarla a un livello inferiore di complessità anche là dove fosse disponibile una tecnologia superiore a un prezzo vantaggioso.

Tenendo sempre bene a mente che più è avanzata la tecnologia più è forte il suo potere di alienazione, dovremmo quindi passare dall'impiego di una tecnologia sempre più avanzata in ogni caso e situazione all'impiego di una tecnologia adeguata (già da me proposta in "Ritorno all'Origine", 2012) in base al contesto.

Se pensiamo ad esempio alle più banali innovazioni tecnologiche che rendono comoda la nostra vita quotidiana (mi viene in mente: il selfservice automatico per fare la spesa o la benzina, il telepass autostradale, allo home banking e a tutti i servizi online) ci resta senz'altro difficile renderci conto che anche dietro a queste per noi semplici applicazioni, dietro alla loro innegabile convenienza e velocità, c'è nascosta la stessa identica minaccia.

Non abbiamo più un contatto umano, un sorriso o un saluto, ma ci confrontiamo con delle macchine, al massimo con degli schermi con voce metallica, e allo stesso tempo perdiamo dei posti di lavoro e creiamo maggior impatto sull'ambiente (se non altro per il consumo di energia).

Incrementando il livello di avanzamento tecnologico la minaccia diventa sempre più difficile da gestire e celare. Se pensiamo alla robotica e all'intelligenza artificiale che sono prossimi ad entrare nella nostra quotidianità capiamo che presto raggiungeremo una potenza d'alienazione della tecnologia così imponente che non sarà più l'uomo a fare uso della tecnologia, ma viceversa ne diventerà completamente assoggettato.

In sintesi, tutto quello che stiamo vivendo e che il covid sta accelerando, è frutto di un minaccioso virus, un virus non biologico ma piuttosto ideologico, ovvero il virus del progresso. L'idea del progresso si è diffusa da alcuni decenni in tutto il globo e ha contagiato tutti (la globalizzazione potrebbe anche essere vista come una sorta di pandemia in effetti) non risparmiando nessuno e sterminando letteralmente le antiche culture preesistenti.

Questo virus è nato dalla visione materialistica e dualistica della vita sorta e sviluppata negli ultimi cinque secoli (un niente in confronto al tempo trascorso dalla comparsa dell'uomo sulla Terra), una visione che ha decretato quale unico mezzo di conoscenza la scienza deterministica e riduzionista facendone un nuovo e più potente dogma (che sostituiva quello della Chiesa già in declino).

La fede cieca e assoluta nella scienza e nella tecnologia hanno quindi permesso al virus del progresso di diventare pandemico e "colonizzare l'immaginario" di tutti. I pochi, pochissimi, che ne sono guariti e ne sono, per così dire, diventati immuni sono oggi gli unici a essere considerati malati.

Mettere in discussione un dogma non è infatti possibile per definizione. Il dogma del progresso dovrà essere superato proponendo una nuova visione della vita e del mondo, che sia una visione non antropocentrica, non dualistica, non deterministica e non riduzionista, in altre parole una visione olistica che contempli l'unitarietà, l'interconnessione e l'interdipendenza di tutte le cose.

sabato 2 gennaio 2021

Eravamo già in emergenza

 



Eravamo già in emergenza, oramai da anni. La triplice crisi, economica, ecologica e umana, si stava già sviluppando da tempo, e l'attuale pandemia non ha fatto altro e non farà altro, nel futuro prossimo, che aggravare le cose, sotto tutti i punti di vista. Non serve specificare il disastro economico che il Covid ha generato. Non serve ricordare la quantità colossale di mascherine chirurgiche usa e getta che invaderanno i nostri ecosistemi. Si intuisce benissimo, senza bisogno di dati statistici, che la distanza fisica imposta alle persone dalle stringenti normative sanitarie sta già conducendo a un aumento pazzesco di disturbi psichici, tra l'altro già in forte crescita, soprattutto tra gli strati di popolazione più fragili. 

Il virus ci sta fornendo diversi insegnamenti, ma noi li stiamo totalmente ignorando, capaci di rispondere al problema soltanto con la nostra aggressività, dall'alto della nostra arroganza, di una supremazia su ogni altra forma di vita e su tutto il nostro ambiente. Siamo così ossessionati dalla morte e dal dolore che impiegheremmo qualsiasi mezzo per estirparli dalla faccia della terra. Ci affidiamo ciecamente alla scienza, nuovo idolo indiscusso e indiscutibile, appartenente alla religione del progresso. 

Quello che, grazie alla pandemia attuale, dovremmo iniziare a capire è molto semplice. L'uomo non è al centro dell'Universo, non è la migliore creatura che esista, e forse nemmeno la più evoluta. Il nostro ambiente non è qualcosa da piegare alle nostre necessità e da plasmare a nostro piacimento, ma è parte integrante del nostro organismo da cui trae origine e rinnovamento. La scienza non sarà mai in grado di spiegare e dare un senso completo alla nostra esistenza, non importa quanto progredirà, perché la scienza non ha gli strumenti adatti per accedere alle profondità insondabili della vita, per farlo dovremmo usare altri mezzi, di diverso tipo, riscoprendo magari la nostra spiritualità, che abbiamo rinnegato e dimenticato. La nostra gioia più piena non deriva dall'accumulo di beni materiali o di potere, non deriva dal dominio su tutto ciò che ci circonda, ma trova le sue radici nel nostro intimo e nelle relazioni armoniche che costruiamo con ciò che abbiamo attorno. 

Questa emergenza, però, insieme a tutte le normative che hanno limitato le nostre libertà sono diventate un importante precedente. Risulta evidente a questo punto che in uno stato di emergenza un governo può emanare ordinanze così restrittive da imporre, almeno temporaneamente, a tutte le persone di cambiare il proprio stile di vita, obbligandole a rispettare una serie di comportamenti inumani con la giustificazione di proteggere le loro vite. 

Mi chiedo, allora, perché non si è dichiarato, già da decenni, uno stato di emergenza riferito alla triplice crisi, obbligando i cittadini a rispettare delle precise norme ben ponderate, imponendo dei comportamenti umani e rispettosi dell'ambiente. La giustificazione in questo caso non sarebbe stata quella di salvarsi da un virus dal quale si può facilmente guarire e che, ci si augura, prima o poi svanirà, ma sarebbe stata quella di salvare il futuro dei nostri figli, di proteggere il bene più prezioso che abbiamo: la vita. E non intendo la nostra vita di esseri umani, intendo tutte le vite, la vita del pianeta Terra, di Gaia. 

Ancora più paradossale è il fatto che questa triplice crisi, ovvero l'incapacità dei nostri ecosistemi, e aggiungerei io anche della psiche umana, di reggere una crescita e uno sviluppo forsennati, è, già da tempo, sostenuta dalla comunità scientifica con studi approfonditi e tutte le evidenze necessarie. Dalla stessa scienza, quindi, che oggi viene sempre più posta come dogma inamovibile. 

Mi spiegate quindi perché la scienza e il progresso tecnico vengono usati come pretesti per imporci stili di vita e decisioni politiche, altrimenti opinabili, per "combattere" un virus (e le parole usate non sono casuali) ma non vengono considerati affatto quando ci stanno mettendo in allerta sul nostro sistema economico-sociale prossimo a un collasso generale?


lunedì 1 luglio 2019

Adottare una nuova cultura per la felicità del pianeta



“Affrettatevi a cambiare i principi su cui si basa il vostro cuore”[1]
Nichiren Daishonin



Un giorno un giovane uomo fece visita a un suo amico. Erano trascorsi diversi anni dall’ultima volta che si erano incontrati. 
«Ho letto il tuo ultimo articolo recentemente» esordì l’ospite dopo i normali convenevoli «e non mi trova per niente in accordo». 
«La cosa non mi sorprende» rispose il padrone di casa «ma se vuoi parlarmene, proverò a spiegarmi meglio». 

