«Un uomo è ricco in proporzione del numero di cose delle quali può fare a meno»
Henry David Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi

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lunedì 10 settembre 2018

La potatura: come ritrovare il tempo di vita




"Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno" 

Henry David Thoreau 


Grazie al progresso scientifico viviamo le nostre vite con ritmi sempre più sostenuti, incuranti del fatto che i nostri corpi umani abbiano limiti ben precisi, mentre la tecnologia, con i suoi passi da gigante, questi limiti li ha da tempo oltrepassati. 

Di fatto, perciò, non siamo noi a controllare e dirigere la nostra tecnologia, dettando modi e tempi, ma piuttosto è lei a imporceli. È evidente che siamo finiti per essere schiavizzati (come tra l’altro era facile prevedere in epoche non sospette), più o meno consapevolmente, dalla nostra stessa fame di progresso. 

La tecnologia avanzata non ci ha donato del tempo, liberandolo dal lavoro, per il semplice motivo che nel suo normale sviluppo ha contribuito a creare tutta una serie di bisogni accessori che prima non esistevano affatto. Bisogni che col tempo si accumulano sempre di più e che sempre meno hanno a che fare con la nostra felicità e il nostro benessere, con ciò che in ultima analisi dovrebbe (sottolineando il condizionale) essere ciò che davvero conta. 

Inoltre, la crescita della società materialista ha svuotato le nostre vite dagli aspetti spirituali, che in epoca preindustriale erano considerati fondamentali. Questo svuotamento, di senso e di coscienza, dell’essere umano, divenuto anch’esso macchina, lo ha indotto a riempire quei pochi spazi di vita rimasti, al netto delle ore dedicate al lavoro (ore mai diminuite, casomai aumentate), con attività consumistiche di ogni tipo (incluse relazioni e affetti). 

Perciò, il nostro tempo lo dobbiamo (in realtà nessuno ci obbliga) farcire di corsi, shopping, palestre, centri di bellezza, spa, viaggi (più lontani possibile), aperitivi, feste, cene, insomma di tutto il necessario per sentirci davvero attivi, vivi, partecipi di un delirio insensato. 

Uscire del tutto dalla megamacchina infuriata e divoratrice di vita è praticamente impossibile, ma qualcosa per provare almeno un po’ di sollievo lo possiamo fare. 

Un’opera, azzarderei eroica, che possiamo intraprendere è quella della potatura. 

Siamo degli alberi con troppi rami, lunghi e intricati, che ci impediscono di germogliare, di far mostra dei nostri fiori e di creare dei frutti. Quello che occorre è una sana e saggia potatura. Una potatura deve essere prudente, ben ponderata e selettiva. Fuor di metafora, dobbiamo iniziare a rimuovere tutto quello che nella nostra vita è solo di fastidio, di mero ingombro, di apparenza, tutto quello che è dovuto a qualcuno o qualcosa, a tutto, tranne che a noi. 

Certo, non si può capitozzare, non si può cominciare a tagliare tutto insieme, il processo, come tutte le cose sagge e durevoli, come la natura stessa insegna, necessita del suo giusto tempo. Vero è che già dai primi rami potati cominceremo a percepire un discreto sollievo, che aumenterà mano a mano che progrediamo nell’abbattimento di ciò che è superfluo, fino a che non scopriremo finalmente e nuovamente ciò che davvero conta: il tempo di vita, nostro, non indotto ma scelto, non prefabbricato ma creato con le nostre mani, non scarso ma abbondante. 

La potatura è oggi più che mai necessaria, la sua arte è difficile da imparare, ma conviene in ogni caso cominciare a sperimentarla cercando di migliorare, prima che sia troppo tardi, prima che la megamacchina infernale abbia inghiottito tutto e tutti. 



martedì 13 gennaio 2015

Andare a Piedi e in Bicicletta - estratti



Filosofia del camminare

Motivi per camminare? Possono essercene tanti, nella vita di tutti i giorni: l’auto guasta, lo sciopero dei mezzi pubblici, lo scooter prestato all’amico. Qualche “contrattempo” può sempre capitare e allora, sbuffando e talvolta recriminando, dei passi a piedi più del previsto si possono anche fare. Molti la pensano in questo modo, c’è poco da fare. Camminare oltre la dose minima cui si è abituati o farlo al di fuori dei momenti di puro svago, è visto da parecchie persone come una iattura, un ripiego fastidioso, se paragonato ai comodi e poco faticosi mezzi meccanici di locomozione. Un’eccezione che fa rimpiangere la regola. Un’occasione per imprecare contro meccanici ritardatari e maestranze sabotatrici della riposante routine della mobilità su gomma e rotaie. La maggior parte degli occidentali è portata a catalogare il muoversi a piedi tra le perdite di tempo. Nell’Occidente economicamente evoluto, l’atto del camminare abitualmente è divenuto una scelta consapevole e anticonvenzionale, quasi una stravaganza, uno snobismo. Chi si sposta a piedi nel quotidiano rinuncia alla fretta, è come se prendesse le distanze dalla produttività e per certi versi dalla stessa modernità. Tale mancanza di omologazione ai ritmi standardizzati del quotidiano, fa del camminatore abituale un essere atipico, da inquadrare con un po’ di apprensione per questo risvolto della personalità che lo rende meno socialmente controllabile e prevedibile.

Tempo fa, sono rimasto colpito da un cartello vicino a un ristorante su una strada tortuosa e con divieto di sosta su entrambi i lati. Il cartello rassicurava provvidenzialmente i potenziali avventori sul fatto che fosse loro offerto un servizio di autorimessa a titolo gratuito a soli duecento metri di distanza. Ma non era l’unica invitante “promessa”. A disposizione degli avventori c’era anche un puntuale servizio di ”navetta” dal garage al ristorante. Il buon ristoratore intuiva evidentemente che – per molti degli avventori – la sola idea di farsi qualche decina di passi a piedi come antipasto e digestivo del pranzetto sarebbe stata un potenziale dissuasore dal fermarsi presso la sua amena trattoria. Molto probabile che la concorrenza dotata di un bello spiazzo – dove parcheggiare l’auto a fianco dell’ingresso – l’avrebbe avuta vinta. Ecco allora l’indovinata idea imprenditoriale del servizio navetta per colmare la stratosferica distanza di 200 metri a piedi. Un tipico esempio delle distorsioni che può procurare la “crescita” incondizionata dell’economia.


