«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 18 marzo 2019

Georgescu-Roegen per la decrescita






Tra i precursori della decrescita di Serge Latouche non poteva mancare Georgescu-Roegen, il padre della bioeconomia, un matematico rumeno che ha finito per occuparsi di economia e delle sue implicazioni sociali e ambientali. Sebbene i suoi ultimi scritti siano risalenti alla fine degli anni ottanta, le sue riflessioni sono, purtroppo direi, ancora all’avanguardia. 

Sono numerosi gli spunti forniti dai lavori di Georgescu-Roegen, molti dei quali oggi si ritrovano tra i capisaldi del movimento per la decrescita. Nel suo programma bioeconomico minimale ha condensato gran parte di questi punti: uno tra tutti è quello che si riferisce al valore della sobrietà, unito alla consapevolezza dei limiti delle risorse e degli effetti negativi, sia a livello individuale che collettivo, del superamento di detti limiti. 

«Dobbiamo curarci dalla passione morbosa per i congegni stravaganti», «dobbiamo liberarci anche della moda, quella “malattia della mente umana”. […] È veramente una malattia della mente gettar via una giacca o un mobile quando possono ancora servire al loro scopo specifico. Acquistare una macchina nuova ogni anno e arredare la casa ogni due è un crimine bioeconomico». 

Altri punti sono la durabilità e la riparabilità degli oggetti prodotti, quindi l’abolizione di quella che ormai oggi è tristemente conosciuta come obsolescenza programmata. 

«I beni devono essere resi più durevoli tramite una progettazione che consenta poi di ripararli». 

La messa al bando degli armamenti che, oltre a essere un pericolo costante per il mantenimento della pace, rappresenta un ingente spreco di risorse, che invece potrebbero essere impiegate per «aiutare le nazioni in via di sviluppo ad arrivare il più velocemente possibile a un tenore di vita buono (non lussuoso)». 

La riduzione dei consumi deve essere però accompagnata dalla riduzione della popolazione mondiale, «portandola a un livello in cui l’alimentazione possa essere adeguatamente fornita dalla sola agricoltura biologica», e nel contempo dall’incremento invece dell’efficienza di conversione energetica. Georgescu-Roegen individua, tra le fonti energetiche primarie, il sole come l’unica a poter realmente apportare un cambiamento migliorativo nell’approvvigionamento energetico e in tutte le questioni a esso connesse, non solamente di natura economica ed ecologica. «Solo una forma di energia accessibile arriva a noi in modo continuo e quasi a costo zero: l’energia solare» afferma Georgescu-Roegen evidenziando subito però il suo principale svantaggio, ovvero quello «di giungere a noi in una forma altamente diluita, come una pioggia estremamente fine», cioè con una bassa densità energetica. Tuttavia resta il fatto che «l’energia terrestre è molto scarsa rispetto all’energia solare, la quale è inoltre un bene libero». 

Nel condensato del programma non manca di evidenziare il grande paradosso dell’attuale sistema economico, quello di correre sempre più forte, producendo e consumando sempre di più, senza alcun apparente scopo se non quello di aumentare ulteriormente i nostri ritmi, non prendendo in considerazione alcun limite. 

«Dovremmo curarci per liberarci di quella che chiamo “la circumdrome del rasoio”, che consiste nel radersi più in fretta per aver più tempo per lavorare a una macchina che rada più in fretta per poi aver più tempo per lavorare a una macchina che rada ancora più in fretta, e così via, ad infinitum». 

Un po’ come fa il criceto nella ruota, l’uomo moderno corre sempre più velocemente per nutrire l’illusione di essere in moto verso una meta, quando invece non solo il suo movimento è fine a se stesso, non apportando di fatto benefici ulteriori, ma lo sta avvicinando sempre più rapidamente al baratro. 

Arriva perciò a uno dei punti cruciali dei sostenitori della decrescita, ovvero alla necessità di ritrovare il tempo di vita sottraendolo dal circolo vizioso e cieco del lavorare per consumare e del consumare per lavorare. 

«Dobbiamo renderci conto che un prerequisito importante per una buona vita è una quantità considerevole di tempo libero trascorso in modo intelligente». 

