«Un uomo è ricco in proporzione del numero di cose delle quali può fare a meno»
Henry David Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi

martedì 21 agosto 2012

Decrescita Felice e Rivoluzione Umana: download nuova versione

Versione con piccoli aggiornamenti di "Decrescita Felice e Rivoluzione Umana".
A due anni dalla stesura del saggio ripropongo il libro liberamente scaricabile in pdf al seguente link:



venerdì 10 agosto 2012

Oggi è normale, domani non lo sarà

L'evoluzione della specie



Oggi è da considerarsi “normale”, in quanto rientra tra le azioni quotidiane più diffuse e banali: prendersi un caffè dalla macchinetta in un bicchierino di plastica, addolcirlo con meno della metà dello zucchero contenuto in una bustina di carta, girarlo con palettina di plastica e gettare tutto in un cestino sempre più colmo; bere acqua delle dolomiti in bottiglie di plastica, piccole, medie, grandi e poi gettarle magari nella raccolta differenziata perché ci teniamo all’ambiente; usare l’automobile tutti i giorni indipendentemente da dove si deve andare, a fare che cosa e perché; fare code su code, ingorghi e corse frenetiche per andare su una spiaggia sempre più affollata e degradata; prenotare un volo a bassissimo costo per le Maldive che costa molto meno di un treno da Milano a Roma; lavorare dieci dodici ore in un giorno sei giorni su sette e guadagnare sempre meno; fare acquisti senza soldi e ritrovarsi debiti incolmabili per anni e anni; entrare in supermercati stracolmi di prodotti alimentari di ogni sorta e uscirne con carrelli stracarichi del superfluo; mangiare all’eccesso e poi passare il poco tempo libero dopo il lavoro in palestre sofisticate o in un parco a fare la spola cercando di consumare la nostra ingordigia; mangiare carne tutti i giorni, in ogni momento e ad ogni età; essere costretti a pagare per tutti i tipi di beni e servizi, fino ad arrivare a valutare la vita, le relazioni, la felicità in termini esclusivamente economici; credere che non esista alternativa se non quella di far crescere l’economia e che tutti i problemi che ci stanno divorando siano soltanto transitori perché la scienza e la tecnologia riusciranno sempre e comunque a risolverli; considerare la vita e gli esseri umani come delle macchine che possono essere riparate e sfruttate al massimo delle loro energie. 

Questo è del tutto “normale” oggi perché è figlio della cultura occidentale che si è consolidata in secoli di storia e violentemente si è imposta come la migliore e unica possibilità per garantire un futuro migliore all’uomo. 

Questo stesso modello è oggi in un’evidente e profonda crisi che richiederà necessariamente un nuovo modello culturale, basato su paradigmi a sostegno della vita universale e perciò in armonia con tutti gli esseri viventi. 

Perciò, è chiaro che quello che oggi è da considerarsi “normale”, domani non lo sarà più.

mercoledì 1 agosto 2012

Ikeda per la decrescita (parte due)

Daisaku Ikeda

«Oggi l’uomo non è un aviatore che piloti un aereo in un cielo azzurro e senza nubi, ma un autista al volante di una macchina che divora una strada tutta curve nel cuore di una foresta impenetrabile. Come lei giustamente osserva, per affrontare validamente le situazioni imposteci dalla vita moderna, occorre associare la prontezza decisionale a una nitida visione prospettica delle conseguenze del nostro operato proiettandole nel futuro. D’altro canto è pur vero che oggigiorno i mutamenti sopravvengono a un ritmo così frenetico, che la previsione a lungo termine è necessariamente limitata. Quando occorre procedere a decisioni tempestive, la carente lungimiranza alla quale ci vediamo condannati è suscettibile di provocare catastrofi. In effetti, tecnici e scienziati si affannano ad accelerare il passo dei mutamenti che si producono continuamente attorno a noi. Secondo me l’uomo, ossia il conducente che guida l’auto lungo la strada tutta curve, non deve accelerare ma piuttosto rallentare, adottando quantomeno una velocità che gli permetta di affrontare in tempo utile il sopravvenire di curve inaspettate. 

