«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 10 settembre 2018

La potatura: come ritrovare il tempo di vita




"Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno" 

Henry David Thoreau 


Grazie al progresso scientifico viviamo le nostre vite con ritmi sempre più sostenuti, incuranti del fatto che i nostri corpi umani abbiano limiti ben precisi, mentre la tecnologia, con i suoi passi da gigante, questi limiti li ha da tempo oltrepassati. 

Di fatto, perciò, non siamo noi a controllare e dirigere la nostra tecnologia, dettando modi e tempi, ma piuttosto è lei a imporceli. È evidente che siamo finiti per essere schiavizzati (come tra l’altro era facile prevedere in epoche non sospette), più o meno consapevolmente, dalla nostra stessa fame di progresso. 

La tecnologia avanzata non ci ha donato del tempo, liberandolo dal lavoro, per il semplice motivo che nel suo normale sviluppo ha contribuito a creare tutta una serie di bisogni accessori che prima non esistevano affatto. Bisogni che col tempo si accumulano sempre di più e che sempre meno hanno a che fare con la nostra felicità e il nostro benessere, con ciò che in ultima analisi dovrebbe (sottolineando il condizionale) essere ciò che davvero conta. 

Inoltre, la crescita della società materialista ha svuotato le nostre vite dagli aspetti spirituali, che in epoca preindustriale erano considerati fondamentali. Questo svuotamento, di senso e di coscienza, dell’essere umano, divenuto anch’esso macchina, lo ha indotto a riempire quei pochi spazi di vita rimasti, al netto delle ore dedicate al lavoro (ore mai diminuite, casomai aumentate), con attività consumistiche di ogni tipo (incluse relazioni e affetti). 

Perciò, il nostro tempo lo dobbiamo (in realtà nessuno ci obbliga) farcire di corsi, shopping, palestre, centri di bellezza, spa, viaggi (più lontani possibile), aperitivi, feste, cene, insomma di tutto il necessario per sentirci davvero attivi, vivi, partecipi di un delirio insensato. 

Uscire del tutto dalla megamacchina infuriata e divoratrice di vita è praticamente impossibile, ma qualcosa per provare almeno un po’ di sollievo lo possiamo fare. 

Un’opera, azzarderei eroica, che possiamo intraprendere è quella della potatura. 

Siamo degli alberi con troppi rami, lunghi e intricati, che ci impediscono di germogliare, di far mostra dei nostri fiori e di creare dei frutti. Quello che occorre è una sana e saggia potatura. Una potatura deve essere prudente, ben ponderata e selettiva. Fuor di metafora, dobbiamo iniziare a rimuovere tutto quello che nella nostra vita è solo di fastidio, di mero ingombro, di apparenza, tutto quello che è dovuto a qualcuno o qualcosa, a tutto, tranne che a noi. 

Certo, non si può capitozzare, non si può cominciare a tagliare tutto insieme, il processo, come tutte le cose sagge e durevoli, come la natura stessa insegna, necessita del suo giusto tempo. Vero è che già dai primi rami potati cominceremo a percepire un discreto sollievo, che aumenterà mano a mano che progrediamo nell’abbattimento di ciò che è superfluo, fino a che non scopriremo finalmente e nuovamente ciò che davvero conta: il tempo di vita, nostro, non indotto ma scelto, non prefabbricato ma creato con le nostre mani, non scarso ma abbondante. 

La potatura è oggi più che mai necessaria, la sua arte è difficile da imparare, ma conviene in ogni caso cominciare a sperimentarla cercando di migliorare, prima che sia troppo tardi, prima che la megamacchina infernale abbia inghiottito tutto e tutti. 



mercoledì 18 luglio 2018

Il bisogno di raccontare storie diverse



Quello che è oggi impellente, l'ho scritto più volte, è senza dubbio un cambio di prospettiva, un abbandono di un immaginario, di una visione culturale monocentrica, per approcciare un modello olistico multicentrico e multiculturale, nel senso più profondo e più vero del termine. Lasciare l'infuriato treno del progresso che viaggia sempre più veloce sui binari della crescita perpetua, per muoversi in uno spazio vasto, libero, sicuro. Lasciare l'unica certezza, per accogliere infinite possibilità. 

Per fare ciò ci sono tante vie, tanti mezzi, più o meno efficaci, più o meno rapidi, più o meno costosi, più o meno indolori. Certo è che i mezzi dovranno essere in armonia coi fini. 

«Un nobile scopo non può essere raggiunto a meno che i mezzi impiegati per la sua realizzazione non siano altrettanto nobili. L’obiettivo in sé determina i mezzi che possono essere utilizzati» Daisaku Ikeda (La rivoluzione umana n. 11, pag. 209) 

Uno dei mezzi più efficaci (d’altronde lo è sempre stato) per abbandonare la monocultura e liberare il pensiero è quello di raccontare storie diverse, storie “altre” rispetto al solito canovaccio autoimposto dal sistema dominante. 

