«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 6 settembre 2021

Verso una società asettica

 



La società post-covid sarà una società asettica, in tutti i sensi. Assomiglierà molto a una distopia surreale, dove le relazioni con gli altri, con la Natura e con se stessi, saranno guardate con diffidenza, evitate, finanche proibite.

L'attuale pandemia ha notevolmente accelerato un processo di degradazione umana (così come sociale, economica e ambientale) oramai già in atto da decenni. Per paura di un virus (che ha una mortalità del 3%, e molto inferiore se si considera le età) già da oltre un anno abbiamo rinunciato a vivere. Ci siamo rintanati "come sorci" sotto assedio di qualche sparuto micio. Abbiamo rinunciato a vivere per sopravvivere, evitando tutto ciò che viene considerato futile se non inutile, come un abbraccio ad un amico o una cena conviviale. E abbiamo continuato a svolgere attività lavorative, le sole ad essere considerate utili e importanti, quando invece molti dei nostri lavori sono improduttivi se non dannosi. Come se l'uomo fosse una specie di macchia che necessita solo di essere alimentata per funzionare. Abbiamo rinunciato a vivere per paura della morte, dalla quale vogliamo continuamente rifuggire, che vorremmo abbattere, annientare, come se fosse un nemico da sconfiggere. La vediamo come un limite, qualcosa di negativo. Il fatto che noi non riusciamo più a dare un senso profondo alla morte, ci impedisce allo stesso tempo di dare un senso profondo alla nostra vita. Per questo ne abbiamo tremendamente paura, perché non la comprendiamo, perché non le diamo un senso d'armonia con tutto il resto.

La cosa più tragica di questa periodo di pandemia è che abbiamo, e stiamo tuttora, insegnando ai nostri figli a mantenere una distanza fisica, ed inevitabilmente emotiva, dagli altri, gli stiamo insegnando a diffidare degli altri perché potrebbero essere portatori di un male, a coprirsi il volto come se l'espressione di un sorriso non fosse qualcosa di vitale, a pulirsi le mani in continuazione alimentando le fobie e rendendoci sempre più sterili, biologicamente e al contempo umanamente. Al contrario gli stiamo incoraggiando, come ultima goccia che fa traboccare un vaso già colmo, ad abbandonarsi totalmente alle suadenti luminosità delle tecnologie digitali: oramai i migliori amici dei nostri figli sono smartphone, tablet e pc, quelli almeno sono sicuri, asettici appunto.

Non che ci fosse bisogno del covid, per carità, la strada della disgregazione sociale e della degradazione umana, ecologica (si pensi solo alle tonnellate di mascherine che finiranno negli oceani, negli inceneritori e nel migliore dei casi nelle discariche) ed economica-sociale (aprire una parentesi non mi basta e comunque credo sia ben chiaro a tutti) era già stata imboccata da decenni, o forse da secoli.

Sì, perché se ci fate caso la nostra umanità era già in una fase di disgregazione. Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente che più la tecnologia avanza e più l'umanità degrada perché tutte le relazioni vengono compromesse. Lo stesso discorso vale anche per gli altri ambiti: per l'ecologia, in quanto la natura si degrada sempre più al progredire della tecnica, e per l'ambito economico e sociale dato che crescono i posti di lavori perduti e cresce il divario tra ricchi e poveri.

La tecnologia disumanizza, ovvero allontana l'uomo dalla sua natura e dalla Natura, con conseguenze sociali, economiche e ambientali spaventose, proporzionali al suo avanzamento e alla sua diffusione. E non è questione di usarla bene o male, per fini nobili o deleteri, piuttosto nella sua stessa essenza è intrinseca una minaccia tanto latente quanto temibile, che se non è colta e limitata adeguatamente può condannare l'uomo e la vita sulla terra a una danno irreparabile.

Senza la necessità di demonizzare la tecnologia, che certo può e deve essere utilizzata, forse dovremmo capire che il suo avanzare non è da ritenersi sempre e comunque un miglioramento, dovremmo pensare a dove, come e quando sia davvero indispensabile, oppure possa essere preferibile impiegarla a un livello inferiore di complessità anche là dove fosse disponibile una tecnologia superiore a un prezzo vantaggioso.

Tenendo sempre bene a mente che più è avanzata la tecnologia più è forte il suo potere di alienazione, dovremmo quindi passare dall'impiego di una tecnologia sempre più avanzata in ogni caso e situazione all'impiego di una tecnologia adeguata (già da me proposta in "Ritorno all'Origine", 2012) in base al contesto.

Se pensiamo ad esempio alle più banali innovazioni tecnologiche che rendono comoda la nostra vita quotidiana (mi viene in mente: il selfservice automatico per fare la spesa o la benzina, il telepass autostradale, allo home banking e a tutti i servizi online) ci resta senz'altro difficile renderci conto che anche dietro a queste per noi semplici applicazioni, dietro alla loro innegabile convenienza e velocità, c'è nascosta la stessa identica minaccia.

Non abbiamo più un contatto umano, un sorriso o un saluto, ma ci confrontiamo con delle macchine, al massimo con degli schermi con voce metallica, e allo stesso tempo perdiamo dei posti di lavoro e creiamo maggior impatto sull'ambiente (se non altro per il consumo di energia).

Incrementando il livello di avanzamento tecnologico la minaccia diventa sempre più difficile da gestire e celare. Se pensiamo alla robotica e all'intelligenza artificiale che sono prossimi ad entrare nella nostra quotidianità capiamo che presto raggiungeremo una potenza d'alienazione della tecnologia così imponente che non sarà più l'uomo a fare uso della tecnologia, ma viceversa ne diventerà completamente assoggettato.

In sintesi, tutto quello che stiamo vivendo e che il covid sta accelerando, è frutto di un minaccioso virus, un virus non biologico ma piuttosto ideologico, ovvero il virus del progresso. L'idea del progresso si è diffusa da alcuni decenni in tutto il globo e ha contagiato tutti (la globalizzazione potrebbe anche essere vista come una sorta di pandemia in effetti) non risparmiando nessuno e sterminando letteralmente le antiche culture preesistenti.