Camminare non è quasi mai considerato un gratificante premio per la mente e il corpo. E’ piuttosto visto come una faticosa punizione per poveracci o per persone stravaganti. A partire dalla rivoluzione industriale, nei Paesi cosiddetti “sviluppati” l’atto del camminare ha perso le caratteristiche di ordinarietà a favore dell’eccezionalità. Eppure, pochi potrebbero negare che il cammino sia uno dei sistemi più efficaci per armonizzare mente, corpo e realtà circostante. In effetti, pochi arrivano a negarlo, ma pochissimi passano poi dalla teoria alla pratica. Tempo fa fu condotto un significativo esperimento sulla percezione del camminare. Si provò a chiedere on the road informazioni su come raggiungere una strada del centro di Milano, in una zona ben servita dai trasporti. La meta distava solo 500 metri dal luogo della richiesta d’informazioni stradali. Nonostante ciò, ben più di due terzi degli interpellati diedero dettagli su come arrivarci attraverso l’utilizzo combinato di metropolitana, tram, autobus. Solo pochi “perversi” spiegarono come giungerci nella maniera più semplice e naturale: a piedi.

Eppure per millenni compiere una serie di passi conservando il contatto col terreno con almeno un piede (questa è la definizione del camminare) è stata un’azione pratica sulla quale non ci s’interrogava più di tanto, un elemento fisiologico dell’essere umano. Progressivamente al camminare sono stati abbinati significati culturali che difficilmente sarebbero venuti in mente ai nostri avi, i quali inglobavano i passi giornalieri nelle attività date per scontate quasi come bere e respirare. I comportamenti della società contemporanea hanno imboccato poco alla volta “sentieri” tortuosi e incerti al posto di vie lineari e ben segnalate. Così anche camminare, è divenuto per molti qualcosa di poco naturale. Tutto ciò è un vero paradosso. Considerare più ovvio prendere l’auto per percorrere un chilometro di strada, quando si abbia una salute accettabile, è decisamente innaturale. Fatto sta che in termini percentuali non camminare rimane la scelta predominante sia in contesti urbani sia extraurbani.

Lo sviluppo patologico di alcuni aspetti della tecnologia e la motorizzazione degli spostamenti vista come scelta principale per la maggior parte delle persone, hanno condotto a una visione del camminare per più di duecento metri quale scelta originale, in controtendenza, al limite della stravaganza. Una scelta da giustificare di fronte agli altri e forse anche a se stessi, nonostante si tratti di un’azione ovvia, sulla quale sono calibrati organi e organismo umano. Chi cammina, pur non aspirando sempre ad arrivare “presto”, spesso nei centri urbani impiega meno tempo di chi si muove motorizzato. Tranne casi sfortunati di chi sia afflitto da patologie invalidanti, la stragrande maggioranza delle persone potrebbe tranquillamente camminare per quattro-cinque chilometri al giorno senza particolari difficoltà, a medie di tutto riposo di due-tre chilometri l’ora. E invece, già l’ascoltare “dista un chilometro a piedi” è qualcosa che procura brividi e orticaria alla maggior parte delle persone. Ci si sente spesso più rassicurati da un “è lontano un quarto d’ora d’auto”, anche se magari la zona da raggiungere dista solo trecento metri e il quarto d’ora di tragitto lo fa il feroce traffico cittadino.

Fino a cent’anni fa, o anche meno, muoversi a piedi era un’esperienza ordinaria e abituale. “Vedo degli uomini come alberi che camminano”, si può leggere nel Vangelo. Una frase che sottolinea anche la stretta connessione tra natura e uomo che è divenuta sempre più latitante. Ora si è quasi persa la percezione del camminare inteso come uno dei sistemi più efficaci per conoscere se stessi e gli altri. Uno strumento a disposizione di quasi tutti per porre armonia tra mente, corpo e realtà circostante. La meta è importante, certo, e di traguardi l’uomo contemporaneo se ne pone tanti. Il ”mezzo” per raggiungere i traguardi è però forse ancora più importante. Camminare può essere mezzo ma anche obiettivofinale e quindi meta. Muovere i propri passi per spostarsi nello spazio è inoltre un comportamento che – fatto con lo spirito e la predisposizione giusti – sa procurare benefici a chi lo pone in essere, senza penalizzare la realtà circostante. Camminare sistematicamente pone, infatti, le basi per realizzare stili di vita benefici sia per il microcosmo personale sia per quello che solo apparentemente ci riguarda solo in via indiretta, vale a dire il “circostante”, ovvero l’ecosistema in cui viviamo. Il ritmo del passo e quello del pensiero si nutrono vicendevolmente. […]

Secondo la scrittrice Rebecca Solnit, l’atto del camminare è un particolare stato in cui la mente, il corpo e il mondo sono allineati come se fossero tre distinti personaggi che riescono a capirsi e dialogare tra loro come accade di rado. Naturalmente, non avrebbe molto senso far diventare il cammino un gesto isolato, circoscritto al puro svago o alla performance occasionale. I benefici del camminare possono essere consistenti a patto che esso diventi l’”Opzione n°1” per i propri spostamenti. Il che non significa certo divenire degli integralisti dei due piedi in movimento. Bandire auto, treni, autobus, scooter, scale mobili dalla propria vita non sarebbe un atto sensato. Semplicemente, occorre pensare a se stessi come ad esseri in grado di spostarsi a piedi quando ce ne siano le condizioni, non rinunciando in altri contesti ai vantaggi che le moderne protesi tecnologiche ci possono offrire.

Andare a un appuntamento in centro, recarsi a fare la spesa quando non sia troppo consistente, portarsi sul posto di lavoro, può il più delle volte essere fatto “a piedi”, senza riservare questi ultimi solo a scarpinate su sentieri di montagna o a sudati percorsi di jogging. “Il camminare di cui parlo non ha nulla a che vedere con l’esercizio fisico propriamente detto, simile alle medicine che il malato trangugia a ore fisse, o al far roteare manubri o altri attrezzi; è invece l’impresa stessa,l’avventura della giornata. Se volete fare esercizio andate in cerca delle sorgenti della vita. Com’è possibile far roteare dei manubri per tenersi in salute, mentre quelle sorgenti sgorgano, inesplorate, in pascoli lontani!”. Con queste parole Henry David Thoreau, scrittore americano, già due secoli fa dava un’idea di come il cammino fatto con un certo spirito potesse essere più gratificante di andare in palestra o giungere in una località comodamente scarrozzati da un’auto o un treno. […]




Tempo

Userei tanto volentieri la bicicletta ma … impiego troppo tempo, e tempo non ne ho mai

Senza dubbio la bicicletta non è il mezzo più veloce, a confronto con i mezzi motorizzati, ma in ambito urbano per distanze dell’ordine dei chilometri può diventare assolutamente competitivo, e in molti casi è senza dubbio il mezzo che permette di raggiungere la destinazione nel minor tempo possibile. È vero le auto e i motorini possono raggiungere velocità di due, tre, quattro volte superiori a una bicicletta, ma a fin dei conti la velocità media è quella che conta, e se è vero che le auto ci superano nei viali sgombri, noi li recuperiamo pedalando agli ingorghi, e seguendo piste ciclabili, parchi e zone pedonali, possiamo ottenere buoni vantaggi. Provare per credere.