Infatti, tra tutti i bisogni imposti dalla propaganda pubblicitaria e dalla cultura del nostro tempo, fra tutti questi bisogni che aumentano ogni giorno che passa, dovremmo inserire quello di sentire storie nuove, storie diverse dallo standard. Storie in grado di educare, ovvero di far riflettere, di far sviluppare il proprio pensiero critico, di aprire nuovi e vasti orizzonti, in cui perdersi magari, e in cui ritrovarsi, dolcemente. Per essere sereni, se felici è troppo, soddisfatti, rilassati e pieni. 

Le storie che seguono sono un piccolo contributo a questo bisogno di nuove storie, di storie diverse, di storie rigeneratrici. 

Spero vi piacciano e spero ne possiate inventare anche voi, di nuove e di altre.


I Racconti Etici 


Primo Volume:

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Secondo Volume:

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Se vuoi utilizzare i testi per letture, dibattiti, rappresentazioni o altro puoi liberamente farlo previa comunicazione tramite la pagina contatti. 



mercoledì 27 giugno 2018

Conferenza Internazionale L'Economia della Felicità 2018 - Prato - 29-30 settembre



Il 29 e il 30 settembre si svolgerà la diciottesima Conferenza Internazionale sull'Economia della Felicità, la seconda edizione italiana. 

Due anni fa, nell'ottobre del 2016 al Teatro Verdi, la prima edizione della conferenza ha riscosso un notevole successo, richiamando alla partecipazione oltre un migliaio di persone in una sola e intensa giornata. 

Quest’anno abbiamo pensato di estendere la Conferenza a due giornate, sabato e domenica, in modo da favorire un’esperienza ancora più profonda e ricca. Nella giornata di sabato si terranno dei gruppi di discussione nel contesto della Villa di San Leonardo al Palco, dove alloggeranno anche in nostri attivisti e relatori, nazionali e internazionali. Sarà un’occasione anche per conoscersi, scambiarsi idee ed esperienze e condividere qualche momento conviviale, oltre al buon cibo anche un po’ di musica. La domenica invece ci sarà la plenaria conclusiva dove i relatori saranno chiamati a trattare i loro temi più cari e a tirare le fila di quanto emerso dai gruppi di lavori della giornata precedente. 

Tra i partecipanti, oltre ad Helena Norberg-Hodge, l’immancabile Serge Latouche, Alex Zanotelli, Rossano Ercolini, Patrizia Gentilini, Massiamo Fini e tanti altri ancora. 

Per tutti i dettagli e le prenotazioni visitate il sito http://www.economiadellafelicita.it/



sabato 10 febbraio 2018

I Racconti Etici online: versione digitale e cartacea




Da oggi puoi scaricare liberamente la versione digitale o acquistare la versione cartacea dei Racconti Etici. 


Primo Volume:

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Secondo Volume:

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Se vuoi utilizzare i testi per letture, dibattiti, rappresentazioni o altro puoi liberamente farlo previa comunicazione tramite la pagina contatti. 




giovedì 30 novembre 2017

Il cambiamento spetta a tutti




Non ho mai creduto, e non lo credo tuttora, che nel cambiamento di paradigma culturale la scuola debba avere un ruolo primario, di traino, o quanto meno un ruolo chiave. 

Facile puntare il dito contro la scuola, accusandola di omologare e istruire i giovani al conformismo e all’obbedienza culturale. Niente di più vero. Ma altrettanto vero è che la scuola svolge alla meglio il suo compito. Ovvero prepara i giovani ad affrontare una società basata sulla competizione, su valori materiali, sul progresso eterno e la crescita infinita. Altro non può fare, e non dovrebbe fare. 

La scuola riflette un tipo di società fondata su una monocultura dominante, imposta in tutto il pianeta da anni e anni di violenze fisiche e sempre più avanzate propagande, fino a giungere a un tipo subdolo di schiavitù, quella culturale, di cui siamo tutti inconsapevoli vittime. 

Se la scuola facesse davvero un lavoro basato su fondamenti totalmente differenti, su valori che riguardano il rispetto di ogni forma vivente, sulla collaborazione piuttosto che la competizione, sulla ricerca e lo sviluppo dei propri talenti e dei propri sogni, quelli che ti fanno vibrare di passione, se coltivasse la generosità, la spiritualità, l’empatia, l’equilibrio, la solidarietà, la creatività in ogni singolo alunno creerebbe non dei cittadini-consumatori pronti a entrare in una società competitiva, pronti a fare di tutto per ottenere un buon lavoro, un’auto bellissima e una casa da invidia e pronti a consumare e a obbedire a tutti i dettami culturali, bensì degli esseri umani del tutto incapaci di vivere in una società come quella odierna, creerebbe, in altre parole, degli emarginati e dei perdenti. Questi esseri umani sarebbero quindi costretti a diseducarsi, se mai ne fossero in grado, e a rieducarsi alla monocultura in modo da non soccombere e poter in qualche modo sopravvivere. 

