«Un uomo è ricco in proporzione del numero di cose delle quali può fare a meno»
Henry David Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi

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sabato 10 dicembre 2022

L'etica non è questione di scienza, ma di coscienza Pensiero #8

Non sarò uno scienziato, ma un po’ di scienza l'ho studiata, e proprio perché l'ho studiata ne conosco i limiti. Non si può fare della scienza un idolo, diventerebbe quello che non è, Scienza con la "s" maiuscola, ovvero un dogma inviolabile. Principio cardine della scienza, invece, è la sua stessa imperfezione, incompletezza, è la scienza stessa a mettersi continuamente in discussione, a definire le sue leggi entro confini ben delimitati.

Altra cosa è la vita umana, l'esistenza umana, altrettanto imperfetta e precaria, altre le questioni: come scegliere di vivere la nostra vita, se e come utilizzare le nozioni scientifiche e trasferirle in applicazioni tecniche. Allora qui siamo nel campo dell'etica, e la scienza non c'entra proprio nulla, si tratta soprattutto di coscienza, di leggi dell'anima magari, ma non assolutamente di fatti scientifici.

Dovrebbero essere in primo luogo i principi e i valori etici (autodeterminati) a comandare le nostre scelte di vita, non le leggi di scienza e di Stato (eterodirette). Ma soprattutto dovrebbe essere l'etica stessa, quella di cui oggi si evita persino di parlare, alla base del nostro Stato di diritto.

lunedì 7 settembre 2020

Trattati Eretici, un commento di Gloria Germani




Un breve testo, composto come un dialogo socratico, che si legge con grande facilità ed immenso piacere. I dialoghi tra l’ospite e un giovane amico che è venuto a trovarlo (sull’esempio degli scritti di Nichiren) si alternano alle lettere scritte dal primo al secondo, mentre l’incredulità o l’opposizione iniziali si dipanano per far posto ad una rischiarante comprensione e condivisione. 

Contro il puerile ottimismo dei nostri tempi, in gran parte alimentato dall’industria e dal marketing, l’ospite ci mette di fronte alla triplice crisi che stiamo attraversando: ecologica, economica e umana e già dal primo incontro ne individua la radice: la fede sconsiderata nel progresso e nella crescita. Come aveva intuito con grande ironia, Tolstoj –citato nella quarta di copertina- , "Il progresso è una legge svelata solo ai popoli europei, ma così importante da dover assoggettare ad essa tutta l’umanità". 

L’intelligenza e la sensibilità di Luca Madiai individuano ancor meglio l’origine della crisi attuale in una visione del mondo: precisamente nel pensiero riduzionista che è alla base della scienza fin dai suoi albori. L’errore di fondo di questa visione consiste nel ritenere che ciò che non si può vedere, misurare, numerare, non esista affatto. La critica serrata del padrone di casa paragona la società industriale ad un treno che viaggia su rigidi binari a velocità sempre maggiore verso un baratro che si avvicina sempre di più. La tecnologia non è neutrale ed è lei che ci conduce e ci asservisce. 

Ma il fascino del libro consiste nel fatto che questa visione negativa e critica si trasforma ben presto in un messaggio chiaro e solare, di ciò che adesso è considerato eretico e magari denigrato, ma tra qualche decennio diventerà evidente a tutti. Seguendo la visione del buddismo di Nichiren Daishonin - che presenta comunque moltissime affinità di fondo con il buddismo madhyamaka, l’induismo vedantico e altre tradizioni culturali – Madiai individua la causa dell’attuale sbandamento in una distorta visione del mondo. Si tratta di una concezione di un mondo esterno e separato da noi stessi, parallelamente ad una concezione dell’io autonomo e distinto che in nome di tale autonomia vuol dominare su tutto il resto. I differenti approcci orientali conducono infatti alle medesime conclusioni. Non esiste affatto una realtà oggettiva esterna, ma ogni essere vivente genera il proprio ambiente attraverso la continua influenza tra mondo interiore e mondo esteriore. Nel superamento di ogni dualità si trova quell’Uno che sottostà ad ogni fenomeno e che è stato chiamato con tanti nomi: Dharma per i buddisti, Dio per i cristiani, Brahman per gli induisti, Logos per i greci, Grande Spirito per i nativi americani, Tao per i cinesi. Entrare in comunione con esso è il grande scopo di ogni vita che le varie vie mistiche hanno indicato. Come ci stanno dicendo anche la fisica quantistica e altre discipline contemporanee, la materia, che siamo abituati a considerare inerte ed estesa, è costituita dalla stessa essenza vitale cosmica che sostiene ogni altro essere. La manipolazione della supposta materia attraverso l’industria e la tecnologia è dunque un abominio. Il collasso climatico imminente non farebbe altro che dimostrarlo. 

Il libro a questo punto si espande illustrando la nona conoscenza e le tre verità secondo il buddismo di Nichiren, ma questi punti di arrivo saranno tratti comuni alla conoscenza futura. Si tratta di rimuovere le illusioni, prima tra tutte l’illusione della nostra individualità, del nostro essere indipendenti, del nostro voler proprio, mentre la verità prima è quella della non sostanzialità, cioè che niente ha sostanza propria e niente è permanente. Madiai mette a confronto queste posizioni con quelle della mistica cristiana, secondo la pluridecennale analisi di Marco Vannini. L’occasione è la medesima: quella di risvegliarci abbandonando ogni pretesa di controllo basata sul nostro piccolo io, mentre al contrario il culto della scienza e della tecnologia nel nome del progresso, sono mezzi ideali per alimentare la volontà di potenza del piccolo io. Teorie assurde? Nient’affatto. Si pensi che oggi tutta la fisica più avanzata attesta che il tempo non esiste affatto, che il tempo direzionale è un'illusione della mente, e senza il tempo anche l’idea di progresso svanisce miseramente. 

Il libro si chiude con un capitolo bellissimo e illuminante sugli scopi della vita (purushartha) e gli stadi della vita secondo la tradizione induista. Le fasi che l’uomo attraversa, dalla fanciullezza alla vecchiaia, sono come segnali che la natura ci offre per comunicarci che è tempo di lasciare questa vita e sono richiami alla nostra caducità ma, nello stesso tempo, anche all’eternità della nostra più profonda essenza. La vecchiaia è il momento ideale per prepararsi al ricongiungersi con il flusso vitale cosmico. Intendere la morte come un limite estremo da abbattere è l’ostacolo maggiore all’espandersi cosmico della coscienza e all’infinita gioia che l’accompagna sia a livello individuale che collettivo. 

Con l’augurio che questo messaggio chiaro e positivo possa raggiungere quante più persone possibile, in questa epoca post Covid di grandissimo pericolo e deragliamento. 

6 luglio 2020


giovedì 17 settembre 2015

Come crearsi un progetto di vita e vivere felici - ebook di Matteo Majer - con prefazione di Maurizio Pallante


È uscito il primo libro di Matteo Majer sulla crescita personale, che farà parte di una collana di ebook su come attuare "in pratica" la decrescita tutti i giorni. L'altro testo della collana è Andare a piedi e in bicicletta che ho scritto con Raffaele Basile. 
Matteo Majer, forte della sua esperienza personale, ci condurrà passo passo attraverso un percorso di scoperta di sé e di realizzazione personale, ma non quella indotta da qualche agente esterno, bensì quella propria, quella costruita da noi e per noi. 

Buona lettura!! 

Di seguito la prefazione che Maurizio Pallante ha scritto per questo ebook. 


