«Un uomo è ricco in proporzione del numero di cose delle quali può fare a meno»
Henry David Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi

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lunedì 5 novembre 2012

Dal motore ai pedali

La transizione verso il sostegno della vita



Dall'articolo è estratto un brano pubblicato sulla BiciAgenda 2013 di Terra Nuova in omaggio a tutti gli abbonati della rivista.


Da quando sono nato ho sempre vissuto a Firenze e dall’età di quattordici anni ho sempre girato per la città in motorino, mi pareva il modo più logico e comodo per farlo. Da allora ho fatto decine e decine di migliaia di chilometri, senza tuttavia allontanarmi troppo. Tutti i miei coetanei facevano lo stesso. Dopotutto in un paese come l’Italia, prendere il motorino compiuti i quattordici anni fa parte dello sviluppo di un ragazzo, è entrato nel nostro immaginario culturale in modo pesante. Altro passo fondamentale è quello della patente e dell’auto arrivati ai diciotto anni. Ragazzi o ragazze che non compiono questi due passi nella loro giovinezza sono considerati dei menomati, degli insofferenti o quanto meno affetti da seri problemi. Alcuni, i più sfortunati, i cui genitori non permettevano l’uso del motorino, si sono poi rivalsi pienamente con la maggiore età e con l’uso quotidiano di una macchina tutta per loro.

La cultura dell’auto è profondamente radicata nel nostro paese, nelle nostre coscienze. Le auto dominano l’immaginario culturale della nostra vita quotidiana, a partire dalle pubblicità che ricoprono le strade e i media, fino ad arrivare addirittura alla valutazione della qualità e del valore della propria esistenza in termini di marca e modello. Ciò è evidente e credo che risulti inutile dimostrarlo. Quello che invece dovrebbe essere ancor più evidente, ma che a onor del vero non lo è affatto, è quanto questo entroterra culturale auto-centrico danneggi e degradi le nostre vite in termini economici, ambientali e sociali. D’altra parte, in realtà ad oggi questi aspetti sono oramai noti e condivisi dai più, ma la questione di fondo è che semplicemente nessuno se ne cura perché non riesce a uscire da un’inerzia mentale se non a fronte di notevoli sforzi d’animo. Questo significherebbe però che l’uomo non agisce razionalmente, o meglio consapevolmente, che non agisce nel suo bene per una fatica morale che non riesce ad abbattere. Credo sostanzialmente che ogni persona segua un proprio percorso di evoluzione interiore che si riflette pienamente nelle sue scelte individuali e che costituisce un tassello della coscienza collettiva di una società. Di base, a livello sociale, un cambiamento che scardina il sistema si instaura necessariamente a livello individuale di poche persone che risultano sensibili e predisposte a interpretare correttamente lo spirito del tempo e a metterlo in moto sottoforma di azioni concrete. Da qui, con le giuste circostanze esterne, il passo è breve nel raggiungere la società intera. 

Nella mia esperienza era impensabile vivere senza motorino fino a qualche tempo fa, da due anni a questa parte ho intrapreso un percorso di auto-consapevolizzazione, o come direbbe Gandhi di auto-governo interiore, allo scopo di compiere le azioni a sostegno della vita manifestando saggezza anziché illusione. I benefici di una vita in bicicletta sono enormi, e tutti da scoprire. La domanda allora è: perché non provarci? Io ci ho provato e ho scoperto che andando in bicicletta in città s’impiega più o meno lo stesso tempo che in motorino e spesso molto meno tempo che in auto, che non si inquina per niente anzi si fa attività fisica all’aria aperta, si incontrano e si salutano le persone per strada, non si crea confusione, rumore, stress, traffico, non si creano incidenti mortali, si migliora la socialità nelle aree urbane, si favorisce la costruzione di aree pedonali, di parchi e di zone verdi. È ovvio che tutte queste considerazioni sono ancor più vere quanto l’uso delle biciclette e dei mezzi pubblici elettrici è diffuso, i benefici aumentano di conseguenza. Perché non pensare a una vita senza automobile, a una città dove è possibile spostarsi liberamente e agevolmente usando bicicletta e mezzi pubblici, perché non pensare a uno spazio urbano diverso con pochi parcheggi e strade trafficate e con tante aree verdi, vialetti, piste ciclabili, piazze, luoghi di socializzazione spontanea. Perché non pensare a un modo diverso di usare e concepire l’automobile? Perché non pensare al car sharing, al noleggio di auto quando è veramente necessario? Perché non pensare a tratti da percorrere più brevi? Perché non pensare a ricollocare la vita nella dimensione locale basata sulle relazioni umane e sullo scambio reciproco, sull’incontro, sulla conversazione, sul contatto?

