«Un uomo è ricco in proporzione del numero di cose delle quali può fare a meno»
Henry David Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi

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domenica 19 novembre 2023

Pensiero #10

Non vi rendete conto che i cosidetti femminicidi, come tanti altri abominevoli fenomeni della nostra società globale, derivano da una cultura, di matrice occidentale, che mette al centro di tutto l'ego, il piccolo io, che separa l'io dal resto, che incoraggia la competizione, la sopraffazione, l'apparire piuttosto che l'essere. Lo stesso tipo di cultura che ogni giorno, con ogni mezzo, state sostenendo e diffondendo. Tutto il resto è ipocrita retorica. 



mercoledì 19 ottobre 2022

La speciazione culturale è prossima, che fare?

 


La pandemia ha accelerato tutti i processi trasformativi, tra questi anche quello di speciazione culturale. È sempre più evidente che esiste uno scollamento tra la popolazione, in particolare tra le persone che hanno intrapreso un proprio percorso interiore, che le ha condotte ad acquisire uno stato di coscienza più elevato, e quelle che invece non hanno lavorato minimamente su se stesse e sono cadute facili prede della narrazione dominante, ignare di aderire al monopensiero, il loro stato di coscienza è ridotto, se non addirittura inerte. 

Questo distanziamento, non sociale, ma culturale non fa che aumentare e presto assisteremo a una vera rottura dovuta a una totale incomprensione tra i due gruppi; nonostante entrambi parlino la stessa lingua, vivano nello stesso luogo e nella stessa epoca, siano sottoposti agli stessi stimoli esterni, non riusciranno più a comunicare perché i loro presupposti di partenza, su cui basare qualsiasi minimo ragionamento, anche il più banale, sono completamente diversi, opposti direi. Per un gruppo si tratta di presupposti eterodiretti, quindi determinati e imposti dall'esterno, per l'altro gruppo invece sono presupposti autodiretti, ovvero generati e scelti dall'interno.

La domanda principale sarà quindi cosa succederà ai due gruppi, e soprattutto cosa succederà tra i due gruppi. Il gruppo dei consapevoli è per adesso in percentuale piccolissimo e non sta generando particolari problemi al Sistema, che lo etichetta e lo emargina molto facilmente isolandolo e facendolo apparire come un'anomalia di poco conto.

C'è da considerare, però, che la pandemia ha segnato una forte discontinuità col passato, uno spartiacque, un punto di non ritorno, e l'aggravarsi della triplice crisi (ecologica, economica e umana) è adesso, non solo di gran lunga accelerata, ma anche sicuramente inarrestabile.

Nel prossimo futuro, quindi nei prossimi anni, è prevedibile che il gruppo dei consapevoli cresca in modo esponenziale, uscendo dall'irrilevanza e dalla segregazione. Il Sistema probabilmente non riuscirà più a contenerli nella segregazione e dovrà prendere una decisione: o l'eliminazione diretta di tale gruppo dissidente oppure, molto più realistico e auspicabile, scendere a un qualche tipo di compromesso, magari allentando la presa su di loro, e garantedogli uno "spazio vitale culturale".

Una cosa è certa, il Sistema sta dando segni di cedimento ormai da tempo, e la pandemia ha dato un grosso scossone, provocando lacerazioni che sarà difficile rimarginare velocemente, visto anche che le crisi si sovrapporranno e si rafforzeranno a vicenda. Per restare in vita, dovrà necessariamente mantenere saldi i suoi dogmi (crescita economica, progresso tecno-scientifico, antropocentrismo) difendendoli allo stremo, anche là dove è palese che siano fallimentari, anzi là dove si evince che siano essi stessi le cause della crisi che attraversiamo, arrivando a difendere l'indifendibile, a negare le evidenze, facendo emergere una serie di paradossi e di insensatezze.

Non deve stupire, tuttavia, che molte persone, anche davanti a tali insensatezze e paradossi non si facciano delle domande, non mettano in discussione niente, non deve stupire perché dopo un vita intera, di più generazioni, vissuta nella totale e cieca fede in certi dogmi, ritenuti assolutamente incontrovertibili, è perfettamente normale che non si riesca a "vedere" con i propri occhi la realtà, che non ci si riesca a liberare di tali imposizioni culturali, un po’ per inerzia psicologica certamente, ma anche, e forse soprattutto, per una profonda, e magari inconsapevole, paura dell'ignoto.

