«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

giovedì 12 maggio 2022

Pensiero #3

Lo scientismo, che stiamo sperimentando in questi tempi, rientra tra le forme di totalitarismo più spietate, forse la più subdola e perciò più temibile tra tutte, perché con sdegnosa altezzosità eleva il determinismo di stampo materialista ad unica e inconfutabile fede con cui giungere ad un'altrettanto unica e inconfutabile verità. 

venerdì 25 febbraio 2022

L'oblio della ragione



Viviamo in una società che si ritiene fondata sul metodo scientifico, che proclama la Scienza come “unico faro”, che si presuppone faccia fede in criteri di razionalità, logicità e giudizio. In realtà non è mai esistita società più irrazionale, fuori da ogni barlume di coerenza, come quella odierna.

La pandemia ha accelerato un processo già in atto da decenni e ha portato il materialismo-scientista a dominare incontrastato l’immaginario collettivo. Chi tenta, anche pacatamente, di levare qualche debole critica, o quantomeno di proporre una riflessione, viene tacciato immediatamente e sistematicamente di complottismo, di terrapiattismo, viene giudicato malamente, deriso, finanche offeso, come in una vera caccia alle streghe.

L’attuale sistema, per come è concepito, non permette alcun pensiero critico, di fatto sono decenni che la capacità critica delle persone è ostacolata, mantenuta in religioso sopore. Sì, perché se non si è esperti del settore non si può esprimere alcun parere, si deve meramente obbedire, perché l’esperto tecno-scientifico sa esattamente cosa è meglio per noi, che si tratti di medicina, di politica, di economia, o di altro.

L’accelerazione del processo di alienazione provocato dalla pandemia sta facendo emergere sempre più chiaramente tutta una serie di paradossi, ovvero di veri e propri cortocircuiti mentali in cui il buon senso e la ragionevolezza non possono far altro che soccombere di fronte al delirio imperante.

Tuttavia, nonostante questi paradossi siano sempre più numerosi, e sempre più manifesti, la maggior parte delle persone non riesce a coglierli, per lo più non per mancanza di perspicacia, né di sensibilità, piuttosto da una parte per un intossicamento da sovraesposizione alla narrazione dominante e dall'altra per la fobia e l'angoscia provocati dal mettere in dubbio qualcosa che si crede assolutamente indiscutibile e a cui si è prestata una fede cieca per una vita intera.

In verità, siamo già ben oltre i paradossi, siamo penetrati nel puro delirio, dove non c'è alcuna logica né coerenza, figuriamoci buon senso. Siamo giunti alle porte di una distopia concreta. Proprio per inseguire i dettami di un materialismo-scientista, che pretende di controllare e circoscrivere ogni aspetto della vita, siamo finiti per perdere qualsiasi aderenza alla razionalità e quindi alla realtà. E più il sistema cerca di recuperare questo scollamento e più, naturalmente, questo si amplia e la crisi si acuisce.

Credo, onestamente, che fare degli esempi di questi paradossi sia del tutto inutile, se non controproducente. Sono ormai decenni che essi sono piuttosto palesi, proprio perché non c’è più nessuna ragione dietro a tutto quello a cui assistiamo ogni giorno. Esaurita ogni forma di razionalità, e persino di buon senso, tutto ciò che resta non è altro che una cieca e inviolabile fede nella dottrina del progresso di matrice scientista-materialista che emerge in tutto il suo fanatismo.

Una società che costringe decine di migliaia di bambini a restare prigionieri nelle loro abitazioni per settimane e settimane pur non avendo alcun sintomo; una società, detta democratica, il cui governo ricatta e discrimina quotidianamente milioni di cittadini per una loro scelta personale; una società che promuove in tutti i modi il distacco fisico ed emotivo tra le persone, mentre incoraggia l’uso delle tecnologie digitali che le alienano sempre più da se stesse e dalle altre; una società che ritiene più probabile e normale dimenticare il proprio bambino chiuso in auto piuttosto che il proprio cellulare; una società che tratta esseri viventi come materia da plasmare e sfrutta gli ecosistemi disinteressandosi totalmente della loro conservazione; una società che rinnega qualsiasi forma di etica e basa ogni sua minima scelta su criteri di prestazioni economiche-finanziarie: un tale tipo di società, giusto per fare soltanto alcuni esempi, è una società che non ha niente a che vedere con la razionalità, la logica e la ragione.