Per quanto ancora possiamo tollerare i morti per le strade? Per quanto ancora possiamo tollerare l’aria irrespirabile in città e le soglie di legge delle emissioni che non possono far altro che essere innalzate per permettere che la circolazione automobilistica sia mantenuta invariata? Per quanto ancora possiamo permetterci i costi di infrastrutture, strade, parcheggi e la cementificazione continua di nuove aree? Per quanto possiamo dipendere da una risorsa preziosa e costosa come il petrolio, facendone incessante spreco? Per quanto possiamo avere la fede cieca che la scienza e la tecnologia daranno comunque le risposte idonee ad ogni problematica e necessariamente miglioreranno le nostre vite? Per quanto ancora vogliamo essere schiavi di un sistema che non sostiene la vita ma la degrada?

Uscire dal senso comune che ci fossilizza su le credenze affinate dalla cultura del tempo, come quella che senza auto non ci si possa spostare in città e che l’auto sia un bene che non si può fare a meno di possedere, per entrare nel buon senso consapevole e condiviso. Consapevole perché la scelta non è condizionata da fattori esterni ma nasce da un proprio percorso di sensibilizzazione e di interiorizzazione delle scelte, condiviso in quanto le persone scelgono di libera iniziativa di adottare un pensiero differente e di agire di conseguenza, senza essere forzate a farlo.

Spesso ho parlato del senso del limite e del senso della possibilità, di come questi due concetti non siano in antitesi, come pare ad un analisi superficiale, ma che debbano coesistere ed essere sviluppati parallelamente. Il limite non è affatto qualcosa da cui rifuggire, non è nemmeno un ostacolo da abbattere come vuol farci credere l’avanzata ottimistica della tecno-scienza moderna. Il limite è un dato di natura, un aspetto della realtà della nostra esistenza, i limiti fisici non devono essere superati né ignorati, solo contemplandoli e vivendo in armonia e pace con essi possiamo gioire pienamente. La parola limite non ci deve più spaventare, non deve essere più un sentore di sfida, ma una condizione concreta da cui apprendere e riflettere sul nostro ruolo in questo pianeta. Nel caso della mobilità, il senso del limite è la comprensione che l’essere umano non è fatto per vivere nell’ordine delle miglia e miglia di chilometri, non ha bisogno di percorrere autostrade a velocità supersoniche, né di fare viaggi intercontinentali, che la piena realizzazione umana è alla sua portata nel raggio dei metri, che la scala vitale dell’uomo è su base locale, perché l’uomo stesso è fisicamente limitato e non ha bisogno affatto di dominare grandi distanze per sentirsi appagato. La vera felicità nasce dentro di noi e non ha dimensioni, si manifesta esternamente abbracciando tutto ciò che abbiamo attorno senza limiti di spazio e di tempo: in questo senso sì, allora, possiamo parlare di assenza di limiti. 

Allo stesso tempo dobbiamo imparare anche a sviluppare il nostro senso di possibilità, ovvero la capacità di progettare alternative, la capacità di pensare diversamente. È ovvio che il sistema dei media e la società in generale, a partire dall’educazione e dalla pubblicità, hanno offuscato e represso il nostro senso della possibilità per spingerci ad accettare tutto come “il miglior possibile”, ad essere cechi davanti all’avanzata di un progresso che ci ha riempito di merci ma ci ha svuotato nello spirito. Allenarci a pensare diversamente richiede sforzi, pazienza, coerenza, ma soprattutto richiede una profonda umiltà verso se stessi e verso le proprie convinzioni assodate dal tempo. Ciò che è veramente difficile non è affatto detto che sia impossibile.