“C’è solo un tipo di successo: quello di fare della propria vita ciò che si desidera”. 
H. D. Thoreau 


La prefazione di Maurizio Pallante

Non sono uno specialista, ma solo un modesto conoscitore della materia trattata in questo libro da Matteo Majer, per cui quando mi ha chiesto di scriverne una prefazione mi sono un po’ stupito. Mi sono però bastate poche pagine per capire che evidentemente mi conosce meglio di quanto io non credessi – del resto è il suo mestiere – e ha capito che c’è una profonda sintonia tra le sue e le mie scelte esistenziali. Perché di questo si tratta: non di un manuale scritto soltanto sulla base di una competenza tecnica, ma di un lavoro che scaturisce da una riflessione sulla sua esperienza di vita, sul suo percorso personale fuori dagli schemi, che lo ha portato a vivere e a lavorare in modi inusuali rispetto a quelli che ci si aspetterebbe da un professionista con la sua specializzazione, ma rispondono alle sue esigenze. E anche io mi sono sempre sentito soffocare da un sistema di valori e da modelli di comportamento che tendono a rinchiuderci in un ruolo ben definito, a uniformare le nostre scelte e le nostre aspettative, a omologarci, per ripetere un verbo caro a Pier Paolo Pasolini. Ho sempre vissuto a disagio in questa società che condiziona profondamente gli individui inducendoli a comportarsi in modo competitivo, anzi a ritenere che la competizione sia il modo naturale di rapportarsi con gli altri, che utilizza in maniera massiccia e senza scrupoli gli strumenti della comunicazione di massa, l’esempio degli altri, le istituzioni, la pubblicità, un sistema ben oliato di punizioni e premi per lo più economici, per rattrappire la ricchezza e l’irripetibilità di ogni individuo sulla sola dimensione del produttore e del consumatore di merci. Andando avanti nella lettura mi è venuta alla mente in modo naturale una frase di Gandhi che ho preso come modello per le mie scelte di vita e per il mio impegno nel Movimento per la decrescita felice: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. La scelta che mi accomuna con Matteo, quella di spendere un po’ delle nostre energie in questo movimento, parte dalla consapevolezza che quando parliamo di decrescita, non intendiamo riferirci a una teoria economica, che può apparire stravagante perché non si sente che ripetere come un mantra la parola crescita, ma stiamo facendo un atto di disobbedienza civile, stiamo affermando un’autonomia di pensiero, esprimiamo una concezione del mondo e una filosofia di vita. E lo facciamo perché siamo convinti che la società in cui viviamo non ha futuro, perché porre a fine delle attività produttive la crescita della produzione, oltre a essere un’utopia negativa, una distopia, è anche un non senso. Come si può pensare a una crescita infinita in un mondo che, per quanto grande, è finito? Che senso può avere un fare finalizzato a fare sempre di più? Come si può fermare questa corsa verso il baratro? Come si può tacitare il pifferaio che sta portando l’umanità verso la catastrofe? Il libro di Matteo è una risposta a queste domande da un punto di vista specifico: quello dei cambiamenti individuali da attuare. Come se ne potrebbe fare a meno? Non sarà certo la politica a salvarci. Su questo credo che non ci siano parole da spendere. Ma non sarà nemmeno soltanto un impegno nella società civile, un’elaborazione teorica finalizzata a indicare soluzioni pratiche in ambito tecnologico, energetico, urbanistico, agricolo, sociale, economico ecc. Tutto questo è importante ma non sufficiente se non sarà accompagnato da profondi cambiamenti negli stili di vita individuali. Pare che questa sia la cosa più difficile da fare, ma basta pensare a quanto sono cambiati gli stili di vita negli ultimi settant’anni, dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, per capire che non è impossibile. Se li abbiamo cambiati una volta, non possiamo farlo di nuovo? Si potrà obiettare che il cambiamento iniziato negli anni cinquanta del secolo scorso è stato sostenuto da un impressionante schieramento di agenzie sociali, da ingenti finanziamenti, da professionisti superpagati. E chi si propone di capovolgere questa situazione non ha neanche una parte infinitesimale di quei mezzi. In realtà le persone cambiano i propri stili di vita se intravedono prospettive più desiderabili. E di prospettive più desiderabili ce ne sono già, ma la maggior parte delle persone, anche quelle che vivono in uno stato di disagio esistenziale molto forte, non le vedono perché non sono abituati a vedere dentro di sé. Col suo libro di Matteo si propone di aiutare le persone a vedere dentro di sé, a conoscere le proprie potenzialità di cambiare strada, di vivere in maniera più adeguata alle loro esigenze. Di essere se stessi. Di conoscere quanto li rende unici e irripetibili. Di fare scelte esistenziali che rispondono alle loro esigenze profonde. Cosa ci può essere di più desiderabile che vivere in modi rispondenti alle proprie esigenze più profonde? “Sii il cambiamento...”. Fin qui lo psicologo, il coach, il motivatore ci arrivano con le proprie competenze professionali. Basta l’etica per utilizzarle non per anestetizzare il disagio di chi li interpella e consentirgli di riprendere a seguire con meno problemi i comportamenti stabiliti per il suo ruolo sociale, ma per aiutarlo a capire cosa risponde alle sue esigenze e motivarlo a compiere le scelte necessarie a seguirle. Ma la seconda parte della frase di Gandhi implica un impegno sociale che non può essere assolto individualmente dallo specialista. Non basta aiutare gli individui a liberarsi dai condizionamenti sociali e culturali che li spingono a seguire comportamenti massificati ed eterodiretti, occorre anche intervenire per cambiare la società che crea quei condizionamenti e causa i disagi esistenziali. Col suo libro Matteo dà un contributo anche a questo aspetto, quando racconta le storie di chi ce l’ha fatta a cambiare drasticamente, di chi ce l’ha fatta a essere se stesso e come ha fatto a farcela. Perché le esperienze riuscite hanno una capacità di far riflettere, e di incoraggiare, più di tante parole. Basta ricordare la frase di Gandhi che precede quella riportata: “Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni”. Ma non si limita a questo. Chiedendomi di scrivere la prefazione al suo libro, vuole dare un’indicazione precisa ai suoi lettori. Vuole rendere esplicito che le sue riflessioni sono un tassello di una ricerca più ampia, finalizzata a costruire un paradigma culturale alternativo rispetto a quello delle società che hanno ridotto gli esseri umani a mezzo di un sistema economico che ha come fine le cose: la crescita della produzione di merci. Società che sono arrivate al loro capolinea della storia, come documenta principalmente il livello raggiunto da tutti i fattori della crisi ambientale: emissioni di CO2, quantità di rifiuti non biodegradabili, anticipazione dell’overshoot day al 15 agosto, picco del petrolio, emissioni di sostanze inquinanti, contaminazioni nucleari, riduzione della biodiversità, mineralizzazione dei suoli agricoli eccetera. Quando una fase della storia si chiude, il paradigma culturale su cui ha omologato i modi di pensare e il sistema dei valori degli esseri umani, entra in crisi e cominciano a emergere frammenti di una cultura alternativa in tutti i campi del sapere. Quello è il momento in cui occorre tentare di metterli insieme per costruire una visione alternativa del mondo. Chiedendomi la prefazione, in quanto esponente di un movimento che si è posto l’obiettivo di favorire i collegamenti tra i contributi settoriali che stanno emergendo, Matteo ci vuol dire che la sua ricerca è uno di questi contributi e che desidera collegarla con gli altri che stanno emergendo. 

Maurizio Pallante

lunedì 20 gennaio 2014

Convegno Decrescita, Filosofia e Visioni del Mondo - 8 febbraio - Firenze


Cosa ci spinge a pensare che l'obiettivo del mondo sia la Crescita?
Perché i politici – americani, europei e mondiali tanto di destra che di sinistra - parlano continuamente di Crescita economica e di Sviluppo economico??
Perché pensiamo che la crescita infinita ( dei profitti, dei prodotti e dei consumi) sia possibile in un pianeta finito?
Intanto la crescita sta producendo accumulo di rifiuti, inquinamento, competizione, violenza, solitudine, disagio esistenziale. 
È giunto il momento di aprire un dibattito su queste questioni. Piuttosto che qualcosa di dimostrato, quello della Crescita è un Mito. Un mito che ha ragioni ed origini nella storia.
Un convegno per inoltrarci indietro nel tempo per scoprire cosa c’è dietro la fede cieca nel progresso della Civiltà Superiore e nel predominio della ragione economica per non perdere fiducia in un mondo migliore.

Programma convegno e altre informazioni
Evento su Facebook

lunedì 16 dicembre 2013

Cambiare il destino dell'umanità

Fonte foto: MorgueFile


A differenza delle religioni monoteiste, dove è un Dio a rivelare la verità all’uomo, nel buddismo è l’uomo stesso che, dopo un proprio percorso, si illumina alla verità. Questo è quello che ha fatto il principe Siddharta Shakyamuni, vissuto tra il VI e il V secolo a.C. e divenuto famoso con il nome di Budda, ovvero 'risvegliato', lasciando il suo palazzo e tutti i suoi averi per inseguire la via della ricerca, spinto dal profondo desiderio di sollevare l’uomo dalla sofferenza. Siddharta era una persona comune che si è illuminata grazie a un suo percorso. 

La sua scoperta era semplice: si era risvegliato alla verità che nelle profondità della vita esiste una 'condizione', uno 'stato' di infinita saggezza e compassione, un flusso eterno di energia e forza vitale, sconfinato e indistruttibile. Questo 'stato' è presente in ogni essere vivente e permea l’intero cosmo dall’infinito passato fino all’infinito futuro.