Questo virus è nato dalla visione materialistica e dualistica della vita sorta e sviluppata negli ultimi cinque secoli (un niente in confronto al tempo trascorso dalla comparsa dell'uomo sulla Terra), una visione che ha decretato quale unico mezzo di conoscenza la scienza deterministica e riduzionista facendone un nuovo e più potente dogma (che sostituiva quello della Chiesa già in declino).

La fede cieca e assoluta nella scienza e nella tecnologia hanno quindi permesso al virus del progresso di diventare pandemico e "colonizzare l'immaginario" di tutti. I pochi, pochissimi, che ne sono guariti e ne sono, per così dire, diventati immuni sono oggi gli unici a essere considerati malati.

Mettere in discussione un dogma non è infatti possibile per definizione. Il dogma del progresso dovrà essere superato proponendo una nuova visione della vita e del mondo, che sia una visione non antropocentrica, non dualistica, non deterministica e non riduzionista, in altre parole una visione olistica che contempli l'unitarietà, l'interconnessione e l'interdipendenza di tutte le cose.

sabato 2 gennaio 2021

Eravamo già in emergenza

 



Eravamo già in emergenza, oramai da anni. La triplice crisi, economica, ecologica e umana, si stava già sviluppando da tempo, e l'attuale pandemia non ha fatto altro e non farà altro, nel futuro prossimo, che aggravare le cose, sotto tutti i punti di vista. Non serve specificare il disastro economico che il Covid ha generato. Non serve ricordare la quantità colossale di mascherine chirurgiche usa e getta che invaderanno i nostri ecosistemi. Si intuisce benissimo, senza bisogno di dati statistici, che la distanza fisica imposta alle persone dalle stringenti normative sanitarie sta già conducendo a un aumento pazzesco di disturbi psichici, tra l'altro già in forte crescita, soprattutto tra gli strati di popolazione più fragili. 

Il virus ci sta fornendo diversi insegnamenti, ma noi li stiamo totalmente ignorando, capaci di rispondere al problema soltanto con la nostra aggressività, dall'alto della nostra arroganza, di una supremazia su ogni altra forma di vita e su tutto il nostro ambiente. Siamo così ossessionati dalla morte e dal dolore che impiegheremmo qualsiasi mezzo per estirparli dalla faccia della terra. Ci affidiamo ciecamente alla scienza, nuovo idolo indiscusso e indiscutibile, appartenente alla religione del progresso. 

Quello che, grazie alla pandemia attuale, dovremmo iniziare a capire è molto semplice. L'uomo non è al centro dell'Universo, non è la migliore creatura che esista, e forse nemmeno la più evoluta. Il nostro ambiente non è qualcosa da piegare alle nostre necessità e da plasmare a nostro piacimento, ma è parte integrante del nostro organismo da cui trae origine e rinnovamento. La scienza non sarà mai in grado di spiegare e dare un senso completo alla nostra esistenza, non importa quanto progredirà, perché la scienza non ha gli strumenti adatti per accedere alle profondità insondabili della vita, per farlo dovremmo usare altri mezzi, di diverso tipo, riscoprendo magari la nostra spiritualità, che abbiamo rinnegato e dimenticato. La nostra gioia più piena non deriva dall'accumulo di beni materiali o di potere, non deriva dal dominio su tutto ciò che ci circonda, ma trova le sue radici nel nostro intimo e nelle relazioni armoniche che costruiamo con ciò che abbiamo attorno. 

Questa emergenza, però, insieme a tutte le normative che hanno limitato le nostre libertà sono diventate un importante precedente. Risulta evidente a questo punto che in uno stato di emergenza un governo può emanare ordinanze così restrittive da imporre, almeno temporaneamente, a tutte le persone di cambiare il proprio stile di vita, obbligandole a rispettare una serie di comportamenti inumani con la giustificazione di proteggere le loro vite. 

Mi chiedo, allora, perché non si è dichiarato, già da decenni, uno stato di emergenza riferito alla triplice crisi, obbligando i cittadini a rispettare delle precise norme ben ponderate, imponendo dei comportamenti umani e rispettosi dell'ambiente. La giustificazione in questo caso non sarebbe stata quella di salvarsi da un virus dal quale si può facilmente guarire e che, ci si augura, prima o poi svanirà, ma sarebbe stata quella di salvare il futuro dei nostri figli, di proteggere il bene più prezioso che abbiamo: la vita. E non intendo la nostra vita di esseri umani, intendo tutte le vite, la vita del pianeta Terra, di Gaia. 

Ancora più paradossale è il fatto che questa triplice crisi, ovvero l'incapacità dei nostri ecosistemi, e aggiungerei io anche della psiche umana, di reggere una crescita e uno sviluppo forsennati, è, già da tempo, sostenuta dalla comunità scientifica con studi approfonditi e tutte le evidenze necessarie. Dalla stessa scienza, quindi, che oggi viene sempre più posta come dogma inamovibile. 

Mi spiegate quindi perché la scienza e il progresso tecnico vengono usati come pretesti per imporci stili di vita e decisioni politiche, altrimenti opinabili, per "combattere" un virus (e le parole usate non sono casuali) ma non vengono considerati affatto quando ci stanno mettendo in allerta sul nostro sistema economico-sociale prossimo a un collasso generale?


lunedì 7 settembre 2020

Trattati Eretici, un commento di Gloria Germani




Un breve testo, composto come un dialogo socratico, che si legge con grande facilità ed immenso piacere. I dialoghi tra l’ospite e un giovane amico che è venuto a trovarlo (sull’esempio degli scritti di Nichiren) si alternano alle lettere scritte dal primo al secondo, mentre l’incredulità o l’opposizione iniziali si dipanano per far posto ad una rischiarante comprensione e condivisione. 

