«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 28 marzo 2011

DFRU: Democrazia attiva, parte 13/30

I nostri attuali parlamentari non rappresentano in nessun caso l’opinione e la volontà della maggioranza dei cittadini della Repubblica. Nessuno di loro è stato scelto dal popolo, nessuno di loro porta avanti le richieste e i diritti della gente. I politici sono da anni una casta rigida, in cui essere parlamentare è diventato un mestiere, così come essere dirigente e coprire vari posti di potere è diventata una carica a vita, un privilegio ereditabile. I politici dei partiti parlano un linguaggio che nessuno capisce, parlano di cose che a nessuno interessano, parlano e parlano, fanno finta di litigare tra loro, distogliendo l’attenzione dalle questioni importanti, nessuno affronta i veri problemi, propone possibili soluzioni, nessuno che dica qualcosa che abbia a che fare con le cose di questo mondo terreno. I politici sembrano vivere in una campana di vetro, sempre più determinati a non farsi togliere le cariche e i privilegi accaparrati e a consolidare la loro egemonia mediatica. Si potrebbe parlare di “sistema politico feudale”.
Il modo di fare politica è malato, in evidente crisi e sarà prossimo a un radicale cambiamento. Il cittadino si avvicinerà alla politica non perché sarà richiamato dall’alto, ma perché lui stesso si alzerà e deciderà di diventare protagonista della vita del paese, di prendersi una piccola responsabilità, di attivarsi per la democrazia. I parlamentari saranno tutti eletti direttamente dai cittadini, le attività del governo saranno pubblicate ovunque e rese chiare e fruibili per tutti, tutto sarà trasparente e semplificato. Gli strumenti di partecipazione diretta, come i referendum popolari, saranno sempre più utilizzati. Fare politica non sarà un mestiere a vita, ma sarà soltanto un’esperienza di limitata durata che ogni cittadino incensurato potrà scegliere di intraprendere per poi tornare alla propria professione. Fare politica sarà visto come servizio civile e sarà pagato con stipendi moderati, non esisteranno privilegi di casta né pensioni a vita. Fare politica sarà occuparsi del bene comune e garantire diritti e dignità per tutta la comunità. I governanti dovranno rendere conto nei dettagli delle loro iniziative e ne saranno direttamente responsabili. I cittadini saranno in grado di votare la sfiducia al governo con facili strumenti a loro disposizione. Il governo dovrà sentirsi responsabile e sotto controllo continuo.
Il cittadino agguerrito si attiverà nella vita politica, diventerà a pieno responsabile della società, si sveglierà da anni e anni di torpore e indolenza, di indifferenza e omertà. Questo sarà il modo per fare dell’uomo il centro della politica, come è giusto e logico che sia.

venerdì 25 marzo 2011

Film: Pianeta Verde

Disponibile su YouTube l'intero film in nove spezzoni. Fortemente consigliata la visione.



«Vivere un tempo che abbia senso senza denaro, dei tragitti che abbiano senso senza carburante, e piaceri che cantino senza le trepidazioni della bramosia» Francois Brune

Il pianeta verde (La Belle Verte) è un film del 1996 diretto da Coline Serreau.

Il film tratta, con una chiave umoristica e usando l'espediente comico dell'esternalità, i problemi del mondo occidentale: la frenesia, l'abuso di comando, l'inquinamento ed il consumo selvaggio delle risorse naturali e degli spazi.

testo estratto dalla pagina di Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Il_pianeta_verde

