«Un uomo è ricco in proporzione del numero di cose delle quali può fare a meno»
Henry David Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi

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lunedì 27 aprile 2015

La società dell'utopia è possibile



La società di oggi si regge sul principio del sogno americano, fondato sulla ricerca individuale della felicità. Ognuno lavora per il proprio personale obiettivo, degradante o elevato che sia. La società americana, che ha ideato questo modello che si sta velocemente diffondendo in tutto il globo, offre a tutti, anche se non in ugual misura, una misera possibilità, la possibilità di farcela, la possibilità di realizzare il proprio sogno. Questa è la storia che da decenni abbiamo imparato dalla propaganda hollywoodiana: in America anche il più spregevole pezzente ha la possibilità di farcela.

E se ci pensiamo bene, è su questa possibilità, anche se microscopica e insignificante, che si regge l'intero sistema economico-sociale. Come il giocatore d'azzardo, che vive e sopravvive custodendo e alimentando quella fievole e misera speranza di fare un giorno bingo, di riuscire ad entrare nell'olimpo degli eletti, di assaporare il gusto del successo, della realizzazione. Su questa speranza residua, su questa microbica possibilità il sistema investe tutte le sue energie per continuare ad esistere, perché essa rappresenta l'unica colonna portante di tale sistema, l'unico bullone che tiene insieme tutti i pezzi. Se cadesse o se fosse messa in discussione la speranza del sogno americano, l'intero sistema collasserebbe in poco tempo. 

Per come è stato progettato questo sistema, tutti devono avere una loro misera possibilità, o una misera illusione, ma non per tutti, anzi, solo per pochissimi, esistono le condizioni perché il sogno americano possa realizzarsi concretamente. Perciò viviamo giorno giorno, anelando alla nostra fetta di torta, sperando di poterne erodere un pezzettino in più, sperando di poter arrivare, ma non ci accorgiamo in realtà di stare lottando l'uno contro l'altro, in una vera e propria battaglia di poveri, semipoveri o poveracci che siano, dove realisticamente nessuno ha la possibilità di farcela.

Il gioco d'azzardo è l'esempio perfetto per capire questo meccanismo. Ognuno gioca nella speranza di vincere, senza sapere, o facendo finta di non sapere, le reali probabilità statistiche di vincita. Allo stesso modo il cittadino moderno si impegna e si dà un gran d'affare per raggiungere i suoi personali scopi, in maniera legale o illegale che sia, senza rendersi conto che solo "uno su mille ce la fa", o meglio solo uno su mille ce la può fare. Mai nessuno si è preoccupato degli altri novecentonovantanove, perché tutti quanti aneliamo ed essere quell'uno, ad essere il vincitore tra tanti perdenti. Dal momento che abbiamo quella possibilità, non ci interessa affatto di chi resta potrebbe restare escluso. Lo stesso vale per l'immigrazione da paesi degradati e distrutti dal neocolonialismo verso i paesi che ne sono causa e che luccicano di illusori splendori: in una vera e propria lotta di sopravvivenza tra morti di fame. 

Una società di simile fattura, che sta dominando incontrastata su tutto il globo, non può avere futuro, e non soltanto perché sta distruggendo il pianeta e tutti i fattori vitali degli ecosistemi, ma anche perché non può condurre alla pace, alla felicità e alla vera realizzazione di tutti gli esseri umani. Al contrario, essa è stata progettata per la prosperità di pochi a discapito della felicità di molti.

Un nuovo tipo di società è agli albori, in forma embrionale per adesso. Una società della collaborazione, in cui il sogno di tutti diventa possibile, una società dell'utopia concreta. È qui che dobbiamo sviluppare la nostra capacità di realizzare l'impossibile, di disfarci di concetti chiusi, schemi rigidi, logiche preconfezionate. Acquisendo una lucida analisi critica e demolendo una visione del mondo oramai superata, saremo in grado di costruire la nuova società dell'utopia, dove tra i bisogni primari dell'essere umano, oltre a quelli squisitamente animaleschi come bere, mangiare, dormire, riprodursi, ripararsi dal freddo, sarà riconosciuto il bisogno di felicità, che non avrà niente a che fare con la quantità di cose possedute o con la quantità di cose fatte o da fare. Il bisogno di felicità per l'essere umano sarà fondamentale quanto respirare, sarà indispensabile a una vita realizzata, gioiosa e salutare. La felicità di cui parlo riguarda la felicità interna, intrinseca, dovuta alla soddisfazione dei bisogni spirituali, dell'anima, all'espressione delle proprie passioni vere, non indotte, a ciò che è fonte di speranza, di energia, di gioia illimitata, di creatività. 

