«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 26 giugno 2017

Darsi dei principi etici per la felicità di tutti



Non c'è vera felicità se non attraverso scelte e comportamenti consapevoli, che non siano imposti dall'esterno, ma siano il risultato di una propria presa di coscienza profonda, basata su informazioni, confronti e riflessioni. Darsi dei principi etici da seguire non significa limitare la propria libertà, tutt'altro, non significa neanche fare delle rinunce o dei sacrifici. Scegliere e adottare dei chiari e motivati principi di comportamento significa essere davvero liberi: liberi di poterli scegliere secondo coscienza, liberi di poterli modificare nel tempo e liberi pure di poterli trasgredire nelle modalità che noi stessi riteniamo opportune. 

Perciò è fondamentale approfondire sempre ogni tematica, tecnica, scientifica o spirituale che sia. Approfondire attraverso lo studio, il confronto, la meditazione, l'esperienza. Approfondire e mettersi nelle condizioni di poter scegliere il comportamento da tenere. Un comportamento che sia etico, in quanto conduca alla creazione di valore per sé e per gli altri, nessuno escluso: noi stessi e tutto l'ambiente che ci circonda. 

Soltanto attraverso un approfondimento costante e una presa di coscienza profonda saremo in grado di scegliere dei principi etici da seguire in modo scrupoloso, che siano nostri, non imposti da altri, né imponibili agli altri. Dei principi di comportamento etico, in costante evoluzione, che ci guidino ininterrottamente nella direzione della felicità di tutti, nessuno escluso. 

Ecco alcuni principi che ho scelto di seguire in piena libertà e coscienza. Come già detto si tratta di principi liberamente scelti, perciò personali, e in continua evoluzione.


1. Non avere in casa la televisione;
2. Utilizzare l'automobile solo quando strettamente necessario;
3. Non prendere mai sacchetti di plastica per fare la spesa;
4. Non usare mai stoviglie di plastica usa e getta;
5. Evitare sempre e comunque tutti gli oggetti usa e getta;
6. Mangiare la carne al massimo una volta a settimana;
7. Non usare mai sale e zucchero in cucina e limitare al massimo alimenti che li contengono;
8. Non comprare mai acqua in bottiglie di plastica;
9. Non utilizzare mai in casa o in auto impianti di condizionamento dell'aria;
10. Non regolare il termostato di casa sopra i 20 gradi in inverno;
11. Non acquistare frutta e verdura con imballaggi;
12. Acquistare soltanto frutta e verdura biologica;
13. Utilizzare detergenti e cosmetici di origine naturale;
14. Evitare l'uso dei prodotti surgelati;
15. Utilizzare solo farine integrali o semi-integrali;
16. Fare la raccolta differenziata di tutti i rifiuti, separando attentamente i materiali di cui è composto ogni singolo oggetto;
17. Preferire in ogni caso fare regali immateriali o crearne di originali;
18. In casa spegnere le luci che non si usano e tutti gli apparecchi elettronici evitando sempre gli stand-by;
19. Fare della sobrietà oltre che uno stile anche una filosofia di vita;



foto: pixabay

martedì 23 maggio 2017

La fobia del dissenso



«Così come nella biologia ci deve essere la biodiversità perché la vita continui, nella cultura ci deve essere la diversità culturale perché ci sia la cultura»

(Parole di Tiziano Terzani da: Gloria Germani – Tiziano Terzani: la rivoluzione dentro di noi)



Credo che molti di voi che leggeranno queste mie parole non mi capiranno. Non certo per mancanza di intelligenza. Quanto forse per colonizzazione mentale. 

Una colonizzazione mentale che tutti abbiamo subito, istruiti o meno, talentuosi o meno. La monocultura è forte oggi come non mai. Sembra quasi che si muova e si evolva a suo modo, come fosse dotata di vita propria. Si è formata in secoli e secoli di storia, oramai ha conquistato il globo ed è pronta a espandersi nel cosmo. 

Certo mi direte che in Cina, in Belgio e in Cile si hanno tutt’oggi lingue, costumi e tradizioni differenti. Ovvio. Ma il pensiero di fondo è uno, e unica è la visione del mondo che ne risulta. Una visione basata sul dominio dell’uomo su tutto, sull’abbattimento di ogni limite e sulla soddisfazione di necessità materiali a scapito dell’altro, che sia un consimile, un animale o un intero ecosistema. 