Al di là di questi punti programmatici, la riflessione di Georgescu-Roegen parte sostanzialmente da una critica dell’economia tradizionale, fondata sul meccanicismo, di derivazione galileiana-newtoniana, che ignora del tutto l’altra branca della fisica, più complessa e forse meno rincuorante, la termodinamica, per non parlare delle più avanzate scoperte della fisica del novecento. 

Perché, si chiede, se la fisica è passata dal modello deterministico riduzionista del XVIII secolo a quello indeterministico e relativistico del XX secolo, l’economia non ha fatto altrettanto andando a revisionare i suoi presupposti epistemologici? 

Georgescu-Roegen prova a rispondersi così: «Certamente c’è il fatto, su cui insisteva Lord Kelvin, che la mente umana capisce meglio un fenomeno se esso è descritto per mezzo di un modello meccanico. Dopotutto, la natura umana è tale che noi possiamo agire soltanto spingendo o tirando sul mondo materiale esterno. Ma questa nostra manchevolezza non è un buon motivo perché la scienza ne resti sempre vincolata». 

L’economia non può prescindere dai limiti biologici della terra, non può considerare i flussi di materiali e di energia come continui e inesauribili, non può pretendere di prevedere l’andamento dei mercati secondo rigide leggi matematiche. Georgescu-Roegen, per primo, introduce e accosta i concetti di entropia e quindi d’irreversibilità, provenienti dal secondo principio della termodinamica, al funzionamento del sistema economico e arriva perciò a queste conclusioni: 

«Il processo economico, come qualunque altro processo vitale, è irreversibile (e in modo irrevocabile); di conseguenza, non può essere spiegato in termini esclusivamente meccanici. È la termodinamica, tramite la legge dell’entropia, che riconosce la distinzione qualitativa, che gli economisti avrebbero dovuto fare fin dagli inizi, fra input di risorse dotate di valore (bassa entropia) e output di scarti privi di valore (alta entropia)». 

Georgescu-Roegen comprende di essere di fronte a un cambiamento epocale che però tarda a manifestarsi, e non manca di far notare l’ottusità con cui ancora oggi (allora ai suoi tempi e purtroppo ancora oggi ai nostri) la cultura dominante, che si tratti di intellettuali, di decisori politici o del senso comune diffuso tra la popolazione, insiste nel voler glorificare e supportare un modello che non solo non è sostenibile, ma anche profondamente iniquo e degradante. 

«Non è giusto accusare con troppa severità gli economisti di questi ultimi cento anni, perché in questo periodo è sembrato che la natura ci potesse fornire gratis tutte le risorse naturali di cui abbiamo bisogno. Gli eventi recenti, invece, hanno dimostrato che non è così. E questa volta non è soltanto giusto, ma è addirittura un imperativo per il benessere della specie umana – di questa generazione come di quelle future – protestare contro quegli economisti che oggi, in difesa della loro trascorsa miopia, continuano a dire che la dipendenza dell’uomo dalle risorse terrestri non costituisce un ostacolo ecologico». 

Quello che lo sbalordisce, e ci sbalordisce tutt’oggi, è come il modello tradizionale, adesso sfociato nel neoliberismo e in un turbocapitalismo all’ennesima potenza, porti avanti con ottimismo e sfrontatezza le sue tesi nonostante la scienza stessa, di cui il sistema si fa portatore e a cui dice di attenersi ciecamente, ci stia avvisando già da tempo che stiamo percorrendo una strada sbagliata. 

«La stessa teoria dello sviluppo economico è saldamente basata su modelli di crescita esponenziale. Ma quando gli autori di The Limits to Growth hanno anch’essi usato l’ipotesi di crescita esponenziale, gli economisti si sono messi a gridare in coro: “Errore!”». 

Negli ultimi suoi scritti Georgescu-Roegen allarga la sua critica anche agli emergenti scenari: che si tratti della cosiddetta teoria dell’economia stazionaria, o dell’economia circolare, di cui ancora oggi si parla riponendovi grandi speranze, o addirittura del decantato, e oramai decotto, sviluppo sostenibile. 

