«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 20 febbraio 2017

Un'economia buddista: un manifesto da sottoscrivere


Pubblico e rendo disponibile liberamente questo manifesto con cui intendo prendere una posizione chiara riguardo al sistema economico e sociale che è attualmente in vigore e che sta inesorabilmente conducendo la società a una deriva post-industriale che consacra in modo definitivo il dominio degli aspetti materiali ed distruttivi sulle coscienze di tutti, nessuno escluso. 

Il manifesto, volutamente sintetico, è strutturato in una parte introduttiva e una parte enunciativa dei dieci principi su cui può essere fondata una nuova economia, denominata appunto buddista per lo stretto legame con i principi della filosofia buddista. 

Chiunque si rispecchi e si riconosca in tali principi e si auspichi una loro più celere applicazione concreta nella società, scarichi e diffonda liberamente il manifesto e lo sottoscriva, scrivendoci e lasciandoci il proprio nome e cognome.



I firmatari del manifesto saranno qui sotto elencati in ordine di adesione: 


Luca Madiai
Cinzia Mattana
Laura Magni




lunedì 13 febbraio 2017

Non è un paese per perdenti

Riflessioni sulla lettera di Michele





Dopo aver letto le ultime parole di Michele non ho potuto non prendere un momento per riflettere. 

La prima cosa che ho pensato è stata a quanto la sua situazione, quella di un giovane di trent’anni stanco di tentare di ritagliarsi un ruolo in una società che non lo vuole, sia in realtà molto vicina alla condizione che molti, specie tra i giovani, vivono in questo momento storico più che in ogni altro. 

Non voglio soffermarmi sul suo gesto, ovvero sull’effetto della sua crisi personale. Credo profondamente che la vita sia il massimo dei valori e che abbia sempre e comunque un senso vivere. Considero il suicidio una delle azioni più gravi che si possa compiere, ma non mi permetterei mai di condannare la sua decisione, né di giudicarlo. Piuttosto vorrei, in queste poche righe, riflettere su quelle che sono le cause della sua condizione.

Viviamo oramai da secoli in una società basata sulla competizione. Oggi la deriva progressista e materialista ci ha condotto a uno squilibrio e a una degenerazione che non solo stanno minacciando la vita dell’intero pianeta sotto il punto di vista climatico ed ecologico, ma stanno letteralmente degradando e demolendo la nostra felicità e la nostra solidarietà di esseri umani, di esseri, appunto, sociali. 

In una società basata sulla competizione quello che conta è il prodotto, il risultato: che sia il proprio lavoro, la propria fidanzata o il proprio figlio, tutto deve essere efficiente e performante, tutto deve essere al massimo per poter sopraffare, sbalordire, vincere e convincere. 

In una società basata sulla competizione contano la quantità più della qualità, l’apparenza più della sostanza, l’utile più del dilettevole, il calcolo più del sogno, l’astuzia più dell’ingenuità, la superficialità più della profondità, l’arroganza più della sensibilità. L’amicizia, l’affetto e persino l’amore sono mezzi per raggiungere un fine, per essere soddisfatti e vincenti. 

In una società basata sulla competizione occorrono perdenti perché ci siano vincenti. Qualcuno deve perdere perché si possa vincere: altrimenti il gioco non vale la candela, altrimenti il sistema non funziona. 

Il sogno americano è proprio basato su questo principio fondamentale: il principio dell’ ”uno su mille ce la fa”. E su questo principio si basa la società dei consumi. La speranza, se pur misera, di vincere convince ogni singolo individuo ad accettare ogni privazione e a lottare con tutte le forze per poter ambire al meglio, a discapito di tanti altri che non ce la faranno. La stessa logica regge il gioco d’azzardo che, non a caso un fenomeno dilagante negli ultimi anni. La stessa logica sta dietro ai fenomeni di immigrazione fuori controllo che oggi come mai spingono milioni di persone a lasciare paesi devastati in cerca di una vita migliore o, quanto meno, della sua illusione. 

