«Un uomo è ricco in proporzione del numero di cose delle quali può fare a meno»
Henry David Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi

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mercoledì 19 giugno 2013

Evoluzione dei modelli alternativi




Ad oggi sono tanti i modelli alternativi di sistema teorizzati, solo pochi hanno avuto larga diffusione e solo pochissimi vengono presi ora in considerazione per possibili tentativi di attuazione pratica. Prendendo in analisi gli elementi fondanti i vari modelli di pensiero si possono evidenziare le similitudini e le differenze in ognuno di essi ed è possibile ipotizzare una classificazione, del tutto generale e senza pretese, in base al livello evolutivo di questi modelli, traendone alcune conclusioni importanti. 

Dalla mia analisi ho realizzato questa classificazione dei modelli economici-sociali alternativi cominciando da quello che ritengo meno evoluto a quello più evoluto:

- Green economy
- Capitalismo naturale
- Blue economy

- Decrescita felice 
- Ecologia Profonda
- Decrescita Felice e Rivoluzione Umana


Naturalmente l’obiettivo di questi sistemi è lo stesso, o almeno dovrebbe, ovvero la cosiddetta sostenibilità ambientale, economica e sociale: in altre parole la capacità del modello di rispondere alle esigenze umane in termini di felicità e benessere senza impedire che le generazioni future possano fare altrettanto. In fin dei conti, la sostenibilità è l’unico modello che rispetta la vita e la sostiene, e non ci dovrebbe essere bisogno di aggiungere altro. È tuttavia indiscutibile che negli ultimi secoli ci siamo discostati sempre più dalla sostenibilità fino ad arrivare a una situazione probabilmente irreversibile, almeno senza gravi danneggiamenti all’intera ecosfera. Per riportarci sulla strada della sostenibilità occorre quindi un percorso a tappe forzate, in cui il cambiamento non dovrà essere solo a livello della tecnica, ma anche e soprattutto sul piano culturale e spirituale. 

I primi tre modelli che ho riportato sono modelli prettamente tecnici, ovvero che riguardano questioni tecniche e raramente vanno a interessare anche l’ambito culturale. La caratteristica che hanno in comune è senza dubbio la loro stretta parentela con il concetto di sviluppo sostenibile, quindi un tipo di sviluppo con delle accortezze che prima non aveva. Rappresenta la prima forma di cambiamento del sistema, ma forse anche la più subdola in quanto cerca in qualche modo di riparare ai danni dello sviluppo contrapponendo alcune azioni riparatrici, rientrando però nella logica del compromesso che ostacola l’evoluzione del modello stesso. In tutti e tre i modelli c’è ancora una fede cieca nella scienza e nella tecnologia che risolveranno qualsiasi problema l’uomo si trovi di fronte nonché l’idolatria del mito della crescita, o sviluppo o progresso, come si preferisce chiamarlo. È ovvio che in questo caso sarebbe più corretto, semanticamente, parlare di sviluppo meno insostenibile, piuttosto che di sviluppo sostenibile. Mentre la green economy punta principalmente alla sostituzione delle fonti tradizionali con le fonti rinnovabili, senza dar risalto ai loro limiti e ai loro aspetti problematici, il capitalismo naturale pone l’accento su l’aumento dell’efficienza dei sistemi di produzione e sulla possibilità di imitare la natura nel progettare sistemi tecnici, punto che verrà preso come bandiera dell’economia blu di Gunter Pauli. Non viene messa in discussione la cultura della crescita e dell’illimitatezza delle risorse, pervasa da un forzato ottimismo nelle capacità razionali dell’uomo. 

Gli altri tre modelli invece li ho raccolti sotto la denominazione di sostenibilità, in quanto il passaggio fondamentale che avviene a livello culturale è quello di uscire totalmente dall’ideologia della crescita, o sviluppo o progresso che sia. Lo sviluppo non è più contemplato non perché si neghi l’importanza di migliorare o di progredire, inneggiando pertanto all’immobilismo o addirittura alla regressione, piuttosto perché non si ritiene più un elemento culturale fondamentale, perciò perde il suo ruolo centrale nelle scelte. Al centro di un nuovo modello culturale rientrano invece le azioni e le scelte che sostengono la vita, la alimentano, la proteggono, e non la danneggiano o la degradano: e perciò in questo caso possiamo parlare di sostenibilità a pieno titolo. La decrescita felice, a mio modo di vedere, è la prima corrente di pensiero che riesce a fare questo passaggio basilare a livello culturale, senza tuttavia intaccare l’ambito spirituale. Solo con l’ecologia profonda si sconfina nella sfera dello spirito, si contempla l’importanza dello spirito che è alla base della vita e che perciò non può essere ignorato. Con la rivoluzione umana, infine, si introduce anche uno strumento diretto per indagare lo spirito umano e poter riformalo manifestando l’infinito potenziale inerente nella vita. 

Concludendo, quindi, credo che invece di vedere i vari modelli in competizione tra di loro forse dovremmo tentare di individuare una loro continuità evolutiva che non li metta in contrapposizione l’uno all’altro, sostenendo che uno deve necessariamente negare tutti gli aspetti degli altri, ma al contrario li faccia uno la naturale evoluzione dell’altro. Fino a giungere al cuore delle cose: lo spirito umano.

mercoledì 8 maggio 2013

La Blue Economy e la decrescita


«L’attuale dissesto economico è solo apparentemente un male» Gunter Pauli

Qual è la relazione tra la Blue Economy e la decrescita?