Per realizzare la società dell'utopia sarà indispensabile creare un modello economico-sociale che sappia limitare e controllare il capitalismo basato sul profitto. Sarà un modello centrato su un economia solidale, retta dal lavoro di tutti i cittadini per garantire tutti i servizi di base necessari a tutti. Un'economia gestita in una rete di sub-economie locali a basso impatto ambientale. La gente lavorerà il necessario, due o tre ore al giorno, come servizio civile di solidarietà. Per tutto quello che è escluso dai servizi di base esisterà come oggi un mercato, non più libero, ma sottoposto a una serie di vincoli e norme specifiche, che incorporerà tutti i costi sociali, ambientali ed economici di ogni attività, nel quale le persone potranno trovare impiego e lavorare anche dieci dodici ore, potranno competere e creare profitti personali. 

Con una tale riforma della società sarà possibile incidere veramente sulle questioni più gravi che stanno oggi affliggendo il mondo intero: guerre, disoccupazioni, povertà, immigrazione, crisi ambientali ed economiche. Ma solo se ci rendiamo conto che esiste davvero un'alternativa alla competizione, a una società fondata esclusivamente sul profitto, solo se cominciamo adesso, nel nostro piccolo, a costruire questa alternativa, allora potremo sostenere che la società dell'utopia è possibile.

lunedì 17 febbraio 2014

L'esperienza di Matteo Majer



Vi invito a leggere l'esperienza di decrescita felice e rivoluzione umana di Matteo Majer riportata nel suo ebook, liberamente scaricabile, dal titolo La Libertà Vera.

Eccone un estratto:

«La montagna ti insegna l’importanza del cammino e della meta. L’importanza di avere strategie di “riuscita” e di “uscita”.
Ti insegna la flessibilità nel “cambiare strada”. Cioè nel cambiare strategia spesso e rapidamente ma sempre avendo come stella cometa i propri valori e i propri principi.
“La strada è segnata: segui il sentiero.” La montagna ti insegna che devi metterlo in discussione il sentiero segnato. Devi andare fuori dal sentiero se vuoi godere la montagna (o la vita).
“Va dove vanno gli altri”: la montagna ti insegna a valutare le orme, a capire dove sono andate altre persone, ad osservare e non seguire ciecamente la strada già battuta. A comprendere pericoli ed opportunità insite in ogni scelta.
La montagna ti invita a scegliere: come prepararti, cosa portare con te, come prevenire le difficoltà, come risolvere ciò che ti capita. Ti invita a scegliere le modalità di escursione, gli amici con cui uscire, le tempistiche, le difficoltà.
In montagna puoi perderti per poi ritrovarti migliore di prima. Imparare a perdersi è bellissimo! La cosa importante è ritrovarsi sempre una volta in più!
La montagna ti insegna la responsabilità nei tuoi confronti e verso gli altri. Devi prepararti, devi saperti ascoltare, devi saperti sfidare. Nello stesso tempo sei “con” altri che devono essere responsabili delle loro scelte, ai quali ti puoi affidare e sui quali tu puoi contare. Anche gli altri, ovviamente, devono potersi fidare di te ed affidare a te.
“Io basto a me stesso e, se posso, se sono nelle condizioni di poterlo fare, ho il dovere di aiutare gli altri.
Gli altri devono bastare a se stessi e, se possono, devono potermi aiutare, cioè io devo lasciarmi aiutare.
Io devo essere autosufficiente e devo poter aiutare gli altri.
Gli altri devono essere autosufficienti e devono potermi aiutare.”
Superare i propri limiti. La montagna ti insegna a raccogliere tutte le forze che hai in te che nemmeno conosci e ti fa fare cose straordinarie. La montagna ti insegna ad “andare OLTRE”.
La montagna ti insegna a non abbatterti e a non esaltarti. La montagna ti insegna a stare attento a ciò che accade fuori di te e dentro di te.
Ti insegna ad ascoltarti e ad ascoltare.
La montagna, infine, ti consente anche di divertirti se la rispetti, se la temi e se, al tempo stesso, sai affidarti ad essa e sei disposto a lasciarti andare…
Negli ultimi tempi ho elaborato una ulteriore consapevolezza: non è necessario sfidarsi sempre, andare al massimo, verificare sempre i propri limiti.Rallentare, godersi un panorama, “stare” nella natura, passeggiare: è sufficiente questo per sentirsi vivo. Ora adoro gustarmi il “senso del sublime” di kantiana memoria, amo i boschi, la neve, la roccia, l’ambiente montano, fermarsi un po’, prendersi i propri tempi, adattarsi ai ritmi della natura, vivere in essa.»