«Tu ti riferisci all’ottimismo come fosse un male, un male della nostra epoca. Eppure io non vedo ammalati di ottimismo. Piuttosto vedo ogni giorno schiere di pessimisti che non fanno che lamentarsi con gli altri e degli altri, peggiorando ancor più le loro misere vite. L’ottimismo è ciò che smuove le coscienze, ciò che fa progredire il mondo. L’ottimismo ha reso possibile grandi scoperte e grandi visioni: è stato l’ottimista, non il pessimista, a sconfiggere le malattie, a realizzare l’impensabile, a far volare l’uomo fino alla Luna, a renderlo ridente fautore del suo destino e non dolorosamente succube». 

Il padrone di casa disse: «Dal tuo punto di vista, che poi altro non è che quello di oramai miliardi di persone nel mondo globalizzato, hai perfettamente ragione. Se non che il mio punto di vista sia sostanzialmente più ampio, e direi anche più profondo. Ti dimostrerò, se avrò il tempo di illustrarti le mie ragioni, che in realtà io sono il più fervido ottimista sulla faccia della Terra. Tuttavia, l’ottimismo a cui mi riferisco è ben diverso da quello in cui tu hai fede. Potremmo chiamare il primo ottimismo consapevole, o profondo, l’altro ottimismo incosciente, o superficiale. 

Nel mio articolo criticavo quest’ultimo tipo di ottimismo, che oggi viene portato in gran considerazione, inneggiando alla vittoria, come se ci fosse qualcosa da sconfiggere, alla battaglia, come se ci fosse qualcosa da combattere, al cambiamento, al dinamismo e alla crescita, come se cambiare, muoversi e crescere fossero in ogni caso segni positivi, e al progresso, come se non esistessero limiti a ciò che si può raggiungere. 

Questo ottimismo cieco, che non ha nessun fondamento profondo, se non i mondi bassi di avidità, stupidità e collera, non permetterà la risoluzione della triplice crisi[2] in cui sta sprofondando il nostro pianeta sempre più rapidamente. Non soltanto, l’effetto di questo ottimismo progressista accelererà ancor di più gli effetti e le cause delle crisi, riducendo di fatto il tempo che ci resta per agire, prima che sia troppo tardi[3]. Da qui la mia aspra critica all’ottimismo cieco, che non ha alcuna base scientifica, pur rifacendosi alla scienza come dea salvifica di ogni male, né alcuna solida base filosofica. Deriva perciò che a un ottimismo inconsapevole sia preferibile un pessimismo lucido, che tenga in considerazione le terribili circostanze che stiamo vivendo. Per essere pessimisti lucidi dobbiamo prima di tutto essere ben informati e avere gli strumenti culturali per rielaborare la grande massa di informazioni che riceviamo. Dobbiamo inoltre mantenere equilibrio e non cedere alla lamentela logorante o alla critica distruttiva. Dobbiamo riconoscere la complessa e fitta rette di cause ed effetti e non cadere nel panico. Un pessimismo lucido permetterà così la presa di coscienza e la chiamata all’azione, al contrario un ottimismo incosciente si adagerà sulla fede nella scienza e nel progresso e non provocherà alcun reale cambiamento. Resta il fatto, però, che un pessimismo lucido non sarà comunque sufficiente».

mercoledì 27 giugno 2018

Conferenza Internazionale L'Economia della Felicità 2018 - Prato - 29-30 settembre



Il 29 e il 30 settembre si svolgerà la diciottesima Conferenza Internazionale sull'Economia della Felicità, la seconda edizione italiana. 

Due anni fa, nell'ottobre del 2016 al Teatro Verdi, la prima edizione della conferenza ha riscosso un notevole successo, richiamando alla partecipazione oltre un migliaio di persone in una sola e intensa giornata. 

Quest’anno abbiamo pensato di estendere la Conferenza a due giornate, sabato e domenica, in modo da favorire un’esperienza ancora più profonda e ricca. Nella giornata di sabato si terranno dei gruppi di discussione nel contesto della Villa di San Leonardo al Palco, dove alloggeranno anche in nostri attivisti e relatori, nazionali e internazionali. Sarà un’occasione anche per conoscersi, scambiarsi idee ed esperienze e condividere qualche momento conviviale, oltre al buon cibo anche un po’ di musica. La domenica invece ci sarà la plenaria conclusiva dove i relatori saranno chiamati a trattare i loro temi più cari e a tirare le fila di quanto emerso dai gruppi di lavori della giornata precedente. 

Tra i partecipanti, oltre ad Helena Norberg-Hodge, l’immancabile Serge Latouche, Alex Zanotelli, Rossano Ercolini, Patrizia Gentilini, Massiamo Fini e tanti altri ancora. 

Per tutti i dettagli e le prenotazioni visitate il sito http://www.economiadellafelicita.it/. 



lunedì 4 settembre 2017

Manifesto per una Economia Buddista

Introduzione


«L’uomo ormai è succube dell’economia. Tutta la sua vita è determinata dall’economia. Questa, secondo me, sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite, la battaglia per il ritorno a una forma di spiritualità – che puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere. Perché è una costante della storia umana, questo voler sapere cosa ci sei a fare al mondo».

Tiziano Terzani [1]


Un'epoca, iniziata secoli fa con la prima rivoluzione industriale, si sta per chiudere. La società umana è stata ingurgitata dal mito del progresso materiale e della crescita infinita ideato e imposto, prima a fuoco e poi a ferro, dalla cultura occidentale in tutto il pianeta.

Adesso la crisi globale che tocca tutti gli ambiti, economico, ecologico e umano, è arrivata a un livello tale da rendere il cambiamento strettamente necessario e urgente.

Non staremo a ripetere per l'ennesima volta i motivi di tale necessità e urgenza: dovrebbero oramai essere chiari ed evidenti a tutti.

In questo Manifesto vogliamo contribuire, anche se minimamente, alla corrente di cambiamento culturale e sociale che è già in atto, anche se in forma embrionale.

Si propone quindi una riflessione attorno ai principi di un'economia diversa da quella che a cui siamo abituati: localizzazione piuttosto che globalizzazione, collaborazione e relazioni umane piuttosto che competizione e isolamento, armonia con la natura piuttosto che distruzione della natura, sobrietà e semplicità volontaria piuttosto che ostentazione e consumismo, piccole e utili opere piuttosto che grandi e impattanti opere.


[1] Tiziano Terzani – La fine è il mio inizio


lunedì 20 febbraio 2017

Un'economia buddista: un manifesto da sottoscrivere


Pubblico e rendo disponibile liberamente questo manifesto con cui intendo prendere una posizione chiara riguardo al sistema economico e sociale che è attualmente in vigore e che sta inesorabilmente conducendo la società a una deriva post-industriale che consacra in modo definitivo il dominio degli aspetti materiali ed distruttivi sulle coscienze di tutti, nessuno escluso. 

Il manifesto, volutamente sintetico, è strutturato in una parte introduttiva e una parte enunciativa dei dieci principi su cui può essere fondata una nuova economia, denominata appunto buddista per lo stretto legame con i principi della filosofia buddista. 

Chiunque si rispecchi e si riconosca in tali principi e si auspichi una loro più celere applicazione concreta nella società, scarichi e diffonda liberamente il manifesto e lo sottoscriva, scrivendoci e lasciandoci il proprio nome e cognome.