Che cosa dovremmo fare, allora, noi che sentiamo di non appartenere più a questa società, noi che stiamo assistendo al crollo di un Sistema che da anni andavamo percependo come sempre più pervasivo? Io credo che la cosa più importante in questo momento storico sia quella di concentrare tutte le nostre forze nella costituzione di "sacche di resistenza culturale" autonome, ma alla cui base ci sia sempre e comunque un continuo e profondo lavoro su sé stessi, in cui ognuno, attraverso varie strade, coltivi la contemplazione del proprio grande io, l'io che è l'Uno e che ci unisce al Tutto. In poche parole, organizzare delle comunità di resistenza/resilienza in cui ogni membro si impegni, oltre che a un lavoro materiale e relazionale con la comunità, anche a un lavoro di risveglio interiore e di comunione con Dio.    


venerdì 25 febbraio 2022

L'oblio della ragione



Viviamo in una società che si ritiene fondata sul metodo scientifico, che proclama la Scienza come “unico faro”, che si presuppone faccia fede in criteri di razionalità, logicità e giudizio. In realtà non è mai esistita società più irrazionale, fuori da ogni barlume di coerenza, come quella odierna.

La pandemia ha accelerato un processo già in atto da decenni e ha portato il materialismo-scientista a dominare incontrastato l’immaginario collettivo. Chi tenta, anche pacatamente, di levare qualche debole critica, o quantomeno di proporre una riflessione, viene tacciato immediatamente e sistematicamente di complottismo, di terrapiattismo, viene giudicato malamente, deriso, finanche offeso, come in una vera caccia alle streghe.

L’attuale sistema, per come è concepito, non permette alcun pensiero critico, di fatto sono decenni che la capacità critica delle persone è ostacolata, mantenuta in religioso sopore. Sì, perché se non si è esperti del settore non si può esprimere alcun parere, si deve meramente obbedire, perché l’esperto tecno-scientifico sa esattamente cosa è meglio per noi, che si tratti di medicina, di politica, di economia, o di altro.

L’accelerazione del processo di alienazione provocato dalla pandemia sta facendo emergere sempre più chiaramente tutta una serie di paradossi, ovvero di veri e propri cortocircuiti mentali in cui il buon senso e la ragionevolezza non possono far altro che soccombere di fronte al delirio imperante.

Tuttavia, nonostante questi paradossi siano sempre più numerosi, e sempre più manifesti, la maggior parte delle persone non riesce a coglierli, per lo più non per mancanza di perspicacia, né di sensibilità, piuttosto da una parte per un intossicamento da sovraesposizione alla narrazione dominante e dall'altra per la fobia e l'angoscia provocati dal mettere in dubbio qualcosa che si crede assolutamente indiscutibile e a cui si è prestata una fede cieca per una vita intera.

In verità, siamo già ben oltre i paradossi, siamo penetrati nel puro delirio, dove non c'è alcuna logica né coerenza, figuriamoci buon senso. Siamo giunti alle porte di una distopia concreta. Proprio per inseguire i dettami di un materialismo-scientista, che pretende di controllare e circoscrivere ogni aspetto della vita, siamo finiti per perdere qualsiasi aderenza alla razionalità e quindi alla realtà. E più il sistema cerca di recuperare questo scollamento e più, naturalmente, questo si amplia e la crisi si acuisce.

Credo, onestamente, che fare degli esempi di questi paradossi sia del tutto inutile, se non controproducente. Sono ormai decenni che essi sono piuttosto palesi, proprio perché non c’è più nessuna ragione dietro a tutto quello a cui assistiamo ogni giorno. Esaurita ogni forma di razionalità, e persino di buon senso, tutto ciò che resta non è altro che una cieca e inviolabile fede nella dottrina del progresso di matrice scientista-materialista che emerge in tutto il suo fanatismo.

Una società che costringe decine di migliaia di bambini a restare prigionieri nelle loro abitazioni per settimane e settimane pur non avendo alcun sintomo; una società, detta democratica, il cui governo ricatta e discrimina quotidianamente milioni di cittadini per una loro scelta personale; una società che promuove in tutti i modi il distacco fisico ed emotivo tra le persone, mentre incoraggia l’uso delle tecnologie digitali che le alienano sempre più da se stesse e dalle altre; una società che ritiene più probabile e normale dimenticare il proprio bambino chiuso in auto piuttosto che il proprio cellulare; una società che tratta esseri viventi come materia da plasmare e sfrutta gli ecosistemi disinteressandosi totalmente della loro conservazione; una società che rinnega qualsiasi forma di etica e basa ogni sua minima scelta su criteri di prestazioni economiche-finanziarie: un tale tipo di società, giusto per fare soltanto alcuni esempi, è una società che non ha niente a che vedere con la razionalità, la logica e la ragione.

Tutti questi segnali evidenti sono sintomatici di una civiltà che sta arrivando lentamente alla sua fine. Sfortunatamente, non ci è dato sapere quanto tempo e quante sofferenze ancora dovremo sopportare e superare prima di compiere un salto evolutivo che permetta il sorgere di una nuova civiltà.