La mia transizione dal motore ai pedali continua. Ogni giorno scopro qualcosa di nuovo in me e cerco di riportarlo nelle mie scelte giornaliere, nei miei atteggiamenti. È ancora in fase di lavorazione, un po’ perché è dura fare a meno dei trasporti motorizzati all’interno di un sistema pensato e strutturato per essi e un po’ perché questa transizione è un processo che non avrà mai fine, dal momento che riflette inevitabilmente la propria evoluzione interiore che, come sappiamo, non ha termine.

lunedì 21 maggio 2012

Essere incompresi nell’era dell’abbondanza


Molti dei miei amici che mi vedono andare in bicicletta tutti i giorni pensano che lo faccia puramente per un fattore ecologico, altri pensano che io sia un gran spilorcio che vuole risparmiare su qualsiasi cosa faccia, o che sia una sorta di santone che auspica un ritorno all’età della pietra, alla clausura e all’austerità monastica. Credo che addirittura alcuni pensino che uso la bicicletta perché le mie condizioni economiche non possano permettermi di meglio. La bicicletta è comunque vista come qualcosa di arretrato e inferiore, soltanto perché è tecnologicamente più semplice e antecedente dei mezzi motorizzati, ma non per questo è meno efficiente ed efficace, anzi. Pochissimi riescono a capire cosa c’è dietro all’atto innocente di usare la bicicletta per i propri spostamenti giornalieri. Vedere esclusivamente l’aspetto ecologico o economico è riduttivo. Alle spalle di tale scelta vi è un entroterra culturale molto vasto.

Allo stesso modo, quando scelgo volontariamente di fare a meno di qualche schiavo energetico (auto, ascensore, climatizzatore …) la maggior parte delle persone pensa che lo faccia perché ho pochi soldi oppure perché sono taccagno. Tante persone mi vedono fare le scale e mi dicono subito: “c’è l’ascensore, non l’hai visto?”, si sbalordiscono sempre se scelgo di fare le scale quando c’è la possibilità di prendere un mezzo meccanico che fa tutto al posto tuo. Mi capita spesso che le persone hanno la mania di accompagnarmi in auto, quando io vorrei fare due passi perché mi fa piacere, e non credo lo facciano soltanto per buona educazione, ma soprattutto perché ritengono che usare i piedi quando non è necessario sia inopportuno, non ragionevole. Una cosa è andare in palestra o a correre nel parco, quello sì che ha una logica: smaltire il grasso in eccesso, tenersi in forma, mostrarsi in pubblico atletici e vigorosi. Ma se durante le nostre normali funzioni giornaliere rinunciamo a uno schiavo energetico siamo semplicemente dei tirchi, dei poveracci o abbiamo perso la testa. Non c’è altra spiegazione. 

È soprattutto per questi motivi che spesso mi sento isolato e incompreso. Io stesso che sono figlio di questa cultura dell’abbondanza da cui voglio uscire sto facendo sforzi. Se non ci alleniamo tutti quanti a pensare diversamente e a fare esercizi di alternative di pensiero, non potremmo mai uscire dal senso comune diffuso.




lunedì 5 marzo 2012

Elogio del Vento




Il vento soffia senza preavviso
Il vento gela e porta via il fiato
Il vento dà consiglio
Il vento conforta gli animi perduti

Il vento solleva foglie secche
e speranze ormai cadute
Il vento fischia e suona
melodie remote
Il vento corre per i prati
e per i mari
Il vento accarezza la pelle
e sussurra nei timpani
Il vento passa
e non torna indietro mai

Il vento è forza della natura
Spirito del tempo atmosferico
Cavallo in carica d’assalto
Rapido scrigno d’energia

venerdì 13 gennaio 2012

Io sono quello che non faccio

Elogio della libertà

Dipinto di Antonio Cocchi Panebianco


Io non fumo sigarette
Io non bevo caffè
Io non uso l’auto in città
Io non guardo partite di calcio
Io non gioco con videogiochi in voga
Io non mangio spesso al fast food
Io non vesto firmato in ogni occasione
Io non compro acqua in bottiglie di plastica
Io non getto una cartaccia per terra
Io non acquisto qualcosa di cui non ho bisogno
Io non prendo l’ascensore per fare pochi piani
Io non mi lamento se qualcuno si comporta male
Io non parlo male alle spalle degli altri
Io non faccio regali a natale
Io non ho comprato uno smart phone
Io non tengo il termostato sopra i venti gradi
Io non utilizzo mai climatizzatori
Io non mangio carne tutti i giorni
Io non guardo la televisione a casa
Io non vado in vacanza alle Maldive
Io non faccio distinzioni di sorta
tra un italiano, un nigeriano e un turco
Io non compro prodotti esotici