lunedì 23 aprile 2012

La politica della decrescita imposta e la politica della decrescita felice



È importante in questo momento storico capire bene la differenza tra recessione (o decrescita imposta) e decrescita felice. La recessione infatti è sostanzialmente una decrescita del PIL, una diminuzione imposta, data da un’impossibilità strutturale di crescere, quindi diventa una decrescita forzata, che indistintamente va a colpire ogni aspetto della società e non a caso spesso colpisce le fasce più deboli. Così con la recessione, diminuisce tutto, o meglio quasi tutto, diminuiscono gli stipendi, la produzione, quindi i consumi, diminuiscono i posti di lavoro e l’assistenza pubblica. Aumentano però le tasse, le difficoltà delle famiglie, i disoccupati, i precari, i cassaintegrati, i disagi, le differenze sociali, le insicurezze, le tensioni. Perciò la recessione diminuisce ciò che va diminuito ma anche ciò che non andrebbe diminuito indistintamente, è una decrescita non consapevole, non deliberata, ma imposta dal sistema stesso, che volendo crescere decresce, quindi fallisce il suo stesso motivo di esistere, non funziona e per questo non ha più scopo di essere. 

La decrescita felice (l’aggettivo felice non è casuale e non ha una funzione ornamentale) è una decrescita intelligente, una decrescita per scelta, non ha niente a che fare con la recessione né tanto meno con la rinuncia, piuttosto con la consapevolezza e il buon senso. Come scrive Pallante: “La rinuncia a qualcosa per nobili motivi implica una valutazione positiva di ciò di cui si decide di fare a meno. Si rinuncia a qualcosa che si ritiene utile, o quanto meno piacevole. Ma se si decide di fare a meno di qualcosa che si valuta negativamente si fa una scelta razionale”. Decrescere felicemente significa creare un nuovo modello economico-sociale che non si basi sulla crescita del PIL, che non tenga in considerazione i flussi monetari per valutare la qualità della vita e il benessere di un paese, ma che scelga di aumentare ciò che vale la pena aumentare (i beni che non sono merci) e diminuisca ciò che vale la pena diminuire (le merci che non sono beni, cioè che costano soldi ma non soddisfano nessun bisogno). Oltre a ciò la decrescita felice è strettamente legata a una rivoluzione culturale basata su stili di vita differenti, sulla sobrietà, come profonda consapevolezza di ciò che davvero conta per essere felice e a proprio agio in questa vita. Per questi motivi la politica della decrescita felice investe sulle tecnologie della decrescita che aumentano la produzione e l’uso di beni che non sono merci e diminuiscono quello di merci che non sono beni, aumentando il benessere e la qualità della vita, a differenza del sistema attuale che inseguendo affannosamente la crescita del PIL non può far altro che investire su tecnologie che aumentino la produttività, senza porsi limiti e deregolamentando sempre più il mercato globale, a discapito del benessere, della qualità della vita, dell’ambiente, dell’occupazione, dei diritti umani, della vita stessa in tutti i suoi fenomeni. 

È servita la politica della recessione, cioè la decrescita forzata, per far diminuire l’uso delle automobili e l’aumento dell’uso dei trasporti pubblici. Non potevamo farlo attraverso una consapevole politica di decrescita felice? Lo stesso vale per i rifiuti, gli sprechi, l’inquinamento, il traffico, lo stress, le emissioni di CO2. Possiamo ancora scegliere in che direzione andare. 

Adesso è arrivato il momento ideale per fare un cambiamento, per mettere in discussione la società moderna fin dalle sue fondamenta e costruire un futuro diverso basato sull’essenza profonda della vita e di tutte le sue manifestazioni.


martedì 10 aprile 2012

Grazie a Dio c'è la crisi !

Dipinto di Simone Madiai

A volte mi viene da pensare che questa recessione sia una maledizione e che forse sarebbe meglio non si fosse mai presentata, che dopotutto l'avremmo potuta evitare o rimandare, che se la crisi economica, ambientale, energetica, sociale, alimentare, climatica, occupazionale non si fossero tutte aggravate contemporaneamente forse ce la saremmo potuta cavare senza troppi problemi.

E allora mi accorgo immediatamente che la crisi attuale è veramente la nostra benedizione, perché soltanto attraverso una crisi di tale dimensioni l'uomo sarà capace di attivare un cambiamento in se stesso che rivoluzionerà il suo modo di pensare, di agire, di vivere. Perciò questa crisi sistemica non è solo una grande occasione per noi, è il fattore determinante e indispensabile per intraprendere una nuova fase dell'evoluzione umana. Una fase del tutto inedita in cui molte convinzioni e certezze si sgretoleranno e dove la condizione dell'uomo, giunto all'apice del suo dominio del mondo, si risveglierà a una consapevolezza profonda del suo ruolo e della sua identità nel suo Universo.

Comprendere ciò significa quindi utilizzare a favore del “progresso reale”, vale a dire quello basato sul ben-essere e sulla felicità di tutte le persone, una situazione solo apparentemente svantaggiosa. In poche parole, per fare quel salto qualitativo a livello culturale e spirituale, l’essere umano necessita di una condizione esterna che lo faccia reagire in tal senso. Sono convinto che osservando a fondo la società moderna possiamo individuare con estrema chiarezza e lungimiranza la strada migliore da percorrere, tutti assieme.