Contro il puerile ottimismo dei nostri tempi, in gran parte alimentato dall’industria e dal marketing, l’ospite ci mette di fronte alla triplice crisi che stiamo attraversando: ecologica, economica e umana e già dal primo incontro ne individua la radice: la fede sconsiderata nel progresso e nella crescita. Come aveva intuito con grande ironia, Tolstoj –citato nella quarta di copertina- , "Il progresso è una legge svelata solo ai popoli europei, ma così importante da dover assoggettare ad essa tutta l’umanità". 

L’intelligenza e la sensibilità di Luca Madiai individuano ancor meglio l’origine della crisi attuale in una visione del mondo: precisamente nel pensiero riduzionista che è alla base della scienza fin dai suoi albori. L’errore di fondo di questa visione consiste nel ritenere che ciò che non si può vedere, misurare, numerare, non esista affatto. La critica serrata del padrone di casa paragona la società industriale ad un treno che viaggia su rigidi binari a velocità sempre maggiore verso un baratro che si avvicina sempre di più. La tecnologia non è neutrale ed è lei che ci conduce e ci asservisce. 

Ma il fascino del libro consiste nel fatto che questa visione negativa e critica si trasforma ben presto in un messaggio chiaro e solare, di ciò che adesso è considerato eretico e magari denigrato, ma tra qualche decennio diventerà evidente a tutti. Seguendo la visione del buddismo di Nichiren Daishonin - che presenta comunque moltissime affinità di fondo con il buddismo madhyamaka, l’induismo vedantico e altre tradizioni culturali – Madiai individua la causa dell’attuale sbandamento in una distorta visione del mondo. Si tratta di una concezione di un mondo esterno e separato da noi stessi, parallelamente ad una concezione dell’io autonomo e distinto che in nome di tale autonomia vuol dominare su tutto il resto. I differenti approcci orientali conducono infatti alle medesime conclusioni. Non esiste affatto una realtà oggettiva esterna, ma ogni essere vivente genera il proprio ambiente attraverso la continua influenza tra mondo interiore e mondo esteriore. Nel superamento di ogni dualità si trova quell’Uno che sottostà ad ogni fenomeno e che è stato chiamato con tanti nomi: Dharma per i buddisti, Dio per i cristiani, Brahman per gli induisti, Logos per i greci, Grande Spirito per i nativi americani, Tao per i cinesi. Entrare in comunione con esso è il grande scopo di ogni vita che le varie vie mistiche hanno indicato. Come ci stanno dicendo anche la fisica quantistica e altre discipline contemporanee, la materia, che siamo abituati a considerare inerte ed estesa, è costituita dalla stessa essenza vitale cosmica che sostiene ogni altro essere. La manipolazione della supposta materia attraverso l’industria e la tecnologia è dunque un abominio. Il collasso climatico imminente non farebbe altro che dimostrarlo. 

Il libro a questo punto si espande illustrando la nona conoscenza e le tre verità secondo il buddismo di Nichiren, ma questi punti di arrivo saranno tratti comuni alla conoscenza futura. Si tratta di rimuovere le illusioni, prima tra tutte l’illusione della nostra individualità, del nostro essere indipendenti, del nostro voler proprio, mentre la verità prima è quella della non sostanzialità, cioè che niente ha sostanza propria e niente è permanente. Madiai mette a confronto queste posizioni con quelle della mistica cristiana, secondo la pluridecennale analisi di Marco Vannini. L’occasione è la medesima: quella di risvegliarci abbandonando ogni pretesa di controllo basata sul nostro piccolo io, mentre al contrario il culto della scienza e della tecnologia nel nome del progresso, sono mezzi ideali per alimentare la volontà di potenza del piccolo io. Teorie assurde? Nient’affatto. Si pensi che oggi tutta la fisica più avanzata attesta che il tempo non esiste affatto, che il tempo direzionale è un'illusione della mente, e senza il tempo anche l’idea di progresso svanisce miseramente. 

Il libro si chiude con un capitolo bellissimo e illuminante sugli scopi della vita (purushartha) e gli stadi della vita secondo la tradizione induista. Le fasi che l’uomo attraversa, dalla fanciullezza alla vecchiaia, sono come segnali che la natura ci offre per comunicarci che è tempo di lasciare questa vita e sono richiami alla nostra caducità ma, nello stesso tempo, anche all’eternità della nostra più profonda essenza. La vecchiaia è il momento ideale per prepararsi al ricongiungersi con il flusso vitale cosmico. Intendere la morte come un limite estremo da abbattere è l’ostacolo maggiore all’espandersi cosmico della coscienza e all’infinita gioia che l’accompagna sia a livello individuale che collettivo. 

Con l’augurio che questo messaggio chiaro e positivo possa raggiungere quante più persone possibile, in questa epoca post Covid di grandissimo pericolo e deragliamento. 

6 luglio 2020


mercoledì 29 aprile 2020

Siamo proprio sicuri di voler tornare alla "normalità"?



Siamo proprio sicuri di voler tornare alla "normalità"? A quella normalità. A una normalità fatta di una spasmodica nevrosi, la nevrosi della crescita ad ogni costo, quella normalità che, nella sua innocente inattaccabilità, ci sta uccidendo tutti, consapevoli o meno, concordi o meno, direttamente o meno. 

Vogliamo davvero tornare a correre a tutta velocità e a lottare gli uni contro gli altri all'inseguimento forsennato di una chimera, la chimera dello sviluppo, del profitto, della crescita? 

La adoriamo davvero così tanto quella normalità fatta di traffico e smog, corse e rincorse contro il tempo, stress e ansie da prestazione, invidie, asti e conflitti, lotte e, infine, amare delusioni o effimere gioie? 

È davvero la nostra natura quella competitiva, quella aggressiva, quella egoistica e insensibile espressa dalla società globalizzata e ultra-moderna? 

È oramai nel nostro indelebile destino rincorrere l'illusione dello sviluppo fino a diventarne sue inermi vittime? 

È proprio ciò che desideriamo una vita il cui scopo sia l'accumulo di beni materiali, il raggiungimento di gioie superficiali, l'affermazione e la glorificazione del proprio piccolo ego? 

Ci ho pensato a lungo in questi ultimi dieci anni, ne ho scritti tanti di articoli su questo blog da quando è nato, e la mia risposta è stata ed è sempre la stessa. 