Quello che sappiamo è che quando il deliro diventa normalità, come stiamo sperimentando ogni giorno con maggior cognizione, il buon senso non è più qualcosa di scontato, di ordinario, di ragionevole appunto, diventa piuttosto un atto rivoluzionario, sovversivo, nonché criminale agli occhi del sistema, mentre l’incapacità di concepire alternative al pensiero unico resta il vero e unico grande male del nostro tempo.

Siamo consapevoli che il buonsenso da solo non sarà sufficiente. Occorrerà una gran dose di coraggio per abbandonare i dogmi del pensiero unico e tentare strade diverse. Occorrerà saggezza, lungimiranza e pazienza per ricostruire una società fondata sull’etica, sul valore inestimabile della vita, sull’interconnessione e l’interdipendenza di tutti i fenomeni.

Oggi è tempo di resistere all'oblio della ragione, nell’attesa di poter costruire un domani illuminato dalla luce di una nuova coscienza.


lunedì 6 settembre 2021

Verso una società asettica

 



La società post-covid sarà una società asettica, in tutti i sensi. Assomiglierà molto a una distopia surreale, dove le relazioni con gli altri, con la Natura e con se stessi, saranno guardate con diffidenza, evitate, finanche proibite.

L'attuale pandemia ha notevolmente accelerato un processo di degradazione umana (così come sociale, economica e ambientale) oramai già in atto da decenni. Per paura di un virus (che ha una mortalità del 3%, e molto inferiore se si considera le età) già da oltre un anno abbiamo rinunciato a vivere. Ci siamo rintanati "come sorci" sotto assedio di qualche sparuto micio. Abbiamo rinunciato a vivere per sopravvivere, evitando tutto ciò che viene considerato futile se non inutile, come un abbraccio ad un amico o una cena conviviale. E abbiamo continuato a svolgere attività lavorative, le sole ad essere considerate utili e importanti, quando invece molti dei nostri lavori sono improduttivi se non dannosi. Come se l'uomo fosse una specie di macchia che necessita solo di essere alimentata per funzionare. Abbiamo rinunciato a vivere per paura della morte, dalla quale vogliamo continuamente rifuggire, che vorremmo abbattere, annientare, come se fosse un nemico da sconfiggere. La vediamo come un limite, qualcosa di negativo. Il fatto che noi non riusciamo più a dare un senso profondo alla morte, ci impedisce allo stesso tempo di dare un senso profondo alla nostra vita. Per questo ne abbiamo tremendamente paura, perché non la comprendiamo, perché non le diamo un senso d'armonia con tutto il resto.

La cosa più tragica di questa periodo di pandemia è che abbiamo, e stiamo tuttora, insegnando ai nostri figli a mantenere una distanza fisica, ed inevitabilmente emotiva, dagli altri, gli stiamo insegnando a diffidare degli altri perché potrebbero essere portatori di un male, a coprirsi il volto come se l'espressione di un sorriso non fosse qualcosa di vitale, a pulirsi le mani in continuazione alimentando le fobie e rendendoci sempre più sterili, biologicamente e al contempo umanamente. Al contrario gli stiamo incoraggiando, come ultima goccia che fa traboccare un vaso già colmo, ad abbandonarsi totalmente alle suadenti luminosità delle tecnologie digitali: oramai i migliori amici dei nostri figli sono smartphone, tablet e pc, quelli almeno sono sicuri, asettici appunto.

Non che ci fosse bisogno del covid, per carità, la strada della disgregazione sociale e della degradazione umana, ecologica (si pensi solo alle tonnellate di mascherine che finiranno negli oceani, negli inceneritori e nel migliore dei casi nelle discariche) ed economica-sociale (aprire una parentesi non mi basta e comunque credo sia ben chiaro a tutti) era già stata imboccata da decenni, o forse da secoli.

Sì, perché se ci fate caso la nostra umanità era già in una fase di disgregazione. Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente che più la tecnologia avanza e più l'umanità degrada perché tutte le relazioni vengono compromesse. Lo stesso discorso vale anche per gli altri ambiti: per l'ecologia, in quanto la natura si degrada sempre più al progredire della tecnica, e per l'ambito economico e sociale dato che crescono i posti di lavori perduti e cresce il divario tra ricchi e poveri.

La tecnologia disumanizza, ovvero allontana l'uomo dalla sua natura e dalla Natura, con conseguenze sociali, economiche e ambientali spaventose, proporzionali al suo avanzamento e alla sua diffusione. E non è questione di usarla bene o male, per fini nobili o deleteri, piuttosto nella sua stessa essenza è intrinseca una minaccia tanto latente quanto temibile, che se non è colta e limitata adeguatamente può condannare l'uomo e la vita sulla terra a una danno irreparabile.