«Del resto la storia dimostra che i cambiamenti profondi degli stili di vita e dei valori sociali condivisi sono stati effettuati dagli esseri umani e dai popoli soltanto sotto costrizione. Se, come diceva Heidegger “solo un Dio ci può salvare”, la crisi in corso è forse il segnale che si è mosso a compassione di noi» Maurizio Pallante

mercoledì 7 marzo 2012

Sinonimi pericolosi



«Non dovremmo aver paura di cambiare mentalità, di vedere le cose da un altro punto di vista. Non ci dovremmo affezionare a concetti comodi, o a verità consolidate dal tempo. Tutto è in evoluzione. Noi esseri umani stiamo evolvendo nel nostro cammino su questo pianeta, stiamo crescendo giorno dopo giorno, non abbiamo mai smesso di farlo. L’unica differenza è che fino ad oggi abbiamo rivolto lo sguardo solo al di fuori di noi stessi. Adesso è arrivato il momento di crescere dentro» Luca Madiai


Le parole che usiamo racchiudono vasti concetti, costrutti mentali, un vero e proprio entroterra culturale che noi abbiamo creato nel tempo e che è in continuo mutamento.
Curare le parole che usiamo, e ancor di più il loro senso culturale profondo, è fondamentale per uscire dalla triplice crisi attraverso un cambiamento di prospettiva desiderabile.
Senza alcun dubbio, ci sono parole che oggi vengono abusate, strumentalizzate, schiavizzate all’insegna della crescita senza tregua. Tra queste svettano sicuramente termini come: ecologico, green, ecosostenibile, biologico e via discorrendo. Questi termini sono molto pericolosi, perché difficilmente vanno ad associarsi con qualcosa che abbia davvero a che fare con relazioni armoniose e sostenibili con l’ambiente, piuttosto sono stratagemmi di marketing per trovare nuovi spazi sul mercato. Sebbene siano belle parole e con connotati di buon costume e buone intenzioni, spesso sono usate impropriamente o sfruttate per il loro fascino ammaliante e per il loro essere così in voga. Perciò, con tutto il rispetto che si può avere per queste belle parole, è bene comunque stare molto all’erta e non cadere in facili tranelli.
Alcuni termini oggi sono pericolosi perché sono usati come sinonimi e spesso confusi, come se una loro relazione, anche se non stretta e dipendente, sia sufficiente a identificarle l’una nell’altra, di modo che richiamando l’una subito associamo automaticamente l’altra. Ciò è tra le cose più tossiche della nostra crisi culturale: è la perdita del discernimento, della direzione che vogliamo intraprendere, è il non rendersi conto che esiste sempre un’alternativa.
Alcuni esempi di questi binomi oggi erroneamente considerati sinonimi sono: ricchezza-abbondanza, sobrietà-povertà, semplice-arretrato, contentarsi-insoddisfazione, sviluppo-crescita, economico-conveniente, nuovo-migliore, vecchio-superato, progresso-modernità, limite-ostacolo, bene-merce, concorrenza-competizione, ecc.
È ovvio che confondere tali termini deriva da un impoverimento culturale sostenuto dai media e dal consumo di massa e rinforzato da credenze distorte basate su verità illusorie. Tra queste detiene una posizione di rilievo l’illusione che la ricchezza sia un accumulo materiale senza limiti e quindi legata al concetto di abbondanza, ovvero di eccesso, come condizione indispensabile per la felicità e il benessere. Tale concezione non solo non prevede il senso del limite, ma lo ritiene dannoso e ostile allo sviluppo della vita stessa. L’abbondanza richiama all’eccesso e al sovrappiù, quindi ci esorta a eccedere, a non tenere in considerazione le risorse primarie, la loro propria natura, e a non rispettare la loro fragilità e finitezza. La ricchezza vista come abbondanza è una visione distorta della realtà perché tiene in considerazione solo l’aspetto quantitativo, non qualitativo, e riguarda principalmente l’aspetto materiale, delegando ad esso quello spirituale, visto più che altro come una condizione interiore di appagamento esteriore. Invece la visione della ricchezza come il livello di varietà, di diversità (come è definita in biologia), acquisisce oltre che valori quantitativi e materiali, senz’altro importanti, anche valori qualitativi, morali e spirituali: un vero e proprio valore aggiunto non visibile che accompagna e arricchisce, nel senso più vero della parola, l’uomo di una condizione interiore elevata.
Detto ciò, se pensiamo al binomio limite-ostacolo possiamo fare tantissimi esempi nella vita di tutti i giorni per capire tale ricorrente accostamento. Mai più di oggi il limite viene visto come ostacolo. Nell’antichità i limiti erano temuti, rispettati per pavidità, e solo pochi temerari e superbi osavano valicarli, come Ulisse le colonne d’Ercole. Oggigiorno invece i limiti non sono più temuti, anzi, sono considerati dei veri e propri ostacoli da valicare per far strada al progresso inarrestabile dell’Uomo, della sua illimitata capacità di dominare e controllare il suo ambiente. Tutti i limiti vengono messi in discussione, alcuni addirittura ignorati perché scomodi a tale visione positivista. Il limite per antonomasia, la morte, diventa una cosa dalla quale rifuggire, dalla quale si può e si deve tentare di allontanarsi o che si deve dominare e sconfiggere. I limiti stessi del nostro pianeta sono ostacoli, quindi barriere che si possono e si devono superare, con cieco ottimismo e forzato coraggio.
La differenza tra sobrietà e povertà o indigenza è notevole e spesso ignorata. Sobrietà non è associabile con la rinuncia, con il sacrificio o con l’autolimitazione, invero è riferita alla consapevolezza dei limiti fisici esistenti e della incapacità, superata una certa soglia, di trovare soddisfazione nell’appagamento dei soli bisogni materiali o nell’accumulo di oggetti come mezzo per realizzare se stessi e raggiungere felicità e benessere. È la consapevolezza che dentro di noi esistono illimitate potenzialità per godere di una vita piena e appagante, che oltre ai bisogni primari è necessario soddisfare e curare anche i bisogni relazionali dai quali il nostro sostentamento dipende. In ultima analisi la sobrietà è la consapevolezza che tutto è interconnesso, che non c’è fenomeno isolato. Pensare alla sobrietà come a un ritorno alle fatiche, alle privazioni, alla scarsità di risorse significa avere una visione distorta, significa non concepire alternative, significa aver limitato il proprio senso della possibilità. Mentre la povertà è legata intimamente con lo sfruttamento, con la violenza, con il contrasto, con l’avidità, con l’ignoranza, con l’odio, la sobrietà è piuttosto relativa alla compassione, alla consapevolezza, al buon senso, all’equilibrio, all’armonia, alla saggezza.