[…]

Non sono d’accordo che la decelerazione sia impossibile. Lei dice che dobbiamo rinunciare alla nostra eccessiva e inconsulta auto fiducia e lottare per tenere a bada i fattori incontrollati che ci spingono a gran velocità lungo una strada irta di pericoli. Ma a mio parere, nel momento stesso in cui ci scuoteremo dal nostro stato di euforia occorrerà per forza di cose rallentare il ritmo della nostra marcia, e addirittura arrestarci per guardarci attorno, per orientarci nel modo più cauto e opportuno, per stabilire la direzione ottimale che dovremo seguire in vista del futuro, dopo di che riprenderemo ad avanzare, ma nel rispetto di un’andatura ragionevolmente calcolata. Lei ha ragione di osservare che molti fattori legati al nostro andamento di marcia sono intimamente intrecciati fra loro, ma è sempre l’umanità a tenere il piede sul pedale dell’acceleratore. Pertanto spetta all’uomo, purché dotato del giudizio e dell’equilibrio necessari, ridurre la pressione del suo piede e addirittura, perché no, azionare i freni. 

[…]

Questa forma di saggezza e moderazione rientra nella sfera delle nostre possibilità, a patto di non cedere all’avidità, di aver chiara visione dei nostri reali interessi e di guardare agli altri con spirito di comprensione e solidarietà. I guidatori temerari e spericolati non sono in grado di tenere la loro sorte in pugno, mentre per contro ne sono capaci – per lo meno entro una certa dimensione – quanti danno prova di obiettivo giudizio e self-control, e pertanto sono indotti a procedere con la dovuta cautela. Tali sono le virtù promosse dalla rivoluzione umana d’ispirazione buddista, giacché permettono agli uomini di mutare il corso del loro destino. 

È questo il senso della rivoluzione umana. Si tratta di un nuovo corso, non del raggiungimento di una meta. […] Pur incorrendo in comunissimi errori, gli uomini impegnati in tale rivoluzione subiscono una decisiva trasformazione interiore. Col tempo i loro tratti distintivi acquistano evidenza. Sta di fatto, comunque, che a mio modo di vedere la rivoluzione è un viaggio senza soste, non l’arrivo a una destinazione prefissata» 

Daisaku Ikeda, “Campanello dall’allarme per il XXI secolo”

lunedì 30 luglio 2012

Quando a parlare di decrescita sono i giovani



Quando a parlare di decrescita, seppur felice, di uscire dal consumismo, di economia delle relazioni, di sobrietà, di post-industrialismo sono ultrasessantenni, magari professori universitari, magari con pensioni d’oro ho sempre una certa strana sensazione: non è fastidio, né mi sento irritato da ciò, piuttosto una sorta di subdole insoddisfazione che striscia dentro di me, come se qualcosa, dopotutto, dopo tanti bellissimi discorsi condivisibili, non quadrasse. Non per cattiveria, né per invidia o ricerca di conflitto, mi viene da pensare che parlare di decrescita dopo decenni e decenni di intossicazione, di soldi comodi, di scontata e remissiva sottomissione al sistema, forse viene un po’ troppo facile parlare di decrescita, di allontanamento da certi modi di pensare, da certi stili di vita dannosi. Ancor più in un momento così critico di crisi globale, e perciò così favorevole a una presa di posizione diversa e a un cambiamento di prospettiva radicale, in cui si acuiscono tutti i problemi economici, essere il portavoce di una falsa novella, quella della crescita eterna, si addice male a persone che con tale sistema hanno prosperato, pur non volendo, per tutta la loro vita. 

Ma quando a parlare di decrescita sono giovani, magari studenti ancora un po’ inconsapevoli, magari disoccupati con lauree ad alti voti, magari stagisti inesperti, giovani ventenni e trentenni con paghe da “terzo mondo”che hanno capito da qualche anno che il sistema non funziona più e che deve essere cambiato a partire dalle basi culturali che lo hanno generato, che hanno capito bene, perché lo sentono dentro di sé, che il cambiamento sarà profondo, non una rivoluzione verde o biologica, sarà una nuova cultura e partirà dalle singole persone, allora tutto ciò che avevo in mente prima mi si cancella in un attimo e provo una gioia rassicurante. 