I firmatari del manifesto saranno qui sotto elencati in ordine di adesione: 


Luca Madiai
Cinzia Mattana
Laura Magni
Maira Accorsi
Franco Braccini
Luca Sguerri
Silvia Braccini
Davide Casanova

lunedì 4 luglio 2016

L'Economia della Felicità - Ottava Conferenza e Raduno Internazionale - 2 ottobre - Firenze



In questo momento storico, in cui un sistema economico-sociale, basato sul profitto e sulla crescita indiscriminati, sta dominando l’intero pianeta e sta minando le fondamenta della vita stessa, imponendo la propria influenza in ogni ambito e determinando i nostri destini, crediamo che sia necessaria una presa di coscienza collettiva per promuovere un vero cambiamento culturale. 

Domenica 2 Ottobre a Firenze si terrà l'Ottava Conferenza e Raduno Internazionale dell’Economia della Felicità, la prima volta in Italia. Saranno presenti pensatori d’eccezione e attivisti di livello mondiale, oltre che italiano, con il sostegno e la partecipazione di innumerevoli associazioni e movimenti del nostro territorio. 

Sarà questa un'occasione unica per riflettere assieme e rilanciare un forte messaggio di cambiamento verso una nuova visione della società e del mondo: per allontanarsi da un’economia della crescita guidata dalle multinazionali e muoversi verso economie locali al servizio delle persone e del pianeta. Allo stesso tempo sarà un’occasione per scoprire le iniziative che hanno luogo in tutto il mondo, fonti d’ispirazione per riappropriarsi delle nostre economie, comunità ed ambienti naturali.

Il programma include presentazioni, discorsi, discussioni, workshop il cui scopo è quello di essere di ispirazione e di favorire il pensiero critico. Le precedenti sette edizioni hanno avuto tutte un enorme successo. Sono state accolte come un antidoto contro la rabbia, la chiusura mentale e la disperazione che caratterizza questo periodo.

Il cambiamento partirà dal basso, dalla partecipazione e dal contributo di ognuno. Partecipa e sostieni anche tu l’evento.

Tutte le informazioni sull’iniziativa a questa pagina.


lunedì 27 aprile 2015

La società dell'utopia è possibile



La società di oggi si regge sul principio del sogno americano, fondato sulla ricerca individuale della felicità. Ognuno lavora per il proprio personale obiettivo, degradante o elevato che sia. La società americana, che ha ideato questo modello che si sta velocemente diffondendo in tutto il globo, offre a tutti, anche se non in ugual misura, una misera possibilità, la possibilità di farcela, la possibilità di realizzare il proprio sogno. Questa è la storia che da decenni abbiamo imparato dalla propaganda hollywoodiana: in America anche il più spregevole pezzente ha la possibilità di farcela.

E se ci pensiamo bene, è su questa possibilità, anche se microscopica e insignificante, che si regge l'intero sistema economico-sociale. Come il giocatore d'azzardo, che vive e sopravvive custodendo e alimentando quella fievole e misera speranza di fare un giorno bingo, di riuscire ad entrare nell'olimpo degli eletti, di assaporare il gusto del successo, della realizzazione. Su questa speranza residua, su questa microbica possibilità il sistema investe tutte le sue energie per continuare ad esistere, perché essa rappresenta l'unica colonna portante di tale sistema, l'unico bullone che tiene insieme tutti i pezzi. Se cadesse o se fosse messa in discussione la speranza del sogno americano, l'intero sistema collasserebbe in poco tempo. 

Per come è stato progettato questo sistema, tutti devono avere una loro misera possibilità, o una misera illusione, ma non per tutti, anzi, solo per pochissimi, esistono le condizioni perché il sogno americano possa realizzarsi concretamente. Perciò viviamo giorno giorno, anelando alla nostra fetta di torta, sperando di poterne erodere un pezzettino in più, sperando di poter arrivare, ma non ci accorgiamo in realtà di stare lottando l'uno contro l'altro, in una vera e propria battaglia di poveri, semipoveri o poveracci che siano, dove realisticamente nessuno ha la possibilità di farcela.

Il gioco d'azzardo è l'esempio perfetto per capire questo meccanismo. Ognuno gioca nella speranza di vincere, senza sapere, o facendo finta di non sapere, le reali probabilità statistiche di vincita. Allo stesso modo il cittadino moderno si impegna e si dà un gran d'affare per raggiungere i suoi personali scopi, in maniera legale o illegale che sia, senza rendersi conto che solo "uno su mille ce la fa", o meglio solo uno su mille ce la può fare. Mai nessuno si è preoccupato degli altri novecentonovantanove, perché tutti quanti aneliamo ed essere quell'uno, ad essere il vincitore tra tanti perdenti. Dal momento che abbiamo quella possibilità, non ci interessa affatto di chi resta potrebbe restare escluso. Lo stesso vale per l'immigrazione da paesi degradati e distrutti dal neocolonialismo verso i paesi che ne sono causa e che luccicano di illusori splendori: in una vera e propria lotta di sopravvivenza tra morti di fame. 

Una società di simile fattura, che sta dominando incontrastata su tutto il globo, non può avere futuro, e non soltanto perché sta distruggendo il pianeta e tutti i fattori vitali degli ecosistemi, ma anche perché non può condurre alla pace, alla felicità e alla vera realizzazione di tutti gli esseri umani. Al contrario, essa è stata progettata per la prosperità di pochi a discapito della felicità di molti.

Un nuovo tipo di società è agli albori, in forma embrionale per adesso. Una società della collaborazione, in cui il sogno di tutti diventa possibile, una società dell'utopia concreta. È qui che dobbiamo sviluppare la nostra capacità di realizzare l'impossibile, di disfarci di concetti chiusi, schemi rigidi, logiche preconfezionate. Acquisendo una lucida analisi critica e demolendo una visione del mondo oramai superata, saremo in grado di costruire la nuova società dell'utopia, dove tra i bisogni primari dell'essere umano, oltre a quelli squisitamente animaleschi come bere, mangiare, dormire, riprodursi, ripararsi dal freddo, sarà riconosciuto il bisogno di felicità, che non avrà niente a che fare con la quantità di cose possedute o con la quantità di cose fatte o da fare. Il bisogno di felicità per l'essere umano sarà fondamentale quanto respirare, sarà indispensabile a una vita realizzata, gioiosa e salutare. La felicità di cui parlo riguarda la felicità interna, intrinseca, dovuta alla soddisfazione dei bisogni spirituali, dell'anima, all'espressione delle proprie passioni vere, non indotte, a ciò che è fonte di speranza, di energia, di gioia illimitata, di creatività. 

Per realizzare la società dell'utopia sarà indispensabile creare un modello economico-sociale che sappia limitare e controllare il capitalismo basato sul profitto. Sarà un modello centrato su un economia solidale, retta dal lavoro di tutti i cittadini per garantire tutti i servizi di base necessari a tutti. Un'economia gestita in una rete di sub-economie locali a basso impatto ambientale. La gente lavorerà il necessario, due o tre ore al giorno, come servizio civile di solidarietà. Per tutto quello che è escluso dai servizi di base esisterà come oggi un mercato, non più libero, ma sottoposto a una serie di vincoli e norme specifiche, che incorporerà tutti i costi sociali, ambientali ed economici di ogni attività, nel quale le persone potranno trovare impiego e lavorare anche dieci dodici ore, potranno competere e creare profitti personali. 

Con una tale riforma della società sarà possibile incidere veramente sulle questioni più gravi che stanno oggi affliggendo il mondo intero: guerre, disoccupazioni, povertà, immigrazione, crisi ambientali ed economiche. Ma solo se ci rendiamo conto che esiste davvero un'alternativa alla competizione, a una società fondata esclusivamente sul profitto, solo se cominciamo adesso, nel nostro piccolo, a costruire questa alternativa, allora potremo sostenere che la società dell'utopia è possibile.

martedì 17 febbraio 2015

Economia vs Ecologia ?!?