Senza la necessità di demonizzare la tecnologia, che certo può e deve essere utilizzata, forse dovremmo capire che il suo avanzare non è da ritenersi sempre e comunque un miglioramento, dovremmo pensare a dove, come e quando sia davvero indispensabile, oppure possa essere preferibile impiegarla a un livello inferiore di complessità anche là dove fosse disponibile una tecnologia superiore a un prezzo vantaggioso.

Tenendo sempre bene a mente che più è avanzata la tecnologia più è forte il suo potere di alienazione, dovremmo quindi passare dall'impiego di una tecnologia sempre più avanzata in ogni caso e situazione all'impiego di una tecnologia adeguata (già da me proposta in "Ritorno all'Origine", 2012) in base al contesto.

Se pensiamo ad esempio alle più banali innovazioni tecnologiche che rendono comoda la nostra vita quotidiana (mi viene in mente: il selfservice automatico per fare la spesa o la benzina, il telepass autostradale, allo home banking e a tutti i servizi online) ci resta senz'altro difficile renderci conto che anche dietro a queste per noi semplici applicazioni, dietro alla loro innegabile convenienza e velocità, c'è nascosta la stessa identica minaccia.

Non abbiamo più un contatto umano, un sorriso o un saluto, ma ci confrontiamo con delle macchine, al massimo con degli schermi con voce metallica, e allo stesso tempo perdiamo dei posti di lavoro e creiamo maggior impatto sull'ambiente (se non altro per il consumo di energia).

Incrementando il livello di avanzamento tecnologico la minaccia diventa sempre più difficile da gestire e celare. Se pensiamo alla robotica e all'intelligenza artificiale che sono prossimi ad entrare nella nostra quotidianità capiamo che presto raggiungeremo una potenza d'alienazione della tecnologia così imponente che non sarà più l'uomo a fare uso della tecnologia, ma viceversa ne diventerà completamente assoggettato.

In sintesi, tutto quello che stiamo vivendo e che il covid sta accelerando, è frutto di un minaccioso virus, un virus non biologico ma piuttosto ideologico, ovvero il virus del progresso. L'idea del progresso si è diffusa da alcuni decenni in tutto il globo e ha contagiato tutti (la globalizzazione potrebbe anche essere vista come una sorta di pandemia in effetti) non risparmiando nessuno e sterminando letteralmente le antiche culture preesistenti.

Questo virus è nato dalla visione materialistica e dualistica della vita sorta e sviluppata negli ultimi cinque secoli (un niente in confronto al tempo trascorso dalla comparsa dell'uomo sulla Terra), una visione che ha decretato quale unico mezzo di conoscenza la scienza deterministica e riduzionista facendone un nuovo e più potente dogma (che sostituiva quello della Chiesa già in declino).

La fede cieca e assoluta nella scienza e nella tecnologia hanno quindi permesso al virus del progresso di diventare pandemico e "colonizzare l'immaginario" di tutti. I pochi, pochissimi, che ne sono guariti e ne sono, per così dire, diventati immuni sono oggi gli unici a essere considerati malati.

Mettere in discussione un dogma non è infatti possibile per definizione. Il dogma del progresso dovrà essere superato proponendo una nuova visione della vita e del mondo, che sia una visione non antropocentrica, non dualistica, non deterministica e non riduzionista, in altre parole una visione olistica che contempli l'unitarietà, l'interconnessione e l'interdipendenza di tutte le cose.

lunedì 7 settembre 2020

Trattati Eretici, un commento di Gloria Germani




Un breve testo, composto come un dialogo socratico, che si legge con grande facilità ed immenso piacere. I dialoghi tra l’ospite e un giovane amico che è venuto a trovarlo (sull’esempio degli scritti di Nichiren) si alternano alle lettere scritte dal primo al secondo, mentre l’incredulità o l’opposizione iniziali si dipanano per far posto ad una rischiarante comprensione e condivisione. 

Contro il puerile ottimismo dei nostri tempi, in gran parte alimentato dall’industria e dal marketing, l’ospite ci mette di fronte alla triplice crisi che stiamo attraversando: ecologica, economica e umana e già dal primo incontro ne individua la radice: la fede sconsiderata nel progresso e nella crescita. Come aveva intuito con grande ironia, Tolstoj –citato nella quarta di copertina- , "Il progresso è una legge svelata solo ai popoli europei, ma così importante da dover assoggettare ad essa tutta l’umanità". 

