«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 25 gennaio 2016

La forza della verità nella profezia di Tiziano Terzani



L’alternativa all’odio di Oriana Fallaci

“Il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali”

Tiziano Terzani


Il libro di Gloria Germani, Tiziano Terzani: la forza della verità mette in luce la pozione totalmente originale di Terzani rispetto al pensiero unico. La sua capacità di smascherare i limiti e le contraddizioni dell’Occidente è oggi ( a 13 anni di distanza) più attuale che mai ed anticipa l’acuminata critica di Chomskhy alla fabbrica del consenso occidentale.

“Dopo gli attentati di Parigi, tutti dicono che aveva ragione Oriana Fallaci, ma io credo che mai come adesso, ad avere ragione era invece Tiziano Terzani – afferma Germani - Terzani aveva previsto l’acuirsi del terrorismo, credeva che l’11 settembre 2001 costituisse una buona occasione per un profondo esame di coscienza e per un grande ripensamento della nostra civiltà occidentale”.(Corriere della Sera).

Il nocciolo della posizione di Terzani, è forse riconducibile alla domanda: “E’ possibile rimanere fuori da un sistema che cerca di fare di tutto il mondo un mercato, di tutti gli uomini dei consumatori, a cui vendere prima gli stessi desideri e poi gli stessi prodotti”? La voce di Terzani si leva più potente che mai contro le logiche economichee di dominio che ci stanno portando sul Baratro della III Guerra Mondiale.

1. 14 anni fa Oriana Fallaci lanciò la sua campagna di odio contro i mussulmani che invadono l’Occidente. In questi lunghi anni, l’Occidente non ha fatto che seguire la sua guerra di vendetta bombardando Afganistan, Iraq, Libano, Libia, Siria e il problema del terrorismo non è affatto risolto, ma esponenzialmente ingigantito.

2. All’ opposto, Terzani vide nell’ 11 settembre 2001 l’ occasione per “ fare un esame di coscienza, accettare le nostre responsabilità di uomini occidentali e fare finalmente un salto di qualità nella nostra concezione della vita”. Era una buona occasione per “ ripensare tutto: i rapporti tra Stati, tra religioni, i rapporti con la natura, i rapporti stessi tra uomo e uomo .”

3. Non possiamo capire il mondo guardandolo solo dalla nostra parte – questa è la legge fondamentale che oggi continuamente dimentichiamo. Come dimentichiamo che dalla II guerra Mondiale, la guerra non è più quella cavalleresca combattuta ad armi pari. Non potendo colpire i piloti che sganciano bombe da altezze irraggiungibili, la reazione diventa spesso quella di colpire i civili.

4. Se non fosse stata accecata dalla rabbia, La Fallaci e insieme il giornalismo occidentale – avrebbero visto negli attentati del 2001 contro l’Organizzazione del Commercio Mondiale, come reazione alla lunghissima serie di azioni e di bombardamenti occulti operati principalmente dalla Cia , tesi a mettere sotto il controllo americano i paesi ricchi di petrolio. Di più: il WTO, inventato nel 1994, aveva tolto ogni barriera al commercio transcontinentale a scapito della economie locali- ecologicamente e umanamente sostenibili.

5. Terzani indica una verità ancora più profonda: «Anni di sfrenato materialismo hanno ridotto e marginalizzato il ruolo della morale nel vita della gente, facendo di valori come il denaro, il successo e il tornaconto personale il solo metro di giudizio”. Similmente, Papa Francesco ha indicato il pensiero economico- tecnocratico dominante come responsabile della enorme crisi climatica ma anche dell’atteggiamento predatorio dell’uomo moderno, sia nei confronti della natura, che dei suoi simili (Laudato Sii) .

6. Terzani è stato un precursore. La sua critica radicale della nostra maniera di pensare (e quindi di agire ) è stata seguita e confermata da : 1. l’ enorme crisi ambientale e il riscaldamento globale 2. La crisi economico –finanziaria scoppiata nel 2008 3. Una grande crisi esistenziale dell’occidente e la perdita di ogni valore .