«Dall’idea che la crescita economica non può essere infinita, idea che era nell’aria già molto tempo prima che ne parlassi io, Daly arrivò alla conclusione che “lo stato stazionario dell’economia è quindi una necessità”, un banale errore di logica elementare, poiché l’opposto della crescita non è solo lo stato stazionario», bensì la decrescita, come aveva già avuto modo di suggerire in altre sue opere. 

Nell’acuto approfondimento di tali temi, Georgescu-Roegen aveva compreso che tali teorie altro non erano che espedienti ingegnosi per sostituire il cappello all’economia senza tuttavia cambiare i principi con cui la sua testa ragiona, modificare con degli ottimi slogan, che trasmettessero un messaggio positivo di cambiamento, solamente la superficie delle cose, per continuare a percorre in ogni caso la via della crescita infinita. 

«Essendo tale approccio molto ottimistico, si diffuse come credo dominante molto velocemente. Naturalmente i paesi avanzati lo accolsero favorevolmente poiché tutti sarebbero stati felici di poter continuare a vivere nelle stesse abitazioni, guidare le stesse automobili e mangiare lo stesso cibo appetitoso. Purtroppo essi non capirono che erano vittime di una grande illusione». 

E da qui una grande domanda che ancora oggi, all’indomani di una grave crisi economica e alla luce di disastri sociali e ambientali sempre più allarmanti e diffusi, resta senza risposta: cosa impedisce al genere umano un cambiamento radicale che lo possa salvare dalla catastrofe? si tratta semplicemente di essere illusi o addirittura ignoranti? O forse, usando le parole di Georgescu-Roegen, «il destino dell’uomo è quello di avere una vita breve, ma ardente, eccitante e stravagante piuttosto che un’esistenza lunga, monotona e vegetativa. Siano le altre specie, le amebe per esempio, che non hanno ambizioni spirituali, a ereditare una terra ancora immersa in un oceano di luce solare». 

Una cosa è certa: qualsiasi sia la risposta, faremmo bene a trovarne una, prima che sia troppo tardi. 



Il corsivo è tratto da M. Bonaiuti, Georgescu-Roegen. La sfida dell’entropia, Jaca Book






sabato 16 marzo 2019

La soluzione alla crisi climatica, e non solo, è la decrescita



Forse non è del tutto chiaro che, se vogliamo quantomeno limitare l'aumento inesorabile delle temperature globali e tutti gli effetti negativi che ne conseguiranno, dobbiamo abbandonare prima possibile un modello economico-sociale basato sulla crescita. 

E forse è ancor meno chiaro che non si tratta soltanto della crescita del fatidico PIL, la chimera assoluta dell'economia di saccheggio, o della crescita di quei prodotti la cui eliminazione avrebbe evidenti benefici diffusi, penso agli armamenti, alle droghe, all'usa e getta, alle sostanze tossiche, alle scorie nucleari, agli sprechi materiali ed energetici in genere. 

Nemmeno la crescita dei pannelli fotovoltaici e delle auto elettriche, sebbene auspicabile in parte, sarà sufficiente a invertire la rotta intrapresa. Non basterà usare di più la bicicletta, abbassare di qualche grado il termostato o rinunciare alla carne per qualche giorno. 

Quello che occorre fare, per tentare di limitare le conseguenze dannose del nostro incosciente sviluppo, è fermarsi a riflettere, compiere un'autocritica profonda e cominciare a ricostruire una società fondata su un nuovo modo di pensare e vedere il mondo: non più centrata sull'ego individuale, ma su una forte consapevolezza di interconnessione e interdipendenza; non più sostenuta dalla competizione bensì dalla collaborazione; non più regolata dalle algide leggi di mercato ma da condivisi principi etici; non più alimentata dall'effimera gioia derivante dal consumismo ma dalla riscoperta che armonia e felicità sorgono dalle relazioni, con sé, con gli altri e con l'ambiente tutto; non più una società esclusivamente maschilista, dove dominano il calcolo e l'aggressività, ma in un nuovo equilibrio con i tratti femminili della cura e della sensibilità. 