Come può l'economia non prendere in considerazione l'ecologia??

Entrambe le parole nella nostra lingua, così come nella lingua dell’economia globalizzata, derivano dal greco οίκος, oikos, “casa”. E più esattamente economia dal greco oikos “casa” inteso anche come “beni di famiglia”, e νόμος (nomos), “norma” o “legge”, mentre ecologia dal greco οίκος, oikos, “casa” o anche “ambiente” e λόγος, logos, “discorso” o “studio”. 

La ragione vorrebbe quindi che fossero due concetti strettamente legati, se non altro molto vicini. Purtroppo non è così nella realtà dei nostri giorni, in cui l’economia si confonde con la finanza e la speculazione e dove l’ecosistema e il pianeta Terra nella sua interezza non vengono mai presi in considerazione, se non in riferimento alla loro capacità produttiva, e quindi come meri elementi di un sistema di produzione industriale. 

Dalla loro etimologia si evince anche il loro significato originale. L’ecologia è la disciplina che studia le leggi naturali che sono alla base dell’ecosistema del nostro pianeta, la nostra unica casa, mentre l’economia si occupa della gestione di tale ambiente e delle sue risorse. La prima può a ragione ritenersi scienza, in quanto basata sull’osservazione delle leggi scientifiche che regolano le attività nella Terra, la seconda senz’altro no, perché, come il diritto, è influenzata dalla cultura e dalla visione umana dell’epoca e dovrebbe essere fondata sulla saggezza, o quanto meno su una sua approssimazione, sul buon senso.

La rivoluzione scientifica dell’ultimo secolo ha ridimensionato il ruolo della Scienza nell’immaginario umano, o per lo meno avrebbe dovuto farlo; allontanando l’Uomo dalla possibilità un giorno di scoprire la formula matematica con cui controllare la vita nella sua totalità. Se ciò è avvenuto, o sta avvenendo, per la Scienza, a maggior ragione dovrebbe avvenire per l’Economia, che di fatto non è una scienza. 

L’ecologia dovrebbe dettare le regole, compresi ben delineati limiti di azione, su cui poi l’economia possa costruire il suo modello di funzionamento, seppur comunque imperfetto e sempre migliorabile. Invece noi continuiamo ad affidarci all’economia e agli economisti come se questa e questi avessero la risposta a tutte le nostre problematiche e preoccupazioni, come se l’economia, e il denaro in ultima analisi, fosse un assoluto imprescindibile. 

Forse è tempo di rivedere le nostre idee a riguardo.


Fonte foto: Facebook

lunedì 10 novembre 2014

Crescita, decrescita e oltre

fonte foto: Morgue file

Vi invito a notare quanti titoli di giornale si riferiscono alla parola crescita, soprattutto in un periodo come questo nel quale il nostro paese si trova di fatto in uno stato di “crescita negativa”, nel quale si fanno grandi salti di gioia per un aumento dello 0,1% del Pil dopo anni di regressione, e come non si osi mai proferire la parola appositamente coniata “decrescita”, che rievoca invece sofferenze e penurie ancestrali. 

Nell’ultimo mese (febbraio-marzo 2014) il sito dell’ansa ha riportato trenta notizie nel cui titolo è presente la parola “crescita”, vale a dire una media di una al giorno: una vera e propria ossessione. Certo, non c’è peggio di un sistema fondato sulla crescita, invasato di crescita, ma che non riesce a crescere.

Ecco alcuni titoli dell’ansa:

11 marzo: “Padoan, dopo grande crisi Ue guardi più a crescita” 
6 marzo: “Fonti Tesoro, nessuna manovra-bis, si punta a crescita”
6 marzo: “Cina:boom delle spese militari,obiettivo crescita 7.5%” 
5 marzo: “Tesoro:azione governo su lavoro-crescita”
25 febbraio: “Ue rivede al ribasso crescita Italia” 
23 febbraio: “G20: ok a target crescita mondiale” 

Vi invito anche a fare una semplice ricerca su google. Cercando la parola “crescita” si ottengono ben oltre dieci milioni di risultati, mentre con la parola decrescita se ne ottengono poco più di un milione: un ordine di grandezza di differenza. Lo stesso effetto si ottiene ricercando le parole su google trend, uno strumento che permette di capire l’interesse delle persone nella ricerca di parole chiave sul motore di ricerca nell’arco degli anni. La differenza in questo caso sfiora i due ordini di grandezza e si evidenzia come il termine decrescita sia a tutt’oggi un termine di nicchia. Spesso viene mal interpretato dal senso comune, come un ritorno alla pietra e alla scarsità, oppure viene semplicemente ignorato. 

Secondo la stragrande maggioranza dei giornali e dei media, la crescita economica è la risposta per la crisi che stiamo affrontando, non soltanto per risolvere difficoltà economiche ma anche per le questioni ambientali e sociali connesse. Eh sì, perché senza crescita non si creano nuovi posti di lavoro, senza crescita non ci sono investimenti, senza crescita non c’è sviluppo, innovazione, senza crescita non si può investire in tecnologie verdi, senza crescita non si può portare avanti lo sviluppo sostenibile, senza crescita non si posso attuare politiche sociali, e via discorrendo. Insomma senza crescita economica non si fa nulla. 

A dire il vero noi crediamo esattamente l’opposto, ovvero che la crescita non sia la cura di ogni male, bensì la causa della maggior parte dei nostri guai. L’idea della crescita indiscriminata, sempre e comunque positiva e auspicabile, ci ha annebbiato la vista, per questo non riusciamo a vedere altro, e soprattutto non riusciamo a comprendere gli effetti negativi di un sistema che ha perso ogni equilibrio, che non è più sostenibile sotto ogni punto di vista, che sia ambientale, economico o sociale. Un sistema che non ha più ragione di esistere. Infatti, è proprio la visione distorta che considera questi tre ambiti separabili e distinti che ha causato la deriva verso un mondo dove tutti pensano alla stesso modo e dove il sistema economico è in balia della crescita dei profitti e della competizione del mercato: una monocultura che fa da sfondo ad un unico paradigma economico. 

Crediamo che soltanto agendo alla base di questo modello sarà possibile ritornare a una situazione di sostenibilità, e la decrescita vuole essere proprio un tentativo di ritrovare un equilibrio perduto. Non si tratta quindi di una semplice diminuzione indiscriminata della produzione, ma di un superamento del concetto di crescere per crescere, un modo per uscire dal culto della crescita e del progresso. La decrescita vuole essere un termine provocatorio di rottura con un sistema che non ha nessun futuro, proprio perché non ci garantisce un futuro, né a noi, né al pianeta che abitiamo.

Solitamente quando si vuole introdurre il concetto di decrescita si parte dal Pil, ovvero l’indice che considera tutte le transazioni monetarie e che viene preso spesso come riferimento per lo stato di salute dell’economia di un paese. È però ovvio che nel Pil rientrano tutte le transazioni economiche, perciò sono incluse le spese per incidenti stradali, per medicinali, per l’inquinamento, le spese militari, così come i rifiuti, gli sprechi e gli eccessi. Il Pil è un mero indicatore quantitativo di carattere economico e non considera nessun aspetto sociale e ambientale. Non è direttamente legato al benessere psicofisico delle persone, e diversi studi accademici mostrano che oltre una certa soglia la crescita economica non apporta miglioramenti significativi alla qualità della vita, piuttosto si parla di peggioramenti. 