Oggi però non voglio lasciare alcuna risposta, solo domande. 

Mi chiedo e vi chiedo perciò: oggi, all'indomani della crisi sociale più grande del mondo globalizzato, che tipo di risposta vogliamo dare a queste domande? La stessa che ci siamo sempre dati finora, o forse qualcosa è cambiato? 

La decrescita da me tanto auspicata è giunta: ma non come scelta personale e consapevole, quindi felice, frutto di un ripensamento e di una evoluzione interiore, piuttosto come imposizione subita dall'alto, quindi infelice, frutto di circostanze esterne che prima o poi sapevamo si sarebbero verificate: ci servirà di lezione? 

Capiremo qualcosa da questi ultimi folli due mesi? È un'occasione preziosa, forse irripetibile, per salvare noi stessi da una catastrofe ancora più grande. Saremo capaci di coglierla?



mercoledì 11 dicembre 2019

Il fascismo di oggi è quello della "società dei consumi"




Ancora oggi, a quasi cento anni dal celebre ventennio, si fa spesso uso del termine “fascismo” ogni qual volta ci siano degli episodi macabri e deliranti, e lo si associa con il razzismo più bieco e ignorante. Nel fare questa operazione di condanna di tali atti, assolutamente condivisibile, spesso si tenta però di far rientrare sotto il cappello di “fascismo” ogni idea, ogni atteggiamento che vagamente cerca di opporsi a un modello di pensiero, ormai unico e inattaccabile. 

Che esistano dei fanatici, fascisti o di altro genere, e che essi possano rappresentare un rischio per la società è una questione di fondamentale importanza che dovrebbe essere dibattuta e gestita con pervicacia e lungimiranza. Ma il fascismo di cui ci allarmiamo tanto e di cui ci scandalizziamo non è, forse, la “forma di fascismo” ad oggi più preoccupante. 

Se si parla infatti di regime, di dittatura e di privazione delle libertà, la prima cosa che viene alla mente pensando ai nostri tempi non è il fascismo archeologico, né i suoi possibili rigurgiti, non un potere ben delineato, specifico, centralizzato, materializzato, piuttosto una forma di oppressione subdola, mistificante, celata nei meandri della società, nel modo di pensare comune, nella banalità del vivere moderno, nella mancanza di alternative culturali, un’oppressione controllata da un potere anonimo e indistinto. 

Questo è ciò che aveva capito con chiarezza, oltre quarantacinque anni fa, Pier Paolo Pasolini, le cui parole oggi suonano di un’attualità sconvolgente. Egli individua nella società dei consumi, già agli inizi degli anni settanta, il nuovo Potere dominante che uniforma la società, la rende schiava di nuovi dettami, non scritti, ma ugualmente, se non più, oppressivi di quelli del vecchio regime. Sì, perché il nuovo Potere è riuscito a fare in pochi anni quello che al fascismo archeologico non era riuscito in venti: entrare nella coscienza più intima delle persone, “colonizzando il loro immaginario”, per dirla alla Latouche. In questo, il nuovo dominio è ben oltre il regime tradizionale, per così dire esterno e determinato, circoscritto, è un regime occulto, indefinito, ma più profondo e incisivo, «peggio che totalitario in quanto violentemente totalizzante».

Nell’esporre questi concetti Pasolini non usa mezzi termini: «Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato “la società dei consumi”. Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. Ed invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo».

Quello che Pasolini lancia, pochi mesi prima di essere assassinato, è un allarme concitato a una società che sta perdendo, o che forse ha già perso, la sua libertà, passando da una vita preindustriale, contadina, fatta di rinunce, sacrifici, dolore, ma anche essenziale, genuina, equilibrata, a una vita omologata, banale e mercificata. Una transizione, avvenuta in brevissimo tempo, che Pasolini, nel pieno della sua attività creativa, ha potuto acutamente osservare, vivendo in prima persona quello che lui ha chiamato il passaggio da “prima della scomparsa delle lucciole” a “dopo la scomparsa delle lucciole”.

«È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa, che io rimpiango. […] Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita».

In questa analisi, Pasolini vede molto lontano, lontano anni, decenni: vede una società che verrà sempre più fagocitata dal materialismo, dall’accumulo di beni inutili, che distruggeranno la convivialità delle relazioni parentali e di amicizia, disgregheranno le comunità, innalzando l’idolo dell’individualismo, il mito dell’uomo di successo, autorealizzato contro tutto e tutti, dell’edonismo più sfrenato; una società che si regge sempre più sulla vanità, sull’arroganza, sull’invidia, sulla competizione, fino ad arrivare ai nuovi mali moderni: il malessere psichico dilagante dell’uomo consumatore; un uomo non più umano, in quanto la società non è più fatta per la sua felicità, ma è uomo-strumento della società stessa, mentre la sua vita si svuota di ogni senso. 

Tutto questo è originato da una cultura dominante, una visione della vita che ha conquistato, oramai senza neanche più bisogno della forza, tutto il pianeta e su cui nessuno sembra capace di opporre la minima resistenza, e nemmeno la più pacata obiezione. Negli ultimi decenni questa uniformazione culturale è in evidente crescita: in ogni ambito, infatti, le differenze tra una parte del mondo e l’altra vanno riducendosi. Se osserviamo il modo di concepire la propria vita, i principi su cui basare le scelte più importanti, si può concludere con certezza che l’omologazione a livello planetario è interamente compiuta. Il criterio economico che si fonda sull’utile è diventato l’unico valore determinante di ogni aspetto delle nostre esistenze. 

Questo Pasolini lo aveva capito con largo anticipo.

«Il modello culturale offerto agli italiani, e a tutti gli uomini del globo del resto, è unico. La conformazione a tale modello si ha prima di tutto nel vissuto, nell’esistenziale: e quindi nel corpo e nel comportamento. È qui che si vivono i valori, non ancora espressi, della nuova cultura della civiltà dei consumi, cioè del nuovo e del più repressivo totalitarismo che si sia mai visto. Dal punto di vista del linguaggio verbale, si ha la riduzione di tutta la lingua a lingua comunicativa, con un enorme impoverimento dell’espressività».