Sotto il nome di Blue Economy si racchiude un modello di economia teorizzato dall’economista e scrittore belga Gunter Pauli a partire dal libro omonimo, mentre sotto il termine decrescita, angosciante e apertamente criticato soprattutto di recente, si celano varie correnti di pensiero sia in Italia che all’estero.

Nell’affrontare la mia analisi alla domanda posta, vorrei qui utilizzare il concetto di decrescita che appartiene alla mia personale esperienza e visione e che è possibile trovare raccolta nei miei scritti principali: Decrescita Felice e Rivoluzione Umana e successivamente Ritorno all’Origine. Entrambi scaricabili gratuitamente da questo sito.

Una prima osservazione che si può fare è che la Blue Economy si muove ancora in ambito esclusivamente tecnico, infatti il testo propone una serie di cento innovazioni che condurranno alla creazione di cento posti di lavoro, come si evince già dal titolo di copertina. Le teorie della Blue Economy sono centrate ancora sul pensiero positivo, emblema della cultura illuminista da cui deriva l’idolo del progresso eterno, sul “fare” come unico mezzo per costruire un modello economico-sociale alternativo a quello attuale, e quindi su una fede cieca nella scienza e nella tecnologia come miglior mezzo per migliorare la vita dell’uomo. Tutti fattori che aumentano la distanza della Blue Economy dalla proposta di cambiamento della decrescita.
D’altra parte, il principio fondamentale della Blue Economy è l’imitazione degli ecosistemi, ovvero l’adattamento del sistema produttivo industriale al funzionamento degli ecosistemi: quindi la creazione dei cicli chiusi e la logica a cascata che elimina il concetto stesso di rifiuto. Questi aspetti, al di là di quanto siano effettivamente realizzabili su larga scala, sono quelle caratteristiche che distinguono la Blue Economy dalla Green Economy, tuttora ancorata all’idea di sviluppo sostenibile, cioè alla logica di compromesso tra “sviluppo” e “sostenibilità”. In particolare, l’economia blu, bisogna darle atto, mette in discussione il sistema economico dominante basato sul consumismo e sull’incosciente presupposto dell’illimitatezza delle risorse naturali. Tuttavia, nello stesso momento da un lato si parla di cambiare il modello di cui si riconosce un imminente declino, dall’altro non si riesce a dare argomentazioni che vadano oltre gli aspetti puramente tecnici,  che riguardano principalmente le innovazioni tecnologiche, e di fatto si continua a inneggiare all’aumento dei posti di lavoro, alla ricerca del profitto e all’abbondanza, mentre il sistema produttivistico industriale non è mai messo minimamente in discussione.

Concetti culturali fondamentali come l’illimitatezza e l’irreversibilità dei fenomeni non fanno parte della Blue Economy, mentre sono presenti nella decrescita che invece si distacca dal pensiero positivo, dal progresso eterno e dalla ricerca del profitto come unico mezzo per sostenere l’economia: in poche parole demistifica la fede nella crescita perpetua, fortemente radicata nel nostro subconscio collettivo.

L’idea di considerare il capitale naturale, analogamente alla proposta del Capitalismo naturale di Lovins e Hawken, come un fattore produttivo, prendendo in considerazione quindi anche il suo punto di vista, la sua limitatezza e la sua fragilità, è senz’altro un aspetto positivo nell’evoluzione di un modello di sviluppo, ma può essere per certi versi più spaventosa e preoccupante persino rispetto al sistema tradizionale. Se si considera di usare l’ecosistema, pur rispettandolo e studiandone a fondo il funzionamento, come mezzo per raggiungere fini di profitto, che riguardano sempre la logica dell’inseguire la crescita economica dei capitali, allora forse andremo verso danni maggiori agli ecosistemi e maggiori squilibri dato che la natura diventerà palesemente strumento di produzione: legittimando il suo ruolo nel sistema produttivo, attribuendole i suoi minimi diritti sindacali e la sua minima retribuzione e nello stesso tempo andremo legittimando anche i suoi danni irreversibili, come già avviene d’altra parte per i lavoratori. Inoltre, persino la stessa bioimitazione impiegata nei sistemi industriali, a prescindere da un cambiamento a livello culturale, potrà forse portare alla razionalizzazione delle risorse ma contribuirà su larga scala al collasso economico-ambientale e sociale dell’intero sistema.

Nella Blue Economy, e nella Green a maggior ragione, siamo ancora a ricercare la chiave di lettura delle questioni globali di oggi solamente in termini di razionalità, crediamo ancora che l’unico motivo del nostro comportamento incosciente risieda solamente nel fatto che ne ignoriamo le conseguenze. Nella visione della decrescita, che ho tracciato nei miei scritti, invece la causa della triplice crisi deve essere ricercata prima di tutto nello spirito umano e nella cultura occidentale, la stessa cultura che sta dominando il mondo intero e lo sta lentamente conducendo al collasso generale.