In questa deriva sociale, è ovvio che la legge del più forte diventi la legge cardine del sistema. Occorre che chi non è forte lo diventi se vuole sopravvivere, o che comunque cerchi con qualche espediente di farlo. Con l’aggravarsi della situazione, dal punto di vista sociale, economico e ambientale, tutto si fa più instabile, incerto, e la competizione diventa più sfrenata che mai. 

Michele non solo non è stato fortunato, ma non è stato sufficientemente forte e sicuro, non è riuscito a vincere nelle sfide quotidiane, non è stato sufficientemente produttivo, efficiente, dinamico, flessibile, arrogante. La sua sensibilità e la sua insicurezza lo hanno condannato a perdere su tutti i fronti, a rientrare a pieno titolo nella gran massa dei perdenti alla precoce età di trent’anni. 

L’Italia di oggi si sta delineando sempre più un paese per soli vincenti in cui chi non ce la fa è debole ed è giusto abbandonarlo. È il mercato, dei beni e dei servizi come quello del lavoro e degli affetti, ad essere sommo giudice di ogni sfida: il mercato decide se hai successo o no, se tu vali qualcosa o no. 

Non è un paese per perdenti. Anche se, dopotutto, i perdenti sono essenziali al sistema e perciò sono preziosi, ma è bene che questo loro non lo sappiano. È bene che si sentano dei falliti, degli sconfitti e degli inetti. È bene che continuino a soffrire, a invidiare, a osannare, a bramare: questo è il loro insostituibile ruolo sociale. 

Michele è stato debole e ha perso. Ma è stato abbastanza forte da non accettare il suo ruolo di perdente. Ha semplicemente tolto il disturbo, facendo pacatamente notare a tutti il suo atto di coraggiosa disobbedienza.


fonte foto: pixabay

mercoledì 4 gennaio 2017

Tutto a post. - Raccolta di tutti i post del blog


Ho raccolto tutti i post che ho scritto da quando ho aperto il blog nel 2010 fino ad oggi. Anni di riflessioni racchiusi in un unico volume.
Ho escluso solamente i post che contengono articoli o racconti che sono stati pubblicati altrove. I post più popolari, ovvero che sono stati letti da oltre cinquecento persone, li ho contrassegnati con un asterisco subito dopo il titolo del post.
Il volume è acquistabile a questa pagina. Forse è utile specificare che il mio margine è praticamente irrisorio. In ogni caso è un libro che può essere piacevole da sfogliare e rileggere, anche in ordine sparso. 

La prossima pubblicazione riguarderà invece una raccolta di racconti a sfondo decrescente e spirituale, alcuni dei quali sono già stati pubblicati sul blog negli anni scorsi, mentre altri sono del tutto inediti. 

Buona lettura 

Acquista il libro a questa pagina


martedì 20 dicembre 2016

Il ruolo della donna oggi: emancipazione o uniformazione?



La paura delle differenze: ovvero l'uniformazione culturale


«Molte conseguenze sociali della differenza tra i sessi nel genere umano sono radicate nella biologia e non possono essere liquidate come illusione, ingegneria sociale o indottrinamento politico. Un errore fondamentale che ha permeato la civiltà occidentale, ma non ancora l’Asia: vale a dire la tesi, evidentemente falsa, che tutte le differenze tra uomo e donna sono “costrutti sociali”. La gente deve imparare che eguaglianza non implica identicità. Uno più quattro dà lo stesso risultato di due più tre, ma le due addizioni sono diverse. Mi piacciono allo stesso modo le arance e le mele, ma questi due frutti non sono uguali. Dovremmo amare i nostri figli allo stesso modo, ma loro non sono uguali. Yin e yang sono uguali nella loro complementarietà, ma ovviamente non sono la stessa cosa.

Analogamente, garantire alle donne pari diritti e opportunità non significa che le donne diventeranno la stessa cosa degli uomini. Né la maggior parte delle donne vorrebbero esserlo. Qualità quali l’empatia rendono le donne impareggiabili come facilitatrici di dialogo e mediatrici di pace. Gli uomini spesso adottano una posizione ostile, che inibisce la comunicazione e può intensificarsi fino a sfociare in un conflitto. Le donne adottano spesso una posizione empatica, che stimola la comunicazione e smorza il conflitto.