Io non rinuncio mai a niente
Io sono quello che non faccio

lunedì 28 novembre 2011

Una giornata serenamente decrescente

Stamattina mi sono svegliato grazie alla luce del sole che penetra nella stanza. Mi sono vestito nella penombra, riacquistando lentamente la sensibilità degli occhi. Ho indossato i miei vestiti, la maggior parte dei quali proviene da un negozio di usato e alcuni dei quali li ho ricevuti a una serata di scambio e dono. Allacciandomi le scarpe ripenso da quanti anni le uso, che nonostante tutto il tempo trascorso sono ancora in buono stato e le indosso sempre con molto piacere.
Mentre mi dirigo verso il bagno, controllo il termostato, che è regolato in modo che la casa non superi mai i 18-19 gradi. Mi lavo il viso e le mani facendo attenzione a non tenere il rubinetto acceso mentre non uso l’acqua. Mi lavo i denti utilizzando il buon dentifricio da me autoprodotto. Ripenso a come riesco a tenere pulito e disincrostato il bagno semplicemente utilizzando aceto di vino bianco, invece di impiegare vari detergenti chimici corrosivi. Recupero l’acqua come meglio posso in una bacinella e poi la uso al posto dello sciacquone, per annaffiare le piante o per lavarmi la biancheria.
Passo in cucina e mi preparo la colazione: scaldo dell’acqua per il the, affetto del dolce fatto in casa, prendo dello yogurt autoprodotto e una mela che mi ha donato il mio vicino. Bevo acqua fresca direttamente dal rubinetto. Non produco nessun rifiuto con la mia colazione e sono sicuro che ogni alimento non contiene conservanti né coloranti o altri additivi chimici non salutari ed è prodotto localmente.
Esco di casa ed osservo il cielo mattutino. È azzurro e non c’è una nuvola. Opto allora per la bicicletta, lasciando il bus per le giornate piovose e più fredde. Faccio pochi metri ed incontro il mio vicino. Ci salutiamo, ci diamo il buongiorno ridendo, ci raccontiamo le ultime novità, lui mi invita il giorno dopo a casa sua per fare insieme il pane e fare due chiacchiere. Da qualche anno, con i miei vicini mi vedo spesso, ci scambiamo favori in continuazione, facciamo molte attività per la casa insieme, ci diamo consigli, impariamo l’un l’altro, ci confrontiamo, ci aiutiamo e scambiamo le nostre opinioni e idee in modo aperto e sereno.
Percorro la città in bicicletta sotto il sole tiepido, l’aria frizzante della mattina mi solletica. Il mio fisico lavora e io mi muovo agilmente per le strade, senza inquinare, senza ingombrare, senza arrecare rischio per me e per gli altri, senza far rumore, gustandomi il tragitto e il paesaggio, salutando le persone che incontro, soffermandomi con lo sguardo su un dettaglio, su un volto su di un sorriso innocente. Sento che sono in armonia con me stesso, con gli altri e con l’ambiente.
Arrivo a lavoro, saluto i miei colleghi augurandogli una buona giornata lavorativa. I rapporti di lavoro sono professionali, c’è rispetto tra di noi, senza alcuna compiacenza subdola, invidia o rabbia repressa. Sono abituato ad affrontare ogni incomprensione tramite il dialogo e il confronto. Cerco sempre di pormi domande, di mettermi in discussione, di migliorare, nonostante mantenga una determinazione e una risolutezza di atteggiamento.
Nelle pause ci beviamo il caffè nel corridoio usando rigorosamente tazze di porcellana di cui ci siamo dotati da tempo. In ufficio facciamo attenzione a quanta carta utilizziamo, cerchiamo di ridurre al minimo indispensabile gli sprechi, così come con la luce, cerchiamo di sfruttare la luce solare finché è possibile e stiamo attenti a non lasciare accese luci che non servono a nessuno. Non usiamo climatizzatori, preferiamo la libera circolazione d’aria, e di inverno preferiamo indossare un maglione in più piuttosto che tenere costantemente in funzione i termosifoni.
Dopo lavoro mi organizzo sempre del tempo libero per leggere, dedicarmi ai miei svaghi, per fare sport all’aria aperta, per incontrare gli amici, per cucinare, per ascoltare della musica, per scrivere, dipingere, suonare il mio strumento oppure semplicemente oziare.
Quando vado a fare la spesa preferisco sempre i piccoli negozi o i mercati locali, dove ho buone conoscenze e dove incontro sempre qualcuno che conosco. Compro solo ciò di cui ho bisogno al momento. Molte cose le preparo a casa, altre le scambio con i vicini, altre ancora le compro direttamente dal produttore. Per fare la spesa uso una grossa sacca di stoffa che porto comodamente nella bicicletta.
La cena solitamente è a base di legumi, di formaggi o uova, mangio sempre molta verdura fresca e cereali, molta frutta di stagione, la carne solo due o tre volte alla settimana. Non compro quasi mai cibi congelati o confezionati, prediligo le porzioni sfuse. Lo stesso vale per il sapone che acquisto alla spina, uno solo sapone che è ottimo per lavare ogni parte del corpo.
Dopo cena di solito leggo oppure converso con i miei amici o familiari, ci raccontiamo storie, spesso esco nella piazza dove incontro tante persone che conosco e dove c’è sempre qualche attività culturale ricreativa.
Prima di andare a letto faccio un po’ di meditazione a lume di una candela da me costruita con rimasugli di cera. Dedico qualche decina di minuti a me stesso, al mio respiro, alla mia concentrazione, alla mia consapevolezza. Ringrazio l’universo per la giornata appena trascorsa e faccio un grosso inchino alla vita tutta, contemplando l’intima relazione che lega tutti i fenomeni.
Mi addormento con un impercettibile sorriso di gioia interiore.