Il nuovo Potere è altamente uniformante, livella tutta la società su una monocultura, un monopensiero, uccidendo quindi la cultura e il pensiero, rendendo sterile ogni tentativo di indipendenza intellettuale, così come ogni forma espressiva. 

Negli ultimi anni della sua vita, Pasolini concentra la sua riflessione sulle vere ragione dell’antagonismo tra il cosiddetto fascismo e il cosiddetto antifascismo per scoprire, con rammarico, che entrambi non sono che due aspetti complementari, interscambiabili, solo apparentemente in contrasto, ma di fatto sostenitori e funzionali al sistema del nuovo Potere. Perché non lo affrontano, non lo mettono in discussione, e probabilmente neanche riescono a percepirne l’esistenza. L’esistenza di una nuova e subdola forma di totalitarismo. 

«La matrice degli italiani che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. Non c’è più dunque differenza apprezzabile, al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando, tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili».

Confrontando il fascismo archeologico con il “nuovo fascismo” arriva addirittura a considerare quest’ultimo ben peggio del primo, in quanto il nuovo Potere ha una capacità pervasiva di gran lunga maggiore, capace di influenzare le menti continuando a farle sentire illusoriamente libere. 

«Il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo, che è tutt’altra cosa, non distingue più, non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo». 

E ancora: «Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio nel fondo dell’anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana, di una irregimentazione superficiale, scenografica, ma di una irregimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Il che significa, in definitiva, che questa “civiltà dei consumi” è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la “società dei consumi” ha bene realizzato il fascismo».

Il nuovo Potere è potente del suo essere invisibile, inconsistente, apparentemente inesistente, intangibile, indecifrabile, sebbene i suoi effetti devastanti sulla società e sull’ambiente naturale siano dannatamente evidenti. Tale potere ha una conformazione assolutamente altra rispetto ai poteri dei secoli precedenti: non ha niente a che vedere con il potere religioso, né con il potere politico, né probabilmente con quello prettamente economico e industriale, non è nazionale, supera i confini degli stati e persino dei patti internazionali, è forse oltre ciò di cui siamo a conoscenza. 

«Scrivo “Potere” con la P maiuscola solo perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è. Non lo riconosco più nel Vaticano, né nei potenti democristiani, né nelle Forze Armate. Non lo riconosco più neanche nella grande industria, perché essa non è più costituita da un certo numero limitato di grandi industriali: a me, almeno, essa appare piuttosto come un tutto (industrializzazione totale), e, per di più, come tutto non italiano (transazionale)».

Questa «forma “totale” di fascismo» ha però una caratteristica che lo distingue e ne permette l’individuazione: essa ha una febbrile «smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo “Sviluppo”: produrre e consumare», una frenesia schizofrenica e inarrestabile di perpetuare il progresso tecnologico e l’accumulo di beni materiali a oltranza e ad ogni costo. 

Nessuna opposizione è contemplata. L’antifascismo di oggi, come quello di allora, al tempo di Pasolini, invece di contrastare criticando la società dei consumi, si scaglia unicamente su di un fascismo primitivo, che non ha più un potere realmente totalitario. 

«Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più». 

«Buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è presuntuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. È, insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo».

“L’antifascismo di maniera” non fa che alimentare l’odio e favorire la divisione della società. In quanto “anti”, “contro” qualcosa, per sua stessa natura è funzionale a quel qualcosa, altrimenti non esisterebbe. 

«Questo odio si dirige, in certi casi in buonafede e in altri in perfetta malafede, sul bersaglio sbagliato, sui fascisti archeologici invece che sul potere reale».

La dittatura non ha più le forme del secolo scorso, non ne ha più bisogno, si è mascherata da sviluppo, libertà, comodità, benessere, agiatezza, opportunità. E i suoi strumenti non sono più propagande scenografiche e repressioni violente, la sua propaganda è perenne e pervadente, non si distingue più nella nostra vita dai suoi normali accadimenti, è la nostra vita stessa un grande manifesto di propaganda del nuovo regime, ognuno di noi un perfetto adepto inconsapevole. E la violenza si è mascherata da solidarietà, l’arroganza da sicurezza, l’intolleranza da tolleranza.

«La vera intolleranza è quella della società dei consumi, della permissività concessa dall’alto, voluta dall’alto, che è la vera, la peggiore, la più subdola, la più fredda e spietata forma di intolleranza. Perché è intolleranza mascherata da tolleranza. Perché non è vera. Perché è revocabile ogni qualvolta il potere senta il bisogno. Perché è il vero fascismo da cui viene poi l’antifascismo di maniera: inutile, ipocrita, sostanzialmente gradito al regime».

Il risorgere di movimenti che riecheggiano al fascismo, nonostante il secolo trascorso, è di fatto l’evidente conseguenza di una situazione sociale che sta degenerando proprio a causa di una stretta del nuovo regime sulle masse popolari costrette a subire da vicino, non solo le pene delle diseguaglianze economiche, ma anche tutti gli altri effetti indesiderati della modernità: disastri ecologici, malesseri psichici, disagi relazionali, malattie a causa ambientale.

Se l’antifascismo è la risposta per uscire dal fascismo, con molta probabilità, è la risposta sbagliata, o se non altro incompleta. 

«Ridurre l’antifascismo a una lotta contro questa gente significa fare della mistificazione. Per me la questione è molto complessa, ma anche molto chiara, il vero fascismo, l’ho detto e lo ripeto, è quello della società dei consumi».

Un po’ come l’ecologia di superficie, che non mette in discussione il modello di sviluppo e di pensiero occidentale, è totalmente inefficace a promuovere una vera ecologia, che sia invece profonda e radicale, allo stesso modo un antifascismo “di maniera”, anch’esso superficiale nel senso che non va ad intaccare le radici della crisi sociale odierna, non potrà contribuire a un cambiamento reale della società attuale e incidere sulle cause dei suoi malesseri.