Mentre gli uomini sono spesso assorbiti da associazioni astratte di idee, le donne tendono a focalizzarsi su relazioni interpersonali concrete all’interno della famiglia, del luogo di lavoro e della comunità. Tessono e rammendano tessuti familiari e sociali, dai quali dipende buona parte del nostro benessere»

Lou Marinoff – Qualunque fiore tu sia sboccerai


Nella deriva culturale progressista e materialista le differenze di genere diventano un'ingiustizia sociale da abbattere, per cui il ruolo dell'uomo e della donna, la famiglia, la paternità e la maternità sono stravolti. 

Il femminismo, ovvero la lotta per affermare i diritti delle donne, si è trasformato nel conseguimento dell’uguaglianza in tutto e per tutto con l'uomo, o meglio dell’identità tra i generi. La paura delle differenze è sfociata in una cultura maniacale del "siamo tutti uguali", anzi "dobbiamo essere tutti uguali", ed è finita con una eliminazione ossessiva di tutte le differenze, fisiche e culturali, in nome del progresso e del politically correct, tutto avvolto da una coltre di ottimismo progressista e di melliflua ipocrisia.

Stiamo praticando una forma di uniformazione culturale, oramai da secoli, che adesso, negli ultimi decenni, ha visto raggiungere livelli preoccupanti. 

Nel caso delle differenze di genere, è sempre più evidente come la monocultura proponga una visione della donna che non si emancipa da una società fallocentrica, bensì, proprio per entrare in piena regola in una società maschilista, si fa essa stessa uomo, accogliendo in sé e facendo proprie tutta una serie di caratteristiche e aspetti che sono per lei distanti e innaturali. 

La donna per essere accettata socialmente si fa uomo, compiendo così una doppia ingiustizia: non solo non si emancipa pienamente, rimanendo oggetto di una cultura consumistica che fa della donna una merce, ma rinuncia anche alle sue peculiarità per assorbire quelle prettamente maschili: la donna aggressiva, la donna combattente, la donna superficiale, la donna egoista. 

Nessuno sta dicendo che le lotte per emancipare la donna siano da condannare. Tutt'altro. La donna ha vissuto, soprattutto in alcune culture, e mi spiace dirlo quella islamica non è l'unica perché quella occidentale non è stata e non è tutt'oggi da meno, una sottomissione culturale e una compressione del suo ruolo e delle sue caratteristiche. 

Un nuovo mondo e una nuova società potranno emergere solo nell'equilibrio e nell'armonia tra le differenze e non nel loro appiattimento. Il femminile, inteso come tutta una serie di aspetti peculiari delle donne ma presenti anche nell'uomo, dovrà trovare la sua emancipazione culturale mantenendo la sua originale e naturale identità, e non rinunciandovi e trasformandosi in ciò che non è. 

La società occidentale, quella che ha conquistato l'intero pianeta, è oramai da secoli e secoli dominata dalla prevalenza del maschile, sbilanciata fortemente verso tratti maschili, reprimendo quelli femminili: quali la cura, le relazioni, la solidarietà, la protezione, la sensibilità.

Solo rigettando questo fenomeno di uniformazione culturale, figlia dell'ideologia della crescita eterna, che crede di ottenere la parità e l'uguaglianza abbattendo ogni differenza sostanziale, e lasciando piena libertà di espressione e quindi equilibrio e armonia tra le differenze, di genere o di qualunque altro tipo, potremo costruire una società per la felicità di tutti. Nessuno escluso.


fonte foto: pixabay


lunedì 7 novembre 2016

Immigrazione: serve un altro punto di vista



È interessante notare che nell’opinione pubblica si trovino due visioni del fenomeno immigrazione, distinte e in netto contrasto tra di loro. Da una parte chi odia gli immigrati e li vorrebbe cacciare o ributtare in mare, dall’altra chi li accoglie a braccia aperte, quasi sempre metaforiche. Quelli della prima fazione, generalmente di destra, odiano i secondi, generalmente di sinistra, e viceversa. Ed è questa una delle poche distinzioni che ancora tiene in piedi l’altrimenti sterile e inconsistente differenziazione tra la destra e la sinistra: di fatto univocamente in accordo su altre tematiche, quali politiche del lavoro, sociali e economiche. 