Da allora, l’uomo ha fatto tante scoperte in ambito scientifico e tecnologico che gli hanno permesso di compiere uno sviluppo materiale senza precedenti in tutta la sua storia su questo pianeta. Il suo benessere materiale però è sempre stato conquistato a discapito di altri esseri umani e dell’ambiente naturale. In concomitanza con il progresso materiale dell’uomo si è verificata anche un sua involuzione dal punto di vista spirituale, espressa tutt’oggi da un degrado umano e ambientale che si va aggravando, mettendo a serio rischio la stessa sopravvivenza dell’essere umano sul pianeta.

Ora, nei primi decenni del XXI secolo la situazione sembra arrivata a un bivio dal quale non si può più uscire. Se ci proiettiamo nel futuro dei prossimi decenni continuando nella stessa direzione che ci ha condotto fin qui, con molta probabilità quello che ci aspetterà è il collasso generale della nostra società globale. 

Forse è proprio questa l’occasione giusta che l’essere umano attendeva per attingere all’infinito potenziale di cui parlava Siddharta oltre duemila anni fa, l’occasione per fare un’evoluzione spirituale mai tentata prima e cambiare il destino dell’umanità per sempre.

lunedì 3 dicembre 2012

Dalla moltiplicazione alla condivisione



Gesù per la decrescita


"La civiltà, nel senso reale del termine, non consiste nella moltiplicazione, ma nella volontaria e deliberata restrizione dei bisogni. Questo soltanto porta la felicità e il vero appagamento" Mahatma Gandhi



Nella sua interpretazione dei testi sacri partendo dalle loro versioni in ebraico e greco antico, Igor Sibaldi sconvolge tutta la teologia e tutta la dottrina cristiana dando una visione completamente nuova delle religioni che si basano sulla Bibbia. Una visione utilissima per il cambiamento epocale che abbiamo davanti.

In particolare, per quanto riguarda l'episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Luca capitolo 9) considerato da sempre uno dei tanti miracoli di Gesù, Sibaldi da una chiave di lettura molto autentica e chiara. Secondo la sua interpretazione, infatti, quell'episodio non si tratta affatto di un miracolo, di qualcosa di straordinario che non è possibile per le persone comuni, ma piuttosto di un semplice e caloroso invito di Gesù a condividere con tutte le persone presenti il cibo che solo alcuni avevano con sè. 

All'epoca, dice Sibaldi, erano migliaia le persone che seguiva Gesù e alcune di loro venivano da più lontano altre da più vicino, perciò non tutte avevano a disposizione del cibo da casa, oppure lo finiva prima. Perciò quando la sera le persone dovevano allontanarsi per andare a procurarsi del cibo, spesso Gesù diceva che sarebbe bastato suddividersi in gruppi di cinquanta persone e condividere il cibo che c'era, e che in questo modo ce ne sarebbe stato abbastanza per tutti. 

Per quanto banale possa sembrare questa spiegazione dei fatti, ciò che ne consegue ha un potere destabilizzante dal punto di vista economico-sociale. Interpretare questi passi del vangelo come un miracolo, quindi qualcosa di impossibile per gli uomini (senso di impossibilità), e come moltiplicazione che implica la crescita e quindi l'abbondanza, invece che la semplicità e l'ingenuità che sta dietro alla condivisione di ciò che si ha con gli altri fa una differenza abissale, esattamente la differenza che c'è tra la cultura occidentale di oggi, basata sulla crescita e sull'abbondanza, e la cultura di domani, fondata invece sull'equilibrio e la condivisione. Il potere di cambiamento, il potenziale di trasformazione, che insito in una tale reinterpretazione è inimmaginabile. 

Fino a venti anni fa si sarebbe detto che Gesù aveva tendenze comuniste, ma oggi che il comunismo è superato, forse potremmo sbilanciarci dicendo che il pensiero di Gesù, come quello degli altri grandi illuminati storici (Buddha, Confucio, Gandhi...), si avvicina molto al ripensamento culturale che vorrebbe proporre la Decrescita Felice e Rivoluzione Umana.  


venerdì 25 maggio 2012

Uscire dal senso comune dominante attraverso il buon senso condiviso e consapevole





«Il buon senso c'era, ma stava nascosto per paura del senso comune»

Alessandro Manzoni


Il senso comune dominante in tutto il globo è quel pensiero, quella credenza interiore che ci tiene legati al sistema attuale e che non ci permette di pensare diversamente, di progettare alternative, è ciò che contrasta fortemente lo sviluppo del nostro senso della possibilità. Il sistema lavora instancabilmente per rendere il senso comune saldo e inattaccabile dall’esterno, i media sono i mezzi più potenti ed efficaci a tale scopo e da anni hanno reso un servigio davvero prezioso. 

In questa triplice crisi, ambientale, economica e sociale, qualcosa nel sistema sta cominciando a scricchiolare, e i più vispi se ne sono accorti già da tempo. Qualcosina inizia a non funzionare esattamente come dovrebbe e le falle cominciano a infittirsi, l’acqua comincia a trasudare da vari punti diventando incontrollabile. Il sistema però è progettato intelligentemente per autodifendersi e in tali casi si mette subito all’opera: come farebbe d'altronde ogni essere vivente seguendo il suo istinto di sopravvivenza. 

In una prima fase, l’unica cosa che può fare il sistema per dominare ancora è tentare in tutti i modi di ristabilire il senso comune, rafforzandolo energicamente, e per raggiungere tale fine il mezzo più potente è sicuramente quello del terrore. Seminare terrore, indistintamente, questo è uno dei tentativi più esasperati di ristabilire il pensiero unico. Annientare il senso della possibilità schiacciandolo con la paura e l’insicurezza diffusa, soffocare ogni tentativo culturale di andare oltre a ciò che fino ad oggi abbiamo creduto con estrema fiducia. 

L’altra fase, quella sicuramente più pericolosa, è che il sistema si evolva e facendo un cambiamento piuttosto radicale si mascheri sotto forma diversa senza rendersi più riconoscibile, anzi quasi innocuo, se non benevolo, agli occhi dei più. Questa è una fase che dobbiamo assolutamente evitare. Perciò è importante, fondamentale, la celerità del cambiamento, non solo la sua profondità e diffusione. In effetti, il senso comune può essere sostituito ingegnosamente da un altro sistema, fratello del precedente, con le sue stesse finalità, ma che ha forma nuova , attraente e convincente, ma solo in superficie perché la sostanza non è cambiata. 

Il modo per superare un senso comune diffuso e radicato nella nostra società è quello di intraprendere una rivoluzione culturale basata sul buon senso condiviso e consapevole. Condiviso in quanto le persone scelgono di libera iniziativa di adottare un pensiero differente, consapevole perché tale scelta deriva da un’esperienza a livello profondo, da un’interiorizzazione delle credenze, da una forte coscienza dell’importanza e del significato ultimo di un tale cambiamento. Questi due aspetti sono indispensabili e inscindibili. Il livello individuale è al centro di ogni altro tipo di cambiamento globale, a carattere ambientale, economico o sociale. Risvegliare la capacità naturale dell’essere umano di riconoscersi il ruolo di fautore del proprio destino e protagonista della propria esistenza, nonché riscoprire il proprio potenziale spirituale illimitato e l’interdipendenza di tutti i fenomeni sono le basi della vittoria contro il senso comune diffuso che schiavizza l’uomo e sopprime la sua vera essenza vitale.

lunedì 26 marzo 2012

Verso l'idealità con la decrescita


Dipinto di Simone Madiai


Esiste un parametro per valutare l'idealità di un sistema tecnico, ovvero la sua capacità di perseguire una funzione utile con il minimo impiego di risorse e con il minimo apporto di funzioni dannose.
Tale parametro, che si potrebbe chiamare indicatore di idealità (Id), può essere espresso con la seguente relazione:

Id= Fu / (R+Fd)

dove Fu sta per funzione utile, o funzione principale che deve svolgere il sistema tecnico, R sta per quantità di risorse impiegate per svolgere tale funzione e Fd sta per funzioni dannose connesse, vale a dire tutti gli effetti dannosi diretti e indiretti che sono generati dal sistema nello svolgere la funzione utile.
Per risorse si intendono tutti quei fattori materiali e non che sono impiegate dal sistema tecnico nel suo funzionamento. Non si intendo perciò soltanto le risorse in termini di materiali e di energie, ma anche in termini ambientali, economici, umani, di informazione, di spazio, di tempo e così via.
Questa analisi, per quanto qualitativa e semplicistica, può essere utilizzata in ultima istanza per tutti i sistemi e non solo per i sistemi tecnici.
Usare questo parametro per valutare un sistema ci farebbe probabilmente fare delle sconvolgenti scoperte, ci permetterebbe di stravolgere le nostre convinzioni e, cosa ancora più importante, minerebbe il nostro entroterra culturale, avvizzito e intorpidito dalle campagne pubblicitarie e dal progresso invadente.
Per fare un esempio, a me molto caro, prendiamo il caso dell'automobile. La sua funzione utile principale, anche se spesso lo dimentichiamo, è quella di trasportarci da un luogo ad un altro, quindi la sua funzione risponde alla nostra necessità di spostamento. Naturalmente, il sistema automobile è uno dei sistemi per perseguire tale funzione utile, non l’unico. È bene ricordarlo.
Valutando tale sistema, potremmo quindi impiegare l'indicatore di idealità attribuendo dei coefficienti puramente qualitativi e fare dei confronti con altri sistemi. Se per esempio, vogliamo paragonare l'automobile e la bicicletta per percorrenze limitate (attorno ai 5-10 km) come quelle di una città italiana di medie dimensioni, considerando quindi una stessa funzione utile come output da mettere a numeratore del nostro indice, stimiamo per ciascun sistema i suoi costi in termini di impiego di risorse e di funzioni dannose ad essi collegate. Il risultato è sbalorditivo perché non occorrono tanti calcoli o dettagliate analisi per concludere che la bicicletta è un sistema prossimo all’idealità, mentre l’automobile non solo non è tendente all’idealità ma rischia addirittura di diventare un sistema che crea costi e danni allo scopo di svolgere una funzione utile in modo sempre meno conveniente e soddisfacente. I costi in termini di risorse energetiche, ambientali, sanitarie, economiche, di spazio, di tempo e i disagi conseguenti all’uso massiccio delle automobili, specie in città e per brevi percorsi, sono a un livello ormai da tempo non sostenibile e in continuo incremento. Se non razionalizziamo il nostro comportamento e non ci poniamo in una visione nuova e critica della società odierna, finiremo per percorrere una strada, non solo inutile, ma anche pericolosamente dannosa per tutti.
L’indicatore di idealità applicato al sistema auto, come a molti altri sistemi tecnici o di altro genere, ci permette di evincere chiaramente l’assoluta assurdità di certe nostre scelte e di certe nostre convinzioni date per assodate e per irrinunciabili. Altri sistemi funzionali, se considerati in un bilancio funzioni utili contro risorse impiegate e danni generati, degenererebbero in “sistemi per creazione di problemi”, osservando che il denominatore è in ogni caso in fase crescente mentre il numeratore è sempre più soggetto a influenze negative e restrizioni.
Ogni sistema deve essere ripensato sotto una luce diversa, razionalizzato per la sua funzione utile reale, tenendo conto delle risorse e dei danni. In questo modo scopriremmo nuovi sistemi, sistemi alternativi, magari già esistenti, magari più semplici, più piccoli e più genuini per ottenere gli stessi risultati ultimi.
Questo nuovo approccio metodologico, basato sul buon senso e sulla ragione, e accompagnato dalla rivoluzione della propria visione della realtà, porterà verso una nuova società “ideale”.

mercoledì 14 marzo 2012

L'unico determinante


«La maggior parte della gente crede che molti problemi possano essere risolti con i soldi. Io credo che siano i soldi il maggiore dei problemi» Luca Madiai

Forse prima o poi ci accorgeremo che non possiamo fondare la società intera su di un pilastro che non ha fondamenta ben salde, non tanto perché abbia qualcosa di negativo di per sé o di sbagliato nella sua natura, ma semplicemente perché il suo ruolo non è un ruolo portante, non è un ruolo chiave, ma soltanto di mediazione. Il denaro è infatti un mezzo, uno strumento ingegnoso che permette di scambiare valori diversi tra le persone, una unità di conto della capacità di beni e servizi di rispondere a determinati bisogni, che permette lo sviluppo e l’arricchimento dei bisogni stessi. Il denaro non è che una convenzione, un accordo tacitamente sostenuto dalla società: sappiamo bene che le monete e le banconote non hanno di per sé valore intrinseco, e sempre più spesso non corrispondono neanche a un valore effettivo di riferimento.

Potremmo certamente distinguere il valore di una passeggiata nel bosco, in riva a un fiume, magari non inquinato, il valore della terra viva che calpestiamo, dell’erba, delle piante che vi nascono, dei raggi del sole, dell’aria che ci carezza, della pioggia, degli uccelli, degli insetti su una foglia. Tutte queste “cose”, che valore hanno per noi? si possono monetizzare ? il mercato è forse in grado di dare un prezzo all’aria pulita, al vento, al sole, al mare ? Di fatto questi elementi sono indispensabili alla nostra vita, hanno un valore intrinseco indiscutibile; al contrario il denaro è soltanto un valore convenzionale, fittizio, un puro strumento economico, completamente vuoto se non propriamente associato e dipendente da oggetti che hanno valore intrinseco.

Quando però il sistema economico-industriale opera e prospera non sta forse basando il suo sviluppo unicamente su elementi di valore intrinseco ? è il denaro a muovere l’economia ? o sono forse le persone, gli animali, la terra, le piante, i minerali, l’acqua, il sole. Quando noi accendiamo un motore a combustione non stiamo forse usando l’aria come un comburente essenziale e come un serbatoio di scarti di reazioni chimiche, non lo stiamo forse usando violentemente contaminandolo ? Su larga scala, quando le emissioni di gas di scarico non sono più trascurabili rispetto all’aria totale respirabile dell’atmosfera terrestre, stiamo usando l’aria pulita come risorsa indispensabile e la restituiamo impoverita e dannosa per la vita stessa. 

In tutto questo il denaro che ruolo ha ? Nessuno. Ha il ruolo di inerte spettatore, sfruttato dall’avidità e dall’ignoranza umana per compiacere le sue ambizioni e sopraffare il suo ambiente. E non potrebbe essere altrimenti, visto che il denaro non ha anima, non è essenza vitale come l’aria, l’acqua o una roccia: è solo una formalità di transizione. 

Oggi siamo troppo abituati a pensare allo sviluppo, al benessere e alla felicità come strettamente dipendenti dal denaro. Pensiamo fermamente che senza denaro non sarebbe possibile niente, che il denaro deve essere creato e accumulato a un ritmo crescente per permettere alla macchina economica di non rallentare, di non guastarsi e di non fermarsi. Se pensiamo alla società che abbiamo costruito negli ultimi decenni, ci accorgiamo che abbiamo delegato tutto al denaro, persino noi stessi, la nostra cultura, la nostra salute, la nostra sicurezza. Il denaro regna sul mercato, il mercato decide su tutto: tutte le scelte che facciamo in ultima analisi passano attraverso una valutazione economica di mercato che stabilisce ciò che vale la pena da ciò che non vale la pena. Per tale motivo, nonostante sia illogico e snaturato, e contro il valore intrinseco della nostra vita, il denaro è di fatto oggi l’unico determinante.


mercoledì 7 marzo 2012

Sinonimi pericolosi



«Non dovremmo aver paura di cambiare mentalità, di vedere le cose da un altro punto di vista. Non ci dovremmo affezionare a concetti comodi, o a verità consolidate dal tempo. Tutto è in evoluzione. Noi esseri umani stiamo evolvendo nel nostro cammino su questo pianeta, stiamo crescendo giorno dopo giorno, non abbiamo mai smesso di farlo. L’unica differenza è che fino ad oggi abbiamo rivolto lo sguardo solo al di fuori di noi stessi. Adesso è arrivato il momento di crescere dentro» Luca Madiai