Decrescita significa quindi recuperare un equilibrio tra gli aspetti quantitativi e quelli qualitativi: un equilibrio sostenibile nel tempo. Su questo equilibrio si fonda l’armonia tra l’ambito economico, ambientale e sociale. In pratica la decrescita ci dice che la sostenibilità si ha soltanto quando esiste un equilibrio tra quantità e qualità e quando c’è armonia tra i fattori economici, ecologici e sociali. È sufficiente che soltanto uno di questi sia in sofferenza che inevitabilmente anche gli altri ne subiranno inevitabilmente le conseguenze, poiché tutto è collegato.

La decrescita però non si riduce solamente in un ritorno al buon senso e alla ragionevolezza, di cui pur c’è un disperato bisogno, dato che il culto del profitto ha prevaricato anche sulla razionalità, ma si presenta altresì come ripensamento della visione del mondo, andando a intaccare il pensiero dominante. È centrale, a tal proposito, la consapevolezza dell’interconnessione di tutti i fenomeni così come dell’esistenza di limiti fisici, principi tra l’altro già esistenti nelle filosofie orientali e nella maggior parte delle culture tradizionali, e “scoperti” recentemente dalla fisica moderna.

Da una nuova visione della realtà e da nuove consapevolezze è possibile tracciare dei lineamenti per progettare concretamente un futuro diverso. Il cambiamento è il tassello fondamentale dell’evoluzione e il nostro futuro dipende proprio dalla nostra capacità di cambiare, adattandoci anche ai mutamenti esterni, e non meramente dalla nostra forza fisica e intellettuale di imporci violentemente sugli altri e sulla natura. 

L’evoluzione, non il progresso, è la spinta della vita ad andare avanti, ad andare oltre. La collaborazione e la condivisione, e non l’isolamento e la competizione, sono i principali strumenti di cambiamento. La felicità e il valore, e non l’avidità e il profitto, sono i nostri irrinunciabili obiettivi.

lunedì 3 novembre 2014

L’Italia è una repubblica fondata sul … valore


Dalla creazione di profitto alla creazione di valore

«Vi siete accorti che oggi il saluto abituale non è più buona giornata o buona salute ma buon lavoro? Come dire che il nostro rapporto vitale è passato dai piaceri e dai riposi dell’esistenza alle fatiche e alle ansie. La vita che un tempo andava guadagnata con “il sudore della fronte”, il lavoro come condanna vengono mitizzati come unica ragione di vivere» Giorgio Bocca 

Il primo articolo della Costituzione italiana, come sappiamo tutti, recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

La parola “lavoro” deriva dal latino labor, e significa fatica, ovvero sofferenza. Nelle altre lingue di origine latina, come il francese e lo spagnolo, invece la parola “lavoro” viene dalla parola “travaglio”, termine che si spiega da sé. “Lavoro” è quindi una parola che rievoca immediatamente fatica e dolore, ma la cosa che inquieta ancor di più è che questo termine è oggi associato con un’attività remunerata, ovvero che ha un valore di mercato quantificabile in denaro, mentre ancora nessuna distinzione viene fatta a livello qualitativo: se il lavoro è un lavoro utile, e utile per cosa e per chi, e se il lavoro danneggia qualcosa o qualcuno, o se il lavoro è fatto bene o male. È sufficiente che sia adeguatamente (forse adesso manco più quello) retribuito per essere considerato lavoro.

Sappiamo bene che il Pil, l’indice a cui tutti gli economisti fanno riferimento, tiene in conto le transazioni monetarie, ma nessun aspetto qualitativo. Se il lavoro è utile o dannoso, fatto bene o male, alla fin dei conti non interessa a nessuno, o a pochi. 

Il lavoro, anche se faticoso, che non è associato a una retribuzione in denaro non è considerato lavoro. Farsi da mangiare, fare la spesa, pulire la casa, coltivare il giardino, avere cura della propria persona, fisicamente e intellettualmente, crescere dei figli, andarli a prendere a scuola: tutto questo non fa crescere il Pil perché non è soggetto a transazioni di denaro, perciò non è lavoro. 

Nella deriva dell’economia basata esclusivamente sul profitto, si sta tentando di mercificare qualsiasi cosa: persino la natura, le relazioni, i sentimenti, gli affetti, tutto. A maggior motivo anche le attività che fino ad oggi rientravano tra quelle non remunerate, e che restavano di conseguenza fuori dal profitto economico, stanno per essere pian piano assorbite dal sistema del mercato. 

Studiando il pensiero di Tsunesaburo Makiguchi, riguardo alla filosofia della creazione di valore, si comprende che il profitto è solo uno dei tre elementi che costituiscono il valore, e non è affatto il più importante. Secondo l’educatore giapponese il fondamento del valore è il bene, ovvero la felicità e il benessere della società nel suo insieme, quindi anche dell’ambiente dal quale non può prescindere, seguito dal guadagno, inteso come beneficio che riguarda il singolo, e non soltanto dal punto di vista economico, e dalla bellezza, caratteristica relativa a ciò che concerne l’appagamento dei sensi. Se guadagno e bellezza poggiano sul bene, e non sono perciò in disarmonia tra di loro, è possibile costruire una società equilibrata e sostenibile in cui il beneficio individuale non sia a discapito della società e del suo ambiente. 

Solo recuperando un equilibrio tra un paradigma retto dalla competizione e dal profitto e un paradigma fondato sulla solidarietà e il valore sarà possibile uscire da un sistema votato alla crescita infinita e all’autodistruzione che inevitabilmente conseguirebbe.

Una riforma essenziale sarebbe quella di modificare il primo articolo della Costituzione italiana come segue: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul valore”, inaugurando in tal modo una serie di iniziative atte a costruire un paradigma economico compensativo basato sull’autoproduzione solidale e sulla localizzazione.

mercoledì 8 maggio 2013

La Blue Economy e la decrescita


«L’attuale dissesto economico è solo apparentemente un male» Gunter Pauli

Qual è la relazione tra la Blue Economy e la decrescita?

Sotto il nome di Blue Economy si racchiude un modello di economia teorizzato dall’economista e scrittore belga Gunter Pauli a partire dal libro omonimo, mentre sotto il termine decrescita, angosciante e apertamente criticato soprattutto di recente, si celano varie correnti di pensiero sia in Italia che all’estero.

Nell’affrontare la mia analisi alla domanda posta, vorrei qui utilizzare il concetto di decrescita che appartiene alla mia personale esperienza e visione e che è possibile trovare raccolta nei miei scritti principali: Decrescita Felice e Rivoluzione Umana e successivamente Ritorno all’Origine. Entrambi scaricabili gratuitamente da questo sito.

Una prima osservazione che si può fare è che la Blue Economy si muove ancora in ambito esclusivamente tecnico, infatti il testo propone una serie di cento innovazioni che condurranno alla creazione di cento posti di lavoro, come si evince già dal titolo di copertina. Le teorie della Blue Economy sono centrate ancora sul pensiero positivo, emblema della cultura illuminista da cui deriva l’idolo del progresso eterno, sul “fare” come unico mezzo per costruire un modello economico-sociale alternativo a quello attuale, e quindi su una fede cieca nella scienza e nella tecnologia come miglior mezzo per migliorare la vita dell’uomo. Tutti fattori che aumentano la distanza della Blue Economy dalla proposta di cambiamento della decrescita.
D’altra parte, il principio fondamentale della Blue Economy è l’imitazione degli ecosistemi, ovvero l’adattamento del sistema produttivo industriale al funzionamento degli ecosistemi: quindi la creazione dei cicli chiusi e la logica a cascata che elimina il concetto stesso di rifiuto. Questi aspetti, al di là di quanto siano effettivamente realizzabili su larga scala, sono quelle caratteristiche che distinguono la Blue Economy dalla Green Economy, tuttora ancorata all’idea di sviluppo sostenibile, cioè alla logica di compromesso tra “sviluppo” e “sostenibilità”. In particolare, l’economia blu, bisogna darle atto, mette in discussione il sistema economico dominante basato sul consumismo e sull’incosciente presupposto dell’illimitatezza delle risorse naturali. Tuttavia, nello stesso momento da un lato si parla di cambiare il modello di cui si riconosce un imminente declino, dall’altro non si riesce a dare argomentazioni che vadano oltre gli aspetti puramente tecnici,  che riguardano principalmente le innovazioni tecnologiche, e di fatto si continua a inneggiare all’aumento dei posti di lavoro, alla ricerca del profitto e all’abbondanza, mentre il sistema produttivistico industriale non è mai messo minimamente in discussione.