La monocultura è talmente radicata nelle nostre menti, e probabilmente anche nei nostri subconsci, che non ci rendiamo conto di non pensare più con la nostra mente, ma con la mente di un sistema invisibile più grande di noi. Siamo del tutto incapaci di pensare con la nostra mente, di vedere con i nostri occhi e di esprimerci coerentemente perché perdendo l'abitudine a farlo ci siamo dimenticati come si fa. 

Anche se qualcuno di noi prova a cominciare a pensare con la propria testa ci sono mille reazioni e condizionamenti pronti a riportarci sulla retta via, l’unica possibile. È molto difficile solo azzardarsi a sviluppare un singolo pensiero in contrasto col sistema, figuriamoci a sviluppare una serie di pensieri, per non parlare di tentare di esprimerli o ancor più di metterli in atto. Ciò è possibile solo in situazioni di emarginazione sociale, non sempre possibile o auspicabile. 

La monocultura ci vuole tutti ben pensanti, tutti in disaccordo per questioni frivole, la partita di calcio, il gossip, le finte opposizioni politiche tra destra e sinistra, ma tutti in perfetto accordo e sintonia su ciò che conta veramente: sulla visione della realtà, su quali sono i valori, i principi, la filosofia che sottendono tutto il nostro operato. 

Riteniamo di vivere nella cultura più evoluta della storia (perché la storia si evolve migliorando in senso lineare): la cultura che ci ha dato i nostri diritti a condizione di pagare coi nostri doveri, donandoci finalmente la piena libertà. Quando poi, andando ad analizzarla bene, questa libertà non c’è proprio, anzi. La libertà di scegliere tra centinaia di marche di dentifricio e tra decine e decine di varianti della stessa marca, questa libertà l’abbiamo acquisita in pieno. Ma per il resto la nostra libertà intellettuale non è mai stata così ridotta e incanalata. 

La monocultura è una forma di dittatura. Infatti, detesta il dissenso, anche se ragionato e pacato. La monocultura non ama essere disturbata, perché di fatto è una cultura autoreferenziale e molto povera, dato che è unica non ha nessuna varietà. 

Non ci credete? Provate a fare un test, provate una volta tanto a esprimere un’opinione vostra che sapete non essere un’opinione standard. Non pensate subito a temi complessi o questioni serie e importanti. È sufficiente sperimentarlo su fatti banali, quotidiani. 

A me capita spesso, anzi, capitava, perché adesso non ci provo più a confrontarmi. È come se parlassimo due lingue differenti, molto differenti. È come se la società volesse per forza convincerti, come se non accettasse la tua divergenza, la tua disobbedienza: questo perché la monocultura non prevede altre culture, non riesce nemmeno a concepirle. Osserverete nella reazione delle persone, forse non tutte, ma molte, un senso di agitazione e di rigetto verso il vostro dissenso. Faranno di tutto, prima di emarginarvi, per ricondurvi alla ragione, tenteranno in tutti i modi di convincervi, anche se voi volevate semplicemente esprimere un’opinione e non imporla agli altri. Be’, a differenza gli altri non accetteranno la vostra ma vorranno distruggerla. Se cederete, l'anomalia rientra e il sistema si rimargina, altrimenti verrete etichettato ed emarginato come estremista, pessimista, allarmista, terrorista, fanatico, demente. Molte altre persone non vi risponderanno neanche, vi ignoreranno e passeranno direttamente alla vostra esclusione. 

Ho già avuto modo di scrivere di ciò, e le cose da allora non si sono evolute. La monocultura si sta espandendo a grande ritmo e sta colonizzando ogni anfratto della nostra coscienza. Probabilmente occorrerà una grossa singolarità per liberarcene del tutto. 