Fino a 5-10 chilometri in pianura la bicicletta è senza dubbio il miglior mezzo di trasporto per le zone ad alta densità di popolazione. La bicicletta non crea blocchi di traffico, può viaggiare anche in zone esclusivamente riservate ai pedoni se condotta a mano, può raggiungere zone verdi e centri storici, può essere parcheggiata in pochi secondi.

Se infatti consideriamo gli ingorghi di traffico e l’individuazione di un posto per parcheggiare, l’automobile in città diventa tra i mezzi più lenti e inaffidabili. Di fatto i mezzi pubblici promiscui e le auto dipendono dalle condizioni del traffico e non possono garantire tempi di percorrenza certi; la bicicletta invece potendo viaggiare su corsie preferenziali e su aree pedonali è del tutto indipendente dalla situazione del traffico e conduce a destinazione sempre nello stesso tempo, permettendo di potersi organizzare al meglio e non mancare i propri appuntamenti.

Per le distanze elevate, superiori ai dieci chilometri, i tempi di percorrenza possono essere troppo eccessivi per degli spostamenti quotidiani: si può infatti andare oltre un’ora di viaggio (mediamente per fare 5 km in città si impiegano 20 minuti). In tal caso, si può optare per altri mezzi, oppure se non vogliamo abbandonare la nostra fidata bici, possiamo utilizzare i mezzi pubblici che permettono il trasporto anche delle biciclette (vedremo nel paragrafo dedicato altri dettagli).

Perciò non usare la bicicletta perché “ci vuole troppo tempo” è un alibi che spesso non si regge in piedi, specie se ci spostiamo in ambito urbano.

Clima

Userei tanto volentieri la bicicletta ma … con la pioggia e il freddo non ce la faccio, e il caldo poi!

È vero che è da incoscienti andare in bicicletta in condizioni meteo estreme, ma considerare condizioni estreme qualsiasi scostamento dai 25 gradi centigradi e cielo senza nuvole è altrettanto da sconsiderati. Spesso ci rifugiamo nella giustificazione di un clima troppo freddo o troppo caldo, oppure di una sparuta minaccia di pioggia per autocompiacersi e mettersi la coscienza a posto, ogni volta che siamo tentati di cambiare rotta e invece per pigrizia torniamo alle solite scelte di sempre.

La questione del clima come ostacolo insormontabile all’uso quotidiano della bicicletta non regge molto, basti pensare che nel nord Europa, in paesi come l’Olanda, la Danimarca, la Germania, la bicicletta è normalmente utilizzata nonostante le condizioni meteorologiche siano ben più avverse (inverni più rigidi, piogge e nevicate più frequenti, minor ore di luce) che nel nostro paese, il paese del sole.

Con un po’ di accortezze e qualche espediente è possibile pedalare comodamente dai -5°C ai 35 °C senza disagi o inconvenienti. Provare per credere. Vedremo in dettaglio qualche consiglio pratico nei paragrafi seguenti. […]



lunedì 21 luglio 2014

Wangari Maathai per la decrescita


«Nelle società più benestanti c’è chi per muoversi va a piedi o prende un mezzo pubblico o usa la bicicletta anziché l’auto. Alcuni utilizzano l’acqua con parsimonia, riducono il consumo di energia elettrica, e quando vanno a fare la spesa si portano una sporta anziché usare i sacchetti di plastica. Quelli che vivono nei Paesi industrializzati possono isolare la propria casa, cambiare le vecchie lampadine con quelle fluorescenti compatte o con le luci led e comprare elettrodomestici a basso consumo energetico. Possono tingere di bianco i tetti dei loro edifici per raffreddare le città riflettendo la luce e il calore nello spazio piuttosto che lasciarla assorbire da tetti incatramati di nero delle case e delle strade.

Possiamo tutti tirare lo sciacquone meno spesso e sprecare meno acqua, o trovare dei modi per raccogliere quella piovana. Possiamo sostenere la produzione organica, mangiare alimenti prodotti a livello locale con un basso impatto climatico e consumare meno carne. Possiamo tutti lavorare per impedire la deforestazione e il degrado delle foreste esistenti, porre fine alla pratica “taglia e brucia” e adottare abitudini che impediscano l’erosione del suolo e la perdita della biodiversità. Tutti possiamo piantare alberi e arbusti, creare un riparo e un habitat per gli animali selvatici. 

Ci sono molte azioni ordinarie e facilmente attuabili che possono apportare un cambiamento significativo nella nostra vita quotidiana. Come il semplice gesto di piantare un albero: potrebbe sembrare che non si ottenga granché a livello individuale ma, invece, questi banali atti sono una parte essenziale del concentrarsi sulle piccole cose. Magari non si vedranno i risultati di queste azioni dallo spazio; magari non li noteranno neanche i nostri vicini. Ma se tutti compissero uno, due, o tutti questi passi, l’impatto potrebbe essere enorme»

Estratto da “La religione della Terra” di Wangari Maathai

lunedì 3 settembre 2012

A dieta di modernità



Ovvero la cura di disintossicazione dalla crescita e il recupero della nostra umanità


Introduzione

Il blog DFRU lancia un'iniziativa per una esperienza mistico-spirituale a livello individuale. Si tratta di intraprendere una vera e propria cura basata su un'apparente rinuncia a oggetti della modernità che riteniamo per noi particolarmente tossici sotto il profilo dei rapporti umani o comunque della nostra stabilità psico-fisica, quindi della nostra felicità oltre che per l'ambiente e l'economia in generale. Un'astinenza del tutto volontaria e consapevole per un periodo di almeno un mese a partire da una data qualsiasi, senza interruzioni.
Questi oggetti tossici possono essere di vario tipo. Alcuni tra i più tossici se usati incosapevolmente, come tutti siamo abituati oramai a fare quotidianamente, sono: l'auto e ogni mezzo motorizzato, la TV, il cellulare, internet, la carne, l'ascensore, i climatizzatori (ecc...). Ogni persona fa una scelta individuale basata sulle proprie caratteristiche e sulle proprie convinzioni. Forse suggeriamo di provare almeno un periodo di cura con un oggetto soltanto, nel momento che noi riteniamo più opportuno, con serenità e leggerezza. 
L'astensione deve essere preferibilmente totale e prolungata per almeno un mese, salvo ovviamente situazioni in cui persone o cose sono a rischio di salute o sicurezza. 
Dopo aver passato il periodo di cura, invitiamo ciascun sperimentatore a scriverci (creazione.valore@gmail.com) un breve articolo con la propria esperienza, riportando l'esperienza, riflessioni, indicazioni, valutazioni. 
Lo scopo principale di tale iniziativa assurda forse non è evidente per tutti. Il punto cruciale è quello di recuperare il piacere di vivere semplicemente, di apprezzare la vita per ciò che è, semplificandola e in tal modo assaporandone la vera essenza. Da una grande rinuncia a certi oggetti tossici, in quanto inquinano la nostra umanità e non perchè essi siano totalmente negativi di per sé, risulterà in effetti un grande beneficio per quanto riguarda il riscoprire la bellezza e la profondità della nostra esistenza terrena. 
Da questa esperienza, potremo capire l'uso che facciamo di questi oggetti, liberarci dal loro attaccamento e cominciare a farne un uso diverso, consapevole sotto tutti gli aspetti. Nessuno si augura di tornare all'età della pietra, ma di cambiare il proprio approccio alla quotidianetà.