Concetti culturali fondamentali come l’illimitatezza e l’irreversibilità dei fenomeni non fanno parte della Blue Economy, mentre sono presenti nella decrescita che invece si distacca dal pensiero positivo, dal progresso eterno e dalla ricerca del profitto come unico mezzo per sostenere l’economia: in poche parole demistifica la fede nella crescita perpetua, fortemente radicata nel nostro subconscio collettivo.

L’idea di considerare il capitale naturale, analogamente alla proposta del Capitalismo naturale di Lovins e Hawken, come un fattore produttivo, prendendo in considerazione quindi anche il suo punto di vista, la sua limitatezza e la sua fragilità, è senz’altro un aspetto positivo nell’evoluzione di un modello di sviluppo, ma può essere per certi versi più spaventosa e preoccupante persino rispetto al sistema tradizionale. Se si considera di usare l’ecosistema, pur rispettandolo e studiandone a fondo il funzionamento, come mezzo per raggiungere fini di profitto, che riguardano sempre la logica dell’inseguire la crescita economica dei capitali, allora forse andremo verso danni maggiori agli ecosistemi e maggiori squilibri dato che la natura diventerà palesemente strumento di produzione: legittimando il suo ruolo nel sistema produttivo, attribuendole i suoi minimi diritti sindacali e la sua minima retribuzione e nello stesso tempo andremo legittimando anche i suoi danni irreversibili, come già avviene d’altra parte per i lavoratori. Inoltre, persino la stessa bioimitazione impiegata nei sistemi industriali, a prescindere da un cambiamento a livello culturale, potrà forse portare alla razionalizzazione delle risorse ma contribuirà su larga scala al collasso economico-ambientale e sociale dell’intero sistema.

Nella Blue Economy, e nella Green a maggior ragione, siamo ancora a ricercare la chiave di lettura delle questioni globali di oggi solamente in termini di razionalità, crediamo ancora che l’unico motivo del nostro comportamento incosciente risieda solamente nel fatto che ne ignoriamo le conseguenze. Nella visione della decrescita, che ho tracciato nei miei scritti, invece la causa della triplice crisi deve essere ricercata prima di tutto nello spirito umano e nella cultura occidentale, la stessa cultura che sta dominando il mondo intero e lo sta lentamente conducendo al collasso generale. 

mercoledì 20 marzo 2013

La botte piena e la moglie ubriaca



Nell’era dell’abbondanza siamo stati abituati ad avere tutto, anzi, a pretendere tutto. Il mito del progresso eterno ci ha convinti che esiste un miglioramento continuo da perseguire materialmente, che questo non solo è possibile ma è l’unica e la migliore via da percorrere. 

Le parole come rinuncia, sacrificio, umiltà, sobrietà, accontentarsi, che oggi sentiamo pronunciare solo a bassa voce e con cautela, sono assolutamente dannose ed è bene prenderne le distanze immediatamente. L’abbondanza quantitativa è l’obiettivo, la scarsità la cosa da cui rifuggire. Non fa una grinza. E il nostro sistema economico e culturale si fonda proprio su queste basi concettuali. 

Allo stesso tempo però sta emergendo sempre più una logica, in apparente contraddizione con quanto detto. Ovvero, in determinate circostanze vorremmo perseguire dei fini etici e morali, magari anche rispettosi dell’ecosistema, che spesso però sono in netta antitesi con il perseguimento del progresso. È la logica dei NIMBY (Not in my back yard – no nel mio cortile) con la quale comitati e organizzazioni di cittadini chiedono con insistenza che non debbano essere costruite nelle vicinanze della loro abitazioni opere grandiosi, simboli maestosi del progresso, quali centrali nucleari, discariche, inceneritori, ripetitori, raffinerie. È la stessa logica dell’occhio non vede cuore non duole, che fino a un certo punto può persino essere compatita. 

In altre parole, vogliamo aumentare sempre più il nostro “benessere” ma pretendiamo di non “rinunciare” a nulla. Vogliamo gli inceneritori e le discariche, ma le pretendiamo lontane dai nostri occhi, magari in qualche paese povero nell’altro emisfero; vogliamo una o due o più auto nei nostri garage, ma pretendiamo aria pulita nelle città, parcheggi pratici, poco traffico e pochi incidenti stradali; vogliamo che sia rispettato il diritto alla vita degli animali, ma pretendiamo di mangiare carne e formaggi in abbondanza ogni giorno comprandoli nei supermercati; vogliamo che sia risolto il problema dell’immigrazione continua, ma pretendiamo di fare acquisti sempre più vantaggiosi a spese delle popolazioni più povere; vogliamo la pace nel mondo, ma pretendiamo che le industrie a servizio della guerra non chiudano perché licenzierebbero tanto personale; vogliamo che i nostri fiumi, i nostri laghi e le nostre spiagge siano pulite e salubri, ma pretendiamo mantenere gli stessi stili di vita.

Saranno le sempre più evidenti contraddizioni del nostro sistema a metterlo in crisi e a favorire un reale cambiamento. In questo momento, noi siamo proprio come quello che vuole, allo stesso tempo, la botte piena e la moglie ubriaca.

mercoledì 13 marzo 2013

Il lavoro non manca, ce n'è pure troppo



Il lavoro non manca, ce n'è pure troppo. Quello che manca è il profitto monetario. Il lavoro, infatti, visto solo come opera o attività a cui corrisponde una somma di denaro è un grosso limite dell'attuale sistema economico. Siamo abituati, per deformazione culturale, a pensare la vita in termini monetari e perciò facciamo del lavoro il mezzo divino attraverso cui creare profitto. Se il lavoro sia utile, efficace ed efficiente non ha poi molta importanza, perchè la domanda di fondo è sempre comunque la stessa: quanti soldi riesco a guadagnare? 
Ci sono tanti tipi di lavori e di prestazioni che non possono essere monetizzati, ci sono lavori che vengono da noi svolti gratuitamente tutti i giorni ma non sono ritenuti tali e non sono elogiati proprio perchè non corrispondono a un ritorno monetario. Finchè l'unico metro di giudizio resterà il profitto non usciremo mai da questa logica, sebbene con qualche pallido e smilzo tentativo. 
La società attuale, in piena crisi occupazionale, è di fatto stracolma di potenziali lavori utilissimi che nessuno si permette di fare perchè giustamente ritenuti antieconomici. I lavori più saggi e urgentemente richiesti dalla società sono, guarda caso, quelli a più bassa densità di profitto. Mi riferisco naturalmente ai lavori che riguardano la cultura, non solo dal punto di vista di preservazione del patrimonio artistico e storico o quello di creazione artistica e culturale, quanto piuttosto quello che riguarda lo sviluppo di nuovi modi di pensare, di educare, di comunicare e di vedere le cose. Mi riferisco a progetti concreti che vadano oltre la tradizionale impresa basata sul mercato, come riferimento supremo e imprescindibile, a piccole imprese artigianali, di recupero delle tradizioni e delle conoscenze locali. Mi riferisco a tutti i lavori che, uscendo dalla mentalità del profitto ad ogni costo, forniscono servizi indirizzati al miglioramento effettivo del benessere delle persone e dell'ambiente. 
In sostanza, il lavoro oggi manca non perchè non ci sia, ma perchè in un sistema globale basato esclusivamente sulla ricerca di profitti sempre crescenti non c'è spazio, se non molto limitato, per tipologie di lavoro che vadano invece nella direzione della creazione di valore. 