lunedì 21 marzo 2011

DFRU: Decentralizzarsi, parte 12/30

Un processo evolutivo inevitabile sarà il decentramento. Il decentramento della popolazione e della produzione. Dalle metropoli torneremo nelle campagne, non solo per seminare e raccogliere i frutti del nostro orto ma anche per ricostruire una vita più semplice, salutare e comunitaria. Non soltanto l’urbanistica cambierà, ma tutte le strutture amministrative e politiche saranno maggiormente localizzate e la partecipazione diretta dei cittadini alla vita della comunità sarà recuperata a pieno.La produzione di energia e di gran parte delle merci di uso comune sarà decentralizzata in piccole realtà interdipendenti che sfrutteranno al meglio le caratteristiche del territorio, adattandosi alla cultura, alle tradizioni e alla storia del luogo. Le case produrranno autonomamente l’energia elettrica e termica di cui hanno bisogno e scambieranno il surplus con una rete locale. Le energie rinnovabili svolgeranno questa funzione integrandosi e sostituendosi, massimizzando gli aspetti positivi di ogni fonte (solare fotovoltaica, solare termica, biomassa, eolica, geotermica, idraulica). Ogni comunità avrà servizi gratuiti e comuni per tutti: sanità, scuola, biblioteca, acqua, lavanderia, trasporti. Pochissime merci viaggeranno per lunghe distanze. Non esiteranno più grosse industrie, grosse centrali, solo piccole realtà, a grandezza d’uomo. Le relazioni umane saranno alla base degli scambi commerciali e delle prestazioni di servizi: si riscoprirà l’importanza e il piacere del dialogo umano e del confronto di idee, pensieri, opinioni e dell’arricchimento reciproco che ne deriva. La decentralizzazione di persone e cose sarà retta da un sistema di trasporto globale, efficiente e a costi sostenuti dallo Stato e da una rete di comunicazione web gratuita che permetterà a tutte le persone del globo di essere informate e di avere diretto accesso alla conoscenza. Le esperienze saranno condivise su internet, le pratiche e le tecniche migliori saranno adottate in tutte le parti del mondo. Le idee e i pensieri viaggeranno sempre più veloci e sempre di più, mentre le persone e gli oggetti riscopriranno il locale, un raggio di azione a portata d’uomo. Il risparmio energetico sarà d’obbligo. La struttura, i materiali e il disegno della abitazioni saranno progettati in modo da ridurre il più possibile il fabbisogno energetico, nonché saranno sfruttate al massimo le risorse naturali e le tecniche ingegnose per evitare dispendi inutili di denaro ed energia. Le antiche abitazioni saranno ristrutturate utilizzando tecnologie avanzate, non sarà mai permesso di costruire nuovi edifici fino a che ce ne saranno di abbandonati e fatiscenti. Il processo di decentralizzazione investirà anche il potere politico e amministrativo. Le amministrazioni locali acquisteranno sempre più potere, la comunità territoriale sarà perfettamente in grado di auto-governarsi e di interagire con il potere centrale. Prenderanno maggior rilievo anche in questo settore i rapporti umani che si istaureranno tra gli amministratori e i cittadini. Sarà possibile interpellare i responsabili, essere ascoltati e poter intervenire in tempi brevi sul posto. Solamente le questioni più importanti e generali saranno sotto completa gestione del potere centrale, tutto il resto passerà completamente nelle mani di una rete civica sempre più fitta e interconnessa.