7. Oggi studi inconfutabili confermano che il riscaldamento climatico è causato dal 50 anni di industrializzazione estesa, prodotta dai combustibili fossili. Inoltre se tutto il globo avesse gli stessi livelli di consumo degli americani, ci sarebbe bisogno di 6 pianeti e non di 1 solo come di fatto abbiamo ( Ecological foot Print, IPCC). Pertanto - come Terzani ci ammonica - il nostro sistema di vita - consumista, democratico e capitalista -, contrariamente a quanto ci viene sbandierato, non è esportabile.

8. Oggi si comincia ad afferrare che quello della Crescita è un mito. “ Una crescita infinta – dei profitti, dei consumi e dei rifiuti- è impossibile in un pianeta finito”; Come ribatte Serge Latouche:“ il libero mercato altro non è altro che la libera volpe nel libero pollaio!”

9. Così pure l’Idea di Progresso e di Evoluzione. Certo, ripete Terzani, veniamo dalle scimmie, però non c’è nessun tempo lineare che punta dritto verso la perfezione .

10. la Globalizzazione non è il risultato dell’Evoluzione. Piuttosto è il frutto della tecnologia e dell’industria che - per poter vendere gli stessi prodotti –deve vendere prima gli stessi desideri. Cos’altro sono I mass media se non la fabbrica dei desiderii artificiali?

11. La Fallaci si è chiusa nell’orgoglio di una civiltà che sta disattendendo sempre di più tutte le promesse, in particolar modo quelle di benessere sociale. Al contrario Terzani si domandava con preveggenza nel 2003« Perché, c’è da riflettere: cos’è questa civiltà moderna? e rispondeva: ”È la ragione diventa matta, che è diventata matta per colpa dell’economia. L’economia è diventata il criterio principale di tutto; non ci sono altri valori.” E ci incitava: dobbiamo rimettere l’economia dietro all’etica!

12. Un unico filo lega la guida spirituale, il saggio che ha incarnato il meglio di Oriente e Occidente, al Terzani che ha esplorato tutte le filosofie di vita del nostro tempo: dal Comunismo al Capitalismo. Il suo punto di arrivo – Gandhi, il ritorno alla semplicità, alle economie locali e biologiche – è un alternativa potente alle Guerre attuali e al pensiero unico dominante.

13. La posizione di Terzani -così fuori dal coro - contiene una visione ricca di frutti per il futuro. La nostra maniera moderna di vedere le cose separate l’una dall’altra: l’economia dall’ecologia, la chimica, la sociologia, la medicina, l’agricoltura industriale, la geologia, la psicologia e il consumismo, ha le sue radici nel pensiero settecentesco newtoniano-cartesiano. Un pensiero materialista, meccanicista, che misura la realtà solo in termini di numeri. Ha portato grandi novità tecnologiche ma anche conseguenze devastanti!

14. Ma la vita non è matematica! Questa scienza non è neutrale e la tecnologia è il cavallo di Troia per l’occidentalizzazione del Mondo! (Pannikar e Terzani) Da Einstein in poi, abbiamo iniziato a capire che non esiste la materia, che tempo e spazio non sono contenitori vuoti, che non esiste nessun oggetto in sé, e neppure un individuo indipendente e separato. Tutto è energia e interconnessione così come da tempo immemore ci hanno insegnato buddismo, taoismo,’induismo e le tradizioni mistiche occidentali. Fisica quantistica, fisica subatomica, Entaglement confutano il paradigma della scienza settecentesca sui cui sono fondate le nostre società oggi in crisi, sotto innumerevoli aspetti.