L’intelligenza e la sensibilità di Luca Madiai individuano ancor meglio l’origine della crisi attuale in una visione del mondo: precisamente nel pensiero riduzionista che è alla base della scienza fin dai suoi albori. L’errore di fondo di questa visione consiste nel ritenere che ciò che non si può vedere, misurare, numerare, non esista affatto. La critica serrata del padrone di casa paragona la società industriale ad un treno che viaggia su rigidi binari a velocità sempre maggiore verso un baratro che si avvicina sempre di più. La tecnologia non è neutrale ed è lei che ci conduce e ci asservisce. 

Ma il fascino del libro consiste nel fatto che questa visione negativa e critica si trasforma ben presto in un messaggio chiaro e solare, di ciò che adesso è considerato eretico e magari denigrato, ma tra qualche decennio diventerà evidente a tutti. Seguendo la visione del buddismo di Nichiren Daishonin - che presenta comunque moltissime affinità di fondo con il buddismo madhyamaka, l’induismo vedantico e altre tradizioni culturali – Madiai individua la causa dell’attuale sbandamento in una distorta visione del mondo. Si tratta di una concezione di un mondo esterno e separato da noi stessi, parallelamente ad una concezione dell’io autonomo e distinto che in nome di tale autonomia vuol dominare su tutto il resto. I differenti approcci orientali conducono infatti alle medesime conclusioni. Non esiste affatto una realtà oggettiva esterna, ma ogni essere vivente genera il proprio ambiente attraverso la continua influenza tra mondo interiore e mondo esteriore. Nel superamento di ogni dualità si trova quell’Uno che sottostà ad ogni fenomeno e che è stato chiamato con tanti nomi: Dharma per i buddisti, Dio per i cristiani, Brahman per gli induisti, Logos per i greci, Grande Spirito per i nativi americani, Tao per i cinesi. Entrare in comunione con esso è il grande scopo di ogni vita che le varie vie mistiche hanno indicato. Come ci stanno dicendo anche la fisica quantistica e altre discipline contemporanee, la materia, che siamo abituati a considerare inerte ed estesa, è costituita dalla stessa essenza vitale cosmica che sostiene ogni altro essere. La manipolazione della supposta materia attraverso l’industria e la tecnologia è dunque un abominio. Il collasso climatico imminente non farebbe altro che dimostrarlo. 

Il libro a questo punto si espande illustrando la nona conoscenza e le tre verità secondo il buddismo di Nichiren, ma questi punti di arrivo saranno tratti comuni alla conoscenza futura. Si tratta di rimuovere le illusioni, prima tra tutte l’illusione della nostra individualità, del nostro essere indipendenti, del nostro voler proprio, mentre la verità prima è quella della non sostanzialità, cioè che niente ha sostanza propria e niente è permanente. Madiai mette a confronto queste posizioni con quelle della mistica cristiana, secondo la pluridecennale analisi di Marco Vannini. L’occasione è la medesima: quella di risvegliarci abbandonando ogni pretesa di controllo basata sul nostro piccolo io, mentre al contrario il culto della scienza e della tecnologia nel nome del progresso, sono mezzi ideali per alimentare la volontà di potenza del piccolo io. Teorie assurde? Nient’affatto. Si pensi che oggi tutta la fisica più avanzata attesta che il tempo non esiste affatto, che il tempo direzionale è un'illusione della mente, e senza il tempo anche l’idea di progresso svanisce miseramente. 

Il libro si chiude con un capitolo bellissimo e illuminante sugli scopi della vita (purushartha) e gli stadi della vita secondo la tradizione induista. Le fasi che l’uomo attraversa, dalla fanciullezza alla vecchiaia, sono come segnali che la natura ci offre per comunicarci che è tempo di lasciare questa vita e sono richiami alla nostra caducità ma, nello stesso tempo, anche all’eternità della nostra più profonda essenza. La vecchiaia è il momento ideale per prepararsi al ricongiungersi con il flusso vitale cosmico. Intendere la morte come un limite estremo da abbattere è l’ostacolo maggiore all’espandersi cosmico della coscienza e all’infinita gioia che l’accompagna sia a livello individuale che collettivo. 

Con l’augurio che questo messaggio chiaro e positivo possa raggiungere quante più persone possibile, in questa epoca post Covid di grandissimo pericolo e deragliamento. 

6 luglio 2020


mercoledì 11 dicembre 2019

Il fascismo di oggi è quello della "società dei consumi"




Ancora oggi, a quasi cento anni dal celebre ventennio, si fa spesso uso del termine “fascismo” ogni qual volta ci siano degli episodi macabri e deliranti, e lo si associa con il razzismo più bieco e ignorante. Nel fare questa operazione di condanna di tali atti, assolutamente condivisibile, spesso si tenta però di far rientrare sotto il cappello di “fascismo” ogni idea, ogni atteggiamento che vagamente cerca di opporsi a un modello di pensiero, ormai unico e inattaccabile. 