Per uscire da questa situazione degenerante, quello di cui c’è bisogno non è creare divisione tra le persone, tra destra e sinistra, tra progressisti e conservatori, sia perché tali distinzioni non hanno di fatto più nessun senso poiché le due fazioni nel profondo sono l’espressione della medesima cultura, sia perché l’azione realmente efficace è piuttosto l’opposta, quella di unire le persone, non “contro” qualcosa ma “per” qualcosa, per incoraggiarle a intraprendere un altro percorso, un percorso che sia veramente nuovo, non “anti” o “contro”, ma completamente “oltre”. 

Mentre Pasolini, al suo tempo, ha visto «il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione», noi ci dobbiamo augurare, al nostro tempo, di vedere una trasformazione totale e profonda delle nostre coscienze, che non ci conduca a un ritorno al passato, ma che ci riveli nuove ed entusiasmanti alternative.



Il virgolettato «…» è estratto da Pier Paolo Pasolini - Il fascismo degli antifascisti - Garzanti



lunedì 1 luglio 2019

Adottare una nuova cultura per la felicità del pianeta



“Affrettatevi a cambiare i principi su cui si basa il vostro cuore”[1]
Nichiren Daishonin



Un giorno un giovane uomo fece visita a un suo amico. Erano trascorsi diversi anni dall’ultima volta che si erano incontrati. 
«Ho letto il tuo ultimo articolo recentemente» esordì l’ospite dopo i normali convenevoli «e non mi trova per niente in accordo». 
«La cosa non mi sorprende» rispose il padrone di casa «ma se vuoi parlarmene, proverò a spiegarmi meglio». 

«Tu ti riferisci all’ottimismo come fosse un male, un male della nostra epoca. Eppure io non vedo ammalati di ottimismo. Piuttosto vedo ogni giorno schiere di pessimisti che non fanno che lamentarsi con gli altri e degli altri, peggiorando ancor più le loro misere vite. L’ottimismo è ciò che smuove le coscienze, ciò che fa progredire il mondo. L’ottimismo ha reso possibile grandi scoperte e grandi visioni: è stato l’ottimista, non il pessimista, a sconfiggere le malattie, a realizzare l’impensabile, a far volare l’uomo fino alla Luna, a renderlo ridente fautore del suo destino e non dolorosamente succube». 

Il padrone di casa disse: «Dal tuo punto di vista, che poi altro non è che quello di oramai miliardi di persone nel mondo globalizzato, hai perfettamente ragione. Se non che il mio punto di vista sia sostanzialmente più ampio, e direi anche più profondo. Ti dimostrerò, se avrò il tempo di illustrarti le mie ragioni, che in realtà io sono il più fervido ottimista sulla faccia della Terra. Tuttavia, l’ottimismo a cui mi riferisco è ben diverso da quello in cui tu hai fede. Potremmo chiamare il primo ottimismo consapevole, o profondo, l’altro ottimismo incosciente, o superficiale. 

Nel mio articolo criticavo quest’ultimo tipo di ottimismo, che oggi viene portato in gran considerazione, inneggiando alla vittoria, come se ci fosse qualcosa da sconfiggere, alla battaglia, come se ci fosse qualcosa da combattere, al cambiamento, al dinamismo e alla crescita, come se cambiare, muoversi e crescere fossero in ogni caso segni positivi, e al progresso, come se non esistessero limiti a ciò che si può raggiungere. 

Questo ottimismo cieco, che non ha nessun fondamento profondo, se non i mondi bassi di avidità, stupidità e collera, non permetterà la risoluzione della triplice crisi[2] in cui sta sprofondando il nostro pianeta sempre più rapidamente. Non soltanto, l’effetto di questo ottimismo progressista accelererà ancor di più gli effetti e le cause delle crisi, riducendo di fatto il tempo che ci resta per agire, prima che sia troppo tardi[3]. Da qui la mia aspra critica all’ottimismo cieco, che non ha alcuna base scientifica, pur rifacendosi alla scienza come dea salvifica di ogni male, né alcuna solida base filosofica. Deriva perciò che a un ottimismo inconsapevole sia preferibile un pessimismo lucido, che tenga in considerazione le terribili circostanze che stiamo vivendo. Per essere pessimisti lucidi dobbiamo prima di tutto essere ben informati e avere gli strumenti culturali per rielaborare la grande massa di informazioni che riceviamo. Dobbiamo inoltre mantenere equilibrio e non cedere alla lamentela logorante o alla critica distruttiva. Dobbiamo riconoscere la complessa e fitta rette di cause ed effetti e non cadere nel panico. Un pessimismo lucido permetterà così la presa di coscienza e la chiamata all’azione, al contrario un ottimismo incosciente si adagerà sulla fede nella scienza e nel progresso e non provocherà alcun reale cambiamento. Resta il fatto, però, che un pessimismo lucido non sarà comunque sufficiente».

lunedì 18 marzo 2019

Georgescu-Roegen per la decrescita






Tra i precursori della decrescita di Serge Latouche non poteva mancare Georgescu-Roegen, il padre della bioeconomia, un matematico rumeno che ha finito per occuparsi di economia e delle sue implicazioni sociali e ambientali. Sebbene i suoi ultimi scritti siano risalenti alla fine degli anni ottanta, le sue riflessioni sono, purtroppo direi, ancora all’avanguardia. 

Sono numerosi gli spunti forniti dai lavori di Georgescu-Roegen, molti dei quali oggi si ritrovano tra i capisaldi del movimento per la decrescita. Nel suo programma bioeconomico minimale ha condensato gran parte di questi punti: uno tra tutti è quello che si riferisce al valore della sobrietà, unito alla consapevolezza dei limiti delle risorse e degli effetti negativi, sia a livello individuale che collettivo, del superamento di detti limiti. 

«Dobbiamo curarci dalla passione morbosa per i congegni stravaganti», «dobbiamo liberarci anche della moda, quella “malattia della mente umana”. […] È veramente una malattia della mente gettar via una giacca o un mobile quando possono ancora servire al loro scopo specifico. Acquistare una macchina nuova ogni anno e arredare la casa ogni due è un crimine bioeconomico». 