lunedì 13 febbraio 2012

Perchè siamo infelici? perchè siamo felici?


«I nostri desideri e le nostre preoccupazioni sono entrambi in certa misura esagerati,
perchè abbiamo dentro di noi la capacità di costruire artigianalmente lo stesso prodotto che stiamo constantemente inseguendo quando scegliamo un'esperienza»
[dal video]

«Quando c’è da soffrire, soffri; quando c’è da gioire, gioisci. Considera allo stesso modo sofferenza e gioia, e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo. Come potrebbe non essere questa la gioia senza limiti della Legge?»
[Nichiren Daishonin (Felicità in questo mondo, RSND 1, 607)]

lunedì 28 novembre 2011

Una giornata serenamente decrescente

Stamattina mi sono svegliato grazie alla luce del sole che penetra nella stanza. Mi sono vestito nella penombra, riacquistando lentamente la sensibilità degli occhi. Ho indossato i miei vestiti, la maggior parte dei quali proviene da un negozio di usato e alcuni dei quali li ho ricevuti a una serata di scambio e dono. Allacciandomi le scarpe ripenso da quanti anni le uso, che nonostante tutto il tempo trascorso sono ancora in buono stato e le indosso sempre con molto piacere.
Mentre mi dirigo verso il bagno, controllo il termostato, che è regolato in modo che la casa non superi mai i 18-19 gradi. Mi lavo il viso e le mani facendo attenzione a non tenere il rubinetto acceso mentre non uso l’acqua. Mi lavo i denti utilizzando il buon dentifricio da me autoprodotto. Ripenso a come riesco a tenere pulito e disincrostato il bagno semplicemente utilizzando aceto di vino bianco, invece di impiegare vari detergenti chimici corrosivi. Recupero l’acqua come meglio posso in una bacinella e poi la uso al posto dello sciacquone, per annaffiare le piante o per lavarmi la biancheria.
Passo in cucina e mi preparo la colazione: scaldo dell’acqua per il the, affetto del dolce fatto in casa, prendo dello yogurt autoprodotto e una mela che mi ha donato il mio vicino. Bevo acqua fresca direttamente dal rubinetto. Non produco nessun rifiuto con la mia colazione e sono sicuro che ogni alimento non contiene conservanti né coloranti o altri additivi chimici non salutari ed è prodotto localmente.
Esco di casa ed osservo il cielo mattutino. È azzurro e non c’è una nuvola. Opto allora per la bicicletta, lasciando il bus per le giornate piovose e più fredde. Faccio pochi metri ed incontro il mio vicino. Ci salutiamo, ci diamo il buongiorno ridendo, ci raccontiamo le ultime novità, lui mi invita il giorno dopo a casa sua per fare insieme il pane e fare due chiacchiere. Da qualche anno, con i miei vicini mi vedo spesso, ci scambiamo favori in continuazione, facciamo molte attività per la casa insieme, ci diamo consigli, impariamo l’un l’altro, ci confrontiamo, ci aiutiamo e scambiamo le nostre opinioni e idee in modo aperto e sereno.
Percorro la città in bicicletta sotto il sole tiepido, l’aria frizzante della mattina mi solletica. Il mio fisico lavora e io mi muovo agilmente per le strade, senza inquinare, senza ingombrare, senza arrecare rischio per me e per gli altri, senza far rumore, gustandomi il tragitto e il paesaggio, salutando le persone che incontro, soffermandomi con lo sguardo su un dettaglio, su un volto su di un sorriso innocente. Sento che sono in armonia con me stesso, con gli altri e con l’ambiente.
Arrivo a lavoro, saluto i miei colleghi augurandogli una buona giornata lavorativa. I rapporti di lavoro sono professionali, c’è rispetto tra di noi, senza alcuna compiacenza subdola, invidia o rabbia repressa. Sono abituato ad affrontare ogni incomprensione tramite il dialogo e il confronto. Cerco sempre di pormi domande, di mettermi in discussione, di migliorare, nonostante mantenga una determinazione e una risolutezza di atteggiamento.
Nelle pause ci beviamo il caffè nel corridoio usando rigorosamente tazze di porcellana di cui ci siamo dotati da tempo. In ufficio facciamo attenzione a quanta carta utilizziamo, cerchiamo di ridurre al minimo indispensabile gli sprechi, così come con la luce, cerchiamo di sfruttare la luce solare finché è possibile e stiamo attenti a non lasciare accese luci che non servono a nessuno. Non usiamo climatizzatori, preferiamo la libera circolazione d’aria, e di inverno preferiamo indossare un maglione in più piuttosto che tenere costantemente in funzione i termosifoni.
Dopo lavoro mi organizzo sempre del tempo libero per leggere, dedicarmi ai miei svaghi, per fare sport all’aria aperta, per incontrare gli amici, per cucinare, per ascoltare della musica, per scrivere, dipingere, suonare il mio strumento oppure semplicemente oziare.
Quando vado a fare la spesa preferisco sempre i piccoli negozi o i mercati locali, dove ho buone conoscenze e dove incontro sempre qualcuno che conosco. Compro solo ciò di cui ho bisogno al momento. Molte cose le preparo a casa, altre le scambio con i vicini, altre ancora le compro direttamente dal produttore. Per fare la spesa uso una grossa sacca di stoffa che porto comodamente nella bicicletta.
La cena solitamente è a base di legumi, di formaggi o uova, mangio sempre molta verdura fresca e cereali, molta frutta di stagione, la carne solo due o tre volte alla settimana. Non compro quasi mai cibi congelati o confezionati, prediligo le porzioni sfuse. Lo stesso vale per il sapone che acquisto alla spina, uno solo sapone che è ottimo per lavare ogni parte del corpo.
Dopo cena di solito leggo oppure converso con i miei amici o familiari, ci raccontiamo storie, spesso esco nella piazza dove incontro tante persone che conosco e dove c’è sempre qualche attività culturale ricreativa.
Prima di andare a letto faccio un po’ di meditazione a lume di una candela da me costruita con rimasugli di cera. Dedico qualche decina di minuti a me stesso, al mio respiro, alla mia concentrazione, alla mia consapevolezza. Ringrazio l’universo per la giornata appena trascorsa e faccio un grosso inchino alla vita tutta, contemplando l’intima relazione che lega tutti i fenomeni.
Mi addormento con un impercettibile sorriso di gioia interiore.

giovedì 28 luglio 2011

Principi della felicità assoluta :-)


Per una teoria scientifica della felicità

Primo principio della felicità assoluta

“La felicità assoluta non può essere né creata né distrutta ma solo trasformata: cambiando le nostre sofferenze in vittoria, lo stato di buddità si manifesta spontaneamente. La felicità assoluta è intrinseca alla nostra vita, non ha nascita e morte, è illimitata e permea l’intero universo in tutti i suoi fenomeni, l’esistente e il non esistente, senza tempo e senza spazio. La differenza sta nel fatto di manifestare la felicità o di tenerla nello stato latente”.

Secondo principio della felicità assoluta

“Dal momento che ogni individuo intraprende il percorso di trasformazione del proprio spirito, chiamato anche Rivoluzione Umana, la felicità assoluta manifesta dell’intero universo può solo aumentare, o al più rimanere costante. La felicità assoluta aumenta all’aumentare degli individui che intraprendono la via del bodhisattva. L’universo perciò tende naturalmente verso la felicità assoluta.”.

Attenzione a non fare confusione tra felicità assoluta e relativa, infatti i precedenti principi valgono solo nel caso di felicità assoluta. Per chiarimenti suggeriamo la lettura del seguente estratto.