Tutti questi segnali evidenti sono sintomatici di una civiltà che sta arrivando lentamente alla sua fine. Sfortunatamente, non ci è dato sapere quanto tempo e quante sofferenze ancora dovremo sopportare e superare prima di compiere un salto evolutivo che permetta il sorgere di una nuova civiltà.

Quello che sappiamo è che quando il deliro diventa normalità, come stiamo sperimentando ogni giorno con maggior cognizione, il buon senso non è più qualcosa di scontato, di ordinario, di ragionevole appunto, diventa piuttosto un atto rivoluzionario, sovversivo, nonché criminale agli occhi del sistema, mentre l’incapacità di concepire alternative al pensiero unico resta il vero e unico grande male del nostro tempo.

Siamo consapevoli che il buonsenso da solo non sarà sufficiente. Occorrerà una gran dose di coraggio per abbandonare i dogmi del pensiero unico e tentare strade diverse. Occorrerà saggezza, lungimiranza e pazienza per ricostruire una società fondata sull’etica, sul valore inestimabile della vita, sull’interconnessione e l’interdipendenza di tutti i fenomeni.

Oggi è tempo di resistere all'oblio della ragione, nell’attesa di poter costruire un domani illuminato dalla luce di una nuova coscienza.


martedì 15 febbraio 2022

Pensiero #2

La più grande malattia del nostro tempo è quella di non riuscire a concepire nessuna alternativa al pensiero unico dominante. 

giovedì 10 febbraio 2022

Pensiero #1

Solo quando la scuola e la società si emanciperanno dal fascino ammaliante del digitale, potremo ricominciare a parlare di apprendimento, didattica ed educazione.



lunedì 6 settembre 2021

Verso una società asettica

 



La società post-covid sarà una società asettica, in tutti i sensi. Assomiglierà molto a una distopia surreale, dove le relazioni con gli altri, con la Natura e con se stessi, saranno guardate con diffidenza, evitate, finanche proibite.

L'attuale pandemia ha notevolmente accelerato un processo di degradazione umana (così come sociale, economica e ambientale) oramai già in atto da decenni. Per paura di un virus (che ha una mortalità del 3%, e molto inferiore se si considera le età) già da oltre un anno abbiamo rinunciato a vivere. Ci siamo rintanati "come sorci" sotto assedio di qualche sparuto micio. Abbiamo rinunciato a vivere per sopravvivere, evitando tutto ciò che viene considerato futile se non inutile, come un abbraccio ad un amico o una cena conviviale. E abbiamo continuato a svolgere attività lavorative, le sole ad essere considerate utili e importanti, quando invece molti dei nostri lavori sono improduttivi se non dannosi. Come se l'uomo fosse una specie di macchia che necessita solo di essere alimentata per funzionare. Abbiamo rinunciato a vivere per paura della morte, dalla quale vogliamo continuamente rifuggire, che vorremmo abbattere, annientare, come se fosse un nemico da sconfiggere. La vediamo come un limite, qualcosa di negativo. Il fatto che noi non riusciamo più a dare un senso profondo alla morte, ci impedisce allo stesso tempo di dare un senso profondo alla nostra vita. Per questo ne abbiamo tremendamente paura, perché non la comprendiamo, perché non le diamo un senso d'armonia con tutto il resto.

La cosa più tragica di questa periodo di pandemia è che abbiamo, e stiamo tuttora, insegnando ai nostri figli a mantenere una distanza fisica, ed inevitabilmente emotiva, dagli altri, gli stiamo insegnando a diffidare degli altri perché potrebbero essere portatori di un male, a coprirsi il volto come se l'espressione di un sorriso non fosse qualcosa di vitale, a pulirsi le mani in continuazione alimentando le fobie e rendendoci sempre più sterili, biologicamente e al contempo umanamente. Al contrario gli stiamo incoraggiando, come ultima goccia che fa traboccare un vaso già colmo, ad abbandonarsi totalmente alle suadenti luminosità delle tecnologie digitali: oramai i migliori amici dei nostri figli sono smartphone, tablet e pc, quelli almeno sono sicuri, asettici appunto.