lunedì 14 marzo 2011

DFRU: I tempi cambiano ... la gente pure, parte 11/30

Mio nonno con mio padre nella nostra casa di montagna quando avevano qualcosa da buttar via (vecchi mobili, cucine, lavatrici) la caricavano in macchina la portavano a due curve di distanza dal paese e la gettavano giù per un dirupo, in mezzo al bosco. Quello era il posto dove tutti gettavano la roba ingombrante che avevano in casa, era la discarica del paese e come quella ce n’erano tante sparse per la campagna. Era considerato normale, non esisteva la raccolta, erano i tempi del grande boom, della crescita reale, tutto veniva rimpiazzato da prodotti moderni, nuovi, alla moda. Oggi fare come allora sarebbe impensabile.
I tempi sono cambiati rispetto agli anni sessanta. A quei tempi non ci si poneva problemi di limiti di risorse, impatto ambientale, tutto era lecito perché l’imperativo era crescere, produrre, incrementare gli scambi commerciali, a nessuno veniva in mente di pensare alle conseguenze, nessuno pensava a dove quella strada avrebbe condotto. Il sistema industriale cresceva in continuazione sia nel blocco capitalista che in quello socialista, diversi nei mezzi, ma essenzialmente identici nei fini. Nessuno pensava alle cose più semplici (come le leggi della termodinamica), nessuno pensava agli esseri umani, la fiducia nella scienza e nella tecnologia erano ai massimi livelli, tutto sarebbe stato risolto tramite la conoscenza e lo sviluppo tecnico. Lo sviluppo, inteso come crescita della produzione e della vendita di beni e servizi, era l’unico vero obbiettivo, la creazione di ricchezza monetaria, null’altro.
Caduto il muro di Berlino, sconfitto ideologicamente il socialismo, il mercato e il capitale si è globalizzato, ha preso le redini della politica, dell’economia e delle menti delle persone tramite il controllo diretto dei mass media. Il potere economico ha ideato un sistema infallibile e degenerato per creare bisogni e far indurre le persone a rincorrere il denaro e la ricchezza per poter vivere nella modernità, nell’epoca del “tutto è possibile”, “tutto sarà superato dallo sviluppo”, del “non ci sono limiti invalicabili”.
Ma la mia generazione, la generazione del dopo crollo sovietico, sta cominciando a capire che pagherà pesanti conseguenze per quello che i nostri genitori e i nostri nonni hanno scelto di fare. I giovani di oggi ne sono sempre più consapevoli: consapevoli che i limiti esistono, in primis i limiti del nostro pianeta, in secondo i limiti della scienza e della tecnologia, e quindi i limiti della mente umana. Questi limiti ridimensionano il sistema economico, mettono in discussione il mito dello sviluppo ad oltranza e risvegliano le coscienze giovani alla ricerca di nuovi orizzonti, nuovi principi, nuovi valori, non monetari, e forse neanche materiali.
La mia generazione è quella che è arrivata all’Università con la riforma del sistema educativo, con la creazione del “tre più due”, del Bologna Process, dei crediti universitari: riforme che hanno degradato le lauree e le hanno rese strumenti per incatenare studenti e dilatare i periodi di studio. Tre più due fa raramente cinque. Usciti dalle università dopo tanti anni di lotte contro la burocrazia medioevale dei nostri atenei, siamo entrati nel mondo del lavoro nel pieno splendore della crisi economica globale.
La nostra generazione, quella nata dopo gli anni ottanta, si sta separando sempre più dalle generazioni precedenti. Sta individuando le responsabilità di certe scelte passate e sta cercando di tirar fuori quel coraggio e quella dignità che potrà liberarci dal sentirci sempre denominati bamboccioni, dal sentirci quasi un peso per i nostri genitori (che hanno creato un impero di soldi), dal sentirci eternamente i figli viziati dal sistema stesso, dal sentirci inermi e schiavi di un potere complesso. Sappiamo già che a noi non spetterà mai la pensione, che il mondo andrà in contro a crisi ambientali e climatiche sempre più frequenti, che probabilmente la nostra vita sarà accorciata dal maggior inquinamento (dell’aria, del suolo, dell’acqua, del cibo tramite i pesticidi) e dalle malattie da superlavoro e dallo stress da manager.
L’attuale classe dirigente (composta da ultrasessantenni), che pare ancora in piena forma e in grado di resistere a lungo, sta dicendo ai giovani che il futuro sarà terribile proprio per colpa delle loro passate scelte, ma allo stesso tempo corrompe i giovani con il finto benessere e con finte conquiste. Ce lo sta dicendo pacatamente, quasi ridendo e dandoci una pacca sulla spalla. Hanno sfruttato quasi tutte le risorse non rinnovabili del mondo e prima di morire forse vorranno fare l’ultimo assalto. L’unica cosa certa è che non potranno portarsi la loro roba nell’oltretomba: sarebbe bene ricordarglielo ogni tanto.

domenica 13 marzo 2011

FOTOVOLTAICO versus AUTOMOBILE

FOTOVOLTAICO


Un impianto fotovoltaico per una unità familiare ha solitamente una potenza di picco tra 2,5 e 3 kWp. Un impianto FV in Italia produce circa 1100 kWh per kWp installato al nord. Per essere cautelativi prendiamo questo valore per buono anche al centro Italia.
I costi attuali di impianti di piccola taglia di circa 3 kWp sono al massimo 20000 euro.
La tariffa incentivante per il primo quadrimestre del 2011 è di 0,402 €/kWh prodotto.