Auguro a tutti, quindi, una buona dieta di modernità e una felice esperienza di vita. 


Indicazioni e regole generali dell'iniziativa: 

  • Per partecipare all'iniziativa occorre mandare una email all'indirizzo creazione.valore@gmail.com indicando nome, comune di provenienza, l'oggetto scelto per la dieta e la data di inizio;
  • il periodo di dieta deve essere minimo un mese;
  • il periodo di dieta deve essere totale e continuativo;
  • a fine del periodo, con tutta calma e serenità, scrivere un breve articolo, anche poche frasi, sulla propria esperienza, riportando episodi, riflessioni, pareri, conclusioni positive e negative;
  • in caso il perido non venga portato a termine, è possibile ricominciare da capo, oppure anche scrivere un'email riportando riflessioni e commenti sul motivo per cui non si è riusciti a finire la dieta.

Buona dieta a tutti!!

mercoledì 16 maggio 2012

Appunti dai Paesi Bassi


La cultura della bicicletta, la cultura del buon senso


Pochi giorni nei Paesi Bassi mi sono bastati per comprendere il divario culturale che esiste tra olandesi e italiani. Fino ad ora avevo sentito dire che in Olanda molti viaggiano in bicicletta, lo sapevo forse da sempre, ma andare là e poter osservare come si svolge la vita di tutti i giorni mi ha da una parte sconvolto e dall’altra incoraggiato, potenziando il mio senso della possibilità. 

Vivendo in Italia si è necessariamente condizionati dalla cultura del luogo e del tempo, secondo la quale non è pensabile usare i piedi o una bicicletta quando si ha un motorino o un’auto a disposizione, persino per pochi passi. E le ragioni di ciò sono tante tra cui spicca la ragione prettamente culturale-sociale per cui usare l’auto specie se di grande dimensioni e all’avanguardia eleva l’uomo, lo rende socialmente più attrattivo nonché superiore e progredito. Inutile negarlo, il nostro paese è pervaso ormai da anni dal mito dell’auto, che non a caso ha trascinato fino a pochi anni fa la nostra economia. 

L’altro motivo fondamentale è la schiavitù psicologica-energetica nei confronti dei mezzi di trasporto motorizzati privati, che fa comunque capo a un’intensa dipendenza rispetto a ogni sistema tecnico in grado di svolgere funzioni al nostro posto. Se l’impero romano è stato messo in crisi dalla mancanza di schiavi, che svolgevano gran parte del lavoro fisico, per la mancanza di nuove guerre, oggi il sistema è messo in crisi dalla scarsità delle fonte fossili facilmente accessibili per lo spaventoso incremento delle economie e delle popolazioni dei paesi del Sud e per la loro naturale limitatezza.

Questi due aspetti sono i principali ostacoli che dobbiamo superare per applicare una nuova cultura basata sul buon senso. 

In Olanda tutti vanno in bicicletta. Seduto a un caffè osservo la strada davanti a me. Passano biciclette in continuazione. Giovani in bicicletta, donne, uomini, anziani, anche i più piccoli. In ogni dove ci sono rastrelliere ben tenute e ben fatte (alla stazione ve ne sono persino su due piani). Le biciclette sono evolute, attrezzate di tutto punto, con borse, cestini, luci, blocchi di sicurezza, doppio sistema frenante, molte sono addobbate con fiori di plastica, che in Italia sarebbero immediatamente rubati dal primo passante. Nei negozi si vende tutta l’attrezzatura per andare in bici e le piste ciclabili sono diffuse, pulite, sgombre, senza buche o interruzioni, arrivano persino fuori dai centri urbani nei paesini limitrofi. Ci sono semafori, strisce pedonali, incroci, svincoli, una vera e propria rete stradale per le biciclette. Perché in Olanda non si va in bicicletta solo quando c’è il sole e la temperatura è confortevole, non si fanno soltanto le passeggiatine la domenica o le scampagnate di centinaia di chilometri. In Olanda la bicicletta è prima di tutto un mezzo di trasporto comune, economico, ecologico ed efficace. 

Questa cultura nasce da scelte politiche. In Italia viviamo l’opposto, anche se ultimamente, anche grazie al rincaro della benzina molte persone si stanno abituando all’uso intenso della bici in città. In una città come Maastricht, pur senza avere dati alla mano, ci rendiamo conto subito che il rapporto tra biciclette e motorini è l’esatto contrario di quello di Firenze. A Maastricht le biciclette sono ovunque per le strade e pochi i motorini, a Firenze migliaia e migliaia di motorini, distese di motorini parcheggiati ovunque e pochissime biciclette. Pensate che in Olanda i motorini viaggiano nelle piste ciclabili assieme alle biciclette senza creare confusione e disagi. Immaginate una cosa del genere in Italia: semplicemente impensabile. 

I Paesi Bassi sono anche il paese dove le droghe leggere e la prostituzione sono legalizzate. La marijuana è prodotta in Olanda per l’Olanda. Fumare uno spinello e andare in una casa d’appuntamento non è un tabù, non sarà forse considerato un'abitudine retta e salutare, ma non vi è nessun pregiudizio o preconcetto. L’Italia è l’opposto. In Italia le droghe leggere e la prostituzione sono vietate e perseguite, ma sono convinto che gli italiani sono tra i migliori consumatori di tali prodotti e servizi nel mondo intero. Pensare a un’Italia dove la prostituzione e la marijuana fossero legalizzate: semplicemente impensabile. La questione è ancora una volta principalmente culturale.