E tutto questo, in fin dei conti, non lo dobbiamo fare solo per risolvere la crisi climatica, poiché la crisi nella quale oggi siamo immersi è una crisi globale che riguarda non solo il clima e l'ambiente, ma l'economia e la società nel loro insieme (divario tra ricchi e poveri crescente, instabilità, disoccupazione, migrazioni) e in ultima analisi dell'uomo stesso (i suicidi e il malessere psichico sono in crescita proprio nei paesi ricchi). 

Perciò oggi, all'indomani della più grande manifestazione sul clima a livello mondiale che ha visto una massiccia partecipazione di giovani, occorre precisare che il cambiamento di cui abbiamo davvero bisogno dovrà essere drastico e dovrà rispondere alla crisi globale e non soltanto ad alcuni suoi aspetti. 

E tale cambiamento non potrà essere lasciato nelle mani dei decisori politici né dei tecnici esperti, ogni persona, attraverso una propria riflessione profonda, dovrà fare la sua parte per il benessere di tutti, nessuno escluso.



lunedì 25 febbraio 2019

Educare all'utopia, un commento al libro di Federico Tabellini




«Una terza via esiste, e la stiamo vivendo. È un’utopia scandalosa con meno lavoro, meno consumi e più benessere»


La crisi globale nella quale siamo immersi è difficile da analizzare e comprendere, non tanto per la sua complessità e la sua interdipendenza con tutti gli aspetti delle nostre vite, ma quanto per il semplice fatto che essendoci immersi, vivendola dall’interno, non siamo capaci di avere la giusta prospettiva che ci permetta di osservarla nella sua interezza e quindi anche nella sua innegabile complessità. Avremmo bisogno perciò di uno sguardo che superi la contingenza, che sia libero di vedere e di andare oltre ciò che abbiamo davanti. 

Federico Tabellini, nel suo saggio “Il secolo decisivo”, ci fornisce una tale visione, in grado di aprire una panoramica chiara e obiettiva sullo stato attuale della società tardo-capitalistica in piena crisi e di prospettare possibili soluzioni. L’espediente che usa è semplice quanto geniale. Tabellini immagina di aver vissuto l’intero ventunesimo secolo e di aver avuto esperienza diretta di tutti i cambiamenti, economici, sociali e culturali, che hanno permesso un’epocale transizione da una società fondata sulla crescita e lo sfruttamento illimitato delle risorse del pianeta a una società basata invece sull’equilibrio e su un benessere diffuso, totalmente differente da quello che conosciamo oggi. 


«Un benessere nuovo, o forse solo dimenticato, liberato dalle mura luccicanti dei centri commerciali, dal grigiore multicolore e ipnotico del consumismo a occhi bassi. Un benessere demercificato e sostanziale, che non nasce e non muore nella differenza, nella comparazione con un altro più povero o più ricco, ma che è al contrario accresciuto nella condivisione»


Le colonne portanti sulle quali si basa la transizione descritta da Tabellini sono tre: il reddito universale, l’educazione libera e autonoma e la politica degli argomenti. 

La transizione dal lavoro come schiavitù, culturale ancora prima che fisica, al lavoro come vocazione e come servizio creativo e migliorativo del benessere collettivo, vede il suo perno centrale nell’istituzione del reddito universale, un reddito di base a cui ogni persona ha diritto, indipendentemente dalla sua provenienza, dalla sua situazione lavorativa, dal suo status sociale. Una semplice riforma che opera a livello culturale ed economico, eliminando ogni altra forma di sussidio o assistenzialismo, liberando i disoccupati e i precari dal ricatto del posto di lavoro da trovare o mantenere a tutti i costi per non rischiare la miseria e l’emarginazione, ma soprattutto dileguando l’etica lavorista che idolatra ogni forma di lavoro, senza considerare se questo è dannoso per la società o quantomeno utile. 