martedì 30 agosto 2011

Elogio dell'albero




Vi siete mai fermati a guardare un albero?

Avete mai osservato le nervature del suo tronco da vicino? Lo avete toccato, carezzato, abbracciato? Avete sentito il suo calore? Avete ascoltato, in silenzio, il suo respiro?

Vi siete fermati mai davanti all’albero sotto casa vostra? Sì, quell’alberello spaurito e insignificante, gli avete chiesto scusa per non averlo mai salutato, persino mai notato, né guardato con la coda dell’occhio mentre correvate in cerca della vostra auto parcheggiata chissà dove? Gli avete mai chiesto scusa per lo smog e il rumore a cui lo sottoponete ogni giorno?

Vi siete mai chiesti se quell’albero ha un suo punto di vista? Una sua coscienza, anche se apparentemente inespressa?

Lo avete mai ringraziato, invece, per la sua bellezza di colori e di profumi, per il dono di frutti e di ossigeno che ogni giorno regala indistintamente, per l’ombra che crea riparo dal forte sole, per la sua bontà nell’ospitare uccellini che cantano tutte le mattine al vostro risveglio?

Da oggi io lo faccio ogni giorno. E ciò mi fa stare bene.

mercoledì 20 luglio 2011

La paura del tempo libero

foto: Morguefile

Per una critica del lavoro e un elogio dell’ozio


«Ciò che l’uomo moderno teme di più è ciò che in passato lodava di più: il riposo, il distacco dalle passioni e dalle ambizioni» Giorgio Bocca

L’uomo moderno ha paura del tempo libero, ne è terrorizzato. Spesso addirittura gareggia con gli altri a chi lavora di più: 10, 12, 14 ore al giorno sono “normali”, anzi sono sintomo di benessere. Lavorare tanto fa bene: prima di tutto fa bene all’economia, che cresce con il Pil, poi fa bene alla nostra pancia che aumenta all’aumentare della ricchezza immagazzinata, la maggior parte della quale non ha alcuna utilità pratica.

Finché c’è lavoro dobbiamo lavorare. Che fine abbia il nostro lavoro? Non importa. Che qualità abbia il nostro lavoro? Tanto meno. Quante persone oggi vivono per lavorare, il lavoro è diventato l’idolo principale, ancora prima del denaro. Il lavoro non come espressione di sé, di genialità, non come creazione di valore, ma meramente come occupazione del tempo, come alternativa ideale per contrastare la minaccia dell’aumento di tempo libero dovuta al progresso tecnologico.