Altri punti sono la durabilità e la riparabilità degli oggetti prodotti, quindi l’abolizione di quella che ormai oggi è tristemente conosciuta come obsolescenza programmata. 

«I beni devono essere resi più durevoli tramite una progettazione che consenta poi di ripararli». 

La messa al bando degli armamenti che, oltre a essere un pericolo costante per il mantenimento della pace, rappresenta un ingente spreco di risorse, che invece potrebbero essere impiegate per «aiutare le nazioni in via di sviluppo ad arrivare il più velocemente possibile a un tenore di vita buono (non lussuoso)». 

La riduzione dei consumi deve essere però accompagnata dalla riduzione della popolazione mondiale, «portandola a un livello in cui l’alimentazione possa essere adeguatamente fornita dalla sola agricoltura biologica», e nel contempo dall’incremento invece dell’efficienza di conversione energetica. Georgescu-Roegen individua, tra le fonti energetiche primarie, il sole come l’unica a poter realmente apportare un cambiamento migliorativo nell’approvvigionamento energetico e in tutte le questioni a esso connesse, non solamente di natura economica ed ecologica. «Solo una forma di energia accessibile arriva a noi in modo continuo e quasi a costo zero: l’energia solare» afferma Georgescu-Roegen evidenziando subito però il suo principale svantaggio, ovvero quello «di giungere a noi in una forma altamente diluita, come una pioggia estremamente fine», cioè con una bassa densità energetica. Tuttavia resta il fatto che «l’energia terrestre è molto scarsa rispetto all’energia solare, la quale è inoltre un bene libero». 

Nel condensato del programma non manca di evidenziare il grande paradosso dell’attuale sistema economico, quello di correre sempre più forte, producendo e consumando sempre di più, senza alcun apparente scopo se non quello di aumentare ulteriormente i nostri ritmi, non prendendo in considerazione alcun limite. 

«Dovremmo curarci per liberarci di quella che chiamo “la circumdrome del rasoio”, che consiste nel radersi più in fretta per aver più tempo per lavorare a una macchina che rada più in fretta per poi aver più tempo per lavorare a una macchina che rada ancora più in fretta, e così via, ad infinitum». 

Un po’ come fa il criceto nella ruota, l’uomo moderno corre sempre più velocemente per nutrire l’illusione di essere in moto verso una meta, quando invece non solo il suo movimento è fine a se stesso, non apportando di fatto benefici ulteriori, ma lo sta avvicinando sempre più rapidamente al baratro. 

Arriva perciò a uno dei punti cruciali dei sostenitori della decrescita, ovvero alla necessità di ritrovare il tempo di vita sottraendolo dal circolo vizioso e cieco del lavorare per consumare e del consumare per lavorare. 

«Dobbiamo renderci conto che un prerequisito importante per una buona vita è una quantità considerevole di tempo libero trascorso in modo intelligente». 

Al di là di questi punti programmatici, la riflessione di Georgescu-Roegen parte sostanzialmente da una critica dell’economia tradizionale, fondata sul meccanicismo, di derivazione galileiana-newtoniana, che ignora del tutto l’altra branca della fisica, più complessa e forse meno rincuorante, la termodinamica, per non parlare delle più avanzate scoperte della fisica del novecento. 

Perché, si chiede, se la fisica è passata dal modello deterministico riduzionista del XVIII secolo a quello indeterministico e relativistico del XX secolo, l’economia non ha fatto altrettanto andando a revisionare i suoi presupposti epistemologici? 

Georgescu-Roegen prova a rispondersi così: «Certamente c’è il fatto, su cui insisteva Lord Kelvin, che la mente umana capisce meglio un fenomeno se esso è descritto per mezzo di un modello meccanico. Dopotutto, la natura umana è tale che noi possiamo agire soltanto spingendo o tirando sul mondo materiale esterno. Ma questa nostra manchevolezza non è un buon motivo perché la scienza ne resti sempre vincolata». 

L’economia non può prescindere dai limiti biologici della terra, non può considerare i flussi di materiali e di energia come continui e inesauribili, non può pretendere di prevedere l’andamento dei mercati secondo rigide leggi matematiche. Georgescu-Roegen, per primo, introduce e accosta i concetti di entropia e quindi d’irreversibilità, provenienti dal secondo principio della termodinamica, al funzionamento del sistema economico e arriva perciò a queste conclusioni: 

«Il processo economico, come qualunque altro processo vitale, è irreversibile (e in modo irrevocabile); di conseguenza, non può essere spiegato in termini esclusivamente meccanici. È la termodinamica, tramite la legge dell’entropia, che riconosce la distinzione qualitativa, che gli economisti avrebbero dovuto fare fin dagli inizi, fra input di risorse dotate di valore (bassa entropia) e output di scarti privi di valore (alta entropia)». 

Georgescu-Roegen comprende di essere di fronte a un cambiamento epocale che però tarda a manifestarsi, e non manca di far notare l’ottusità con cui ancora oggi (allora ai suoi tempi e purtroppo ancora oggi ai nostri) la cultura dominante, che si tratti di intellettuali, di decisori politici o del senso comune diffuso tra la popolazione, insiste nel voler glorificare e supportare un modello che non solo non è sostenibile, ma anche profondamente iniquo e degradante. 

«Non è giusto accusare con troppa severità gli economisti di questi ultimi cento anni, perché in questo periodo è sembrato che la natura ci potesse fornire gratis tutte le risorse naturali di cui abbiamo bisogno. Gli eventi recenti, invece, hanno dimostrato che non è così. E questa volta non è soltanto giusto, ma è addirittura un imperativo per il benessere della specie umana – di questa generazione come di quelle future – protestare contro quegli economisti che oggi, in difesa della loro trascorsa miopia, continuano a dire che la dipendenza dell’uomo dalle risorse terrestri non costituisce un ostacolo ecologico». 