Quindi:

Potenza di picco installata: 3 kWp
Energia prodotta in un anno: 3300 kWh
Incentivo ricevuto in un anno: 1326 €

Dato che l'incentivo si mantiene invariato per 20 anni, il totale sarà di 26520 euro.
Questo senza contare il risparmio dovuto all'autoconsumo di energia e al guadagno dato dalla vendita dell'energia prodotta ma non consumata, che avviene tramite il servizio di scambio sul posto.
Considerando lo scambio sul posto (che dipendendo dai consumi è difficile prevedere) possiamo stimare di raggiungere i 1600 € annui e quindi poter ammortare l'investimento fatto in 12 anni e mezzo.

Le nostre stime sono state molto cautelative, supponendo un abbassamento del costo dell'impianto e una produzione annua maggiore ci si potrebbe spingere a 10 anni di ammortamento e quindi ai restanti 10 anni di tariffa con completo guadagno.
Gli impianti FV non richiedono revisioni obbligatorie e la manutenzione non è né costosa né periodica, si potrà limitare alla sostituzione dell'inverter e dei pannelli in caso di guasto. In tal senso sono disponibili le garanzie del costruttore da 5 a 10 anni.

Al di là della tariffa incentivante i benefici di un impianto FV con scambio sul posto sono molteplici, infatti installando dei sistemi di rilevamento delle correnti prodotte possiamo azionare le nostre pompe di calore alimentandole completamente con l'energia autoprodotta e utilizzando un accumolo d'acqua calda avere energia termica all'occorrenza. Scambiare energia con la rete elettrica permette, oltre ad avere un ritorno economico dell'energia ceduta, ad altri utenti di usare energia proveniente da fonti non fossili con benefici sulla salute di tutti.
Produrre in loco e scambiare in rete sarà il futuro della produzione energetica.



AUTOMOBILE



I benefici dell'automobile (o meglio definibile come auto-immobile) sono in continua diminuzione. Una persona che oggi vive in aree urbane o sub-urbane oggi non ha nessuna convenienza ad acquistare un'auto. Infatti l'auto potrà efffettivamente essere utile e indispensabile un ristretto numero di volte al mese (viaggi in luoghi non raggiungibili da bus e treno, trasporto di oggetti ingombranti o persone anziane). Per queste poche occasioni in cui non possiamo farne a meno, la soluzione ottima è il noleggio o il prestito da parte di un amico o conoscente.
Un auto di piccola taglia costa circa 12000-15000 euro. Il prezzo di un auto di medie dimensioni si aggira oggi attorno ai 20000 euro (pari al costo di un impianto FV familiare).
Il costo supportato dalla famiglia (che sempre più spesso è una sola persona, in Italia la media è una macchina ogni due persone) per l'acquisto di un'auto non prevede nessun ammortamento, e neppure nessun risparmio, anzi.
Oltre al costo di acquisto, l'auto richiede un ingente quantità di soldi per il suo funzionamento: costo benzina (proporzionato all'uso, oggi il costo è 1,5 euro a litro), il costo della manutenzione (che comunque è dipendente anche dall'uso, più uso la macchina e più ha bisogno di manutenzione), poi altri costi non legati all'uso, costo delle revisioni periodiche, costo della tassa di circolazione, costo dell'assicurazione (500-800 € annui nel migliore dei casi).
Questi sono i costi diretti che deve supportare l'automobilista, tra i quali si potrebbe includere anche i costi per il rinnovo della patente e il costo delle eventuali multe per trasgressioni del codice stradale.
I costi indiretti che deve supportare la società a casusa dell'alto tasso di utilizzo di vetture private, specialmente nelle aree urbane, non sono assolutamente trascurabili anche se difficilmente possono essere contabilizzati efficaciemente.
Costi indiretti legati all'uso dell'auto:
  • Peggioramento della qualità dell'aria nelle zone urbane: aumento malattie respiratorie
  • Aumento della quantità di CO2 a livello planetario: aumento delle temperature
  • Inquinamento acustico e stress dovuto al traffico: peggioramento della qualità della vita e della salute dei cittadini
  • Alta probabilità di incidenti stradali, spesso con effetti gravi, se non mortali, sui guidatori ma anche sui pedoni
  • Deterioramento dei rapporti sociali: il traffico e i mezzi di trasporto privati ostacolano e peggiorano i rapporti umani tra i cittadini
  • Conflitti armati necessari per garantire il controllo dei bacini petroliferi strategici e quindi carburante a basso costo per le nostre economie
  • Smaltimento delle auto in demolizione, delle marmitte e delle batterie
Per ammortizzare un'auto che costa 20000 €, non tenendo conto dei costi di uso (che sono elevatissimi), e ipotizzando di utilizzare la bicicletta per i brevi spostamenti e i mezzi pubblici cittadini con un abbonamento mensile (Firenze costo attuale abbonamento ataf 35 €), il recupero del costo considerando il risparmio dei mezzi pubblici avverrebbe dopo 47 anni!!!