Le parole che usiamo racchiudono vasti concetti, costrutti mentali, un vero e proprio entroterra culturale che noi abbiamo creato nel tempo e che è in continuo mutamento.
Curare le parole che usiamo, e ancor di più il loro senso culturale profondo, è fondamentale per uscire dalla triplice crisi attraverso un cambiamento di prospettiva desiderabile.
Senza alcun dubbio, ci sono parole che oggi vengono abusate, strumentalizzate, schiavizzate all’insegna della crescita senza tregua. Tra queste svettano sicuramente termini come: ecologico, green, ecosostenibile, biologico e via discorrendo. Questi termini sono molto pericolosi, perché difficilmente vanno ad associarsi con qualcosa che abbia davvero a che fare con relazioni armoniose e sostenibili con l’ambiente, piuttosto sono stratagemmi di marketing per trovare nuovi spazi sul mercato. Sebbene siano belle parole e con connotati di buon costume e buone intenzioni, spesso sono usate impropriamente o sfruttate per il loro fascino ammaliante e per il loro essere così in voga. Perciò, con tutto il rispetto che si può avere per queste belle parole, è bene comunque stare molto all’erta e non cadere in facili tranelli.
Alcuni termini oggi sono pericolosi perché sono usati come sinonimi e spesso confusi, come se una loro relazione, anche se non stretta e dipendente, sia sufficiente a identificarle l’una nell’altra, di modo che richiamando l’una subito associamo automaticamente l’altra. Ciò è tra le cose più tossiche della nostra crisi culturale: è la perdita del discernimento, della direzione che vogliamo intraprendere, è il non rendersi conto che esiste sempre un’alternativa.
Alcuni esempi di questi binomi oggi erroneamente considerati sinonimi sono: ricchezza-abbondanza, sobrietà-povertà, semplice-arretrato, contentarsi-insoddisfazione, sviluppo-crescita, economico-conveniente, nuovo-migliore, vecchio-superato, progresso-modernità, limite-ostacolo, bene-merce, concorrenza-competizione, ecc.
È ovvio che confondere tali termini deriva da un impoverimento culturale sostenuto dai media e dal consumo di massa e rinforzato da credenze distorte basate su verità illusorie. Tra queste detiene una posizione di rilievo l’illusione che la ricchezza sia un accumulo materiale senza limiti e quindi legata al concetto di abbondanza, ovvero di eccesso, come condizione indispensabile per la felicità e il benessere. Tale concezione non solo non prevede il senso del limite, ma lo ritiene dannoso e ostile allo sviluppo della vita stessa. L’abbondanza richiama all’eccesso e al sovrappiù, quindi ci esorta a eccedere, a non tenere in considerazione le risorse primarie, la loro propria natura, e a non rispettare la loro fragilità e finitezza. La ricchezza vista come abbondanza è una visione distorta della realtà perché tiene in considerazione solo l’aspetto quantitativo, non qualitativo, e riguarda principalmente l’aspetto materiale, delegando ad esso quello spirituale, visto più che altro come una condizione interiore di appagamento esteriore. Invece la visione della ricchezza come il livello di varietà, di diversità (come è definita in biologia), acquisisce oltre che valori quantitativi e materiali, senz’altro importanti, anche valori qualitativi, morali e spirituali: un vero e proprio valore aggiunto non visibile che accompagna e arricchisce, nel senso più vero della parola, l’uomo di una condizione interiore elevata.
Detto ciò, se pensiamo al binomio limite-ostacolo possiamo fare tantissimi esempi nella vita di tutti i giorni per capire tale ricorrente accostamento. Mai più di oggi il limite viene visto come ostacolo. Nell’antichità i limiti erano temuti, rispettati per pavidità, e solo pochi temerari e superbi osavano valicarli, come Ulisse le colonne d’Ercole. Oggigiorno invece i limiti non sono più temuti, anzi, sono considerati dei veri e propri ostacoli da valicare per far strada al progresso inarrestabile dell’Uomo, della sua illimitata capacità di dominare e controllare il suo ambiente. Tutti i limiti vengono messi in discussione, alcuni addirittura ignorati perché scomodi a tale visione positivista. Il limite per antonomasia, la morte, diventa una cosa dalla quale rifuggire, dalla quale si può e si deve tentare di allontanarsi o che si deve dominare e sconfiggere. I limiti stessi del nostro pianeta sono ostacoli, quindi barriere che si possono e si devono superare, con cieco ottimismo e forzato coraggio.
La differenza tra sobrietà e povertà o indigenza è notevole e spesso ignorata. Sobrietà non è associabile con la rinuncia, con il sacrificio o con l’autolimitazione, invero è riferita alla consapevolezza dei limiti fisici esistenti e della incapacità, superata una certa soglia, di trovare soddisfazione nell’appagamento dei soli bisogni materiali o nell’accumulo di oggetti come mezzo per realizzare se stessi e raggiungere felicità e benessere. È la consapevolezza che dentro di noi esistono illimitate potenzialità per godere di una vita piena e appagante, che oltre ai bisogni primari è necessario soddisfare e curare anche i bisogni relazionali dai quali il nostro sostentamento dipende. In ultima analisi la sobrietà è la consapevolezza che tutto è interconnesso, che non c’è fenomeno isolato. Pensare alla sobrietà come a un ritorno alle fatiche, alle privazioni, alla scarsità di risorse significa avere una visione distorta, significa non concepire alternative, significa aver limitato il proprio senso della possibilità. Mentre la povertà è legata intimamente con lo sfruttamento, con la violenza, con il contrasto, con l’avidità, con l’ignoranza, con l’odio, la sobrietà è piuttosto relativa alla compassione, alla consapevolezza, al buon senso, all’equilibrio, all’armonia, alla saggezza.

mercoledì 22 febbraio 2012

Cos'è la Rivoluzione Umana?

Dipinto di Simone Madiai



«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» Dante Alighieri


La rivoluzione umana è un processo di riforma individuale che fa riferimento agli insegnamenti e alla pratica di Nichiren Daishonin (approfondisci).

Si tratta di intraprendere un percorso basato su tre punti fondamentali la fede, la pratica e lo studio allo scopo di trasformare il proprio “piccolo io”, ovvero una visione ristretta e limitata della realtà, nel “grande io” aprendo la propria vita all’immenso potenziale da cui trae origine rivelando uno stato vitale che permea tutti i fenomeni e che si manifesta in saggezza, coraggio e compassione. Il “grande io” si riferisce a una percezione della realtà che, consapevole (non mentalmente ma spiritualmente) della mutua compenetrazione di tutti i fenomeni e quindi della non separazione tra i vari aspetti della vita, permette di vedere le cose da un punto di vista completamente nuovo, ampio, luminoso, omnicomprensivo.

Un tale processo di riforma interiore può avvenire soltanto partendo da sé stessi, attraverso la pratica costante della recitazione di Nam-myoho-renghe-kyo e lo studio approfondito della filosofia e degli insegnamenti, rinnovando e rigenerando in continuazione la propria fede nella vita universale, nell’energia pulsante che è sempre esistita dentro di noi, che è la nostra ultima origine.

Tale rivoluzione è detta appunto umana perché non agisce direttamente in nessun ambito esterno (scienza, industria, cultura, politica, società, arte) ma va a rivoluzionare la parte più intima e interiore dell’essere umano; e perciò è la rivoluzione più potente che l’Uomo abbia mai intrapreso.

Tale impresa di cambiamento individuale è la condizione alla base di tutti gli altri cambiamenti migliorativi a livello collettivo in qualsiasi ambito.

«Se la mente degli esseri viventi è impura, anche la loro terra è impura, ma se la loro mente è pura, lo è anche la loro terra; non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente» Nichiren Daishonin, dal “Il Conseguimento della buddità in questa esistenza”

venerdì 30 dicembre 2011

2012: apocalisse o salto vibrazionale ??



La fine del mondo ... come lo conosciamo

Il prossimo anno sará finalmente il fatidico 2012, di cui se ne é parlato molto, argomento tanto in voga perché la gente cade facilmente preda di scenari apocalittici misteriosi, velati da una vaga e fumosa conferma scientifica.

Io credo effettivamente che si parli a ragione di fine del mondo e in un modo del tutto auspicabile e positivo. Mi spiego meglio. Il prossimo anno potrebbe essere davvero il tempo giusto per un grande cambiamento, o meglio per la fine del mondo come lo conosciamo oggi noi. Forse la fine di un'intera era.

L'aggravarsi della crisi economica, ambientale e sociale che crea disparitá sempre piú pesanti tra le popolazioni mondiali e tra i cittadini di uno stesso stato, favoriscono un degrado umano e ambientale che si traduce in un aumento dell'instabilitá, dell'insicurezza e della violenza. I limiti fisici del pianeta si faranno presto sentire, cosí come la saturazione di ogni sistema porterá al tracollo vertiginoso e diffuso globalmente. Questo scenario rispecchia perfettamente una situazione pre-bellica.

Il 2012 quindi potrebbe essere veramente una grande occasione per tutti. Una occasione di scelta tra la vera apocalisse, la guerra e la distruzione irreversibile, o una rinascita dell'uomo, una rivoluzione spirituale dell'intera umanitá. La seconda via, mi rendo conto, é preferibile alla prima per tutti quanti.

Dobbiamo ritenerci fortunati a vivere in questa epoca, un'epoca di grandi cambiamenti, di grande vibrazione, che porterá l'uomo a fare un salto in avanti, questa volta non in senso strettamente materiale, né scientifico, tecnico o intellettuale ma soprattutto a livello spirituale. L'uomo verrá illuminato a una nuova coscienza, alla veritá che la sua vita e quella dell'universo sono intimamente interconnesse, che tutto ció che lo circonda e lui stesso é parte di una fonte unica ed inesauribile di energia vitale pulsante, di gioia pura ed eterna. Le illusioni degradano l'uomo, portandolo alla violenza verso se stesso, gli altri e il suo ambiente si dilegueranno, cosí come l'aviditá di accumulare ricchezze e la stupiditá di inseguire i propri istinti animali saranno ridimensionati alla creazione di valore condiviso.