La differenza tra felicità assoluta e felicità relativa

«In breve, la Buddità è una condizione di felicità assoluta e indistruttibile. La "normale" felicità, al contrario, è in effetti una felicità relativa: la ricchezza, la salute, la pace, sono tutti esempi di felicità relativa, non assoluta. In altre parole, la felicità relativa è quella che dipende dalle condizioni esterne. Nel momento in cui una di queste condizioni scompare, la felicità relativa viene distrutta e, se la perdita è grave, cadiamo nella disperazione. In definitiva, la felicità che deriva dalla sicurezza economica, da una famiglia felice o da un buon lavoro, non può in alcun modo essere considerata eterna. Inoltre, il fatto stesso di godere di una felicità relativa può essere oggetto di invidia e gelosia da parte di chi non ha la stessa fortuna, e diventare perciò causa di infelicità. Questi limiti e questa instabilità sono connaturati con la felicità terrena e caratterizzano la vita in questo mondo.

Al contrario della felicità relativa e transitoria, la felicità assoluta della Buddità non è turbata dai mutamenti di circostanze o dalle difficoltà. In altre parole, sebbene la felicità assoluta non implichi la libertà dalle sofferenze e dai problemi, essa comporta il possesso di una forza vitale vibrante e vigorosa e della stessa saggezza necessaria per sfidare e superare tutte le sofferenze e le difficoltà che possiamo incontrare. Facendo nostra una simile condizione, possiamo vivere la nostra esistenza terrena con fiducia incrollabile. La Buddità è inoltre dotata di una profonda compassione per gli altri ed è una fonte inesauribile di valore, colmando così di dignità la nostra vita. In ultima analisi, tutti gli elementi che ci mettono in grado di condurre vite veramente umane sono contenuti nello stato di Buddità. Manifestare e concretizzare questo supremo stato di vita è chiamato "conseguire" la Buddità, ed è la meta ultima della pratica buddista.

La Buddità esiste eternamente nella vita di tutte le persone; raggiungere la Buddità non significa diventare esseri straordinari, ma solamente sforzarsi di manifestare la natura di Budda latente nella propria vita».