15. Per questo Terzani – il giornalista – saggio ci esortava nel 2002: Fermiamoci!! Si tratta di non continuare inconsciamente nella direzione in cui siamo. Perché questa direzione è folle! Dobbiamo abbracciare il pensiero che tutto è Uno e trovare una dimensione collettiva e sociale più in sintonia con la natura. E dunque Buon viaggio! Perché l’universo è meraviglioso ed l’uomo ha un grande avvenire a cui lavorare.

lunedì 18 gennaio 2016

La cicala e la formica: una versione del terzo millennio




Chiedo scusa alla favola antica
se non mi piace l'avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala.

Gianni Rodari


Una piccola cicala aveva appena fatto la sua muta, non con poche difficoltà, e già stava volteggiando per aria. Aveva tanto atteso quel momento ed era felice di esservi finalmente giunta. 
Adesso si esibiva in piroette e volteggi, libera, felice, eccitata. Era una calda estate e il sole brillava alto in un cielo azzurro e limpido. La cicala allegra e un po’ stanca si posò su di un ramo e iniziò a cantare, liberando tutta la sua energia in un fragoroso suono. 
Sotto di lei una lunga fila di formiche lavorava senza sosta, trasportando per metri e metri una gran quantità di semi e chicchi di grano. 
“La smetti di gracchiare in quel modo!!” protestò una formica gridando “ci stai disturbando, noi stiamo lavorando!” 
“Scusate, non credevo di dare fastidio” disse con sorpresa la cicala “ perché non venite anche voi qua al sole e vi riposate un po’? possiamo cantare insieme” 
“Cantare??” disse la formica che intanto si era staccata dalla fila “non abbiamo tempo per cantare noi, dobbiamo lavorare, altrimenti non sopravvivremo all’inverno” 
“Ma avete tempo per lavorare, non potete fare neanche una breve sosta?” 
“Sei matto? Se cominciamo a fermarci, nessuno vorrà più riprendere a lavorare e sarà la fine per noi tutte. Te piuttosto, perché non lavori mai e sei sempre a cantare al sole?” 
“Non ho bisogno di lavorare, almeno non più di qualche ora al giorno. Riesco a trovare cibo a sufficienza senza dover lavorare troppo. E poi si sta così bene al sole adesso” 
“Bello sì, ma come farai a sopravvivere all’inverno? In inverno non troverai cibo tanto facilmente” 
“Sì, è vero, ma morirò prima dell’inverno” disse la cicala mantenendo la sua allegrezza. 
“Morirai?! Come fai a saperlo con certezza? E perché lo dici con tanta allegria?” fece la formica assolutamente scossa. 
“Noi cicale viviamo la maggior parte della nostra vita sotto terra, al caldo e al sicuro. Ma dopo anni e anni emergiamo dalla terra e cambiamo muta” 
“Muta? Cioè?” 
“Ci trasformiamo, cambiamo la nostra corazza, mutiamo d’aspetto. Ci evolviamo in vere e proprie cicale, come tu mi vedi adesso, con le ali per volare e cantare” 
“Ah, sì? Non lo sapevo” disse la formica con vivo interesse. 
Nel frattempo la formichina non si era accorta di aver trascurato così a lungo il suo lavoro, e che le altre formiche, che sgobbavano con fatica portando grossi pesi, si stavano insospettendo della sua pausa non prevista e cominciavano a guardarla con rabbia e rancore. 
“Ehi tu! Che ne dici di riprendere a lavorare, eh! Noi non fatichiamo per te!” protestò qualcuno dalla fila. Ma la formichina era adesso completamente assorta nell’ascoltare la cicala. 
“Quando stiamo sotto terra non siamo così belle ed eleganti, perciò aspettiamo tanto, per poi cantare al sole e innamorarci alla follia” 