Non che ci fosse bisogno del covid, per carità, la strada della disgregazione sociale e della degradazione umana, ecologica (si pensi solo alle tonnellate di mascherine che finiranno negli oceani, negli inceneritori e nel migliore dei casi nelle discariche) ed economica-sociale (aprire una parentesi non mi basta e comunque credo sia ben chiaro a tutti) era già stata imboccata da decenni, o forse da secoli.

Sì, perché se ci fate caso la nostra umanità era già in una fase di disgregazione. Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente che più la tecnologia avanza e più l'umanità degrada perché tutte le relazioni vengono compromesse. Lo stesso discorso vale anche per gli altri ambiti: per l'ecologia, in quanto la natura si degrada sempre più al progredire della tecnica, e per l'ambito economico e sociale dato che crescono i posti di lavori perduti e cresce il divario tra ricchi e poveri.

La tecnologia disumanizza, ovvero allontana l'uomo dalla sua natura e dalla Natura, con conseguenze sociali, economiche e ambientali spaventose, proporzionali al suo avanzamento e alla sua diffusione. E non è questione di usarla bene o male, per fini nobili o deleteri, piuttosto nella sua stessa essenza è intrinseca una minaccia tanto latente quanto temibile, che se non è colta e limitata adeguatamente può condannare l'uomo e la vita sulla terra a una danno irreparabile.

Senza la necessità di demonizzare la tecnologia, che certo può e deve essere utilizzata, forse dovremmo capire che il suo avanzare non è da ritenersi sempre e comunque un miglioramento, dovremmo pensare a dove, come e quando sia davvero indispensabile, oppure possa essere preferibile impiegarla a un livello inferiore di complessità anche là dove fosse disponibile una tecnologia superiore a un prezzo vantaggioso.

Tenendo sempre bene a mente che più è avanzata la tecnologia più è forte il suo potere di alienazione, dovremmo quindi passare dall'impiego di una tecnologia sempre più avanzata in ogni caso e situazione all'impiego di una tecnologia adeguata (già da me proposta in "Ritorno all'Origine", 2012) in base al contesto.

Se pensiamo ad esempio alle più banali innovazioni tecnologiche che rendono comoda la nostra vita quotidiana (mi viene in mente: il selfservice automatico per fare la spesa o la benzina, il telepass autostradale, allo home banking e a tutti i servizi online) ci resta senz'altro difficile renderci conto che anche dietro a queste per noi semplici applicazioni, dietro alla loro innegabile convenienza e velocità, c'è nascosta la stessa identica minaccia.

Non abbiamo più un contatto umano, un sorriso o un saluto, ma ci confrontiamo con delle macchine, al massimo con degli schermi con voce metallica, e allo stesso tempo perdiamo dei posti di lavoro e creiamo maggior impatto sull'ambiente (se non altro per il consumo di energia).

Incrementando il livello di avanzamento tecnologico la minaccia diventa sempre più difficile da gestire e celare. Se pensiamo alla robotica e all'intelligenza artificiale che sono prossimi ad entrare nella nostra quotidianità capiamo che presto raggiungeremo una potenza d'alienazione della tecnologia così imponente che non sarà più l'uomo a fare uso della tecnologia, ma viceversa ne diventerà completamente assoggettato.

In sintesi, tutto quello che stiamo vivendo e che il covid sta accelerando, è frutto di un minaccioso virus, un virus non biologico ma piuttosto ideologico, ovvero il virus del progresso. L'idea del progresso si è diffusa da alcuni decenni in tutto il globo e ha contagiato tutti (la globalizzazione potrebbe anche essere vista come una sorta di pandemia in effetti) non risparmiando nessuno e sterminando letteralmente le antiche culture preesistenti.

Questo virus è nato dalla visione materialistica e dualistica della vita sorta e sviluppata negli ultimi cinque secoli (un niente in confronto al tempo trascorso dalla comparsa dell'uomo sulla Terra), una visione che ha decretato quale unico mezzo di conoscenza la scienza deterministica e riduzionista facendone un nuovo e più potente dogma (che sostituiva quello della Chiesa già in declino).