Il cambiamento culturale essenziale per la transizione dal cittadino produttore-consumatore, che associa alla quantità di consumo, non solo dei beni ma anche delle relazioni, un rapporto sempre positivo con il benessere individuale, alla persona creativa e consapevole è stato possibile, secondo le anticipazioni di Tabellini, con una riforma radicale del sistema educativo, non più centrato sul fornire ai giovani gli strumenti per collocarsi nel mercato del lavoro, in una sempre più feroce competizione con i coetanei, piuttosto con la libera espressione e lo sviluppo armonico delle loro passioni e dei loro interessi. 

La terza colonna che regge il cambiamento è quella della transizione da una politica di slogan da palcoscenico, diretta dal mercato del consenso, a quella di dibattito nel merito delle diverse problematiche su cui il cittadino, liberato dalla schiavitù del produrre e del consumare, può informarsi e crearsi una propria opinione. Una politica, chiamata faceless democracy, nella quale non si abbia più alcun interesse ad accaparrare voti e popolarità, quanto a risolvere le questioni più rilevanti per il benessere di tutti. 

“Il secolo decisivo” racconta tutto questo come se fosse già accaduto, e mentre lo leggiamo forse ci persuadiamo un po’ anche noi, o forse ci illudiamo, che qualcosa di simile possa realmente accadere. Ed è questa, credo, la grande forza del saggio di Tabellini: quella di educarci, senza rendercene conto, a una vera e propria utopia, che in tanti e in troppi ci dicono essere irrealizzabile, ma che noi in fondo, non solo speriamo possa realmente avverarsi, ma cominciamo già adesso, dentro noi stessi, a renderla possibile. 




lunedì 22 ottobre 2018

Verso la società dell'empatia



«Le ricerche più recenti di antropologi ed etologi propongono una lettura dell’evoluzione nella direzione di una continua graduale conquista e perfezionamento dei rapporti di cooperazione e solidarietà, ai fini della sopravvivenza della specie. Il più adatto non è dunque il più forte in termini di muscoli e brutalità, ma chi gode di una sicurezza che gli viene dal sostegno empatico dei suoi simili e del suo ambiente, sia attuale che sedimentato nella memoria attraverso l’esperienza. Evolutivamente, infatti, è stato più vantaggioso contare sulla propria e altrui affidabilità che coltivare l’opportunismo» 

Giuliana Mieli – Il bambino non è un elettrodomestico 


L’attuale modello socio-economico, fondato sulla cultura materialista, deterministica e progressista, ha come unico scopo l’interesse del singolo, o della parte, a discapito degli altri, e in ultima analisi del tutto. Per raggiungere tale obiettivo il mezzo più efficiente, che non a caso è l’unico sostenibile in questo tipo di società, è quello della competizione. 

È più che naturale, perciò, che si incoraggi la competizione, e per fare ciò si coltivi l’individualismo, si educhi alla prepotenza e all’arroganza, alla separazione e all’opportunismo. L’intera cultura occidentale, per sopravvivere, alimenta tali principi fondanti. 

Ma gli effetti di tale modello sono sugli occhi di tutti: il degrado umano e ambientale sta mettendo a rischio la sopravvivenza della vita sul pianeta Terra. Inutile girarci attorno. Nessuna cultura mai, nella storia dell’umanità, era arrivata a tanto. Questo modello è sbagliato e deve essere abbandonato al più presto. 

La nostra ancora di salvezza è un cambiamento culturale epocale che stravolga dalle radici l’attuale sistema: passando dalla società della prevaricazione alla società dell’empatia. 

Oramai anche gli studi scientifici più recenti stanno confermando che l’evoluzione della vita non avviene tramite comportamenti competitivi, conflitti e violenze, bensì attraverso la collaborazione e la solidarietà tra gli individui. Un modello nuovo di società, dove l’obiettivo sarà il benessere comune, del tutto, senza che nessuno ne subisca danno, né resti escluso, potrà essere costruito solo a partire da una cultura della cooperazione. L’empatia, e non la prepotenza, sarà perciò vitale affinché il sistema si sviluppi e sia sostenibile nel tempo. 

Tale cambio di paradigma culturale, da quello competitivo e aggressivo a quello collaborativo ed empatico, influenzerà ogni ambito della società: dall’economia alla politica, dall’educazione alla medicina, dall’arte e la musica allo sport, dallo stile di vita al tempo libero. 