RIFLETTENDO UN PO'

Facendo due conti semplici e riflettendoci un pò sopra, se avessi 20000 euro da spendere non acquisterei certo un'auto, ma doterei la mia casa di un impianto fotovoltaico o di altre soluzioni energetiche intelligenti (caldaie a biomassa, eolico, pannelli solari termici, isolamento), dato che i benefici risultanti a livello individuale e sociale sarebbero tanti, al contrario dell'auto-immobile che ha eleveti costi e non ha benefici rilevanti, dato che la sua unica funzione è quella del trasporto privato. Infatti se togliamo casi in cui le abitazioni sono in aree isolate, il trasporto automobilistico è quasi sempre inefficace (traffico in aumento, difficoltà di trovare posteggio, interminabili code per andare in vacanza d'estate). Le alternative al trasporto privato motorizzato sono le biciclette e i mezzi pubblici che dovranno essere potenziati al massimo delle loro capacità.

Un persona saggia non ha dubbi al riguardo, una persona saggia tutto questo l'ha già capito da diverso tempo.


sabato 12 marzo 2011

L'appello di Parigi: ci stiamo autodistruggendo

Vale la pena continuare così?? Forse fino a che non pagheremo tutte le conseguenze delle nostre azioni non ce ne renderemo conto ... e sarà vano ogni tentativo di cambiamento.

L'appello di Parigi afferma chiaramente che le nostre vite sono in pericolo, e la situazione peggiorerà per i nostri figli.

Ecco il testo dell'appello: clicca qui

Un estratto:

"DICHIARAZIONE

Noi, scienziati, medici, giuristi, umanisti, cittadini, convinti dell'urgenza e della gravità della situazione, dichiariamo che,

Articolo 1: Lo sviluppo di molte malattie attuali è consecutivo al deterioramento dell'ambiente.

Articolo 2: L'inquinamento chimico costituisce una minaccia grave per il bambino e per la sopravvivenza dell'Uomo.

Articolo 3: Essendo in pericolo la nostra salute, quella dei nostri bambini e quella delle generazioni future, è la stessa razza umana ad essere in pericolo".

mercoledì 9 marzo 2011

Elogio della bicicletta



Amo la bicicletta
perché scorre silenziosa
e mi accompagna nei pensieri
Amo la bicicletta
perché l’aria fresca
a contatto con la pelle
mi ricorda che sto viaggiando
Amo la bicicletta
perché sono io che la muovo
Amo la bicicletta
perché necessita di poco spazio
e non ho costi da sostenere
Amo la bicicletta
perché nell’andare per le strade
posso soffermarmi a guardare attorno
Amo la bicicletta
perché la sua velocità
è sostenuta ma non eccessiva
Amo la bicicletta
perché saluto le persone che incontro
Amo la bicicletta
perché non uccido
con gas tossici e incidenti pericolosi
Amo la bicicletta
perché mi mantengo in forma fisica
Amo la bicicletta
perché non distrugge la vita
ma la sostiene