Che esistano dei fanatici, fascisti o di altro genere, e che essi possano rappresentare un rischio per la società è una questione di fondamentale importanza che dovrebbe essere dibattuta e gestita con pervicacia e lungimiranza. Ma il fascismo di cui ci allarmiamo tanto e di cui ci scandalizziamo non è, forse, la “forma di fascismo” ad oggi più preoccupante. 

Se si parla infatti di regime, di dittatura e di privazione delle libertà, la prima cosa che viene alla mente pensando ai nostri tempi non è il fascismo archeologico, né i suoi possibili rigurgiti, non un potere ben delineato, specifico, centralizzato, materializzato, piuttosto una forma di oppressione subdola, mistificante, celata nei meandri della società, nel modo di pensare comune, nella banalità del vivere moderno, nella mancanza di alternative culturali, un’oppressione controllata da un potere anonimo e indistinto. 

Questo è ciò che aveva capito con chiarezza, oltre quarantacinque anni fa, Pier Paolo Pasolini, le cui parole oggi suonano di un’attualità sconvolgente. Egli individua nella società dei consumi, già agli inizi degli anni settanta, il nuovo Potere dominante che uniforma la società, la rende schiava di nuovi dettami, non scritti, ma ugualmente, se non più, oppressivi di quelli del vecchio regime. Sì, perché il nuovo Potere è riuscito a fare in pochi anni quello che al fascismo archeologico non era riuscito in venti: entrare nella coscienza più intima delle persone, “colonizzando il loro immaginario”, per dirla alla Latouche. In questo, il nuovo dominio è ben oltre il regime tradizionale, per così dire esterno e determinato, circoscritto, è un regime occulto, indefinito, ma più profondo e incisivo, «peggio che totalitario in quanto violentemente totalizzante».

Nell’esporre questi concetti Pasolini non usa mezzi termini: «Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato “la società dei consumi”. Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. Ed invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo».

Quello che Pasolini lancia, pochi mesi prima di essere assassinato, è un allarme concitato a una società che sta perdendo, o che forse ha già perso, la sua libertà, passando da una vita preindustriale, contadina, fatta di rinunce, sacrifici, dolore, ma anche essenziale, genuina, equilibrata, a una vita omologata, banale e mercificata. Una transizione, avvenuta in brevissimo tempo, che Pasolini, nel pieno della sua attività creativa, ha potuto acutamente osservare, vivendo in prima persona quello che lui ha chiamato il passaggio da “prima della scomparsa delle lucciole” a “dopo la scomparsa delle lucciole”.

«È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa, che io rimpiango. […] Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita».

In questa analisi, Pasolini vede molto lontano, lontano anni, decenni: vede una società che verrà sempre più fagocitata dal materialismo, dall’accumulo di beni inutili, che distruggeranno la convivialità delle relazioni parentali e di amicizia, disgregheranno le comunità, innalzando l’idolo dell’individualismo, il mito dell’uomo di successo, autorealizzato contro tutto e tutti, dell’edonismo più sfrenato; una società che si regge sempre più sulla vanità, sull’arroganza, sull’invidia, sulla competizione, fino ad arrivare ai nuovi mali moderni: il malessere psichico dilagante dell’uomo consumatore; un uomo non più umano, in quanto la società non è più fatta per la sua felicità, ma è uomo-strumento della società stessa, mentre la sua vita si svuota di ogni senso. 

Tutto questo è originato da una cultura dominante, una visione della vita che ha conquistato, oramai senza neanche più bisogno della forza, tutto il pianeta e su cui nessuno sembra capace di opporre la minima resistenza, e nemmeno la più pacata obiezione. Negli ultimi decenni questa uniformazione culturale è in evidente crescita: in ogni ambito, infatti, le differenze tra una parte del mondo e l’altra vanno riducendosi. Se osserviamo il modo di concepire la propria vita, i principi su cui basare le scelte più importanti, si può concludere con certezza che l’omologazione a livello planetario è interamente compiuta. Il criterio economico che si fonda sull’utile è diventato l’unico valore determinante di ogni aspetto delle nostre esistenze. 

Questo Pasolini lo aveva capito con largo anticipo.

«Il modello culturale offerto agli italiani, e a tutti gli uomini del globo del resto, è unico. La conformazione a tale modello si ha prima di tutto nel vissuto, nell’esistenziale: e quindi nel corpo e nel comportamento. È qui che si vivono i valori, non ancora espressi, della nuova cultura della civiltà dei consumi, cioè del nuovo e del più repressivo totalitarismo che si sia mai visto. Dal punto di vista del linguaggio verbale, si ha la riduzione di tutta la lingua a lingua comunicativa, con un enorme impoverimento dell’espressività».