Tale cambiamento culturale epocale è inevitabile e assolutamente necessario. Adesso che è confermato anche dalle ricerche scientifiche, cosa stiamo ancora aspettando?





lunedì 10 settembre 2018

La potatura: come ritrovare il tempo di vita




"Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno" 

Henry David Thoreau 


Grazie al progresso scientifico viviamo le nostre vite con ritmi sempre più sostenuti, incuranti del fatto che i nostri corpi umani abbiano limiti ben precisi, mentre la tecnologia, con i suoi passi da gigante, questi limiti li ha da tempo oltrepassati. 

Di fatto, perciò, non siamo noi a controllare e dirigere la nostra tecnologia, dettando modi e tempi, ma piuttosto è lei a imporceli. È evidente che siamo finiti per essere schiavizzati (come tra l’altro era facile prevedere in epoche non sospette), più o meno consapevolmente, dalla nostra stessa fame di progresso. 

La tecnologia avanzata non ci ha donato del tempo, liberandolo dal lavoro, per il semplice motivo che nel suo normale sviluppo ha contribuito a creare tutta una serie di bisogni accessori che prima non esistevano affatto. Bisogni che col tempo si accumulano sempre di più e che sempre meno hanno a che fare con la nostra felicità e il nostro benessere, con ciò che in ultima analisi dovrebbe (sottolineando il condizionale) essere ciò che davvero conta. 

Inoltre, la crescita della società materialista ha svuotato le nostre vite dagli aspetti spirituali, che in epoca preindustriale erano considerati fondamentali. Questo svuotamento, di senso e di coscienza, dell’essere umano, divenuto anch’esso macchina, lo ha indotto a riempire quei pochi spazi di vita rimasti, al netto delle ore dedicate al lavoro (ore mai diminuite, casomai aumentate), con attività consumistiche di ogni tipo (incluse relazioni e affetti). 

Perciò, il nostro tempo lo dobbiamo (in realtà nessuno ci obbliga) farcire di corsi, shopping, palestre, centri di bellezza, spa, viaggi (più lontani possibile), aperitivi, feste, cene, insomma di tutto il necessario per sentirci davvero attivi, vivi, partecipi di un delirio insensato. 

Uscire del tutto dalla megamacchina infuriata e divoratrice di vita è praticamente impossibile, ma qualcosa per provare almeno un po’ di sollievo lo possiamo fare. 

Un’opera, azzarderei eroica, che possiamo intraprendere è quella della potatura. 

Siamo degli alberi con troppi rami, lunghi e intricati, che ci impediscono di germogliare, di far mostra dei nostri fiori e di creare dei frutti. Quello che occorre è una sana e saggia potatura. Una potatura deve essere prudente, ben ponderata e selettiva. Fuor di metafora, dobbiamo iniziare a rimuovere tutto quello che nella nostra vita è solo di fastidio, di mero ingombro, di apparenza, tutto quello che è dovuto a qualcuno o qualcosa, a tutto, tranne che a noi. 

Certo, non si può capitozzare, non si può cominciare a tagliare tutto insieme, il processo, come tutte le cose sagge e durevoli, come la natura stessa insegna, necessita del suo giusto tempo. Vero è che già dai primi rami potati cominceremo a percepire un discreto sollievo, che aumenterà mano a mano che progrediamo nell’abbattimento di ciò che è superfluo, fino a che non scopriremo finalmente e nuovamente ciò che davvero conta: il tempo di vita, nostro, non indotto ma scelto, non prefabbricato ma creato con le nostre mani, non scarso ma abbondante. 

La potatura è oggi più che mai necessaria, la sua arte è difficile da imparare, ma conviene in ogni caso cominciare a sperimentarla cercando di migliorare, prima che sia troppo tardi, prima che la megamacchina infernale abbia inghiottito tutto e tutti. 



mercoledì 18 luglio 2018

Il bisogno di raccontare storie diverse



Quello che è oggi impellente, l'ho scritto più volte, è senza dubbio un cambio di prospettiva, un abbandono di un immaginario, di una visione culturale monocentrica, per approcciare un modello olistico multicentrico e multiculturale, nel senso più profondo e più vero del termine. Lasciare l'infuriato treno del progresso che viaggia sempre più veloce sui binari della crescita perpetua, per muoversi in uno spazio vasto, libero, sicuro. Lasciare l'unica certezza, per accogliere infinite possibilità. 