Quello che lo sbalordisce, e ci sbalordisce tutt’oggi, è come il modello tradizionale, adesso sfociato nel neoliberismo e in un turbocapitalismo all’ennesima potenza, porti avanti con ottimismo e sfrontatezza le sue tesi nonostante la scienza stessa, di cui il sistema si fa portatore e a cui dice di attenersi ciecamente, ci stia avvisando già da tempo che stiamo percorrendo una strada sbagliata. 

«La stessa teoria dello sviluppo economico è saldamente basata su modelli di crescita esponenziale. Ma quando gli autori di The Limits to Growth hanno anch’essi usato l’ipotesi di crescita esponenziale, gli economisti si sono messi a gridare in coro: “Errore!”». 

Negli ultimi suoi scritti Georgescu-Roegen allarga la sua critica anche agli emergenti scenari: che si tratti della cosiddetta teoria dell’economia stazionaria, o dell’economia circolare, di cui ancora oggi si parla riponendovi grandi speranze, o addirittura del decantato, e oramai decotto, sviluppo sostenibile. 

«Dall’idea che la crescita economica non può essere infinita, idea che era nell’aria già molto tempo prima che ne parlassi io, Daly arrivò alla conclusione che “lo stato stazionario dell’economia è quindi una necessità”, un banale errore di logica elementare, poiché l’opposto della crescita non è solo lo stato stazionario», bensì la decrescita, come aveva già avuto modo di suggerire in altre sue opere. 

Nell’acuto approfondimento di tali temi, Georgescu-Roegen aveva compreso che tali teorie altro non erano che espedienti ingegnosi per sostituire il cappello all’economia senza tuttavia cambiare i principi con cui la sua testa ragiona, modificare con degli ottimi slogan, che trasmettessero un messaggio positivo di cambiamento, solamente la superficie delle cose, per continuare a percorre in ogni caso la via della crescita infinita. 

«Essendo tale approccio molto ottimistico, si diffuse come credo dominante molto velocemente. Naturalmente i paesi avanzati lo accolsero favorevolmente poiché tutti sarebbero stati felici di poter continuare a vivere nelle stesse abitazioni, guidare le stesse automobili e mangiare lo stesso cibo appetitoso. Purtroppo essi non capirono che erano vittime di una grande illusione». 

E da qui una grande domanda che ancora oggi, all’indomani di una grave crisi economica e alla luce di disastri sociali e ambientali sempre più allarmanti e diffusi, resta senza risposta: cosa impedisce al genere umano un cambiamento radicale che lo possa salvare dalla catastrofe? si tratta semplicemente di essere illusi o addirittura ignoranti? O forse, usando le parole di Georgescu-Roegen, «il destino dell’uomo è quello di avere una vita breve, ma ardente, eccitante e stravagante piuttosto che un’esistenza lunga, monotona e vegetativa. Siano le altre specie, le amebe per esempio, che non hanno ambizioni spirituali, a ereditare una terra ancora immersa in un oceano di luce solare». 

Una cosa è certa: qualsiasi sia la risposta, faremmo bene a trovarne una, prima che sia troppo tardi. 



Il corsivo è tratto da M. Bonaiuti, Georgescu-Roegen. La sfida dell’entropia, Jaca Book






sabato 16 marzo 2019

La soluzione alla crisi climatica, e non solo, è la decrescita



Forse non è del tutto chiaro che, se vogliamo quantomeno limitare l'aumento inesorabile delle temperature globali e tutti gli effetti negativi che ne conseguiranno, dobbiamo abbandonare prima possibile un modello economico-sociale basato sulla crescita. 

E forse è ancor meno chiaro che non si tratta soltanto della crescita del fatidico PIL, la chimera assoluta dell'economia di saccheggio, o della crescita di quei prodotti la cui eliminazione avrebbe evidenti benefici diffusi, penso agli armamenti, alle droghe, all'usa e getta, alle sostanze tossiche, alle scorie nucleari, agli sprechi materiali ed energetici in genere. 

Nemmeno la crescita dei pannelli fotovoltaici e delle auto elettriche, sebbene auspicabile in parte, sarà sufficiente a invertire la rotta intrapresa. Non basterà usare di più la bicicletta, abbassare di qualche grado il termostato o rinunciare alla carne per qualche giorno. 

Quello che occorre fare, per tentare di limitare le conseguenze dannose del nostro incosciente sviluppo, è fermarsi a riflettere, compiere un'autocritica profonda e cominciare a ricostruire una società fondata su un nuovo modo di pensare e vedere il mondo: non più centrata sull'ego individuale, ma su una forte consapevolezza di interconnessione e interdipendenza; non più sostenuta dalla competizione bensì dalla collaborazione; non più regolata dalle algide leggi di mercato ma da condivisi principi etici; non più alimentata dall'effimera gioia derivante dal consumismo ma dalla riscoperta che armonia e felicità sorgono dalle relazioni, con sé, con gli altri e con l'ambiente tutto; non più una società esclusivamente maschilista, dove dominano il calcolo e l'aggressività, ma in un nuovo equilibrio con i tratti femminili della cura e della sensibilità. 

E tutto questo, in fin dei conti, non lo dobbiamo fare solo per risolvere la crisi climatica, poiché la crisi nella quale oggi siamo immersi è una crisi globale che riguarda non solo il clima e l'ambiente, ma l'economia e la società nel loro insieme (divario tra ricchi e poveri crescente, instabilità, disoccupazione, migrazioni) e in ultima analisi dell'uomo stesso (i suicidi e il malessere psichico sono in crescita proprio nei paesi ricchi). 

Perciò oggi, all'indomani della più grande manifestazione sul clima a livello mondiale che ha visto una massiccia partecipazione di giovani, occorre precisare che il cambiamento di cui abbiamo davvero bisogno dovrà essere drastico e dovrà rispondere alla crisi globale e non soltanto ad alcuni suoi aspetti. 

E tale cambiamento non potrà essere lasciato nelle mani dei decisori politici né dei tecnici esperti, ogni persona, attraverso una propria riflessione profonda, dovrà fare la sua parte per il benessere di tutti, nessuno escluso.



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