Il nuovo Potere è altamente uniformante, livella tutta la società su una monocultura, un monopensiero, uccidendo quindi la cultura e il pensiero, rendendo sterile ogni tentativo di indipendenza intellettuale, così come ogni forma espressiva. 

Negli ultimi anni della sua vita, Pasolini concentra la sua riflessione sulle vere ragione dell’antagonismo tra il cosiddetto fascismo e il cosiddetto antifascismo per scoprire, con rammarico, che entrambi non sono che due aspetti complementari, interscambiabili, solo apparentemente in contrasto, ma di fatto sostenitori e funzionali al sistema del nuovo Potere. Perché non lo affrontano, non lo mettono in discussione, e probabilmente neanche riescono a percepirne l’esistenza. L’esistenza di una nuova e subdola forma di totalitarismo. 

«La matrice degli italiani che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. Non c’è più dunque differenza apprezzabile, al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando, tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili».

Confrontando il fascismo archeologico con il “nuovo fascismo” arriva addirittura a considerare quest’ultimo ben peggio del primo, in quanto il nuovo Potere ha una capacità pervasiva di gran lunga maggiore, capace di influenzare le menti continuando a farle sentire illusoriamente libere. 

«Il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo, che è tutt’altra cosa, non distingue più, non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo». 

E ancora: «Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio nel fondo dell’anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana, di una irregimentazione superficiale, scenografica, ma di una irregimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Il che significa, in definitiva, che questa “civiltà dei consumi” è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la “società dei consumi” ha bene realizzato il fascismo».

Il nuovo Potere è potente del suo essere invisibile, inconsistente, apparentemente inesistente, intangibile, indecifrabile, sebbene i suoi effetti devastanti sulla società e sull’ambiente naturale siano dannatamente evidenti. Tale potere ha una conformazione assolutamente altra rispetto ai poteri dei secoli precedenti: non ha niente a che vedere con il potere religioso, né con il potere politico, né probabilmente con quello prettamente economico e industriale, non è nazionale, supera i confini degli stati e persino dei patti internazionali, è forse oltre ciò di cui siamo a conoscenza. 

«Scrivo “Potere” con la P maiuscola solo perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è. Non lo riconosco più nel Vaticano, né nei potenti democristiani, né nelle Forze Armate. Non lo riconosco più neanche nella grande industria, perché essa non è più costituita da un certo numero limitato di grandi industriali: a me, almeno, essa appare piuttosto come un tutto (industrializzazione totale), e, per di più, come tutto non italiano (transazionale)».

Questa «forma “totale” di fascismo» ha però una caratteristica che lo distingue e ne permette l’individuazione: essa ha una febbrile «smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo “Sviluppo”: produrre e consumare», una frenesia schizofrenica e inarrestabile di perpetuare il progresso tecnologico e l’accumulo di beni materiali a oltranza e ad ogni costo. 

Nessuna opposizione è contemplata. L’antifascismo di oggi, come quello di allora, al tempo di Pasolini, invece di contrastare criticando la società dei consumi, si scaglia unicamente su di un fascismo primitivo, che non ha più un potere realmente totalitario. 

«Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più». 

«Buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è presuntuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. È, insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo».

“L’antifascismo di maniera” non fa che alimentare l’odio e favorire la divisione della società. In quanto “anti”, “contro” qualcosa, per sua stessa natura è funzionale a quel qualcosa, altrimenti non esisterebbe. 

«Questo odio si dirige, in certi casi in buonafede e in altri in perfetta malafede, sul bersaglio sbagliato, sui fascisti archeologici invece che sul potere reale».

La dittatura non ha più le forme del secolo scorso, non ne ha più bisogno, si è mascherata da sviluppo, libertà, comodità, benessere, agiatezza, opportunità. E i suoi strumenti non sono più propagande scenografiche e repressioni violente, la sua propaganda è perenne e pervadente, non si distingue più nella nostra vita dai suoi normali accadimenti, è la nostra vita stessa un grande manifesto di propaganda del nuovo regime, ognuno di noi un perfetto adepto inconsapevole. E la violenza si è mascherata da solidarietà, l’arroganza da sicurezza, l’intolleranza da tolleranza.