Per fare ciò ci sono tante vie, tanti mezzi, più o meno efficaci, più o meno rapidi, più o meno costosi, più o meno indolori. Certo è che i mezzi dovranno essere in armonia coi fini. 

«Un nobile scopo non può essere raggiunto a meno che i mezzi impiegati per la sua realizzazione non siano altrettanto nobili. L’obiettivo in sé determina i mezzi che possono essere utilizzati» Daisaku Ikeda (La rivoluzione umana n. 11, pag. 209) 

Uno dei mezzi più efficaci (d’altronde lo è sempre stato) per abbandonare la monocultura e liberare il pensiero è quello di raccontare storie diverse, storie “altre” rispetto al solito canovaccio autoimposto dal sistema dominante. 

Infatti, tra tutti i bisogni imposti dalla propaganda pubblicitaria e dalla cultura del nostro tempo, fra tutti questi bisogni che aumentano ogni giorno che passa, dovremmo inserire quello di sentire storie nuove, storie diverse dallo standard. Storie in grado di educare, ovvero di far riflettere, di far sviluppare il proprio pensiero critico, di aprire nuovi e vasti orizzonti, in cui perdersi magari, e in cui ritrovarsi, dolcemente. Per essere sereni, se felici è troppo, soddisfatti, rilassati e pieni. 

Le storie che seguono sono un piccolo contributo a questo bisogno di nuove storie, di storie diverse, di storie rigeneratrici. 

Spero vi piacciano e spero ne possiate inventare anche voi, di nuove e di altre.


I Racconti Etici 


Primo Volume:

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Secondo Volume:

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Se vuoi utilizzare i testi per letture, dibattiti, rappresentazioni o altro puoi liberamente farlo previa comunicazione tramite la pagina contatti. 



mercoledì 27 giugno 2018

Conferenza Internazionale L'Economia della Felicità 2018 - Prato - 29-30 settembre



Il 29 e il 30 settembre si svolgerà la diciottesima Conferenza Internazionale sull'Economia della Felicità, la seconda edizione italiana. 

Due anni fa, nell'ottobre del 2016 al Teatro Verdi, la prima edizione della conferenza ha riscosso un notevole successo, richiamando alla partecipazione oltre un migliaio di persone in una sola e intensa giornata. 

Quest’anno abbiamo pensato di estendere la Conferenza a due giornate, sabato e domenica, in modo da favorire un’esperienza ancora più profonda e ricca. Nella giornata di sabato si terranno dei gruppi di discussione nel contesto della Villa di San Leonardo al Palco, dove alloggeranno anche in nostri attivisti e relatori, nazionali e internazionali. Sarà un’occasione anche per conoscersi, scambiarsi idee ed esperienze e condividere qualche momento conviviale, oltre al buon cibo anche un po’ di musica. La domenica invece ci sarà la plenaria conclusiva dove i relatori saranno chiamati a trattare i loro temi più cari e a tirare le fila di quanto emerso dai gruppi di lavori della giornata precedente. 

Tra i partecipanti, oltre ad Helena Norberg-Hodge, l’immancabile Serge Latouche, Alex Zanotelli, Rossano Ercolini, Patrizia Gentilini, Massiamo Fini e tanti altri ancora. 

Per tutti i dettagli e le prenotazioni visitate il sito http://www.economiadellafelicita.it/



sabato 10 febbraio 2018

I Racconti Etici online: versione digitale e cartacea




Da oggi puoi scaricare liberamente la versione digitale o acquistare la versione cartacea dei Racconti Etici. 


Primo Volume:

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Secondo Volume:

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Se vuoi utilizzare i testi per letture, dibattiti, rappresentazioni o altro puoi liberamente farlo previa comunicazione tramite la pagina contatti. 




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