Manca però un’analisi più profonda e sagace, una riflessione più ampia. Un punto di vista non naturale, tantomeno scontato. Certo è che i fenomeni migratori sono sempre esistiti nella storia e ne sono stati, in certe fasi, i protagonisti che hanno plasmato il corso degli eventi dei popoli e delle civiltà. Pensiamo alle popolazioni barbariche nordiche che invasero il continente europeo nell’epoca romana. Oggi queste popolazioni vengono da sud, ma il fenomeno è del tutto analogo. 

Prima di giudicare l’effetto che questi movimenti migratori stanno producendo in Europa, dovremmo pensare alle cause profonde, alle ragioni dell’altro, e, non per ultimo, alle nostre responsabilità, sia come società che come singoli individui parte di una società.

E le cause non sono che da cercare in una distorta e violenta colonizzazione planetaria che la cultura occidentale sta portando avanti da secoli, con la prepotenza di essere la migliore e l’unica in grado di dare un futuro all’umanità. Tutti noi lo pensiamo, perché in questa società ci siamo nati e cresciuti, e nessuno di noi, se non pochi, è pronto a mettere in discussione la propria visione del mondo e a mettersi in discussione per primo. 

Le nostri menti sono come intorpidite dal benessere e dalle comodità, dagli accattivanti tentacoli del progresso materiale, dall’abbondanza, solo apparente, dal superfluo che diventa indispensabile, dall’eccesso che non diventa mai abbastanza. Siamo come in un sonno profondo, inebetiti. I nostri occhi non vedono, i nostri orecchi non sentono. 

Occorre un ripensamento generale, un esame di coscienza. Occorre abbandonare le certezze su cui si basa la nostra cultura occidentale, e creare un approccio multiculturale, ovvero aperto a differenti alternative che non siano già preconfezionate. Occorre andare nel profondo delle nostre esistenze, tornare alla radice della nostra vita, e lì trovare lo spazio per una visione ampia, per un’apertura mentale che ci permetta di abbandonare i pregiudizi e le soluzioni facili e prendere con consapevolezza e serenità le nostre decisioni. 

Decisioni coraggiose e illuminate, che ci permettano di vivere una vita davvero nostra, felice e in armonia con gli altri e con l’ambiente. Decisioni che rivisitino il nostro stile di vita prima di tutto e il nostro modo di comportarci. Una rivoluzione, o meglio una evoluzione, culturale che non ci divida, tra chi è contro e chi è a favore, tra chi è di destra e chi è di sinistra, ma ci unisca come esseri umani che ricercano la felicità. E se di felicità si parla, questa non può che essere in accordo con quella degli altri e di tutto l’ambiente che ci circonda.


Fonte foto: Morguefile

lunedì 10 ottobre 2016

Conferenza Economia della Felicità a Firenze: un successo



«Da un lato, io vedo coloro che pensano di riuscire a superare la nostra triplice crisi con i metodi correnti, solo con una loro più massiccia applicazione; io chiamo costoro “quelli della corsa in avanti”. Dall’altro lato, ci sono quelli che cercano un nuovo stile di vita, che tentano di tornare a certe verità fondamentali sull’uomo e sul suo mondo; io chiamo costoro “quelli che tornano al focolare”»

E.F. Schumacher – Piccolo è bello


Lo scorso 2 ottobre si è tenuta a Firenze l'ottava Conferenza Internazionale per l'Economia della Felicità. Nel momento di culmine, in sala, oltre mille presenze: un vero successo.

La giornata ha visto partecipare, oltre ai cittadini e ai relatori da tutto il mondo, decine di associazioni che si muovono attorno ai temi di un'economia differente da quella a cui ci siamo abituati, soprattutto negli ultimi decenni, un’economia che si poggi su una società equilibrata, rispettosa dei limiti della natura, giusta, in una parola: felice.