Quello di cui abbiamo bisogno perciò, in Italia come altrove, è di un rinnovamento culturale basato su un buon senso condiviso e consapevole. Liberandoci da alcune pesanti illusioni che ci legano a credenze profonde come quella che un maggior reddito e un maggior consumo energetico siano sempre e comunque desiderabili e a diretto vantaggio del nostro benessere, o come quella di credere che certi oggetti come l’auto, o i soldi più in generale, abbiano il potere intrinseco di renderci migliori, più felici, invece di sostenere che sono le relazioni che ci permettono di sperimentare un profonda gioia e un forte senso di realizzazione umana. 

venerdì 20 aprile 2012

Sobrietà, secondo Maurizio Pallante

More about Felicità sostenibile

«Nelle società fondate sulla crescita del PIL la sobrietà non ha diritto di cittadinanza. Deve essere espunta dal sistema dei valori. Detto fatto: è stata trasformata nel vizio della taccagneria. Chi non cambia il suo guardaroba tutte le stagioni, fa durare gli oggetti a lungo, non getta il cibo avanzato nei rifiuti ma lo mangia il giorno dopo, invece di riscaldare la sua casa a 22 gradi aprendo le finestre quando ha troppo caldo, mette il termostato a non più di 18 gradi e indossa un maglione, viene considerato uno spilorcio, un poveretto che non ha i mezzi sufficienti per vivere allo standard medio. Poichè ogni grado di temperatura in più fa crescere i consumi di gasolio o di metano dell'8 per cento, chi riscalda la sua casa a 22 gradi manda nell'atmosfera il 32 per cento di anidride carbonica in più di chi la riscalda a 18 gradi, aumenta le possibilità di ammalarsi in conseguenza degli sbalzi termici che il suo corpo subisce quando esce e per ottonere questi bei risultati paga anche dei soldi in più di chi si comporta con sobrietà. Pardon, con taccagneria»

«Chi saprà recuperare la saggezza della sobrietà e riscoprirà le conoscenze e le tecniche per ridurre al minimo gli sprechi, non soltanto non subirà limitazioni dalla diminuzione della produzione di merci, non soltanto riuscirà a compensare la riduzione del suo potere d'acquisto, ma riscoprirà modi più soddisfacenti di lavorare e di vivere, di rapportarsi con sè, con gli altri e con i luoghi in cui vive. Perchè la sobrietà è un modo responsabile di agire nei confronti di se stessi oltre che della terra. Riduce lo spazio occupato dalla cura delle cose nella propria vita, consente di dedicare meno tempo al lavoro e al consumo, e di dedicarne di più a se stessi, alle proprie relazioni affettive, alla propria creatività, alla contemplazione. A ciò che dà senso alla vita. La sobrietà è l'atteggiamento che consente di sfuggire a quella mutazione antropologica che secondo Pasolini ha indotto a "privilegiare, come solo atto esistenziale possibile, il consumo e la soddisfazione delle sue esigenze edonistiche", comportando una "riduzione degradante dell'uomo a automa - spesso sgradevole e ridicolo"»

Maurizio Pallante, La felicità sostenibile, 2009

lunedì 28 novembre 2011

Una giornata serenamente decrescente

Stamattina mi sono svegliato grazie alla luce del sole che penetra nella stanza. Mi sono vestito nella penombra, riacquistando lentamente la sensibilità degli occhi. Ho indossato i miei vestiti, la maggior parte dei quali proviene da un negozio di usato e alcuni dei quali li ho ricevuti a una serata di scambio e dono. Allacciandomi le scarpe ripenso da quanti anni le uso, che nonostante tutto il tempo trascorso sono ancora in buono stato e le indosso sempre con molto piacere.
Mentre mi dirigo verso il bagno, controllo il termostato, che è regolato in modo che la casa non superi mai i 18-19 gradi. Mi lavo il viso e le mani facendo attenzione a non tenere il rubinetto acceso mentre non uso l’acqua. Mi lavo i denti utilizzando il buon dentifricio da me autoprodotto. Ripenso a come riesco a tenere pulito e disincrostato il bagno semplicemente utilizzando aceto di vino bianco, invece di impiegare vari detergenti chimici corrosivi. Recupero l’acqua come meglio posso in una bacinella e poi la uso al posto dello sciacquone, per annaffiare le piante o per lavarmi la biancheria.
Passo in cucina e mi preparo la colazione: scaldo dell’acqua per il the, affetto del dolce fatto in casa, prendo dello yogurt autoprodotto e una mela che mi ha donato il mio vicino. Bevo acqua fresca direttamente dal rubinetto. Non produco nessun rifiuto con la mia colazione e sono sicuro che ogni alimento non contiene conservanti né coloranti o altri additivi chimici non salutari ed è prodotto localmente.
Esco di casa ed osservo il cielo mattutino. È azzurro e non c’è una nuvola. Opto allora per la bicicletta, lasciando il bus per le giornate piovose e più fredde. Faccio pochi metri ed incontro il mio vicino. Ci salutiamo, ci diamo il buongiorno ridendo, ci raccontiamo le ultime novità, lui mi invita il giorno dopo a casa sua per fare insieme il pane e fare due chiacchiere. Da qualche anno, con i miei vicini mi vedo spesso, ci scambiamo favori in continuazione, facciamo molte attività per la casa insieme, ci diamo consigli, impariamo l’un l’altro, ci confrontiamo, ci aiutiamo e scambiamo le nostre opinioni e idee in modo aperto e sereno.
Percorro la città in bicicletta sotto il sole tiepido, l’aria frizzante della mattina mi solletica. Il mio fisico lavora e io mi muovo agilmente per le strade, senza inquinare, senza ingombrare, senza arrecare rischio per me e per gli altri, senza far rumore, gustandomi il tragitto e il paesaggio, salutando le persone che incontro, soffermandomi con lo sguardo su un dettaglio, su un volto su di un sorriso innocente. Sento che sono in armonia con me stesso, con gli altri e con l’ambiente.
Arrivo a lavoro, saluto i miei colleghi augurandogli una buona giornata lavorativa. I rapporti di lavoro sono professionali, c’è rispetto tra di noi, senza alcuna compiacenza subdola, invidia o rabbia repressa. Sono abituato ad affrontare ogni incomprensione tramite il dialogo e il confronto. Cerco sempre di pormi domande, di mettermi in discussione, di migliorare, nonostante mantenga una determinazione e una risolutezza di atteggiamento.
Nelle pause ci beviamo il caffè nel corridoio usando rigorosamente tazze di porcellana di cui ci siamo dotati da tempo. In ufficio facciamo attenzione a quanta carta utilizziamo, cerchiamo di ridurre al minimo indispensabile gli sprechi, così come con la luce, cerchiamo di sfruttare la luce solare finché è possibile e stiamo attenti a non lasciare accese luci che non servono a nessuno. Non usiamo climatizzatori, preferiamo la libera circolazione d’aria, e di inverno preferiamo indossare un maglione in più piuttosto che tenere costantemente in funzione i termosifoni.
Dopo lavoro mi organizzo sempre del tempo libero per leggere, dedicarmi ai miei svaghi, per fare sport all’aria aperta, per incontrare gli amici, per cucinare, per ascoltare della musica, per scrivere, dipingere, suonare il mio strumento oppure semplicemente oziare.
Quando vado a fare la spesa preferisco sempre i piccoli negozi o i mercati locali, dove ho buone conoscenze e dove incontro sempre qualcuno che conosco. Compro solo ciò di cui ho bisogno al momento. Molte cose le preparo a casa, altre le scambio con i vicini, altre ancora le compro direttamente dal produttore. Per fare la spesa uso una grossa sacca di stoffa che porto comodamente nella bicicletta.
La cena solitamente è a base di legumi, di formaggi o uova, mangio sempre molta verdura fresca e cereali, molta frutta di stagione, la carne solo due o tre volte alla settimana. Non compro quasi mai cibi congelati o confezionati, prediligo le porzioni sfuse. Lo stesso vale per il sapone che acquisto alla spina, uno solo sapone che è ottimo per lavare ogni parte del corpo.
Dopo cena di solito leggo oppure converso con i miei amici o familiari, ci raccontiamo storie, spesso esco nella piazza dove incontro tante persone che conosco e dove c’è sempre qualche attività culturale ricreativa.
Prima di andare a letto faccio un po’ di meditazione a lume di una candela da me costruita con rimasugli di cera. Dedico qualche decina di minuti a me stesso, al mio respiro, alla mia concentrazione, alla mia consapevolezza. Ringrazio l’universo per la giornata appena trascorsa e faccio un grosso inchino alla vita tutta, contemplando l’intima relazione che lega tutti i fenomeni.
Mi addormento con un impercettibile sorriso di gioia interiore.