Alcuni motivi per preferire l’uso della bicicletta a quello dell’automobile per brevi percorrenze:
  • La bicicletta è silenziosa, perciò non comporta inquinamento acustico e quindi disturbo e stress.
  • L’uso quotidiano della bicicletta mantiene in forma fisica e allo stesso tempo permette trasporti su brevi tratte in modo efficace, senza perdite di tempo (non esiste traffico, né problemi di parcheggio)
  • La bicicletta non ha impatto sull’ambiente
  • La bicicletta alle modeste velocità non è pericolosa per la vita delle persone, ciclista compreso
  • La bicicletta non ha nessun costo di utilizzo, se non alcuni piccoli costi per la manutenzione
  • La bicicletta favorisce i rapporti umani e abbatte lo stress dovuto al traffico caotico
  • La bicicletta occupa poco spazio, “se ne possono parcheggiare 18 al posto di un automobile”
  • Una mobilità urbano basata sulla bicicletta e i mezzi pubblici, evita ingenti costi di infrastrutture: strade, ponti, parcheggi, segnaletica, gallerie, viadotti, semafori.
  • La bicicletta è una macchina a misura d’uomo, così come la sua velocità, il suo ingombro e il suo costo

martedì 8 marzo 2011

Da Larderello spunti di riflessione per la conversione ecologica



“Un progetto collettivo e radicato in un territorio inteso come luogo di vita comune e dunque da preservare e da curare per il bene di tutti. La partecipazione, implicita nell’azione, diventa “guardiana” e “promotrice” dello spirito dei luoghi” (da “Breve trattato sulla decrescita serena”, di Serge Latouche)

Larderello è una frazione del comune di Pomarance, in provincia di Pisa sulle Colline Metallifere a 390 metri di altitudine. Il paese conta 850 abitanti ed è in parte proprietà dell’ ENEL.
Il 2 agosto scorso è balzato agli onori della cronaca la notizia dell’ “Operazione Rinascita” di Larderello. Quel giorno infatti c’è la stata la stipula dei primi contratti fra ENEL e gli acquirenti di 60 dei 110 appartamenti di quello che, a distanza di quasi sessant’anni dalla sua costruzione, è a tutt’oggi considerato uno dei più riusciti esperimenti di villaggio- fabbrica, modello di progettazione residenziale e servizi connessi all’organizzazione dell’industria. Larderello, il borgo voluto nel 1954 dalla “Larderello spa” che all’epoca gestiva gli impianti della zona boracifera nella Valle dei Diavolo (poi passati ad ENEL), torna a rianimarsi dopo i decenni dell’ abbandono e dello spopolamento provocato dalla progressiva automazione dei processi industriali. Dai 1200 addetti (che permettavano occupazione anche agli abitanti delle zone limitrofe), sono rimasti in 300 ad abitare le case di Larderello.
Gli alloggi dei dipendenti della fabbrica boracifera vengono messi in vendita, con diritto di opzione per gli addetti che ancora ci vivono, a prezzi scontati. Un appartamento di 80 metri quadri, con cantina e garage, costa circa 50.000 euro. Si tratta di appartamenti teleriscaldati a vapore (con risparmio rispetto agli impianti tradizionali di riscaldamento). E addirittura alle giovani coppie che vorrano stabilirsi da queste parti saranno praticati sconti ulteriori. Ed è prevista pure la possibilità di ricontrattare il contratto di affitto a prezzi bassi per 5 o 6 anni. E all’interno dell’operazione complessiva è previsto che i cosiddetti edifici sociali (palestra, piscina riscaldata, campi sportivi, teatro) tornino in mano all’ amministrazione comunale.
Un operazione che prevede anche la rivitalizzazione economica locale: tutti i lavori di riqualificazione e di bonifica sono stati assegnati alle ditte locali ed inoltre lo sviluppo dell’energia geotermica offre nuove opportunità occupazionali.

Partiamo da questo esempio e da questi spunti per suggerire e proporre esperimenti ed alcune “utopie concrete e descrittive” secondo noi necessarie – come momenti di “transizione” – verso un cambiamento del nostro sistema e del nostro modello di sviluppo per una conversione ecologica e sociale della nostra società (arrivando al necessario cambiamento degli attuali rapporti e forze di produzione).

Attraverso anche l’utilizzo dei fondi pubblici (regionali, statali ed europei) le aministrazioni locali dovrebbero cominciare ad elaborare una strategia ad ampio raggio e a lungo termine per il recupero, la rivitalizzazione e la ripopolazione dei borghi e delle zone rurali, sempre più abbandonate e desertificate. Per contrastare la periferizzazione urbana e politica prodotta dalla società della crescita, la soluzione potrebbe essere quella di riprendere l’ “utopia” dell’ “ecomunicipalizzazione”.