«La vera intolleranza è quella della società dei consumi, della permissività concessa dall’alto, voluta dall’alto, che è la vera, la peggiore, la più subdola, la più fredda e spietata forma di intolleranza. Perché è intolleranza mascherata da tolleranza. Perché non è vera. Perché è revocabile ogni qualvolta il potere senta il bisogno. Perché è il vero fascismo da cui viene poi l’antifascismo di maniera: inutile, ipocrita, sostanzialmente gradito al regime».

Il risorgere di movimenti che riecheggiano al fascismo, nonostante il secolo trascorso, è di fatto l’evidente conseguenza di una situazione sociale che sta degenerando proprio a causa di una stretta del nuovo regime sulle masse popolari costrette a subire da vicino, non solo le pene delle diseguaglianze economiche, ma anche tutti gli altri effetti indesiderati della modernità: disastri ecologici, malesseri psichici, disagi relazionali, malattie a causa ambientale.

Se l’antifascismo è la risposta per uscire dal fascismo, con molta probabilità, è la risposta sbagliata, o se non altro incompleta. 

«Ridurre l’antifascismo a una lotta contro questa gente significa fare della mistificazione. Per me la questione è molto complessa, ma anche molto chiara, il vero fascismo, l’ho detto e lo ripeto, è quello della società dei consumi».

Un po’ come l’ecologia di superficie, che non mette in discussione il modello di sviluppo e di pensiero occidentale, è totalmente inefficace a promuovere una vera ecologia, che sia invece profonda e radicale, allo stesso modo un antifascismo “di maniera”, anch’esso superficiale nel senso che non va ad intaccare le radici della crisi sociale odierna, non potrà contribuire a un cambiamento reale della società attuale e incidere sulle cause dei suoi malesseri.

Per uscire da questa situazione degenerante, quello di cui c’è bisogno non è creare divisione tra le persone, tra destra e sinistra, tra progressisti e conservatori, sia perché tali distinzioni non hanno di fatto più nessun senso poiché le due fazioni nel profondo sono l’espressione della medesima cultura, sia perché l’azione realmente efficace è piuttosto l’opposta, quella di unire le persone, non “contro” qualcosa ma “per” qualcosa, per incoraggiarle a intraprendere un altro percorso, un percorso che sia veramente nuovo, non “anti” o “contro”, ma completamente “oltre”. 

Mentre Pasolini, al suo tempo, ha visto «il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione», noi ci dobbiamo augurare, al nostro tempo, di vedere una trasformazione totale e profonda delle nostre coscienze, che non ci conduca a un ritorno al passato, ma che ci riveli nuove ed entusiasmanti alternative.



Il virgolettato «…» è estratto da Pier Paolo Pasolini - Il fascismo degli antifascisti - Garzanti



mercoledì 18 luglio 2018

Il bisogno di raccontare storie diverse



Quello che è oggi impellente, l'ho scritto più volte, è senza dubbio un cambio di prospettiva, un abbandono di un immaginario, di una visione culturale monocentrica, per approcciare un modello olistico multicentrico e multiculturale, nel senso più profondo e più vero del termine. Lasciare l'infuriato treno del progresso che viaggia sempre più veloce sui binari della crescita perpetua, per muoversi in uno spazio vasto, libero, sicuro. Lasciare l'unica certezza, per accogliere infinite possibilità. 

Per fare ciò ci sono tante vie, tanti mezzi, più o meno efficaci, più o meno rapidi, più o meno costosi, più o meno indolori. Certo è che i mezzi dovranno essere in armonia coi fini. 

«Un nobile scopo non può essere raggiunto a meno che i mezzi impiegati per la sua realizzazione non siano altrettanto nobili. L’obiettivo in sé determina i mezzi che possono essere utilizzati» Daisaku Ikeda (La rivoluzione umana n. 11, pag. 209) 

Uno dei mezzi più efficaci (d’altronde lo è sempre stato) per abbandonare la monocultura e liberare il pensiero è quello di raccontare storie diverse, storie “altre” rispetto al solito canovaccio autoimposto dal sistema dominante. 

Infatti, tra tutti i bisogni imposti dalla propaganda pubblicitaria e dalla cultura del nostro tempo, fra tutti questi bisogni che aumentano ogni giorno che passa, dovremmo inserire quello di sentire storie nuove, storie diverse dallo standard. Storie in grado di educare, ovvero di far riflettere, di far sviluppare il proprio pensiero critico, di aprire nuovi e vasti orizzonti, in cui perdersi magari, e in cui ritrovarsi, dolcemente. Per essere sereni, se felici è troppo, soddisfatti, rilassati e pieni. 

Le storie che seguono sono un piccolo contributo a questo bisogno di nuove storie, di storie diverse, di storie rigeneratrici. 

Spero vi piacciano e spero ne possiate inventare anche voi, di nuove e di altre.


I Racconti Etici 


Primo Volume:

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