lunedì 7 novembre 2011

ELENCO BUONE PRATICHE PER IL RISPARMIO ENERGETICO

SEMPLICI CONSIGLI, GRANDI RISULTATI

Redatto dall’Arch. Daniela Brarda, estratto dal sito Università del saper fare

Senza sacrifici e senza rinunce al comfort, si può modificare lo stile di vita per utilizzare in modo corretto e sostenibile le risorse energetiche ed ambientali

· Abbassare le tapparelle delle finestre appena fa buio per impedire la dispersione del calore interno attraverso i vetri delle finestre.

· Non aprire le finestre quando l'impianto di riscaldamento è in funzione. E' un inutile spreco, l'aria calda dei radiatori tende a uscire verso l'esterno lasciando posto a quella fredda.

· Non aerare i locali troppo a lungo. In inverno aprire le finestre nelle ore più calde e in estate nelle ore più fresche

· La manutenzione e la pulizia regolare della caldaia, effettuata da tecnici specializzati, permette di avere il riscaldamento in piena efficienza e ridurre gli sprechi nel consumo di gas durante la stagione fredda. E' consigliabile effettuarla nel mese di settembre, quando le ditte specializzate non sono nel pieno della loro stagione lavorativa e possono dedicare più tempo alla manutenzione degli impianti ed eventualmente provvedere per tempo e senza disagi per gli utenti alla riparazione e messa a punto della caldaia.

· In caso di prolungata assenza spegnere la caldaia e regolate il timer per farla riaccendere poco prima del vostro ritorno.

· La temperatura di benessere in casa è di circa 20 gradi di giorno e 16 di notte. Ogni grado in più equivale a una maggiorazione della spesa del 6-10% (o superiore, molto dipende dal vostro comportamento come utente).

· Applicare un film trasparente termoisolante. E' una scelta più economica del doppio infisso, consente di ridurre la dispersione di calore dalle finestre applicando un rivestimento adesivo trasparente sul vetro. Si tratta tuttavia di una soluzione temporanea, meno efficace del doppio infisso nel trattenere il calore.

· tenere la temperatura della caldaia più bassa possibile; più i termosifoni sono estesi, minore è la temperatura necessaria al calorifero per scaldare l'abitazione;

· scaldare le diverse camere in modo diverso a seconda dell'uso;

· scaldare solo nelle ore in cui è necessario;

Per chi vive in condominio

Gli impianti centralizzati sono molto più efficienti delle caldaie autonome, che sono peraltro più pericolose.

Nei condomini l'autonomia si può realizzare con la contabilizzazione separata del calore, che responsabilizza gli utenti all'uso razionale dell'energia e permette a ciascuno di programmare la temperatura desiderata.

Anche la legge riconosce questa priorità: gli edifici nuovi e ristrutturati devono essere progettati e realizzati in modo tale da consentire l'adozione di sistemi di termoregolazione e di contabilizzazione del calore per ogni singola unità immobiliare.

Inoltre per decidere di cambiare il sistema di contabilizzazione è sufficiente il voto della maggioranza dei presenti all'assemblea condominiale in seconda convocazione e di quelli che possiedono la maggioranza dei millesimi.

Il risparmio sulla bolletta energetica rispetto all'impianto centralizzato è di circa il 20%.

· Pulire regolarmente le lampadine. La polvere che vi si deposita sopra può ridurre del 10% il livello di illuminazione.

· Nelle lampade per l'illuminazione esterna installare sensori di movimento. Permettono di risparmiare energia accendendo la luce solo quando si avvicina qualcuno.

· nei viali del giardino applicare lampioncini fotovoltaici. Si ricaricano col Sole e non sprecano energia elettrica.

· acquistare elettrodomestici a basso consumo energetico in clase A o A+;

Frigorifero

· sbrinare spesso il freezer: la formazione di ghiaccio alza i consumi

· sostituire le guarnizioni nell’eventualità di crepe o deformazioni

· pulire le serpentine esterne del condensatore: lo sporco riduce l’efficienza

· se è vecchio e si vuole sostituirlo, acquistare un modello ventilato di classe A+ o A++ (ridurrai del 40% il consumo energetico e avrai diritto ad un incentivo del 20% sul prezzo di acquisto, fino ad un massimo di 200 euro)

· calcolare una capienza sufficiente per la famiglia: un frigorifero inutilmente grosso consuma di più, per 4 persone bastano 220-280 litri

Climatizzatore

· impostare la temperatura a 5-6 gradi in meno rispetto a quella esterna

· tenere chiuse le finestre onde evitare sprechi

· ombreggiare le finestre esposte a sud e a ovest

Lavatrice

· non lavare mai a 90 gradi

· evitare il prelavaggio, tranne se necessario

· prediligere il pieno carico

· chiedere all’installatore di collegare la lavatrice alla rete dell’acqua calda

· usare la lavatrice la sera o nel fine settimana, quando il prelievo di corrente è più basso

Lavastoviglie

· usare il pieno carico

· non eseguire il prelavaggio

· evitare le temperature troppo alte

· bloccare il ciclo di asciugatura ad aria calda, che consuma molto, piuttosto asciugare a temperatura ambiente aprendo il portello

· chiedere all’installatore di collegare la lavastoviglie alla rete dell’acqua calda

· utilizzare i cicli brevi se le stoviglie sono poco sporche

· utilizzarla nelle ore in cui l’energia costa di meno

Forno

· non aprire troppe volte la porta per controllare la cottura: utilizza la luce interna

· se è ventilato, azionare la ventola: si potrà tenere più bassa la temperatura e cuocere contemporaneamente più piatti

Scaldabagno

Quello elettrico è davvero oneroso. Meglio un modello a gas che fa risparmiare il 40% sulle bollette e riduce le emissioni di gas serra. Usalo così:

· controllarlo periodicamente per evitare depositi di calcare che lo rendono meno efficiente