Sicuramente la persona che riesce a immaginare e concretizzare un sistema diverso da quello attuale, che sia capace di armonizzare tutti gli aspetti della nostra vita e di renderla sostenibile e serena per tutti, deve ancora nascere. Ad ogni modo, quando incontro giovani, anche molto più giovani di me, che hanno interiorizzato con consapevolezza le grandi questioni che dobbiamo affrontare oggi, sento con fermezza che la fiducia tra le persone e più in generale il potere eterno della vita avrà la meglio su ogni difficoltà.

venerdì 27 luglio 2012

lunedì 16 luglio 2012

E' finita l'era dei compromessi


«Tutto questo non è sufficiente, perché il problema ecologico nasce dall’atteggiamento della cultura dominante, dal pensiero di fondo della civiltà industriale, dal suo inconscio collettivo. È un problema filosofico, molto più che un problema pratico o tecnico. Se non si modifica profondamente la visione del mondo, si ottengono solo risultati transitori, effetti di spostamento nel tempo, pur utilissimi, di problemi insolubili» Guido Dalla Casa

Un tempo si diceva, forse a ragione, "meglio morire di fumo che di fame". Da allora peró qualcosa é cambiato. Se negli anni sessanta in Italia si potevano gustare molte conquiste dello sviluppo e trarne degli evidenti vantaggi, a livello economico prima di tutto, della salute, della societá, e pure dell'ambiente in certi casi, oggi, e oramai da un bel pó di anni, abbiamo oltrepassato il limite di bilanciamento benefici/disagi e lo sviluppo é diventato soltanto una chimera, un dogma inestinguibile dalle nostre menti, un pensiero unico radicato profondamente nella coscienza sociale da renderlo il vero punto cruciale per una svolta.
Non possiamo piú permetterci di aspettare oltre, i tempi sono maturi per acquisire consapevolezza a livello individuale e collettivo, uscendo dai meccanismi mentali che ancora giustificano certe scelte assolutamente non piú saggie e rispettose. Sono finiti i compromessi per reggere il mercato saturo dell'automobile, per sostenere le grandi opere inutili e le cementificazioni esasperate e speculative. Le persone si stanno accorgendo che lo sviluppo odierno non apporta piú nessun beneficio reale alle proprie vite, che piú inseguiamo la crescita economica e piú i disagi aumentano, non solo a livello economico,ma soprattutto a livello ambientale e sociale. Il traffico urbano non ha piú ragione di esistere, il compromesso dell'auto ecologica, elettrica o ad idrogeno, il compromesso delle domeniche con traffico limitato, il compromesso dei biocombustibili non sono in grado di dare un futuro migliore. Le centrali di incenerimento, che sono alimentate a rifiuti urbani, rappresentano il compromesso ideale per la crescita illimitata dei rifiuti, per continuare ad adottare lo stesso sistema incrementando i profitti, mascherando il tutto con un alone penoso di ecosostenibilitá e favorendo l'immissione in atmosfera di particelle ultrafini altamente pericolose. Lo sviluppo sostenibile e la green economy sono gli esempi piú celebri e accettati dei compromessi che il sistema ha creato per resistere al cambiamento.
L'unico modo che abbiamo per uscire da tutti questi compromessi é fare un salto in avanti molto piú ampio, guardando al futuro con una visione rinnovata e profonda. Ció significa abbandonare i paradigmi culturali dominanti, riformare lo spirito umano e indirizzare le nostre scelte nella direzione della nostra evoluzione (né progresso, né sviluppo) e non del nostro declino.

venerdì 13 luglio 2012

Happy Degrowth and Human Revolution - a presentation


Presentazione in inglese di Decrescita Felice e Rivoluzione Umana.
Prima presentazione tenuta all'universitá Pazmany di Piliscsaba (Ungheria) all'interno della Summer University "Cross the Ecopath in Central Europe" http://aegee-piliscsaba.hu/

Presentation of "Happy Degrowth and Human Revolution"at Pazmany University  (Hungary) during the Summer University organized by AEGEE-Piliscsaba. At the event were present students from several european countries: Spain, Ukraine, Hungary, Poland, Germany, Romania, Turkey, Finland, Czech Republic, Netherlands, Russia.