La giornata è stata l'occasione per riaffermare con forza i principi alla base di un'economia della felicità: localizzazione piuttosto che globalizzazione, collaborazione e relazioni umane piuttosto che competizione e isolamento, armonia con la natura piuttosto che distruzione della natura, sobrietà e semplicità volontaria piuttosto che ostentazione e consumismo, piccole e utili opere piuttosto che grandi e impattanti opere: tutti elementi espressivi di una nuova cultura, di una nuova visione della vita e del mondo.

Come ha dichiarato uno dei relatori durante la conferenza: oggi nella società non si distingue più tra chi è “di destra” e chi è “di sinistra”, schieramenti oramai anacronistici e fuorvianti, al servizio dello stesso modello di pensiero, piuttosto si delinea sempre più una marcata distinzione tra chi crede ancora che questo sistema sia il migliore possibile, o comunque l’unico possibile, e perciò lo sostiene e lo incoraggia, e quelli invece che non credono più in un tale sistema economico-sociale e si battono quotidianamente per un’alternativa, o meglio per una varietà di alternative possibili.

Un cambiamento culturale che si fa, non solo urgentemente necessario, ma forse anche inevitabile. Un cambiamento che è già parte di noi, che è già in noi, e che aspetta solo di essere rivelato e attuato. 

Con questa splendida giornata abbiamo dato espressione al nostro desiderio di cambiamento e abbiamo fatto un altro, se pur piccolo, passo in avanti in tale direzione.


lunedì 4 luglio 2016

L'Economia della Felicità - Ottava Conferenza e Raduno Internazionale - 2 ottobre - Firenze



In questo momento storico, in cui un sistema economico-sociale, basato sul profitto e sulla crescita indiscriminati, sta dominando l’intero pianeta e sta minando le fondamenta della vita stessa, imponendo la propria influenza in ogni ambito e determinando i nostri destini, crediamo che sia necessaria una presa di coscienza collettiva per promuovere un vero cambiamento culturale. 

Domenica 2 Ottobre a Firenze si terrà l'Ottava Conferenza e Raduno Internazionale dell’Economia della Felicità, la prima volta in Italia. Saranno presenti pensatori d’eccezione e attivisti di livello mondiale, oltre che italiano, con il sostegno e la partecipazione di innumerevoli associazioni e movimenti del nostro territorio. 

Sarà questa un'occasione unica per riflettere assieme e rilanciare un forte messaggio di cambiamento verso una nuova visione della società e del mondo: per allontanarsi da un’economia della crescita guidata dalle multinazionali e muoversi verso economie locali al servizio delle persone e del pianeta. Allo stesso tempo sarà un’occasione per scoprire le iniziative che hanno luogo in tutto il mondo, fonti d’ispirazione per riappropriarsi delle nostre economie, comunità ed ambienti naturali.

Il programma include presentazioni, discorsi, discussioni, workshop il cui scopo è quello di essere di ispirazione e di favorire il pensiero critico. Le precedenti sette edizioni hanno avuto tutte un enorme successo. Sono state accolte come un antidoto contro la rabbia, la chiusura mentale e la disperazione che caratterizza questo periodo.

Il cambiamento partirà dal basso, dalla partecipazione e dal contributo di ognuno. Partecipa e sostieni anche tu l’evento.

Tutte le informazioni sull’iniziativa a questa pagina.


lunedì 27 giugno 2016

Destra e Sinistra: davvero ha ancora senso parlarne?



Destra e Sinistra. Davvero ha ancora senso parlarne? Oppure è una distinzione del tutto funzionale al Sistema, alla monocultura dominante?

Due secoli di industrializzazione pesante, quarant'anni di guerra fredda tra blocchi politici-economici contrapposti e quasi trent'anni di globalizzazione sfrenata dovrebbero averci insegnato qualcosa.