mercoledì 6 febbraio 2013

Economia regionale: una visione per il futuro dell’Europa


Quello di cui abbiamo bisogno è una visione per il futuro, una nuova visione che favorisca la sostenibilità economica, ambientale e sociale, garantendo benessere e serenità per tutti. 
Fino ad oggi abbiamo pensato che per unificare l’Europa bastasse costituire un parlamento, un consiglio, fare dei trattati commerciali, eliminare le dogane e creare una moneta comunitaria. Ma l’idea che abbiamo oggi dell’Europa, specialmente noi italiani, è assolutamente limitata e superficiale. Il continente europeo è formato da persone, da lingue, culture, religioni, popoli, minoranze, comunità: in una sola parola, dalla ricchezza derivante dalla diversità della vita. Noi oggi non conosciamo nulla dell’Europa. In Italia ancora molti confondono Budapest con Bucarest, pensano che non avere l’euro significhi non far parte dell’Unione Europea, nessuno sa quali sono i paesi che ne fanno parte, nulla riguardo alla storia, alle tradizioni, alla lingua, alla politica, alla cultura. Il sistema stesso ostacola l’integrazione e la conoscenza reciproca delle varie parti d’Europa, perché conoscere e condividere significa liberarsi dal dominio della monocultura del sistema. 
La mia visione per il futuro dell’Europa è fondata sullo sviluppo regionale e macro regionale, dove gli stati-nazioni perdono la loro centralità. La regione europea diventa il fulcro, il perno dell’economia, della cultura, della socialità, l’interscambio tra regioni e macroregioni europee crea un arricchimento di tutta l’unione. L’economia globale, deregolamentata e spietata, lascia il posto all’economia di scala regionale alimentata da una moneta regionale e affiancata dalla moneta comunitaria per le transazioni comunitarie ed extracomunitarie. Un tale sviluppo rinvigorisce le risorse locali, favorisce il rispetto dell’ambiente e del territorio, valorizza le relazioni umane e con la natura, aumenta l’occupazione locale, rafforza la piccola impresa e l’artigianato, una rete di trasporti pubblici locali, l’agricoltura biologica e il turismo consapevole. Lo scambio culturale e la conoscenza reciproca tra tutte le regioni europee contribuisce all’allentamento delle tensioni tra differenti culture e minoranze ancor oggi presenti in molte parti del nostro continente. La Transilvania smetterà di essere rumena, o ungherese, riacquisterà la sua identità unica valorizzando le caratteristiche esclusive del luogo; così come la Macedonia, che non sarà più né greca né slava, e tutte le altre zone contese e con forti varietà culturali. 
Nelle nostre scuole si studieranno le lingue europee, ogni persona conoscerà tre lingue, di cui almeno una tra quelle considerate “minori”; esisterà un canale televisivo europeo unico che mostrerà a rotazione le varie parti d’Europa in tutte le lingue, sottotitolate per regione; esisteranno progetti di studio e di lavoro all’estero obbligatori per tutti i giovani; esisteranno nuove materie di studio nelle scuole pubbliche come la sostenibilità, analizzata sotto ogni punto di vista, la cultura e la storia europea, le lingue, le filosofie orientali. Saranno le esperienze e le idee a viaggiare tra le regioni piuttosto che le merci, la collaborazione e lo scambio disinteressato prenderanno il posto della competizione e dell’aggressività. Molte delle grandi industrie e grandi multinazionali si sgretoleranno nella loro inutilità e nel degrado che smetteranno di apportare in tutto il mondo. Le scelte politiche e le decisioni amministrative saranno prese dai cittadini che parteciperanno direttamente alla vita istituzionale della propria regione. Il potere centrale, invisibile e dominante, l’influenza di un sistema economica-finanziario oscuro e crudele lasceranno il posto al dibattito e all’approfondimento tra le persone che naturalmente arriveranno a determinare il loro futuro.
La ricchezza della diversità e dell’interdipendenza, la collaborazione e il sostegno reciproco tra regioni unite sotto un unico sogno alimenteranno un cambiamento epocale inarrestabile.

lunedì 3 dicembre 2012

Dalla moltiplicazione alla condivisione



Gesù per la decrescita


"La civiltà, nel senso reale del termine, non consiste nella moltiplicazione, ma nella volontaria e deliberata restrizione dei bisogni. Questo soltanto porta la felicità e il vero appagamento" Mahatma Gandhi



Nella sua interpretazione dei testi sacri partendo dalle loro versioni in ebraico e greco antico, Igor Sibaldi sconvolge tutta la teologia e tutta la dottrina cristiana dando una visione completamente nuova delle religioni che si basano sulla Bibbia. Una visione utilissima per il cambiamento epocale che abbiamo davanti.

In particolare, per quanto riguarda l'episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Luca capitolo 9) considerato da sempre uno dei tanti miracoli di Gesù, Sibaldi da una chiave di lettura molto autentica e chiara. Secondo la sua interpretazione, infatti, quell'episodio non si tratta affatto di un miracolo, di qualcosa di straordinario che non è possibile per le persone comuni, ma piuttosto di un semplice e caloroso invito di Gesù a condividere con tutte le persone presenti il cibo che solo alcuni avevano con sè. 

All'epoca, dice Sibaldi, erano migliaia le persone che seguiva Gesù e alcune di loro venivano da più lontano altre da più vicino, perciò non tutte avevano a disposizione del cibo da casa, oppure lo finiva prima. Perciò quando la sera le persone dovevano allontanarsi per andare a procurarsi del cibo, spesso Gesù diceva che sarebbe bastato suddividersi in gruppi di cinquanta persone e condividere il cibo che c'era, e che in questo modo ce ne sarebbe stato abbastanza per tutti. 

Per quanto banale possa sembrare questa spiegazione dei fatti, ciò che ne consegue ha un potere destabilizzante dal punto di vista economico-sociale. Interpretare questi passi del vangelo come un miracolo, quindi qualcosa di impossibile per gli uomini (senso di impossibilità), e come moltiplicazione che implica la crescita e quindi l'abbondanza, invece che la semplicità e l'ingenuità che sta dietro alla condivisione di ciò che si ha con gli altri fa una differenza abissale, esattamente la differenza che c'è tra la cultura occidentale di oggi, basata sulla crescita e sull'abbondanza, e la cultura di domani, fondata invece sull'equilibrio e la condivisione. Il potere di cambiamento, il potenziale di trasformazione, che insito in una tale reinterpretazione è inimmaginabile. 

Fino a venti anni fa si sarebbe detto che Gesù aveva tendenze comuniste, ma oggi che il comunismo è superato, forse potremmo sbilanciarci dicendo che il pensiero di Gesù, come quello degli altri grandi illuminati storici (Buddha, Confucio, Gandhi...), si avvicina molto al ripensamento culturale che vorrebbe proporre la Decrescita Felice e Rivoluzione Umana.  


lunedì 26 novembre 2012

Non chiedetemi di aumentare il PIL



Chiedetemi tutto, ma non chiedetemi di aumentare il PIL.
Oggi la nostra indipendenza, la nostra libertà di individui, la nostra dignità di cittadini non si esprimono più tramite diritti o doveri, siamo dentro un sistema degenerato da cui non possiamo uscire da soli, da cui non possiamo prescindere. 