Non resta che attendere e resistere. Nel frattempo godiamoci, quando possiamo, qualche momento di libertà intellettuale, anche senza esternarla. Formuliamo dentro di noi un pensiero di dissenso culturale: assaporiamolo, gustiamocelo e respiriamo a pieni polmoni in questa piccola oasi di libertà da noi creata, prima di ritornare a sopravvivere nella massa uniforme del pensiero unico. Ci farà bene. 


fonte foto: pixabay


venerdì 31 marzo 2017

Racconti Etici: dove trovare il libro



Ho raccolto dieci racconti, molti dei quali del tutto inediti, in un piccolo volume che è appena stato stampato. 
I Racconti Etici sono brevi storie per grandi e per piccini, leggeri ma profondi, semplici ma emozionanti. 
Leggeteli e scopriteli con gli occhi di un bimbo, per tornare all'essenza delle cose, alla parte più pura e intima della nostra natura.

POTETE TROVARE IL LIBRO:

Online: al seguente link

In negozio: da Collezionando in via Lunga 46a - Firenze - zona Isolotto - vicino alla fermata Federiga della tramvia (orario e contatti)


lunedì 20 febbraio 2017

Un'economia buddista: un manifesto da sottoscrivere


Pubblico e rendo disponibile liberamente questo manifesto con cui intendo prendere una posizione chiara riguardo al sistema economico e sociale che è attualmente in vigore e che sta inesorabilmente conducendo la società a una deriva post-industriale che consacra in modo definitivo il dominio degli aspetti materiali ed distruttivi sulle coscienze di tutti, nessuno escluso. 

Il manifesto, volutamente sintetico, è strutturato in una parte introduttiva e una parte enunciativa dei dieci principi su cui può essere fondata una nuova economia, denominata appunto buddista per lo stretto legame con i principi della filosofia buddista. 

Chiunque si rispecchi e si riconosca in tali principi e si auspichi una loro più celere applicazione concreta nella società, scarichi e diffonda liberamente il manifesto e lo sottoscriva, scrivendoci e lasciandoci il proprio nome e cognome.



I firmatari del manifesto saranno qui sotto elencati in ordine di adesione: 


Luca Madiai
Cinzia Mattana
Laura Magni
Maira Accorsi
Franco Braccini
Luca Sguerri
Silvia Braccini
Davide Casanova

lunedì 13 febbraio 2017

Non è un paese per perdenti

Riflessioni sulla lettera di Michele





Dopo aver letto le ultime parole di Michele non ho potuto non prendere un momento per riflettere. 

La prima cosa che ho pensato è stata a quanto la sua situazione, quella di un giovane di trent’anni stanco di tentare di ritagliarsi un ruolo in una società che non lo vuole, sia in realtà molto vicina alla condizione che molti, specie tra i giovani, vivono in questo momento storico più che in ogni altro. 

Non voglio soffermarmi sul suo gesto, ovvero sull’effetto della sua crisi personale. Credo profondamente che la vita sia il massimo dei valori e che abbia sempre e comunque un senso vivere. Considero il suicidio una delle azioni più gravi che si possa compiere, ma non mi permetterei mai di condannare la sua decisione, né di giudicarlo. Piuttosto vorrei, in queste poche righe, riflettere su quelle che sono le cause della sua condizione.

Viviamo oramai da secoli in una società basata sulla competizione. Oggi la deriva progressista e materialista ci ha condotto a uno squilibrio e a una degenerazione che non solo stanno minacciando la vita dell’intero pianeta sotto il punto di vista climatico ed ecologico, ma stanno letteralmente degradando e demolendo la nostra felicità e la nostra solidarietà di esseri umani, di esseri, appunto, sociali. 

In una società basata sulla competizione quello che conta è il prodotto, il risultato: che sia il proprio lavoro, la propria fidanzata o il proprio figlio, tutto deve essere efficiente e performante, tutto deve essere al massimo per poter sopraffare, sbalordire, vincere e convincere. 

In una società basata sulla competizione contano la quantità più della qualità, l’apparenza più della sostanza, l’utile più del dilettevole, il calcolo più del sogno, l’astuzia più dell’ingenuità, la superficialità più della profondità, l’arroganza più della sensibilità. L’amicizia, l’affetto e persino l’amore sono mezzi per raggiungere un fine, per essere soddisfatti e vincenti. 

In una società basata sulla competizione occorrono perdenti perché ci siano vincenti. Qualcuno deve perdere perché si possa vincere: altrimenti il gioco non vale la candela, altrimenti il sistema non funziona. 