· regolare il termostato a 40-50 gradi

· spegnerlo di notte e quando non serve

· fare la doccia (consumando 25/30 litri) invece del bagno (anche più di 100 litri!);

· lavare frutta e verdura in bacinella e non in acqua corrente e riutilizzare l'acqua per innaffiare le piante;

· chiudere il rubinetto quando ci laviamo i denti, ci radiamo

· fare riparare i rubinetti o il water che gocciolano; da un rubinetto che perde una goccia ogni due secondi fuoriescono quasi 6000 litri di acqua all’anno;

· nei giardini domestici evitare pavimentazioni impermeabilizzanti

· a proposito di annaffiatura: avendone la possibilità non usiamo acqua potabile ma acqua di pozzo o di cisterna raccogliendo l'acqua piovana, e soprattutto innaffiamo il giardino al mattino presto oppure dopo il tramonto: il terreno caldo fa evaporare buona parte dell'acqua prima che venga assorbita, e lo sbalzo termico rovina le piante. Inoltre, innaffiare sempre lentamente, in modo che l’acqua non scorra via e penetri in profondità (almeno per 30 centimetri), favorendo la crescita di radici forti e profonde, più resistenti alla siccità. Infine, non aspettare che il suolo sia completamente secco e indurito per innaffiare, poiché assorbe l’acqua peggio e più lentamente. Usare la pacciamatura , cioè ricoprire di materiali organici (pezzi di corteccia di pino, frammenti di legno e compost, pellets, frammenti di pigne, etc.) o minerali (lapilli vulcanici, conchiglie, ghiaia, etc.) il terreno in modo da formare uno strato di 10-15 centimetri che protegge le radici dalla siccità e dal caldo eccessivo, ed il suolo rimane più fresco e trattiene meglio l’acqua, riducendo fortemente l’evaporazione.

giovedì 8 settembre 2011

Appunti dal Portogallo. Considerazioni personali sulle questioni ambientali e dintorni.

Al termine di questa breve ma intensa esperienza portoghese, e vista anche la tematica principale sulla quale verteva l’intero progetto, ovvero l’ambiente, ritengo opportuno nonché dilettevole riportare a margine alcune piccole impressioni personali sulle questioni ambientali e la loro incidenza nella vita di tutti i giorni.

Ancor prima di arrivare, sorvolando il Portogallo in aereo e poi percorrendo le strade a grande scorrimento, si notano diversi impianti eolici in funzionamento, soprattutto sui crinali di monti non troppo elevati. Infatti, già nel 2008 in Portogallo erano installati 2862 MW di eolico e 3898 MW alla fine del 2010, risultando il sesto paese nella comunità europea per potenza installata e il quinto (31 MW/1000 km2, al 2008) se si considera la potenza installata sull’unità di superficie del territorio nazionale [1]. Per termine di paragone, il carico elettrico di picco in Portogallo oscilla solitamente tra 7 e 10 GW, quello italiano è ben superiore (~45 GW).

Lo sviluppo del fotovoltaico ha raggiunto e superato i 130 MW di potenza di picco installata alla fine del 2010 [2]. Una quantità ancora piuttosto limitata, ma che comunque è destinata a crescere nel prossimo decennio.

Come in tutti gli altri paesi, anche in Portogallo la diffusione di impianti alimentati ad energia rinnovabile è strettamente legata alle decisioni politiche in materia di incentivi statali che permettano investimenti sicuri e ne riducano il tempo di ammortamento a circa 7-8 anni.

La tutela del nostro ambiente e la sostenibilità delle nostre attività sono ben lontani dall’essere completamente salvaguardati dal crescere esorbitante delle fonti rinnovabili, che pur rappresentano una buona direzione per il nostro futuro.

Ancora più importante e decisivo sarà il nostro comportamento sostenibile nella vita quotidiana, che influenzerà di conseguenza tutti gli altri ambiti.

Cominciando dai trasporti, sicuramente il mezzo più utilizzato in Portogallo è l’automobile. Escludendo Porto e Lisbona che sono ben servite nelle loro aree urbane da un’efficace rete di bus, tram e metro, le restanti città portoghesi, tutte di piccola e media dimensione sono principalmente a “misura d’auto”.

In una cittadina come Viseu, ad esempio, con i suoi 93500 abitanti [3], ha una vasta diffusione superficiale e una bassa densità di abitazione (Siena con i suoi 54526 abitanti ha una densità di 461 ab./km2 contro i 184 di Viseu [3]), sfavorendo di conseguenza il funzionamento efficace dei mezzi di trasporto pubblici, nonché delle biciclette.

Passeggiando per le vie di Viseu, che non siano quelle del piccolo centro storico, ci si sente veramente soli sui marciapiedi, pochi sono i pedoni che percorrono tratti rilevanti, pochissime le biciclette. In Italia le cose vanno forse peggio, certe volte viene persino da pensare che alcune zone della città siano state pensate e costruite per le automobili e non per le persone.

Devo ammettere però che i pedoni portoghesi, a differenza degli italiani, sono solitamente più rispettati, specie nell’attraversamento sulle strisce. In Portogallo è sufficiente avvicinarsi alle strisce pedonali per far rallentare e fermare anche con estremo anticipo le automobili che sopraggiungono rapidissime. In Italia, il pedone guardingo deve cogliere l’attimo utile per potere fare un guizzo tra una macchina e l’altra, senza sperare di veder qualcuno rallentare per permettere il suo passaggio sicuro.

Una città come Viseu, capoluogo del relativo distretto, non ha una stazione ferroviaria e il servizio di autobus urbano non è molto popolare, specialmente tra i giovani. L’esempio lampante dello spreco di risorse è la costruzione della funicolare, una goffa cabina che viaggia su dei binari a una velocità imbarazzante per un percorso che non raggiunge neanche i 400 metri, e di cui solo la metà in salita. Per fortuna il biglietto è gratuito!! Altrimenti non la userebbe davvero nessuno, neanche qualche curioso turista.

In città non sono presenti piste ciclabili, né strutture per il parcheggio delle biciclette. È stata realizzata una pista ciclabile che dalla periferia percorre diversi chilometri fuori città, e che quindi è prevalentemente utilizzata per scampagnate domenicali.

La mia impressione è che, in Portogallo, come in Italia (in Italia siamo messi male anche nelle grandi città), l’automobile è un forte elemento culturale alla base della società, un elemento cardine da cui pochissimi possono prendere le distanze. L’auto è vita, senza auto non c’è spostamento, non c’è lavoro, non c’è vita. Ma in realtà, l’auto, oltre ad inquinare, provocare disagi (stress, rumore, traffico) e morti sulla strada, l’automobile ha anche un pesante effetto come disgregatore sociale.