In un mondo post-industriale e post-moderno, dove l’operaio e l’ingegnere hanno la stessa paga e sono entrambi schiavi di un sistema ben più grande di loro, un sistema che non ha volto, non ha nazionalità e ancora peggio non ha appartenenza politica; in un mondo in cui il superfluo è diventato indispensabile e l’eccesso non è mai abbastanza, dove tutto cambia tranne ciò che davvero conta, dove la tecnologia fa passi da gigante e realizza l’impossibile ma peggiorano le condizioni di vita generali delle persone, dove la crescita economica è osannata come una divinità che appare solo quando vuole lei; in un mondo sempre più complesso, in cui si cerca di gestire la complessità sezionando, dividendo, separando, cercando di dominare su tutto e tutti, pretendendo la conoscenza e il controllo di tutto e di tutti: quali sono le vedute culturali, i progetti politici, o più semplicemente le idee?

Se ci pensiamo bene l’unica differenza sostanziale esistente oggi tra Destra e Sinistra è la differenza di sterile e banale retorica nei riguardi di temi come l’immigrazione e l’integrazione culturale, o quelle dell’omosessualità e delle discriminazioni di genere. A Destra si odiano immigrati e omosessuali, si inneggia alla famiglia e ai valori di un tempo, dall’altra si amano immigrati e omosessuali, si inneggia alla libertà assoluta di ogni individuo, alla parità (o identità) tra i sessi.

Si tratta comunque sempre di argomentazioni senza alcuna sostanza, si tratta da un lato di propaganda dura e pura, e pure cruda, e dall’altro di propaganda mielosa, buonista e ipocrita. Tutto allo scopo di mantenere una risibile differenza di facciata tra due correnti “culturali” e politiche che di fatto sono, oggi come mai, le due facce della stessa medaglia: la monocultura.

Che andasse a finire in questo modo era evidente. Doveva esserlo anche diversi decenni fa. C’è qualcuno che effettivamente lo aveva capito in tempi non sospetti (Tolstoj). Destra e Sinistra sono nate con l’industrializzazione, con l’era della crescita infinita, e finiranno con essa. Una dalla parte del capitale, l’altra del lavoratore, le due funzioni della produzione: poiché, fin dall’inizio, nessuno ha mai considerato gli ecosistemi degni di nota. Di fatto però sono sempre stati d’accordo sull’espansione incontrastata dell’economia industriale, della distruzione degli ecosistemi del pianeta, sul paradigma progressista, sull’assoluta cieca fede nella scienza e nella tecnologia, su una cultura ego-centrica, ancora prima che economico-centrica. È stato nell’equilibrio tra queste due forze che il mondo degli ultimi due secoli si è evoluto e si è trasformato a ferro e fuoco prima e a ferro e petrolio poi. Fino a giungere a una netta prevalenza dell’una sull’altra, sull’inglobamento e l’omologazione culturale che ha portato alla deriva economico-politica degli ultimi trent’anni.

Un'unica grande cultura del progresso sta dominando univocamente tutto il globo, senza regole, senza limiti, senza freni. Persino i singoli stati-nazione non hanno più alcuna rilevanza. Tutto è superiore, tutto è interconnesso in una rete fitta controllata da un pugno di multinazionali. Un mondo dominato da un’economia basata sul profitto, spesso un profitto a cui, nella realtà, non corrisponde niente. Un’economia di distruzione planetaria in cambio di sempre meno vantaggi tangibili e sempre più disagi, che se pur invisibili nella maggior parte dei casi, si faranno sempre più gravi.

In questo scenario, è ovvio che la Sinistra usi la retorica legata all’immigrazione e alle questioni di genere per emergere, per distinguersi, per giustificare la sua esistenza, e al contempo la Destra usi gli stessi temi con argomentazioni opposte per favorire questa dicotomia apparente e impelagare la gente con dibattiti inconcludenti e non sostanziali. Di fatto, il loro programma in termini di politiche economiche e sociali è per lo più identico, semplicemente si tratta di seguire l’evoluzione del Sistema.

In questo scenario, è ovvio che l’alternativa non è tra Destra o Sinistra, fazioni di un vecchio sistema oramai superate, ma tra chi ha ancora fede in questo Sistema, nel sistema basato sulla crescita economica, e chi invece ha perso questa fede o non ce l’ha mai avuta ed è in cerca di un modello culturale nuovo, aperto e non unidirezionale, in cui non esistono certezze, come quella del progresso eterno, ma infinite possibilità.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Archivio blog