Dopo lavoro infatti, meglio riempirsi di altre cose da fare: palestre, corsi serali, aperitivi, telefonate inutili, finti impegni, espedienti per non permettere alla vita di rallentare di entrare nella sua naturale armonia con l’ambiente.

La gente di oggi ha paura del tempo libero, non lo vuol proprio vedere, non vuole avere a che fare con esso. Avere del tempo libero, del tempo per se stessi significherebbe ascoltarsi, relazionarsi con il proprio io profondo. E anche nelle sporadiche vacanze che facciamo, dobbiamo avere impegni su impegni: gite, escursioni, avventure, sport estremi, cavalcate, percorsi impervi, cene, distanze chilometriche da fare, discoteche, girare, girare a vuoto, tanto per girare.

Se ci fermassimo in una panchina di un giardinetto qualunque, magari quello sotto casa che non abbiamo mai notato prima, allora ci accorgeremo che gli uccellini stanno cantando per noi, il vento sta frusciando per noi, una formica ci sta carezzando il braccio camminandoci sopra, ci accorgeremo che gli alberi hanno delle chiome verdi di luce sopra le nostre teste e ci proteggono, ogni foglia è un riparo.

Questo dovrebbe essere un esercizio da fare ogni giorno prima di recarsi a lavoro, con calma, senza fretta. Ma correre ogni giorno e fermarsi per un solo istante per rendersi conto di essere totalmente vuoti, scontenti e ingrati è talmente spaventoso che l’uomo “lavorante” non può assolutamente rischiare di cadere in tale tranello.

Sì, perché oggi siamo abituati a dare un valore di mercato a tutto ciò che ci circonda, e ci sono folli, non ritenuti tali, che addirittura vorrebbero mercificare l’aria, il cielo, l’acqua. E allora il tempo libero che valore avrebbe? Nessuno, anzi avrebbe un valore negativo, dato che sottrae tempo (risorsa economica) al lavoro che invece crea ricchezza monetaria.

Il paradosso è evidente, perciò mi sento di gridare: viva l’ozio!! Viva la conquista di maggior tempo libero come atto di democrazia e libertà per ogni singolo individuo. Evviva la lentezza! Che ci libera dalla schiavitù della fretta e dello scadere del tempo concesso. Viva cinque ore di lavoro al giorno, viva le piccole distanze, viva le piccolezze, le banalità, viva l’ingenuità delle scoperte scontate. Viva il pensiero astratto, la fantasia, viva lo star a fissare per ore lo stesso paesaggio.

Viva una vita a dimensione umana!!!


giovedì 30 giugno 2011

Viva le scale!!


Per l’indipendenza dagli schiavi energivori


Adoro fare le scale, non lo nascondo. Mi piace il ritmo che si segue gradino dopo gradino, mi rilassa, mi aiuta a pensare. Sia in salita che in discesa, anche fino al quinto piano, preferisco fare le scale, piuttosto che attendere l’ascensore per chiudermi dentro delle lamiere e restare immobile come in una bara. 

Certo, se ho del peso eccessivo da trasportare, o se arrivo stanco morto a casa, prendere l’ascensore è un sollievo, una utile comodità: non mi fraintendete. Ma visto che ho buona salute e non ho problemi a camminare, se posso scelgo di fare le scale. 

Spesso mi capita di andare a trovare degli amici che abitano in appartamenti al quarto o quinto piano. Non appena mi vedono salire per le scale subito mi chiedono meravigliati per quale motivo mai non abbia preso l’ascensore: “c’è l’ascensore non l’hai visto?”. Quasi come fosse un obbligo prendere l’ascensore, come se le scale fossero state fatte soltanto per essere usate in caso di estrema necessità, nel caso di un black-out ad esempio. Mi diverto ogni volta a notare le facce stupite perché non capiscono e non possono fare a meno di puntualizzare che non ero costretto a fare le scale, che per fortuna c’è l’ascensore. Addirittura alcuni mi chiedono se soffro di claustrofobia o se ho paura perché in passato ho avuto brutte esperienze! E io invece rispondo semplicemente che “mi piace fare le scale”, ottenendo una reazione ancor più colma di stupore.