Il sogno americano è proprio basato su questo principio fondamentale: il principio dell’ ”uno su mille ce la fa”. E su questo principio si basa la società dei consumi. La speranza, se pur misera, di vincere convince ogni singolo individuo ad accettare ogni privazione e a lottare con tutte le forze per poter ambire al meglio, a discapito di tanti altri che non ce la faranno. La stessa logica regge il gioco d’azzardo che, non a caso un fenomeno dilagante negli ultimi anni. La stessa logica sta dietro ai fenomeni di immigrazione fuori controllo che oggi come mai spingono milioni di persone a lasciare paesi devastati in cerca di una vita migliore o, quanto meno, della sua illusione. 

In questa deriva sociale, è ovvio che la legge del più forte diventi la legge cardine del sistema. Occorre che chi non è forte lo diventi se vuole sopravvivere, o che comunque cerchi con qualche espediente di farlo. Con l’aggravarsi della situazione, dal punto di vista sociale, economico e ambientale, tutto si fa più instabile, incerto, e la competizione diventa più sfrenata che mai. 

Michele non solo non è stato fortunato, ma non è stato sufficientemente forte e sicuro, non è riuscito a vincere nelle sfide quotidiane, non è stato sufficientemente produttivo, efficiente, dinamico, flessibile, arrogante. La sua sensibilità e la sua insicurezza lo hanno condannato a perdere su tutti i fronti, a rientrare a pieno titolo nella gran massa dei perdenti alla precoce età di trent’anni. 

L’Italia di oggi si sta delineando sempre più un paese per soli vincenti in cui chi non ce la fa è debole ed è giusto abbandonarlo. È il mercato, dei beni e dei servizi come quello del lavoro e degli affetti, ad essere sommo giudice di ogni sfida: il mercato decide se hai successo o no, se tu vali qualcosa o no. 

Non è un paese per perdenti. Anche se, dopotutto, i perdenti sono essenziali al sistema e perciò sono preziosi, ma è bene che questo loro non lo sappiano. È bene che si sentano dei falliti, degli sconfitti e degli inetti. È bene che continuino a soffrire, a invidiare, a osannare, a bramare: questo è il loro insostituibile ruolo sociale. 

Michele è stato debole e ha perso. Ma è stato abbastanza forte da non accettare il suo ruolo di perdente. Ha semplicemente tolto il disturbo, facendo pacatamente notare a tutti il suo atto di coraggiosa disobbedienza.


fonte foto: pixabay

mercoledì 4 gennaio 2017

Tutto a post. - Raccolta di tutti i post del blog


Ho raccolto tutti i post che ho scritto da quando ho aperto il blog nel 2010 fino ad oggi. Anni di riflessioni racchiusi in un unico volume.
Ho escluso solamente i post che contengono articoli o racconti che sono stati pubblicati altrove. I post più popolari, ovvero che sono stati letti da oltre cinquecento persone, li ho contrassegnati con un asterisco subito dopo il titolo del post.
Il volume è acquistabile a questa pagina. Forse è utile specificare che il mio margine è praticamente irrisorio. In ogni caso è un libro che può essere piacevole da sfogliare e rileggere, anche in ordine sparso. 

La prossima pubblicazione riguarderà invece una raccolta di racconti a sfondo decrescente e spirituale, alcuni dei quali sono già stati pubblicati sul blog negli anni scorsi, mentre altri sono del tutto inediti. 

Buona lettura 

Acquista il libro a questa pagina


martedì 20 dicembre 2016

Il ruolo della donna oggi: emancipazione o uniformazione?



La paura delle differenze: ovvero l'uniformazione culturale


«Molte conseguenze sociali della differenza tra i sessi nel genere umano sono radicate nella biologia e non possono essere liquidate come illusione, ingegneria sociale o indottrinamento politico. Un errore fondamentale che ha permeato la civiltà occidentale, ma non ancora l’Asia: vale a dire la tesi, evidentemente falsa, che tutte le differenze tra uomo e donna sono “costrutti sociali”. La gente deve imparare che eguaglianza non implica identicità. Uno più quattro dà lo stesso risultato di due più tre, ma le due addizioni sono diverse. Mi piacciono allo stesso modo le arance e le mele, ma questi due frutti non sono uguali. Dovremmo amare i nostri figli allo stesso modo, ma loro non sono uguali. Yin e yang sono uguali nella loro complementarietà, ma ovviamente non sono la stessa cosa.