Molte persone al mondo di diversa razza, cultura e religione, si stanno risvegliando a questa grande sfida che abbiamo ormai davanti ai nostri occhi. Al momento loro sono solo piccole lanterne di luce nell'oscuritá, ma, non appena le circostanze saranno favorevoli, tali piccole luci si spargeranno in tutto il globo come tanti piccoli ruscelli raggiungono e alimentano il mare.

Buon 2012 e buon salto vibrazionale a tutti !!!

martedì 4 ottobre 2011

Il senso del limite e il senso della possibilità



Al fine di vivere una vita in armonia con il nostro ambiente e con noi stessi è bene approfondire due concetti secondo me essenziali, solo apparentemente in contraddizione, per una nuova cultura di pace e felicità per tutti (intendo proprio tutti!). 

Il primo concetto riguarda la limitatezza delle risorse naturali, le uniche risorse materiali di cui l’uomo dispone in questa vita terrena. «Secondo la legge fondamentale della termodinamica, il patrimonio del genere umano è limitato» afferma Gergescu-Roegen [1]. Espressioni oggi molto in voga come “energia pulita”, “economia verde”, “migliorare l’ambiente”, “sviluppo sostenibile”, “salvare il pianeta”, “impedire la distruzione delle risorse” contengono tutte l’illusione, forse piacevole e romantica, di poter invertire i processi di degradazione entropica, di poter generare energia dal nulla, di poter evitare qualsiasi tipo di limitazione al progresso tecnologico e industriale umano. 

Riscoprire il senso del limite, invece, andando in direzione contraria, è coltivare la consapevolezza dell’esistenza dei limiti materiali e quindi della finitezza delle risorse accessibile e utilizzabili, nonché della insostenibilità intrinseca di ogni fenomeno (non reversibilità completa). La cosa che deve sorprendere però è che tale consapevolezza non è assolutamente limitante o privativa: risvegliare in se stessi il senso del limite coincide con il percepire la vera entità della nostra esistenza in questo mondo, significa apprezzare e gioire della nostra vita senza desiderare di prevaricare su di essa e sull’ambiente che la sostiene, senza rincorrere i limiti in una competizione per la sopravvivenza. 

Nel versante opposto, ma non in opposizione, vi è un altro tipo di consapevolezza che dobbiamo coltivare ogni giorno: il senso della possibilità. Bartolini [2] la definisce «la capacità di progettare esperienze che abbiano come loro punto di riferimento il raggiungimento di condizioni di vita più facili» oppure «la capacità di progettare cambiamenti, cioè l’alternativa». Il nostro senso della possibilità negli ultimi anni è stato ridotto a colpi di spot consumistici ed educazione alla cieca obbedienza. I media (in primis la tv) e la scuola sono tra i maggiori fautori di questa cultura servile che «implica la mancata consapevolezza che l’ambiente economico e sociale è un prodotto umano e come tale può essere orientato verso il benessere» e, aggiungo io, verso la creazione di valore. 

Riscoprire il senso della possibilità, la contemplazione attiva di un’alternativa creativa è il primo passo per liberarci dalle catene del consumismo barbarico e della ricerca ossessionata del profitto monetario intrinseche in una società basata esclusivamente sulla crescita economica. Per far ciò occorre gettare le proprie credenze culturali fondate su argomentazioni puramente economiche, abbattendo inerzie psicologiche e barriere mentali che non ci permettono di vedere oltre il nostro offuscato punto di vista. Occorre “sconnettersi”, come ho già avuto modo di scrivere, arrivando all’essenzialità dei fenomeni della vita, ribaltando la visione delle cose, in quella che si potrebbe definire una rivoluzione umana, una rivoluzione del cuore umano, ciò che realmente conta. 

Senso del limite e senso della possibilità riflettono due consapevolezze profonde che non sono, come può sembrare a una prima analisi, in contraddizione tra di loro; limiti materiali dettati dal nostro ambiente naturale, nonché dal nostro stesso corpo umano che ne è parte integrante, non limitano il senso della possibilità in quanto la progettualità dell’uomo è basata sulla creazione di valore (non esclusivamente materiale) che ha come unica sorgente il potenziale intrinseco alla vita che è invece illimitato.



«Un atteggiamento nei confronti della vita che cerca soddisfazione nel conseguimento individuale della ricchezza, in breve, il materialismo, non è adatto a questo mondo, perché non contiene in sé il principio del limite, mentre l’ambiente in cui si colloca è strettamente limitato» E.F. Schumacher da “Piccolo è bello”

[1] Energia e miti economici - Nicholas Georgescu-Roegen 

[2] Manifesto per la felicità - Stefano Bartolini

martedì 13 settembre 2011

Essere sempre più liberi !!!??

"Libertà non significa assenza di limitazioni. Possedere un’irremovibile convinzione di fronte a qualsiasi ostacolo: questa è la vera libertà". Daisaku Ikeda




Nel mondo della comunicazione di oggi, rapidissima e molto superficiale, tante sono le parole di cui si fa un abuso o un uso improprio. Tra queste certamente spiccano alcune come "verde", "ecologico", "conveniente", "biologico". Altre sono parole diventate quasi tossiche: "crescita economica", "crescita dei consumi", sviluppo sostenibile", "aiuti umanitari", "esportazione di democrazia".

Tra le tantissime parole che si sentono ogni giorno, ce n'è una che sta veramente prendendo campo sempre più e che adesso si trova ovunque. Una parola che nasce sicuramente con caratteristiche positive e come un grande slogan che ha fatto da bandiera a tante rivoluzioni. La parola: libertà.

A partire dalla politica, l'attuale maggioranza di governo è composta da un partito che inneggia alla libertà, tanto da dare il nome al partito stesso. Questo vale d'altronde anche dalla parte politica opposta, con la nuova alleanza di sinistra nel cui nome ha inserito tale parola.
La parola libertà e i suoi derivati sono spesso segno di progresso, di rinnovo, di evoluzione verso migliori scenari: mercato libero, liberalizzazione, libera concorrenza.

Nel settore economico commerciale, la liberalizzazione ha segnato gli ultimi decenni in modo catastrofico. Mercato libero il più delle volta può essere fedelmente tradotto con: "libertà per alcuni di fare ciò che ritengo conveniente per sé stessi, a discapito di altri". Così è accaduto con la liberalizzazione dei mercati come quello dell'energia, dei servizi una volta pubblici, l'informazione, la comunicazione, l'acqua, i trasporti. Aumentando gli introiti per pochi e diminuendo la qualità dei servizi e quasi sempre aumentandone i prezzi.

Ciò vale naturalmente anche in altri ambiti, primo fra tutti quello politico e giudiziario. Libertà significa poter essere liberi di evadere le tasse, di fare ciò che si vuole, di licenziare in libertà, di inquinare in libertà, di gettare fango in libertà...

Quindi facciamo attenzione alle parole e alla loro applicazione nella vita di tutti i giorni. Alcune di esse sono diventate davvero pericolose.
State in allerta quando la parola libertà viene sventolata con molta facilità, e chiedetevi sempre: libertà rispetto a cosa? e soprattutto per chi? Sentitevi liberi di non accettare inermi ciò che viene dall'alto, ma di analizzare tutto sempre da differenti punti di vista e di trovarne anche di nuovi e mai utilizzati prima.

«Il cosiddetto libero mercato è in realtà la libertà di distruggere le risorse, esaurire l’energia e inquinare l’atmosfera» Vandana Shiva

domenica 20 febbraio 2011

Vita e ambiente: una prospettiva buddista

DAISAKU IKEDA
Presidente della Soka Gakkai Internazionale


Tradotto da Sgi Quarterly, luglio 2010

La dottrina buddista dell’unicità tra la vita individuale e il suo ambiente (esho-funi) mette a fuoco l’essere umano come parte del vasto universo fisico. L’entità della vita soggettiva e il suo ambiente sono mutuamente interrelate e operano insieme, creativamente. Essi sono un’unità, o, come i caratteri originali cinesi indicano, sono “due ma non due”. Il vastocontinuum spazio-temporale della vita spirituale di ogni individuo corrisponde all’universo esterno del mondo fenomenico. Esso pulsa con un’energia senza limiti, che si manifesta in molte forme differenti – compassione, amore, saggezza, ragione, emozioni, desiderio, pulsioni e così via. Ogni istante, questa energia si sprigiona ad interagire con l’universo circostante, creando un nuovo sé ed un nuovo mondo. Quando l’universo interiore esiste in armonia dinamica, l’energia vitale si trasforma creativamente in compassione, amore, saggezza e ragione. Ma quando l’universo interiore perde il suo ritmo essenziale, quella stessa energia diventa negativa, aggressiva, prende forme dispotiche come l’avidità e le pulsioni distruttive, che trasformano la vita interiore un deserto sterile.