La rilocalizzazione occupa un posto centrale nell’utopia concreta e può essere declinata immediatamente in programma politico, coniugandola con la decrescita per rinnovare la vecchia formula degli ecologisti: pensare globalmente, agire localmente. La dimensione non dovrebbe rappresentare un limite e un problema ma come punto di partenza sicuramente converrebbe, anche come strumento esemplificativo, partire appunto da comunità dalle dimensioni ridotte.
Il progetto di conversione ecologica comprende due elementi interdipendenti: l’innovazione politica e l’autonomia economica (che implica quella alimentare ed energetica).
Il progetto politico intende valorizzare le risorse e le differenze locali, promuovendo processi di autonomia cosciente e responsabile, di rifiuto della eterodirezione del mercato unico, sviluppando e promuovendo forme di economie miste, superando l’attuale sistema di regime capitalista improntato sull’economia del profitto e delle disuguaglianze.
Quale migliore occasione che ripartire da piccole comunità, da “villaggi urbani”, terreni fertili per promuovere e sviluppare economie di relazione, di prossimità e di buon vicinato. Forme di economie di “comunione” e solidali che favoriscano il passaggio dall’economia delle merci e dei beni materiali a quella dei servizi e delle relazioni (spazi comuni per servizi condivisi – co housing -attraverso un senso comunitario che si sviluppi secondo una logica di “solidarietà condominiale”).
In questa prospettiva il locale non è un microcosmo chiuso, ma il nodo in una rete di relazioni trasversali virtuose e solidali, volte a sperimentare pratiche di rafforzamento democratico (tra cui il bilancio partecipato) e coesione sociale che permettano di resistere al dominio liberista.

Soffermiamoci sulle opportunità occupazionali potenzialmente disponibili se intraprendessimo una reale conversione ecologica, coniugando la politica ecologica con la politica sociale, tenendo presente che il soddisfacimento dei bisogni di un modo di vivere conviviale, equo e sostenibile per tutti può essere realizzato con una riduzione sensibile del tempo di lavoro obbligatorio, dal momento che esistono imponenti “riserve”.
Necessario per questo una rivoluzione culturale in grado di “decolonizzare l’ immaginario” , elaborando “utopie descrittive” e sperimentazioni concrete di stili di vita.

Questi i settori che dovrebbero essere sviluppati, all’interno di una sorta di “Green Deal” – un piano per la riconversione ecologica – partendo dai borghi e dai piccoli paesi:
sviluppo delle energie rinnovabili verso una economia “solare” (costruzione delle pale eoliche e relative turbine, produzione di cellule fotovoltaiche, geotermia) e transizione verso l’autonomia energetica locale.
sviluppo della mobilità dolce e sostenibile (autobus, servizi di car sharing e car pooling, biciclette)
agricoltura biologica e diffusione degli “orti sociali”
riforestazione, salvaguardia del territorio, depurazione delle acque e gestione della biodiversità
turismo verde (valorizzazione degli usi e costumi locali, spesso si parla di paesi e borghi di grande valore storico – ambientale)
piccolo commercio, progetti di microimpresa e distretti solidali (GAS, banche del tempo ecc)
gestione rifiuti, riuso e riciclo (Rifiuti Zero)
edilizia ecologica e bioarchitettura per interventi di riqualificazione, ristrutturazione e nuovi edici eco-compatibili.
nuovi mestieri come l’esperto forestale, l’ecoarchitetto; ricerca e sviluppo in campo ambientale
recupero degli antichi mestieri e dell’artigianato locale
lavori socialmente utili e servizio civile obbligatorio retribuito per i più giovani