“Innamorarci?” 
“Sì, certo!” disse la cicala “noi cantiamo per il piacere di cantare, ma anche perché ci innamoriamo e così celebriamo il nostro amore con un’altra cicala” 
“Davvero?” si sorprese la formica “io avevo sempre pensato che voi cantavate solo per disturbare gli altri, solo per un vostro dispetto impertinente” 
“No no, ci mancherebbe altro. Ma voi formiche non cantate quando siete innamorate?” 
“Eh, non proprio direi. Nessuno di noi ha il tempo né la testa per mettersi a cantare o a pensare a cose tanto frivole come il cantare” 
“E come fate ad innamorarvi senza cantare?” 
“Bé, noi ci innamoriamo … non so, direi che dipende dalla riserva di cibo che abbiamo accantonato. Se è sufficientemente grande allora faremo una famiglia, altrimenti nessuno ci vorrà e resteremo sole per tutta la vita” 
“Davvero? Per tutta la vita? Per questo dovete lavorare tanto?” 
“Eh sì. Per questo … ma non solo per questo” 
“E per cosa?” 
“Per avere tempo libero quando saremo vecchie e dovremo riposarci, perché noi non moriamo come te prima che arrivi l’inverno, possiamo sopravvivere anche fino all’inverno successivo. Soprattutto quelli che hanno accumulato grandi scorte possono sopravvivere di più” 
“Capisco. Perciò chi non ha grosse scorte non si potrà innamorare e non potrà neanche sopravvivere all’inverno” 
“Esatto. Per questo siamo così indaffarate, capisci?” 
“Capisco, sì. Soltanto non mi è chiaro come sia possibile che dobbiate lavorare così tanto, perché abbiate bisogno di così tante scorte. Non è sufficiente lavorare qualche ora al giorno ed avere scorte soddisfacenti per il resto dell’anno, per fare famiglia e per la vecchiaia?” 
“Mmh, no. Non credo proprio. Almeno, in linea teorica forse sì, ma …” 
“Che significa in linea teorica??” 
“Perché quello della raccolta dei semi non è l’unico lavoro che facciamo. In più dobbiamo lavorare sodo per espandere il formicaio. Siamo in continua crescita, e poi le formiche che hanno più semi hanno bisogno di sempre più spazio per immagazzinarlo” 
“Continua crescita? Vuoi dire che la vostra crescita non finisce mai?” 
“No, non finisce mai. Perché siamo sempre di più e molte formiche hanno la mania di costruire magazzini per semi sempre più grandi, per accumulare sempre più semi” 
“Ma a cosa servono questi semi? Pensavo che servissero per mangiare” 
“Sì, ma non solo. Tutto nel formicaio è deciso in base ai semi che uno ha e che riesce ad accumulare: chi ha più semi ha diritto a prendere le decisioni importanti e a utilizzare gli altri per i propri scopi”
 “Utilizzare gli altri?” 
“Sì, vedi le formiche con più semi pagano altre formiche più sfortunate perché lavorino per loro, così accumulano ancora più semi, capisci?” disse infine la formica vedendo la cicala perplessa. 
“Capisco, sì. Ma non ne vedo il senso. In questo modo alcune formiche avranno sempre più semi mentre altre sempre meno” 
“Ma da voi cicale non è così che funziona?” 
“Non direi. Noi non accumuliamo niente se non lo stretto indispensabile per pochi giorni. Viviamo di quello che ci offre la terra e gli alberi. E se qualcuno è in difficoltà lo aiutiamo come possiamo. Nessuno è costretto a lavorare tutti i giorni per tutta la sua vita” 
“Davvero?” disse la formica sempre più curiosa delle parole della cicala “e funziona?” 