La desertificazione dell’ambiente naturale corrisponde esattamente alla desertificazione spirituale della vita interiore degli esseri umani. Le relazioni tra umanità e natura sono parte dei complessi nessi relazionali tra esseri umani e tra se stessi e la propria vita interiore. L’egoismo di esseri umani il cui ambiente interiore è inquinato e desolato inevitabilmente si manifesterà nella dominazione, deprivazione e distruzione dell’ambiente esterno. A completare il ciclo, un ambiente esterno impoverito e desolato rompe il ritmo della vita interiore dando così ulteriore spazio all’egoismo e all’avidità.

Ma, dal momento che il sistema ecologico del pianeta, le relazioni sociali e la vita interiore dell’individuo sono mutuamente connessi, il potere armonizzante della compassione e della saggezza possono realizzare una trasformazione che diventa la base per la soluzione dei complessi problemi globali. Umanità e natura, società umana e universo interiore sono tutti intimamente interconnessi, e la forza vitale degli esseri umani è sempre l’asse principale per la trasformazione di tutti e tre.

Nichiren, maestro buddista del XIII secolo, dice: «Le dieci direzioni sono “l’ambiente” e gli esseri viventi sono la “vita”. Per spiegare, l’ambiente è come l’ombra e la vita è come il corpo».

Lo scopo dell’umanità

Una teoria dell’evoluzione sostiene che l’umanità mette in grado la vita universale di essere consapevole di sé. L’umanità si pone al vertice del processo di evoluzione materiale, chimica e biologica che si è sviluppato nel corso dei dieci miliardi di anni dal Big Bang, che le correnti teorie individuano come l’origine dell’universo. Il corso dello sviluppo fenomenico spazio-temporale iniziato con il Big Bang ha prodotto la Terra, e l’evoluzione dell’umanità ha permesso gradualmente all’universo di rendersi conto di se stesso.

La vita umana dunque consente all’universo di percepirsi, dal momento che gli esseri umani sono forme di vita capaci di percepire le leggi ritmiche che operano nel sistema ecologico naturale – specificamente la legge di causa e di effetto – e di essere consapevoli della natura ultima della vita stessa. Dunque gli esseri umani hanno il compito di contribuire alla creazione di valore nell’evoluzione della vita attraverso la propria comprensione della dinamica dell’universo e della interrelazione tra la vita e il suo ambiente. Potremmo dire che l’universo stesso ha dato all’umanità la missione di proteggere il complesso sistema ecologico della Terra e di contribuire alla creazione di valore nella biosfera. Di conseguenza, se il senso di questa alta missione orientasse tutte le ricerche tecnologiche e scientifiche, i sistemi sociali, la politica e l’economia, scopriremmo il modo più sinceramente umano – nel senso migliore del termine – per risolvere i nostri problemi ambientali.

Una vita contributiva

Gli esseri umani vivono in modi differenti basandosi su diversi tipi di valori. Siamo in grado di lasciare che egoismo e avidità guidino le nostre azioni fino a offendere gli altri e distruggere l’equilibrio ecologico. Allo stesso tempo, siamo in grado di condurre vite altruistiche, piene di compassione e di saggezza.
Nella terminologia buddista, il modo in cui gli esseri umani dovrebbero vivere e agire per rispondere pienamente alla missione affidataci dall’universo è chiamata la via compassionevole del bodhisattva. Le persone nello stato di bodhisattva si confrontano con i problemi della vita e della società avendo a cuore la felicità degli altri e di se stessi. Le loro vite sono radicate in un profondo senso di missione. Dalla prospettiva illuminata della Buddità, la forma più pienamente realizzata del potenziale spirituale intrinseco alla vita, essi percepiscono la dignità di tutte le forme di vita mentre crescono e si sviluppano nella vastità del mondo fenomenico, dispiegandosi nel tempo e nello spazio, e reagiscono in modo etico e simpatetico non solamente con gli esseri umani ma anche con l’intero mondo ecologico. Attraverso il controllo dell’egoismo e delle illusioni sono motivati dal desiderio di creare valore nelle vite degli altri e nella biosfera, considerando ciò il modo supremo di condurre la vita. Rivoluzionando la propria esistenza e la società lungo la linea indicata dalla via del bodhisattva si può aprire una pagina di speranza per il futuro. Le persone con la mente disposta alla via del bodhisattva sono consapevoli del mondo che li circonda, perciò sentono profondamente la preoccupazione per qualunque cosa esista nella biosfera – anche per forme lontane nello spazio e nel tempo.

I bodhisattva vivono per il futuro, che si sforzano di anticipare attraverso la compassione e la saggezza. Lavorano per amplificare la vitalità creativa della vita stessa e per assicurare che la scienza, la tecnologia e i nostri sistemi sociali siano plasmati e utilizzati per il bene delle generazioni future – ossia degli emissari ancora non nati dell’abbondante energia vitale dell’universo.

Un movimento di massa di persone sagge e colme di compassione che tengono costantemente in considerazione le generazioni future può costruire una società che rispetta la dignità umana e premia la creatività nei nostri sistemi scientifici, economici e legislativi.
La nascita di questa società segnerà l’alba di un nuovo brillante secolo della vita.

giovedì 10 febbraio 2011

Invertire la nostra tendenza per un mondo migliore

Si può cambiare, partendo proprio dalle piccole cose, che apparentemente sembrano cambiamenti insignificanti, ma come le persone sagge sanno, dietro alle piccolezze c'è l'universo intero.
Vorrei cominciare dalle piccole azioni che possiamo fare già da subito per invertire la nostra tendenza, a forza di minuscoli passi nell'ottica della creazione di valore.

La tendenza è quel pensiero, quell'inerzia psicologica che non ci permette di cambiare atteggiamento per pigrizia di coscienza, e ci fa ripetere in modo meccanico le stesse azioni, senza riflettere, senza porsi domande, abituati da una routine comoda e schematizzata ormai da tempo.

Prendiamoci un momento di relax e riflettiamo sulle nostre azioni giornaliere e come queste influiscano sul nostro ambiente, su noi stessi e su chi ci è vicino. Rispetto per sé, per gli altri e per l'ambiente: questi sono i cardini per la creazione di valore in ogni decisione che prendiamo.

Vorrei fare degli esempi semplici, giusto per cominciare.

La mia tendenza è quella di accettare passivamente una busta di plastica ogni volta che faccio un nuovo acquisto: adesso mi ricordo di far gentilmente notare al commesso che non ho bisogno della busta perchè uso la mia borsa o un sacco di stoffa.

La mia tendenza è quella di fiondarmi fuori casa e prendere l'ascensore senza pensarci: adesso ancor prima di arrivare al pulsante di chiamata dell'ascensore faccio dietro front e prendo le scale (perchè preferire le scale all'ascensore: leggi qui)

La mia tendenza è quella di prendere la macchina o montare sul motorino anche quando devo fare pochi chilometri: adesso penso ai danni che recano i trasporti privati (leggi qui) e mi ricordo sempre di prendere la bicicletta impiegando lo stesso tempo per raggiungere la destinazione.

La mia tendenza è quella di tener accesa la televisione in casa quando mangio, quando cucino, quando faccio le pulizie, anche se non la guardo e non c'è niente che mi interessi: adesso che sono consapevole dei danni della pubblicità, delle trasmissioni spazzatura e dei telegiornali manipolati tengo la tv quasi sempre spenta, specialmente quando non ho interesse nel guardarla.

La mia tendenza è quella di mangiare carne quasi tutti i giorni, se non due volte al giorno: adesso che conosco i danni causati dagli enormi consumi di carne (leggi qui) mi ricordo di cucinare carne per me e la mia famiglia solo due o tre volte a settimana.

La mia tendenza è quella di comprare acqua in bottiglie di plastica: adesso non compro più bottiglie ma faccio un piccolo sforzo per raccogliere l'acqua alla fontana pubblica sotto casa oppure usando l'acqua del rubinetto con i dovuti filtri.

La mia tendenza è quella di non curarmi delle luci lasciate accese inutilmente o degli apperecchi elettronici in tensione anche se non vengono utilizzati, lo stesso per l'acqua dello sciacquone, per il rubinetto e per la doccia, non faccio caso agli sprechi di acqua e di elettricità: da oggi farò in modo di osservare la massima sobrietà e parsimonia nell'uso dell'acqua e della luce a casa mia come nel posto di lavoro o ovunque mi trovi.