La fede cieca e assoluta nella scienza e nella tecnologia hanno quindi permesso al virus del progresso di diventare pandemico e "colonizzare l'immaginario" di tutti. I pochi, pochissimi, che ne sono guariti e ne sono, per così dire, diventati immuni sono oggi gli unici a essere considerati malati.

Mettere in discussione un dogma non è infatti possibile per definizione. Il dogma del progresso dovrà essere superato proponendo una nuova visione della vita e del mondo, che sia una visione non antropocentrica, non dualistica, non deterministica e non riduzionista, in altre parole una visione olistica che contempli l'unitarietà, l'interconnessione e l'interdipendenza di tutte le cose.

sabato 2 gennaio 2021

Eravamo già in emergenza

 



Eravamo già in emergenza, oramai da anni. La triplice crisi, economica, ecologica e umana, si stava già sviluppando da tempo, e l'attuale pandemia non ha fatto altro e non farà altro, nel futuro prossimo, che aggravare le cose, sotto tutti i punti di vista. Non serve specificare il disastro economico che il Covid ha generato. Non serve ricordare la quantità colossale di mascherine chirurgiche usa e getta che invaderanno i nostri ecosistemi. Si intuisce benissimo, senza bisogno di dati statistici, che la distanza fisica imposta alle persone dalle stringenti normative sanitarie sta già conducendo a un aumento pazzesco di disturbi psichici, tra l'altro già in forte crescita, soprattutto tra gli strati di popolazione più fragili. 

Il virus ci sta fornendo diversi insegnamenti, ma noi li stiamo totalmente ignorando, capaci di rispondere al problema soltanto con la nostra aggressività, dall'alto della nostra arroganza, di una supremazia su ogni altra forma di vita e su tutto il nostro ambiente. Siamo così ossessionati dalla morte e dal dolore che impiegheremmo qualsiasi mezzo per estirparli dalla faccia della terra. Ci affidiamo ciecamente alla scienza, nuovo idolo indiscusso e indiscutibile, appartenente alla religione del progresso. 

Quello che, grazie alla pandemia attuale, dovremmo iniziare a capire è molto semplice. L'uomo non è al centro dell'Universo, non è la migliore creatura che esista, e forse nemmeno la più evoluta. Il nostro ambiente non è qualcosa da piegare alle nostre necessità e da plasmare a nostro piacimento, ma è parte integrante del nostro organismo da cui trae origine e rinnovamento. La scienza non sarà mai in grado di spiegare e dare un senso completo alla nostra esistenza, non importa quanto progredirà, perché la scienza non ha gli strumenti adatti per accedere alle profondità insondabili della vita, per farlo dovremmo usare altri mezzi, di diverso tipo, riscoprendo magari la nostra spiritualità, che abbiamo rinnegato e dimenticato. La nostra gioia più piena non deriva dall'accumulo di beni materiali o di potere, non deriva dal dominio su tutto ciò che ci circonda, ma trova le sue radici nel nostro intimo e nelle relazioni armoniche che costruiamo con ciò che abbiamo attorno. 

Questa emergenza, però, insieme a tutte le normative che hanno limitato le nostre libertà sono diventate un importante precedente. Risulta evidente a questo punto che in uno stato di emergenza un governo può emanare ordinanze così restrittive da imporre, almeno temporaneamente, a tutte le persone di cambiare il proprio stile di vita, obbligandole a rispettare una serie di comportamenti inumani con la giustificazione di proteggere le loro vite. 

Mi chiedo, allora, perché non si è dichiarato, già da decenni, uno stato di emergenza riferito alla triplice crisi, obbligando i cittadini a rispettare delle precise norme ben ponderate, imponendo dei comportamenti umani e rispettosi dell'ambiente. La giustificazione in questo caso non sarebbe stata quella di salvarsi da un virus dal quale si può facilmente guarire e che, ci si augura, prima o poi svanirà, ma sarebbe stata quella di salvare il futuro dei nostri figli, di proteggere il bene più prezioso che abbiamo: la vita. E non intendo la nostra vita di esseri umani, intendo tutte le vite, la vita del pianeta Terra, di Gaia. 