Zona periferica di Viseu – dominata dalle auto

Uscendo la sera per bere qualcosa si nota subito quanto sia economica la birra portoghese e quanto sia piacevole consumarla al tavolo parlando con gli amici. La quantità di bottigliette di vetro accumulate ogni sera nei bar è enorme. Fa comunque piacere sapere che il vuoto viene reso indietro, infatti provando ad allontanarsi dal bar con la bottiglia in mano non ancora vuota veniamo rincorsi dal cameriere e gentilmente pregati di finire la birra e rendere a lui il vuoto. In Italia non accadrebbe mai una cosa del genere.

Passando da un bar all’aperto a una discoteca al chiuso veniamo invasi dal fumo delle sigarette, che per gli italiani ormai è solo un brutto ricordo. In Portogallo, ancora oggi, in quasi tutti i locali pubblici è permesso fumare senza alcuna restrizione.

L’aria condizionata è molto utilizzata in Portogallo e spesso se ne fa abuso, d'altronde come in tutti i paesi “sviluppati”. Dà stupore vedere i condizionatori accessi, anche quando non c’è un effettivo bisogno, sparare aria gelida che crea fastidio anziché apportare sollievo.

Dopo pochi giorni di ottima cucina portoghese, ci si rende conto che il piatto principe della cucina locale è la carne, accanto al pesce non molto caro. Passeggiando per le strade di Viseu si può sentire l’odore di carne grigliata persino alle ore più improbabili. La dieta portoghese, non proprio gemella di quella mediterranea, lascia largo spazio alle proteine animali, sfavorendo un’alimentazione più salutare e più rispettosa dell’ambiente e delle risorse naturali, basata invece su cereali e legumi. In Portogallo mangiare carne più di una volta al giorno è normale.

Come in Italia, i supermercati portoghesi sono ben forniti di ogni tipologia di prodotto, nelle varianti, colori, confezioni più disparati, tutto assortito e super conveniente. Si fa un largo uso di bottiglie in plastica per l’acqua, ma la cosa che stupisce sono le birre e tutte le altre bevande in bottiglia o lattina nella loro versione mini, ovvero in una dimensione ridotta da 20 cl, praticamente un solo bicchiere. Davvero molto carine come soprammobili, ma effettivamente un grosso spreco di materiale ed energia.

In un pomeriggio assolato ma non assolutamente afoso, percorro la tangenziale del centro storico, camminando sul marciapiede deserto, accompagnato soltanto dal rumoroso sfrecciare delle automobili (i motorini, che spesso fanno più rumore, per fortuna sono molto rari). Salendo per un tratto a un certo punto, sulla destra, si apre uno scorcio sul centro della città, con la suggestiva vista della cattedrale dominante la parte più alta. Colpito da quel panorama e dal calar del sole che lo rende ancor più invitante, non posso fare a meno di estrarre la macchina fotografica per immortalare quello spettacolo. Abbassando lo sguardo però l’estasi dovuta al paesaggio ridente si trasforma in cupa delusione nel vedere quanta sporcizia e quanti rifiuti siano abbandonati nel prato davanti a me. Il mio scatto né è rimasto tristemente impressionato.



Vista della cattedrale di Viseu

Negli ultimi giorni della mia permanenza colgo l’occasione di visitare per un giorno intero il festival musicale Andanças, che si tiene ogni anno in agosto in Carvalhais nei pressi di S. Pedro do Sul. L’evento mi colpisce a cominciare dalla presentazione sul sito e dalle indicazioni per raggiungere il luogo nelle quali si evidenziano le emissioni di CO2 che si possono risparmiare utilizzando i mezzo pubblici e incoraggiando i partecipanti a prendere il servizio bus dedicato all’evento con ulteriori sconti. Il festival comprende workshop di varie tipologie, principalmente di danza e di musica. Nel pomeriggio si susseguono lezioni di gruppo per svariati tipi di balli, altri workshop sono dedicati alle tematiche di sostenibilità ambientale come ad esempio l’impiego di erbe e composti naturali.

Il festival include anche un camping in una pinetina e un’area ristoro. Il tutto gestito e organizzato interamente da volontari che prestano il loro contributo in cambio della partecipazione gratuita al festival nelle ore libere (4 ore di lavoro ciascuno).

Un grande segno di civiltà, oltre che di coscienza ambientale, è l’assoluta assenza di bicchieri e bottiglie di plastica o di carta e di lattine. Ogni bar serve le bevande direttamente nei bicchieri delle persone; infatti ognuno ha la possibilità di comprare un bicchiere di latta e di usarlo al bar per bere ciò che ordina, oltre che per bere l’acqua liberamente distribuita in tutto il campo tramite un sistema di tubazioni e fontanelle diffuse. Persino la mattina è possibile fare colazione usando la propria “tazza”, doverosamente ripulita dalla sera prima. Un’idea banale ma che funziona benissimo e che probabilmente vale più di tante complesse manovre ambientali concepite dai politici nei palazzi di potere.

Sulla stessa riga, alla mensa il cibo è servito con piatti e posate non di plastica o carta, che ognuno, finito il pasto, deve sistemare accuratamente nella relativa cesta per poi essere lavati. Un’altra cosa che mi colpisce e incuriosisce mentre faccio la fila all’ingresso della mensa, collocato in posizione bene visibile per tutti, è un grosso contenitore trasparente nel quale viene gettato via via il cibo che resta sui piatti una volta puliti. Una scala graduata riporta la quantità in tonnellate di alimenti sprecati raggiunta. Anche questa è una semplice trovata per sensibilizzare tutti quanti al minimo spreco di una risorsa così preziosa come il cibo, e perché no, allo stesso tempo anche una sorta di trofeo alla buona condotta di ciascuno dei partecipanti, visto che il livello resta sempre basso col passare del tempo.

Queste piccole accortezza, come molte altre semplici idee, sono prove evidenti del fatto che la prima azione nel contrastare un uso incivile e irrispettoso dell’ambiente e delle sue risorse scaturisce proprio da banali, ma geniali, accorgimenti. Per rispettare l’ambiente e vivere da persone civili in una società civile non occorrono esclusivamente tecnologie avanzate e costose, ma ancor più incisive sono le piccole pratiche di serena e pacifica sobrietà.

Festival Andanças - Area relax


Luca Madiai

Viseu, agosto 2011


Riferimenti bibliografici

[1] Dati estratti dalle statistiche presenti nel sito http://www.ewea.org/

[2] Dati estratti dalle statistiche presenti nel sito http://www.eurobserv-er.org

[3] Dati Wikipedia

giovedì 25 agosto 2011

Il senso della "civiltà"

2 milioni di bottiglie di plastica usate ogni 15 minuti negli USA

Ogni volta che rifiuti ringraziando
un sacchetto di plastica quando fai un acquisto
Ogni volta che riempi la brocca
con acqua del rubinetto
Ogni volta che inforchi la bicicletta
anzichè il motorino
Ogni volta che opti per l'autobus
invece che per l'auto
Ogni volta che abbassi il termostato
perchè indossi una maglia in più

Ogni volta stai compiendo
un atto di vera civiltà.
Luca Madiai