“Sì, direi di sì. Ha sempre funzionato così da noi, e nessuno ha mai pensato di cambiare” 
“E cosa fate invece di lavorare?” 
“Cosa facciamo?” si chiese la cicala stupita della domanda 
“Tante cose, viviamo. Camminiamo, esploriamo, parliamo con altri animali, voliamo, mangiamo, cantiamo e ci innamoriamo perdutamente” 
“Sembra davvero una bellissima vita la vostra” fece la formica, pensierosa 
“Direi di sì” 
“Ma dicevi che morirai prima dell’inverno, perché mai dovresti?” 
“Perché è nella nostra natura. Viviamo nel sottosuolo, cresciamo, ci facciamo forti e robuste, poi emergiamo dalla terra e ci trasformiamo in bellissime cicale dalle lunghe ali. Cantiamo e ci innamoriamo alla luce del sole estivo. Cantiamo e facciamo l’amore per tutta l’estate e poi subito prima che giunga l’inverno, lasciamo al mondo i nostri piccoli e moriamo in pace, felici” 
La formichina era completamente assorta e assorbita da ogni parola della cicala. D’un tratto un gruppetto di formiche si avvicinò ai due con fare minaccioso. Una delle formiche più grandi, che pareva essere il capo, disse con tono severo e rigido: 
“Ehi tu! Cosa credi di fare? Pensi poter riposare quando vuoi?” 
“No signore. Stavo solo parlando … “ 
“Lo vedo” lo interruppe perentorio il capo formica “simpatizzi con quelle scansafatiche, inette, lavative delle cicale. Forse sei come loro anche tu?” 
“Bé, veramente loro non sono esattamente come dice lei …” 
“Cosa?” tuonò il capo formica “Osi contraddirmi? Vuoi dire che le cicale non sono pigre, scansafatiche, delle buone a nulla?” 
“Io … “ la povera formica si guardò attorno titubante, si soffermò sugli occhi della cicala, che sorrideva, di un sorriso sottile ma radioso. 
“Ebbene” disse il capo formica con ancora più vigore nella sua voce “vorresti dirmi?” 
“Niente” disse la formichina abbassando la testa. 
“Bene, allora torna subito in fila a lavorare con le altre, e niente più soste o scambi di opinione con questi esseri sottosviluppati” 
La formichina stava riprendendo il suo carico di semi per riunirsi alla fila, quando un bagliore attraversò i suoi occhi e la sua bocca si allargò in un bellissimo sorriso. Aveva deciso. Lasciò andare il suo carico di semi, si arrampicò svelta lungo il tronco dell’albero e raggiunse la cicala sul ramo. Subito il capo formica gridò: 
“Fai un altro passo e sarai esiliata per sempre dal formicaio, morirai di fame e di stenti in men che non si dica” 
Intanto tutte le altre formiche, che lì vicino stavano lavorando in fila, si voltarono ad osservare quella scena bizzarra. La formica si avvicinò alla cicala e l’abbracciò con calore. 
“Grazie cicala” 
“E di cosa?” 
“Grazie per avermi aperto gli occhi sulla nostra situazione, da oggi cambierò il mio modo di vivere. Penserò a vivere e non ad accumulare cose che non mi serviranno” 
“Ma ti cacceranno dal formicaio, non potrai più tornarci, come farai?” 
“Non so. Troverò la mia strada e le cose forse un giorno saranno diverse per tutte le formiche” 
E si abbracciarono nel caos generale. Il capo formica quel giorno dovette urlare e usare minacce per far tornare a lavorare tutte le altre formiche. 
Da quel giorno formica e cicale divennero vere amiche. E quella amicizia fu l’alba di una nuova vita per tutte le formiche del formicaio. Col tempo abbandonarono una vita dedicata al lavoro e all’accumulo di oggetti, per vivere pienamente le loro vite in serenità e leggerezza. 