Fare le scale è un esempio sciocco, che molti non capiranno, ma è esattamente ciò che intendo per “scollegarsi”, una banale azione che mette in discussione una norma comportamentale assodata dallo sviluppo tecnologico. “Prendere l’ascensore è simbolo di progresso, faticare per le scale è simbolo di arretratezza”. Andare contro queste, se pur sottili e stupide, credenze dell’uomo moderno, ci permette di uscire dalle consuetudini e dalle inerzie mentali imposte dal sistema, facendo un passo avanti, in un altro tipo di progresso, quello umano. 

Fare le scale diventa l’espediente per rinunciare a una comodità tecnica che non risulta vantaggiosa in ogni circostanza, che permette di fare del moto, di incontrare le persone del condominio e scambiare anche solo un sorriso, di vedere oltre il nostro naso e di liberarci dalla dipendenza opprimente dai nostri, seppur utili e comodi, schiavi energivori. 

«La crisi energetica non si può superare con un sovrappiù di energia. Si può soltanto dissolverla, insieme con l’illusione che fa dipendere il benessere dal numero di schiavi energetici che un uomo ha sotto di sé» Ivan Illich

mercoledì 9 marzo 2011

Elogio della bicicletta



Amo la bicicletta
perché scorre silenziosa
e mi accompagna nei pensieri
Amo la bicicletta
perché l’aria fresca
a contatto con la pelle
mi ricorda che sto viaggiando
Amo la bicicletta
perché sono io che la muovo
Amo la bicicletta
perché necessita di poco spazio
e non ho costi da sostenere
Amo la bicicletta
perché nell’andare per le strade
posso soffermarmi a guardare attorno
Amo la bicicletta
perché la sua velocità
è sostenuta ma non eccessiva
Amo la bicicletta
perché saluto le persone che incontro
Amo la bicicletta
perché non uccido
con gas tossici e incidenti pericolosi
Amo la bicicletta
perché mi mantengo in forma fisica
Amo la bicicletta
perché non distrugge la vita
ma la sostiene

Alcuni motivi per preferire l’uso della bicicletta a quello dell’automobile per brevi percorrenze:
  • La bicicletta è silenziosa, perciò non comporta inquinamento acustico e quindi disturbo e stress.
  • L’uso quotidiano della bicicletta mantiene in forma fisica e allo stesso tempo permette trasporti su brevi tratte in modo efficace, senza perdite di tempo (non esiste traffico, né problemi di parcheggio)
  • La bicicletta non ha impatto sull’ambiente
  • La bicicletta alle modeste velocità non è pericolosa per la vita delle persone, ciclista compreso
  • La bicicletta non ha nessun costo di utilizzo, se non alcuni piccoli costi per la manutenzione
  • La bicicletta favorisce i rapporti umani e abbatte lo stress dovuto al traffico caotico
  • La bicicletta occupa poco spazio, “se ne possono parcheggiare 18 al posto di un automobile”
  • Una mobilità urbano basata sulla bicicletta e i mezzi pubblici, evita ingenti costi di infrastrutture: strade, ponti, parcheggi, segnaletica, gallerie, viadotti, semafori.
  • La bicicletta è una macchina a misura d’uomo, così come la sua velocità, il suo ingombro e il suo costo

martedì 30 novembre 2010

Elogio delle scale

Alcuni motivi per preferire le scale all’ascensore (almeno fino al quarto piano)

  • Fare le scale ti permette di risparmiare energia elettrica e quindi l'inquinamento che è servito a produrla
  • Facendo le scale aumenti la probabilità di incontrare qualche vicino e di scambiare due parole, o perlomeno un saluto, o anche solo un sorriso
  • Fare le scale ti mantiene in forma fisica, aiuta la circolazione e scioglie le articolazioni
  • Fare le scale ti armonizza con il tuo ambiente, ti dona dinamismo, ritmo, t’infonde coraggio e fiducia nei tuoi mezzi
  • Fare le scale ti aiuta nel pensare e nel riflettere, il tuo cervello funziona meglio e trova più facilmente nuove idee
  • Fare le scale ti permette di assaporare l’aria, di sentirtela scorrere addosso, di vedere la luce, di ascoltare i rumori attorno a te
  • Fare le scale significa farcela da solo, senza l’aiuto di nessuno, senza aspettare qualcuno, significa lottare e vincere contro se stesso