Gli esseri umani, capolavori della vita, sono capaci di sognare in concreto, di creare valore per tutti, di essere felici e a proprio agio nelle proprie particolari condizioni e di apprezzare e rispettare quelle altrui, sono capaci di vivere una vita pienamente solo se le basi di una società nuova li sostengono e permettono il loro sviluppo.

Oltretutto non abbiamo tempo per educare i giovani al cambiamento, e attendere sereni i suoi frutti, mentre noi adulti continuiamo a pensarla e a comportarci allo stesso modo e a credere nei soliti valori degradanti. 

Gettare le basi di una nuova società, di un nuovo paradigma culturale, in grado di sostituire la monocultura, non tocca in primo luogo alla scuola. Sarebbe un po’ come mettere il carro davanti ai buoi. 

Il cambiamento deve partire dalle persone, dai cittadini-consumatori fedeli e obbedienti, dal loro risveglio, dall’apertura dei loro occhi. Questo può avvenire in differenti modi, con differenti stimoli, a seconda delle caratteristiche di ogni persona. L’importante, però, è che avvenga e alla svelta. 

Il cambiamento deve essere imminente, e riguardare tutti, piccoli e grandi, nessuno escluso.


fonte immagine: pixabay


lunedì 4 settembre 2017

Manifesto per una Economia Buddista

Introduzione


«L’uomo ormai è succube dell’economia. Tutta la sua vita è determinata dall’economia. Questa, secondo me, sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite, la battaglia per il ritorno a una forma di spiritualità – che puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere. Perché è una costante della storia umana, questo voler sapere cosa ci sei a fare al mondo».

Tiziano Terzani [1]


Un'epoca, iniziata secoli fa con la prima rivoluzione industriale, si sta per chiudere. La società umana è stata ingurgitata dal mito del progresso materiale e della crescita infinita ideato e imposto, prima a fuoco e poi a ferro, dalla cultura occidentale in tutto il pianeta.

Adesso la crisi globale che tocca tutti gli ambiti, economico, ecologico e umano, è arrivata a un livello tale da rendere il cambiamento strettamente necessario e urgente.

Non staremo a ripetere per l'ennesima volta i motivi di tale necessità e urgenza: dovrebbero oramai essere chiari ed evidenti a tutti.

In questo Manifesto vogliamo contribuire, anche se minimamente, alla corrente di cambiamento culturale e sociale che è già in atto, anche se in forma embrionale.

Si propone quindi una riflessione attorno ai principi di un'economia diversa da quella che a cui siamo abituati: localizzazione piuttosto che globalizzazione, collaborazione e relazioni umane piuttosto che competizione e isolamento, armonia con la natura piuttosto che distruzione della natura, sobrietà e semplicità volontaria piuttosto che ostentazione e consumismo, piccole e utili opere piuttosto che grandi e impattanti opere.


[1] Tiziano Terzani – La fine è il mio inizio


martedì 25 luglio 2017

Il fondamento del monopensiero



La deriva progressista è oggi sorretta dall’abbandono del senso del limite. Questo è uno dei nodi nevralgici più importanti della monocultura odierna. Non accettare i limiti ci sta conducendo a un’economia che pur di crescere miete sempre più vittime e a una tecnologia sempre più abbondante e avanzata che non è possibile mettere in discussione. Tutto questo perché il più è sempre meglio, non importa più di cosa o più come. La quantità conduce alla qualità, non c’è altra via. Questo è il dogma. 

Ma il limite più importante di tutti, sul quale la cultura occidentale sta imperniando tutta la sua capacità di presa, è il limite della vita stessa, ovvero la morte. Noi non accettiamo la nostra morte, non la capiamo, non le diamo un significato che non sia prettamente scientifico. La vogliamo sconfiggere, abbattere. La morte è il nemico più grande del monopensiero, perché è di fatto il limite più evidente e difficile da valicare. Non si sente più l’espressione “morto di vecchiaia”, si muore sempre per qualcosa, perché dare la colpa della morte a qualcosa che sia circoscrivibile e attaccabile ci conforta, ci fa sperare che un giorno questo qualcosa possa essere definitivamente sconfitto. Non accettiamo che la morte sia un fatto intrinseco alla vita che non potrà mai, mai e poi mai, essere sconfitta. 