Estratto da “I misteri di nascita e morte”, Daisaku Ikeda

lunedì 9 maggio 2011

DFRU: Felicità e benessere, parte 19/30

Dipinto di Ciro D'Alessio

Parliamo di felicità e benessere. Speriamo e lottiamo per conquistarli. Ma almeno sappiamo di cosa si tratta?
Senza ombra di dubbio la rivoluzione tecnico-scientifica ha apportato notevoli migliorie alla qualità della nostra vita, ha sconfitto tante malattie, ci ha permesso di essere più liberi dai lavori di fatica, ci ha dato strumenti e mezzi per raggiungere scopi sempre più difficili, sempre più sofisticati. Ma con tutto questo, ci ha donato maggior benessere? Ci ha reso più felici?
Bè, la risposta casca tra il sì e il no, ma a mio modo di vedere pende decisamente sul no. Con questo sono ben lontano da condannare lo sviluppo scientifico, specie se si parla della conoscenza, anzi il contrario. Il punto è focalizzarsi sulle domande semplici e fornire risposte semplici. Domande come: cosa ho bisogno veramente per stare bene? Per essere felice? Cosa significa stare bene? Cosa vuol dire essere felice?
Spesso su questi punti, quelli più banali, facciamo tanta confusione, certo non solo per colpa nostra, ma soprattutto perché il modello economico e sociale ci impone di credere in certi valori del tutto fuorvianti e inconsistenti. Inutile dirlo, credo. Nella bolgia del consumismo, del denaro, dell’edonismo, del superficiale, del potere, del più forte, l’essere umano si è perso, si è perso quasi del tutto lo spirito umano, l’umanità dell’uomo, la gioia di vivere, le cose più semplici, le basi.
Volendo rispondere alle domande su cosa sia il benessere e la felicità, osserviamo prima le definizioni che troviamo sul dizionario italiano:
Benessere: 1. Buono stato di salute, 2. Agiatezza (Zanichelli). Il dizionario Garzanti aggiunge: florida condizione economica.
Poi, sempre sul Garzanti, troviamo anche una definizione molto curiosa di società del benessere: “quella che si propone di realizzare un elevato tenore di vita collettivo attraverso l'incremento dei consumi pubblici e privati”.
Quindi in sostanza benessere significa avere buona salute (assenza di malattie presumo), e avere buone riserve economiche a disposizione. Inoltre una società che si basa sul benessere collettivo utilizza il consumismo come mezzo per raggiungere tale fine.
Non fa una piega, mi sembra. Piuttosto superficiale comunque come visione del benessere. Vediamo la felicità:
Felicità: Felice = 1. Che è pienamente appagato nei suoi desideri, 2. Che apporta gioia, 3. Favorevole, propizio (Zanichelli). Che è sereno, appagato, completamente soddisfatto (Garzanti).
Queste definizioni descrivono bene la visione di felicità e benessere, secondo i nostri canoni, e riflette a pieno la nostra società: la società del consumo, la società del materialismo superficiale.
Allo scopo di fornire una differente visione di questi concetti fondamentali farò uso, in questo paragrafo come in tutto il resto del capitolo, di principi ed insegnamenti che si rifanno alla filosofia del buddismo di Nichiren Daishonin, un ramo del buddismo che si è sviluppato in Giappone nel XIII secolo a partire dal Sutra del Loto. Senza inoltrarmi in altri aspetti storico-religiosi per approfondimenti rimando i lettori curiosi alla bibliografia di riferimento (riferimenti [9], [12], [13] e [14]).
Semplicemente osservando il termine benessere, si evince subito che la parola è composta da “bene” e da “essere”. Quindi si potrebbe tradurre come “stare bene”. Senza ombra di dubbio la propria situazione economica e di salute sono presupposti essenziali per il nostro “stare bene”, ma rappresentano soltanto la parte materiale del benessere. Nessun riferimento è fatto a ciò che è il lato psichico e spirituale dell’individuo.