Immaginiamo una giovane coppia che in una città moderna convive con i problemi della precarietà e del lavoro intermittente e che si vede costretta ad indebitarsi per acquistare un monoocale a 200.000 euro e far crescere i propri figli fra smog, inquinamento, servizi costosi ecc.
E poniamo quale alternativa quella di acquistare un appartamento di 80 mq con garage e cantina a 50.000 euro, con servizi per lo più gratuiti o condivisi con i vicini, aria pulita, spazi e verde dove far crescere i propri bambini, costo della vita meno cara e magari con potenzialità occupazionali maggiori ecc.
Non potrebbe partire da questa alternativa la decolonizzazione del nostro immaginario che contribuisce ad alimentare questo modello di sviluppo insostenibile a 360°?

di Stefano Romboli

dal blog "decrescita.com"

lunedì 7 marzo 2011

DFRU: Liberaci dal denaro, parte 10/30


«Il problema non è causato semplicemente dalla scarsità di risorse, ma ha radici più profonde, legate al modo di procedere del sistema economico, che dipende da un’unica variabile (il denaro) e non può integrarsi in un sistema complesso con grandissimo numero di variabili, come la Biosfera» Guido Dalla Casa [8].
Il denaro non è altro che una convenzione, una formalità. Le banconote di per sé non hanno un valore, non più della carta straccia. Nella nostra società invece il denaro è tutto, perché ogni cosa è subordinato alla disposizione di soldi. Con i soldi si può comprare tutto oggigiorno, non solo beni e servizi, si possono comprare persone, diritti, piaceri, favori, potere, si può ottenere l’impunità, l’omertà; il denaro compra addirittura i beni e diritti universali come l’acqua e la libertà. Senza soldi non si vive, siamo costretti ai margini della società, come oggetti inutili, anzi ingombranti. Le cose e le persone, come le idee, vengono valutate in base a quanti soldi possono creare, quanto mercato riescono a stimolare. Fino a che gli interessi economici controlleranno ogni campo della nostra vita, il denaro avrà potere assoluto.
Quando l’economia collasserà (a questi ritmi e con questa politica il tracollo è inevitabile, mi sembra chiaro) nessuno sarà più interessato ai soldi, perché improvvisamente perderanno tutto il loro valore, tutto di un colpo. Gli oggetti che potranno soddisfare i bisogni primari saranno gli unici ad avere un mercato, ad essere preziosi, e forse solo allora i veri valori della nostra vita ci appariranno chiari e naturali.
Liberarci dal denaro, ricercare una maggiore indipendenza dal denaro sarà la via per riacquistare i veri valori e per garantire i diritti essenziali per la dignità di ogni essere vivente. L’indipendenza dai soldi sarà l’obbiettivo che ognuno singolarmente dovrà porsi nell’ottica di un nuovo modo di vivere, di pensare la vita, di lavorare e di acquistare i beni e i servizi di cui abbiamo bisogno.
Per aumentare l’indipendenza dal denaro sarà indispensabile incrementare l’autoproduzione di beni e servizi (pane, orto, assistenza anziani e bimbi …), il volontariato (banche del tempo, servizio civile), il dono, lo scambio e il baratto, nonché riscoprire tanti metodi naturali che i nostri nonni conoscevano bene e che noi abbiamo eliminato nel nome di un mondo migliore, moderno.
La natura nella sua complessità e nella sua straordinaria bellezza ed efficienza ci mostra già le risposte a tante nostre esigenze. Tante sono le trovate e le soluzioni tecniche del tutto naturali alla nostra portata di cui dobbiamo recuperare la conoscenza e l’abitudine d’uso. Non solo, lo studio scientifico avanzato della natura, ci permette di scoprirne i segreti e i meccanismi fantastici che la governano. Piuttosto di usare la conoscenza scientifica della natura per cercare di dominarla, di modificarla e di farla nostra schiava e a nostra misura, dovremo soltanto cercare di imitarla e di imparare dalle piante e dagli animali come loro, a loro tempo, hanno potuto risolvere certe difficoltà e superarle grazie all’ingegno naturale.
La conoscenza della natura non al servizio del mercato, ma al servizio dell’uomo e della sua evoluzione. La natura è in grado di trasmetterci tanto, direi tutto. Tornare al contatto di paesaggi, piante e animali, anche semplicemente osservandoli e contemplandoli ci permetterà di entrare in sintonia con il nostro vero ambiente e di conseguenza armonizzare la nostra vita e il nostro pensiero.
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