Invertire le nostre tendenze non sarà facile, ma è onorevole.

mercoledì 2 febbraio 2011

Soluzione e condizione per un futuro migliore


Davanti a casa mia c’è un grosso pino. Sarà alto oltre venti metri e due persone non basterebbero per abbracciarne il tronco. È imponente. Che tiri il vento, che caschi la pioggia o la neve, lui è sempre lì, stabile e imponente. Meraviglioso nella sua maestosità.
L’albero di pino rappresenta la società che dobbiamo costruire, rigogliosa, splendente, pacifica, stabile, serena. Il tronco, i rami, le foglie e i frutti non sono altro che le soluzioni che abbiamo messo in atto, con pazienza e con fiducia, con umana compassione. Ma ancora prima di vedere un robusto tronco, solidi rami e preziosi frutti abbiamo annaffiato le sue radici, le abbiamo fatte crescere e sviluppare in profondità.
Le radici dell’albero non si vedono mai, eppure sono cresciute nel terreno, hanno trovato ostacoli e si sono fatte strada cercando nutrimenti e un appiglio sicuro. Senza di esse l’albero, se pur imponente e regale dall’esterno, non sarebbe stato in grado di restare in piedi e sarebbe caduto sotto il suo peso, fino a morire. Ebbene le radici sono le condizioni che dobbiamo porre e sviluppare come base culturale e filosofica della nostra nuova società.
Solo grazie alla crescita di profonde radici in un buon terreno, l’albero di pino può manifestare la sua imponente bellezza.

Simultaneità di soluzione e condizione

La chioma della pianta e le sue radici crescono insieme, tanto si sviluppano le radici e tanto si sviluppa la chioma dell'albero. Soluzioni e condizioni vanno di pari passo, crescono simultaneamente, non c'è un ordine cronologico di preferenza. La rivoluzione spirituale e culturale seguirà di pari passo il cambiamento nella tecnica, nella politica e nell'economia. Tutto è strettamente legato e inscindibile. Basi solide significa stabilità, sicurezza, tranquillità, gioia di vivere.
Come la pianta (chioma e radici) nasce nella sua complessità e magnificenza da un piccolo seme, così un futuro migliore per tutta l'umanità e la nostra Terra sorgerà dai nostri cuori.

domenica 23 gennaio 2011

L'imperativo è salvare noi stessi

Leggo spesso sui libri ecologisti l'imperativo e l'obiettivo: "Salvare il pianeta". Questo slogan appare oggi su tanti manifesti, come un grido disperato, una richiesta di aiuto. Salviamo il nostro pianeta, perchè è lui ad essere in pericolo.

In realtà, per la mia modesta e umile opinione, la frase dovrebbe essere: " Salviamo noi stessi". Il pianeta sopravviverà comunque. Quelli a rischiare l'estinzione siamo noi esseri umani, assieme alle altre forme di vita meno adattative.

Alcuni scienziati e pensatori folli suppongono di abbandonare la Terra in un futuro prossimo e di colonizzare altri pianeti, per poterli sfruttare e distruggere a loro volta, per potrerne trarre le risorse che ci servono e poi poterli abbandonare passando ad altri, devastando di secolo in secolo tutta la galassia, e poi tutto l'Universo. Questa visione è agghiacciante.

L'imperativo è: "Salviamo noi stessi" da una fine misera, salviamo l'umanità e tutto ciò che la sostiene. Tutto è uno, tutto è interdipendente, salvare l'uomo coincide con salvare l'Universo, non c'è alcuna differenza.

Questo cambio di prospettiva permetterà una maggior presa di coscienza delle persone che oggi non si sentono minimamente toccate dalle tematiche energetiche, ambientali ed economiche globali, quelle che credono che con "not in my back yard" abbiano già risolto la questione, e pure quelle che pensano che non ci sia più niente da fare.

«Dobbiamo salvare i condor, non tanto perché abbiamo bisogno dei condor, ma soprattutto perché, per poterli salvare dobbiamo sviluppare quelle qualità umane di cui avremo bisogno per salvare noi stessi» MacMillan

sabato 8 gennaio 2011

Fine del mondo nel 2011 o 2012 ? o 20...?



Apprendo adesso che Gesú tornerá sulla Terra il 21 maggio del 2011. Tutti a discuterne, tutti a parlare della tanto celebre apocalisse e del cosiddetto giorno del giudizio. Non solo la Bibbia, ma anche il calendario Maya parla di catastrofi e fine del mondo, addirittura vengono fornite date precise e la gente pare esserne tanto affascinata. Fanno piacere forse delle "veritá scoop", perché i media cosí ci hanno tirato su. Ma dov'é la veritá? Quella "vera".
La veritá é che a nessuno interessa "la vera veritá". La veritá é che la fine del mondo, o meglio la fine della nostra vita come esseri umani su questo pianeta, la nostra esistenza serena, la nostra sopravvivenza come specie vivente e quella di tante altre specie, é ormai a rischio da decenni. Si puó infatti far partire dagli anni sessanta circa la devastazione del pianeta e il degrado umano dovuti a un intenso sfruttamento delle risorse naturali senza alcun criterio di limitazione o di controllo, a una terrificante fiducia ossessiva nel potere del progresso scientifico e tecnologico di dominare la vita e rendere migliore la nostra esistenza, all'agghiacciante macchina del capitalismo e della globalizzazione che livella ogni differenza per l'avanzata della crescita e del denaro. L'umanitá guarda questo fenomeno complesso, dal Nord opulento e grasso al Sud malconcio e inaridito, due parti di una macchina divoratrice di vite, di stabilitá, di felicitá, di solidarietá.
Invece di fantasticare e di ammaliare milioni di persone con storielle leggendarie dovremmo aprire gli occhi su questa cruda realtá e alzarci da soli come singoli individui, come singole entitá fondamentali di un vasto universo in continua evoluzione.
Quello di cui abbiamo bisogno é riscoprire la nostra umanitá ripartendo dalle cose piú semplici che esistano in questo mondo, resettando i nostri cervelli plagiati, andando all'origine, alla radice profonda del nostro "essere" umani, la nostra stessa umanitá, la nostra stessa vita come interrelazione con il nostro ambiente vitale.
Se dovessi fare una premonizione "fantascientifica" allora io direi che tra qualche anno (e se volete una data direi il 21 ottobre del 2020) le persone di tutto il mondo si risveglieranno per la prima volta nella loro vita e si renderanno conto del senso della loro esistenza e del loro immenso potenziale in quanto parte di un'unica immensa entitá vitale che flussa dall'infinito passato. Tutti assieme lo stesso giorno si alzeranno e realizzeranno cosí il migliore dei mondi possibili, un mondo in cui tutti siano a loro agio, in cui la gioia e la compassione trapelino da ogni cosa e la dignitá della vita sia preservata in eterno. Non sarei forse tanto fantascientifico quanto gli altri premonitori??
Non avverrá oggi, non avverrá domani, non avverrá neanche in una data precisa tra vent'anni o piú, ma sono profondamente convinto che una rivoluzione dell'umanitá (una rivoluzione umana appunto) é inevitabile quanto auspicabile. Avverrá perché lo vorremo, avverrá perché lo abbiamo giá deciso, avverrá perché l'abbiamo giá iniziata.
Luca Madiai
Budapest, 2011/01/08

domenica 19 dicembre 2010

Obiettivo benvivere

"Ci sono ambiti in cui la qualità della vita non dipende dalla disponibilità di risorse, ma dalle formule organizzative.
Per benvivere in città serve verde, centri storici chiusi al traffico, piste ciclabili, trasporti pubblici adeguati, piccoli negozi diffusi, punti di aggregazione.
Per benabitare servono piccoli condomini con spazi e servizi comuni che favoriscono l'incontro.
Per benlavorare servono piccole attività diffuse sul territorio per evitare il pendolarismo e favorire la partecipazione.
Per benrelazionarsi servono tempi di lavoro ridotti, momenti senza televisione, tranquillità economica, per favorire il dialogo e la distansione familiare.
Tutto ciò non richiede barili di petrolio, ma scelte politiche.

Ci sono altri ambiti, e sono quelli connessi alla qualità dell'ambiente, in cui è addirittura necessario ridurre i barili di petrolio.

Se vogliamo abbattere la CO2 dobbiamo ridurre la produzione elettrica proveniente da centrali alimentate con combustibili fossili. Dobbiamo ridurre il numero di auto in circolazione. Dobbiamo ridurre i chilometri incorporati nelle merci.
Dobbiamo adottare la sobrietà, inteso come tentativo di soddisfare i nostri bisogni riducendo al minimo le risorse e la produzione di rifiuti."

Francesco Gesualdi