La monocultura occidentale, come sta pensando di conquistare il cosmo per depredare e distruggere altri pianeti (altro limite d’abbattere è quello della nostra Terra, oramai troppo piccola per le ambizioni umane) allo stesso modo pensa a come eliminare la morte e vincere una battaglia insensata contro la natura delle cose.


martedì 18 luglio 2017

L'applicazione della scienza DEVE essere democratica



In questi giorni sta andando in voga la frase “la scienza non è democratica”, lo slogan più gettonato dei sostenitori dell’obbligo vaccinale. 
Senza entrare nel merito della questione vaccini, che è solo un piccolo aspetto del fenomeno che riguarda una concezione culturale della vita e del mondo, mi soffermerei semplicemente su questa affermazione e sulle sue implicazioni.
Precisiamo subito, la fede cieca e assoluta nella scienza e nella tecnologia è, a mio modo di vedere, la causa di molte delle nostre più grandi problematiche attuali. 
Detto questo, è bene fare una distinzione fondamentale tra scienza, ovvero la conoscenza del mondo fenomenico basata su prove sperimentali ripetute, e la scienza applicata attraverso la tecnologia.

Partiamo dal primo aspetto, la conoscenza scientifica. 
La scienza è in continua evoluzione e probabilmente non smetterà mai di evolversi, non troveremo mai un punto fermo di arrivo alle nostre scoperte. In ogni caso, porre la scienza come baluardo d’assolutismo e d’obiettività, ossia ciò su cui non è ammessa alcuna discussione, è rischiosissimo dato che la stessa scienza, come ogni altra cosa creata dall’uomo, è di per sé limitata e imperfetta. Dopo la fisica dell’ultimo secolo e le recenti scoperte in campo quantistico, pare che di assoluto e indiscutibile ci sia ben poco.
Questo non significa certo mettere in discussioni le teorie scientifiche dimostrate e sperimentate, piuttosto non permettere alla scienza e alla razionalità umana di prendere il sopravvento e di diventare l’unico determinante su cui creare una visione del mondo e della vita e su cui costruire una società. Cosa che di fatto sta già accadendo.
La deriva materialistica, progressista, neoliberista è figlia della fede cieca e assoluta nella scienza che la civiltà occidentale ha coltivato sempre più intensamente in questi ultimi secoli. La fisica moderna in realtà ci sta dicendo cose ben diverse, che si legano forse più alle tradizioni e culture antiche piuttosto che alla scienza newtoniana, ma nonostante questo noi, presi dalla rapida evoluzione tecnologica, continuiamo a seguire questa deriva. La società umana non può basarsi soltanto sulla scienza, deve prendere riferimenti etici e spirituali da altre fonti di conoscenza non scientifiche. 
Trovo che la frase “la scienza non è democratica” sia molto pericolosa, soprattutto in una società come quella di oggi nettamente sbilanciata verso gli aspetti materiali. Sento la necessità di condannare ogni sorta di assolutismo, persino quello della scienza. 

Veniamo all’altro aspetto, la scienza applicata, la tecnologia. 
Certo, è vero, ci sono delle teorie dimostrate che devono essere prese per valide, almeno fino a che non vengono confutate scientificamente, ma senza dubbio l’applicazione concreta della conoscenza scientifica resta, e dovrà restare anche in futuro, una scelta democratica non imposta con la forza. 
Vado oltre, l’applicazione delle conoscenze scientifiche alla società, e quindi l’utilizzo delle tecnologie, non solo deve essere democratica, quindi suscettibile dell’opinione informata di tutti, ma deve pure essere unita agli aspetti etici, culturali e spirituali che ogni individuo libero deve essere in grado di coltivare autonomamente.
Le decisioni che riguardano la società nel suo insieme, a maggior ragione in un mondo sempre più interconnesso come quello di oggi, dovrebbero essere prese considerando le scelte consapevoli e informate delle singole persone. Scelte che siano basate su conoscenze scientifiche, ma non solo, che siano anche accompagnate da una serie di valori etici, spesso non razionali o dimostrabili, come la solidarietà, la non violenza, il senso di comunione con gli altri e con la natura, l’affetto, la pace interiore, la felicità. Privarci di questi determinanti contribuirà alla costruzione di una società sempre più colma di tecnologie, sempre meno utili all’uomo, e sempre più prevaricanti su di esso e sulla vita in generale. 
Fare una scelta consapevole e informata potrebbe anche non seguire alla lettera i dettami scientifici se questo significa preservare i nostri incommensurabili valori etici. Non è affatto detto che tutto quello che conosciamo e che sappiamo fare, lo si debba per forza fare. Per questo, date per certe alcune conoscenze scientifiche, spetta sempre alla singola persona fare la propria scelta, una scelta che, se effettivamente informata e consapevole, è di estremo valore per il bene di tutta la società.




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