La stessa cosa vale per essere felice, visto meramente come appagamento dei propri bisogni e desideri, quindi ancora qualcosa di prettamente materiale, mondano. Credo che chiedendo per strada a persone di vario genere “che cosa è secondo lei la felicità?”, difficilmente si otterrebbero risposte discostanti da questa definizione.
Simone Perotti in “Adesso basta” [24] cita un frase di Richard Layard: «Il sentimento di felicità cresce al crescere del reddito solo fino a una certa soglia (…) al di sopra di tale soglia piuttosto bassa la correlazione tra la ricchezza e la felicità scompare. Ulteriori incrementi di reddito non fanno salire il livello di felicità». Questo è indicativo del fatto che una volta soddisfatti i bisogni primari, con alcune agiatezze che possiamo permetterci, e la nostra vita ha tutto ciò che gli occorre per auto-sostenersi, ecco che saliamo a un livello più elevato o meglio più intimo della nostra esistenza. Quello di cui abbiamo bisogno per realizzare a pieno le nostre vite non risiede più totalmente nella soddisfazione di bisogni materiali ma entra a far parte della sfera spirituale, un’area del tutto sconosciuta alla massa consumatrice e lavoratrice, ma che è talmente vasta e ricca da poter accontentare e compiacere a pieno il nostro essere.
Ed è perciò che parliamo di un significato più profondo della parola felicità e benessere, un significato che va oltre il modo di vedere superficiale che la società ci insegna (o impone?). In questo caso parliamo di un altro concetto di felicità, che si contraddistingue dalla felicità dovuta all’appagamento dei nostri desideri, detta felicità relativa. Si tratta della felicità assoluta in quanto non dipendente da circostanze esterne, favorevoli o contrarie che siano. Questa felicità assoluta non ha similarità con quella relativa, non riguarda il senso di soddisfazione, quanto quello di consapevolezza. La consapevolezza che la nostra vita è pura gioia e che il nostro potenziale interiore è illimitato, come l’Universo.
Uuuh!! L’ho detta grossa! Ma il succo sta tutto qui. Prendendo in considerazione questo tipo di gioia, di purezza e limpidezza d’animo, e ponendola come condizione essenziale (accanto ovviamente alle necessità materiali che abbiamo visto) per lo sviluppo della nostra società, la situazione che ne consegue risulterà completamente ribaltata. Una volta che i bisogni materiali saranno soddisfatti, l’attenzione non potrà che ricadere su quelli spirituali.
Vi è la necessità che l’uomo riscopra e riconosca il vasto potenziale che ha dentro di sé, che soddisfi i propri bisogni spirituali, e non solo quelli materiali. Questo è un punto focale alla base della forte condizione che dobbiamo creare.
E se qualcuno a questo punto ci chiedesse: «qual è lo scopo della vita? Il senso ultimo della nostra vita?»
Lo scopo ultimo della vita è quello di manifestare questa felicità assoluta, senza limiti e indipendente dalle circostanze esterne, in qualsiasi situazione la vita ci metta di fronte. Questo stato di felicità incondizionata e illimitata non è qualcosa di separato dalla nostra quotidianità, tanto meno dai problemi pratici e dalle sofferenze della vita. È uno stato d’animo ampio che include e illumina tutti gli altri, non trascende la nostra condizione di esseri umani imperfetti, esseri comuni.
In seguito vedremo come fare per manifestare questo stato vitale di felicità e libertà assoluta.

domenica 8 maggio 2011

The Economics of Happiness di Helena Norberg-Hodge, Steven Gorelick e John Page

Il 23 maggio al cinema Odeon di Firenze alle 20:30
un film di H. Norberg-Hodge, S. Gorelick e J. Page (2011 - 67')
versione originale con sottotitoli in italiano
Alla presenza di Vandana Shiva