Ancora più paradossale è il fatto che questa triplice crisi, ovvero l'incapacità dei nostri ecosistemi, e aggiungerei io anche della psiche umana, di reggere una crescita e uno sviluppo forsennati, è, già da tempo, sostenuta dalla comunità scientifica con studi approfonditi e tutte le evidenze necessarie. Dalla stessa scienza, quindi, che oggi viene sempre più posta come dogma inamovibile. 

Mi spiegate quindi perché la scienza e il progresso tecnico vengono usati come pretesti per imporci stili di vita e decisioni politiche, altrimenti opinabili, per "combattere" un virus (e le parole usate non sono casuali) ma non vengono considerati affatto quando ci stanno mettendo in allerta sul nostro sistema economico-sociale prossimo a un collasso generale?


lunedì 7 settembre 2020

Trattati Eretici, un commento di Gloria Germani




Un breve testo, composto come un dialogo socratico, che si legge con grande facilità ed immenso piacere. I dialoghi tra l’ospite e un giovane amico che è venuto a trovarlo (sull’esempio degli scritti di Nichiren) si alternano alle lettere scritte dal primo al secondo, mentre l’incredulità o l’opposizione iniziali si dipanano per far posto ad una rischiarante comprensione e condivisione. 

Contro il puerile ottimismo dei nostri tempi, in gran parte alimentato dall’industria e dal marketing, l’ospite ci mette di fronte alla triplice crisi che stiamo attraversando: ecologica, economica e umana e già dal primo incontro ne individua la radice: la fede sconsiderata nel progresso e nella crescita. Come aveva intuito con grande ironia, Tolstoj –citato nella quarta di copertina- , "Il progresso è una legge svelata solo ai popoli europei, ma così importante da dover assoggettare ad essa tutta l’umanità". 

L’intelligenza e la sensibilità di Luca Madiai individuano ancor meglio l’origine della crisi attuale in una visione del mondo: precisamente nel pensiero riduzionista che è alla base della scienza fin dai suoi albori. L’errore di fondo di questa visione consiste nel ritenere che ciò che non si può vedere, misurare, numerare, non esista affatto. La critica serrata del padrone di casa paragona la società industriale ad un treno che viaggia su rigidi binari a velocità sempre maggiore verso un baratro che si avvicina sempre di più. La tecnologia non è neutrale ed è lei che ci conduce e ci asservisce. 

Ma il fascino del libro consiste nel fatto che questa visione negativa e critica si trasforma ben presto in un messaggio chiaro e solare, di ciò che adesso è considerato eretico e magari denigrato, ma tra qualche decennio diventerà evidente a tutti. Seguendo la visione del buddismo di Nichiren Daishonin - che presenta comunque moltissime affinità di fondo con il buddismo madhyamaka, l’induismo vedantico e altre tradizioni culturali – Madiai individua la causa dell’attuale sbandamento in una distorta visione del mondo. Si tratta di una concezione di un mondo esterno e separato da noi stessi, parallelamente ad una concezione dell’io autonomo e distinto che in nome di tale autonomia vuol dominare su tutto il resto. I differenti approcci orientali conducono infatti alle medesime conclusioni. Non esiste affatto una realtà oggettiva esterna, ma ogni essere vivente genera il proprio ambiente attraverso la continua influenza tra mondo interiore e mondo esteriore. Nel superamento di ogni dualità si trova quell’Uno che sottostà ad ogni fenomeno e che è stato chiamato con tanti nomi: Dharma per i buddisti, Dio per i cristiani, Brahman per gli induisti, Logos per i greci, Grande Spirito per i nativi americani, Tao per i cinesi. Entrare in comunione con esso è il grande scopo di ogni vita che le varie vie mistiche hanno indicato. Come ci stanno dicendo anche la fisica quantistica e altre discipline contemporanee, la materia, che siamo abituati a considerare inerte ed estesa, è costituita dalla stessa essenza vitale cosmica che sostiene ogni altro essere. La manipolazione della supposta materia attraverso l’industria e la tecnologia è dunque un abominio. Il collasso climatico imminente non farebbe altro che dimostrarlo. 