Oggi la nostra espressione di dignità, libertà e indipendenza più elevata è la disobbedienza culturale. Dobbiamo ridotare il singolo individuo della sua capacità di vedere differente dagli altri, di avere autonomia intellettuale, in senso culturale, del modo di pensare e progettare la propria esistenza. 

Riconquistiamo la nostra libertà di espressione riappropiandoci del significato delle parole: ridefiniamole, ricontestualizziamole, diamo forma al nostro pensare e al nostro agire usando buon senso e leggerezza. Abbandoniamo il positivismo ottuso della crescita eterna e del progresso inarrestabile. Smettiamo di pretendere ma inziamo a creare un'alternativa, anche piccola, anche banale, ricominciamo da qualsiasi punto in cui ci troviamo adesso. Facciamolo per noi, a partire da noi. Scaviamo nei nostri animi e traiamone linfa vitale. Dissociamoci dal pensiero unico, da concetti oramai defunti, dissociamoci dall'omogeneizzazione culturale che ci chiede costantemente di puntare al consumo delle nostre vite per poter progredire. 

La svolta politica italiana si fonderà su nuovi modelli di pensare, su una rivoluzione culturale. Un lavoro che sicuramente non accresce il PIL ma che è di vitale importanza. Chi farà questo lavoro gratuitamente? Una bella domanda. Probabilmente dovremmo farlo tutti assieme, "rinunciando" a qualche ora di lavoro per accrescere il PIL. 

Sempre più lavoro è fatto per far accrescere il PIL e una parte sempre più piccola di questo lavoro ha una finalità utile alla felicità e al benessere delle persone comuni. E' proprio tempo di una riprogettazione radicale di tutto il sistema. Il lavoro è tanto, ma dato che non è remunerato nessuno lo vorrà fare. 

Non sono più disposto a far crescere il PIL, se questo effetto non ha il minimo impatto positivo sulla vita delle persone. Non sono più disposto a favorire l'eccesso, lo spreco, il superfluo. Non sono più disposto a seguire la cultura del tempo, i buoni propositi del progresso, nè tanto meno a fare sacrifici per tutto ciò. 

Capisco che dovete far crescere il PIL, che siete tutti impegnati in tale obiettivo e che tutti i mezzi possibili sono buoni a tale scopo, ma non fate più affidamento su di me. Quando dovrete far leva su le persone per far crescere il PIL, non venite a disturbarmi. 


lunedì 16 luglio 2012

E' finita l'era dei compromessi


«Tutto questo non è sufficiente, perché il problema ecologico nasce dall’atteggiamento della cultura dominante, dal pensiero di fondo della civiltà industriale, dal suo inconscio collettivo. È un problema filosofico, molto più che un problema pratico o tecnico. Se non si modifica profondamente la visione del mondo, si ottengono solo risultati transitori, effetti di spostamento nel tempo, pur utilissimi, di problemi insolubili» Guido Dalla Casa

Un tempo si diceva, forse a ragione, "meglio morire di fumo che di fame". Da allora peró qualcosa é cambiato. Se negli anni sessanta in Italia si potevano gustare molte conquiste dello sviluppo e trarne degli evidenti vantaggi, a livello economico prima di tutto, della salute, della societá, e pure dell'ambiente in certi casi, oggi, e oramai da un bel pó di anni, abbiamo oltrepassato il limite di bilanciamento benefici/disagi e lo sviluppo é diventato soltanto una chimera, un dogma inestinguibile dalle nostre menti, un pensiero unico radicato profondamente nella coscienza sociale da renderlo il vero punto cruciale per una svolta.
Non possiamo piú permetterci di aspettare oltre, i tempi sono maturi per acquisire consapevolezza a livello individuale e collettivo, uscendo dai meccanismi mentali che ancora giustificano certe scelte assolutamente non piú saggie e rispettose. Sono finiti i compromessi per reggere il mercato saturo dell'automobile, per sostenere le grandi opere inutili e le cementificazioni esasperate e speculative. Le persone si stanno accorgendo che lo sviluppo odierno non apporta piú nessun beneficio reale alle proprie vite, che piú inseguiamo la crescita economica e piú i disagi aumentano, non solo a livello economico,ma soprattutto a livello ambientale e sociale. Il traffico urbano non ha piú ragione di esistere, il compromesso dell'auto ecologica, elettrica o ad idrogeno, il compromesso delle domeniche con traffico limitato, il compromesso dei biocombustibili non sono in grado di dare un futuro migliore. Le centrali di incenerimento, che sono alimentate a rifiuti urbani, rappresentano il compromesso ideale per la crescita illimitata dei rifiuti, per continuare ad adottare lo stesso sistema incrementando i profitti, mascherando il tutto con un alone penoso di ecosostenibilitá e favorendo l'immissione in atmosfera di particelle ultrafini altamente pericolose. Lo sviluppo sostenibile e la green economy sono gli esempi piú celebri e accettati dei compromessi che il sistema ha creato per resistere al cambiamento.
L'unico modo che abbiamo per uscire da tutti questi compromessi é fare un salto in avanti molto piú ampio, guardando al futuro con una visione rinnovata e profonda. Ció significa abbandonare i paradigmi culturali dominanti, riformare lo spirito umano e indirizzare le nostre scelte nella direzione della nostra evoluzione (né progresso, né sviluppo) e non del nostro declino.

lunedì 25 giugno 2012

La crisi dell'impero romano d'occidente oggi




La crisi di sistema che stiamo vivendo in questo momento storico ricorda per certi versi quella attraversata dall’impero romano d’occidente attorno al III secolo d.C. Non sono uno storico e non voglio ritenermi tale, ma certi parallelismi è difficile non notarli. Dopotutto credo che le crisi di sistema, alle quali segue inevitabilmente un cambiamento radicale in ogni fronte, presentano tutte delle similitudini indispensabili.
Ad ogni modo, l’impero romano al massimo della sua espansione presentava una crisi che principalmente era proprio dovuta alla mancanza di ulteriore espansione, e quindi di crescita. L’assenza di guerre causava la difficoltà nell’approvvigionamento di schiavi, quindi di manodopera nei campi, vista ai giorni nostri equivale alla scarsità del petrolio, quindi a una crisi energetica. La situazione era aggravata dalla pressione esercitata dai popoli del nord Europa, i germani, che si facevano sempre più minacciosi e che cominciavano a rendere le frontiere terre insicure e pericolose. Oggi migliaia di immigrati si spingono alle coste del sud Europa, tentando di approdare nel vecchio continente nella speranza di costruirsi una vita più dignitosa. L’abbandono delle terre coltivate, l’aumento del brigantaggio e quindi dell’insicurezza e l’aumento delle tasse e quindi l’ampliarsi del divario tra ricchi e poveri sono tutte caratteristiche trasferibili ai giorni nostri che favorirono l’aggravarsi di una crisi economica e sociale diffusa.
Come non notare oggi certi parallelismi, ovviamente aggravati da una situazione del tutto nuova. La crisi di sistema come conseguenza dell’insostenibilità prima ambientale, poi economica e infine sociale rendono il cambiamento, oltre che auspicabile, assolutamente inevitabile. E un cambiamento ci sarà di certo, come dall’impero e dalle ville romane si passò ai regni e ai feudi, oggi dalle multinazionali e dagli stati-nazione si passerà a un’economia e a una vita fortemente localizzata, un regionalismo davvero globalizzato che possa mettere in relazione continua molteplici esperienze e permettere all’uomo di esprimere a pieno le sue potenzialità nel suo interessere armonioso con il suo ambiente vitale.