Analogamente, garantire alle donne pari diritti e opportunità non significa che le donne diventeranno la stessa cosa degli uomini. Né la maggior parte delle donne vorrebbero esserlo. Qualità quali l’empatia rendono le donne impareggiabili come facilitatrici di dialogo e mediatrici di pace. Gli uomini spesso adottano una posizione ostile, che inibisce la comunicazione e può intensificarsi fino a sfociare in un conflitto. Le donne adottano spesso una posizione empatica, che stimola la comunicazione e smorza il conflitto.

Mentre gli uomini sono spesso assorbiti da associazioni astratte di idee, le donne tendono a focalizzarsi su relazioni interpersonali concrete all’interno della famiglia, del luogo di lavoro e della comunità. Tessono e rammendano tessuti familiari e sociali, dai quali dipende buona parte del nostro benessere»

Lou Marinoff – Qualunque fiore tu sia sboccerai


Nella deriva culturale progressista e materialista le differenze di genere diventano un'ingiustizia sociale da abbattere, per cui il ruolo dell'uomo e della donna, la famiglia, la paternità e la maternità sono stravolti. 

Il femminismo, ovvero la lotta per affermare i diritti delle donne, si è trasformato nel conseguimento dell’uguaglianza in tutto e per tutto con l'uomo, o meglio dell’identità tra i generi. La paura delle differenze è sfociata in una cultura maniacale del "siamo tutti uguali", anzi "dobbiamo essere tutti uguali", ed è finita con una eliminazione ossessiva di tutte le differenze, fisiche e culturali, in nome del progresso e del politically correct, tutto avvolto da una coltre di ottimismo progressista e di melliflua ipocrisia.

Stiamo praticando una forma di uniformazione culturale, oramai da secoli, che adesso, negli ultimi decenni, ha visto raggiungere livelli preoccupanti. 

Nel caso delle differenze di genere, è sempre più evidente come la monocultura proponga una visione della donna che non si emancipa da una società fallocentrica, bensì, proprio per entrare in piena regola in una società maschilista, si fa essa stessa uomo, accogliendo in sé e facendo proprie tutta una serie di caratteristiche e aspetti che sono per lei distanti e innaturali. 

La donna per essere accettata socialmente si fa uomo, compiendo così una doppia ingiustizia: non solo non si emancipa pienamente, rimanendo oggetto di una cultura consumistica che fa della donna una merce, ma rinuncia anche alle sue peculiarità per assorbire quelle prettamente maschili: la donna aggressiva, la donna combattente, la donna superficiale, la donna egoista. 

Nessuno sta dicendo che le lotte per emancipare la donna siano da condannare. Tutt'altro. La donna ha vissuto, soprattutto in alcune culture, e mi spiace dirlo quella islamica non è l'unica perché quella occidentale non è stata e non è tutt'oggi da meno, una sottomissione culturale e una compressione del suo ruolo e delle sue caratteristiche. 

Un nuovo mondo e una nuova società potranno emergere solo nell'equilibrio e nell'armonia tra le differenze e non nel loro appiattimento. Il femminile, inteso come tutta una serie di aspetti peculiari delle donne ma presenti anche nell'uomo, dovrà trovare la sua emancipazione culturale mantenendo la sua originale e naturale identità, e non rinunciandovi e trasformandosi in ciò che non è. 

La società occidentale, quella che ha conquistato l'intero pianeta, è oramai da secoli e secoli dominata dalla prevalenza del maschile, sbilanciata fortemente verso tratti maschili, reprimendo quelli femminili: quali la cura, le relazioni, la solidarietà, la protezione, la sensibilità.

Solo rigettando questo fenomeno di uniformazione culturale, figlia dell'ideologia della crescita eterna, che crede di ottenere la parità e l'uguaglianza abbattendo ogni differenza sostanziale, e lasciando piena libertà di espressione e quindi equilibrio e armonia tra le differenze, di genere o di qualunque altro tipo, potremo costruire una società per la felicità di tutti. Nessuno escluso.


fonte foto: pixabay


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