Il libro a questo punto si espande illustrando la nona conoscenza e le tre verità secondo il buddismo di Nichiren, ma questi punti di arrivo saranno tratti comuni alla conoscenza futura. Si tratta di rimuovere le illusioni, prima tra tutte l’illusione della nostra individualità, del nostro essere indipendenti, del nostro voler proprio, mentre la verità prima è quella della non sostanzialità, cioè che niente ha sostanza propria e niente è permanente. Madiai mette a confronto queste posizioni con quelle della mistica cristiana, secondo la pluridecennale analisi di Marco Vannini. L’occasione è la medesima: quella di risvegliarci abbandonando ogni pretesa di controllo basata sul nostro piccolo io, mentre al contrario il culto della scienza e della tecnologia nel nome del progresso, sono mezzi ideali per alimentare la volontà di potenza del piccolo io. Teorie assurde? Nient’affatto. Si pensi che oggi tutta la fisica più avanzata attesta che il tempo non esiste affatto, che il tempo direzionale è un'illusione della mente, e senza il tempo anche l’idea di progresso svanisce miseramente. 

Il libro si chiude con un capitolo bellissimo e illuminante sugli scopi della vita (purushartha) e gli stadi della vita secondo la tradizione induista. Le fasi che l’uomo attraversa, dalla fanciullezza alla vecchiaia, sono come segnali che la natura ci offre per comunicarci che è tempo di lasciare questa vita e sono richiami alla nostra caducità ma, nello stesso tempo, anche all’eternità della nostra più profonda essenza. La vecchiaia è il momento ideale per prepararsi al ricongiungersi con il flusso vitale cosmico. Intendere la morte come un limite estremo da abbattere è l’ostacolo maggiore all’espandersi cosmico della coscienza e all’infinita gioia che l’accompagna sia a livello individuale che collettivo. 

Con l’augurio che questo messaggio chiaro e positivo possa raggiungere quante più persone possibile, in questa epoca post Covid di grandissimo pericolo e deragliamento. 

6 luglio 2020


mercoledì 29 aprile 2020

Siamo proprio sicuri di voler tornare alla "normalità"?



Siamo proprio sicuri di voler tornare alla "normalità"? A quella normalità. A una normalità fatta di una spasmodica nevrosi, la nevrosi della crescita ad ogni costo, quella normalità che, nella sua innocente inattaccabilità, ci sta uccidendo tutti, consapevoli o meno, concordi o meno, direttamente o meno. 

Vogliamo davvero tornare a correre a tutta velocità e a lottare gli uni contro gli altri all'inseguimento forsennato di una chimera, la chimera dello sviluppo, del profitto, della crescita? 

La adoriamo davvero così tanto quella normalità fatta di traffico e smog, corse e rincorse contro il tempo, stress e ansie da prestazione, invidie, asti e conflitti, lotte e, infine, amare delusioni o effimere gioie? 

È davvero la nostra natura quella competitiva, quella aggressiva, quella egoistica e insensibile espressa dalla società globalizzata e ultra-moderna? 

È oramai nel nostro indelebile destino rincorrere l'illusione dello sviluppo fino a diventarne sue inermi vittime? 

È proprio ciò che desideriamo una vita il cui scopo sia l'accumulo di beni materiali, il raggiungimento di gioie superficiali, l'affermazione e la glorificazione del proprio piccolo ego? 

Ci ho pensato a lungo in questi ultimi dieci anni, ne ho scritti tanti di articoli su questo blog da quando è nato, e la mia risposta è stata ed è sempre la stessa. 

Oggi però non voglio lasciare alcuna risposta, solo domande. 

Mi chiedo e vi chiedo perciò: oggi, all'indomani della crisi sociale più grande del mondo globalizzato, che tipo di risposta vogliamo dare a queste domande? La stessa che ci siamo sempre dati finora, o forse qualcosa è cambiato? 

La decrescita da me tanto auspicata è giunta: ma non come scelta personale e consapevole, quindi felice, frutto di un ripensamento e di una evoluzione interiore, piuttosto come imposizione subita dall'alto, quindi infelice, frutto di circostanze esterne che prima o poi sapevamo si sarebbero verificate: ci servirà di lezione? 

Capiremo qualcosa da questi ultimi folli due mesi? È un'occasione preziosa, forse irripetibile, per salvare noi stessi da una catastrofe ancora più grande. Saremo capaci di coglierla?



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