fonte foto: pixarbay

lunedì 4 gennaio 2016

Tolstoj per la decrescita



«Il progresso è complessivamente, per tutta l'umanità, un fatto non dimostrato e per tutti i popoli orientali inesistente; il dire perciò che il progresso è una legge dell'umanità è privo di fondamento quanto dire che tutti sono biondi ad eccezione di quelli con i capelli neri»

Lev Tolstoj

Tra i più eccelsi precursori della decrescita come non ricordare il grande romanziere russo Lev Tolstoj. Molto conosciuti i suoi romanzi, molto meno i suoi saggi, anche se, nella sua produzione letteraria, per quantità sono prevalenti. La critica di Tolstoj alla modernità, che in quegli anni sopravviene come un miraggio inevitabile, è netta e lungimirante. Tolstoj già vede nell'avanzare incontrastato del progresso tecnologico una minaccia nascosta, che pochissimi, soprattutto in quell'epoca, hanno saputo cogliere con la sua perspicacia. Non a caso un altro dei grandi precursori della decrescita, Gandhi, era stato suo estimatore.
Nelle sue riflessioni Tolstoj evince che il progresso non è altro che un mito destinato a crollare illusoriamente, ma non senza aver fatto le sue vittime. Il progresso è secondo Tolstoj un ingegnoso espediente utilizzato a vantaggio di una piccola cerchia di potenti: proprio come la religione era stata usata per tenere la popolazione sotto il loro giogo, adesso il progresso viene ad essere uno strumento di sottomissione innovativo.

«Nella questione del progresso la mia posizione si conferma e ne derivo che il progresso più è vantaggioso per la "buona società", meno lo è per il popolo. A conferma del mio pensiero, involontariamente mi si presenta alla mente il parallelo tra credenti nel progresso e credenti cattolici. Il clero credeva sinceramente e con particolare sincerità, perché questa fede gli era di vantaggio; per lo stesso motivo la inculcava con tutti i mezzi nel popolo che ci credeva di meno perché gli era meno vantaggiosa. Lo stesso accade con i credenti nel progresso.
I credenti nel progresso credono sinceramente perché tal fede gli è conveniente e per questo la diffondono in maniera esasperata e con accanimento. Mi viene istintivamente in mente la guerra in Cina, con la quale tre grandi potenze del tutto sinceramente e ingenuamente hanno portato in quel paese la fede nel progresso, servendosi di polvere da sparo e pallottole. Forse mi sbaglio?»

Tolstoj riconosce che soltanto la cultura occidentale ha adottato la fede nel progresso come sua nuova religione, nessun altra cultura l'ha mai fatto, e probabilmente l'avrebbe mai fatto se non fosse stata obbligata con le armi e i cannoni.
«Il progresso è probabilmente una legge svelata solo ai popoli europei, ma così importante da dover assoggettare ad essa tutta l'umanità».
È proprio in quegli anni, negli anni sessanta dell'Ottocento, che Cina e Giappone vengono costretti con la forza delle armi occidentali ad aprire i loro confini al commercio internazionale, al mito del progresso e della crescita eterna. Dopo che gli altri continenti, tutto il continente americano e quello australiano, erano già stati colonizzati e occidentalizzati, sterminando letteralmente le popolazioni indigene. Su questa prepotenza e ingiustizia Tolstoj ritorna più volte nei suoi scritti: «Sappiamo anche che la Cina, con i suoi duecento milioni di abitanti, smentisce tutta la nostra teoria del progresso e noi, neanche per un attimo, dubitiamo che il progresso sia legge comune a tutta l'umanità e che noi, fedeli del progresso, siamo nel giusto e che i non credenti in esso siano colpevoli, e per questo andiamo dai cinesi con cannoni e fucili ad inculcargli l'idea di progresso».
Certo a pensare alla Cina di oggi non si direbbe che possa smentire la "fede nel progresso", tutt'altro: la Cina oggi rappresenta il nuovo e più avanzato altare al progresso e alla crescita eterna. Questo ovviamente è potuto avvenire soltanto dopo un minuzioso lavoro di estirpamento culturale effettuato da Mao e dalla sua rivoluzione, per accelerare i tempi di occidentalizzazione di una delle culture più antiche e perciò più distanti, o meglio più "arretrate", rispetto alla civiltà moderna occidentale.
La critica di Tolstoj infatti, da buon precursore della decrescita e pensatore ben oltre il suo tempo, non risparmia neanche il socialismo emergente in Europa. Tolstoj intuisce già allora, agli albori dell’industrializzazione del pianeta e delle lotte di classe, che il socialismo altro non è che una visione alternativa della stessa cultura del progresso e della crescita eterna, semplicemente un modo per vedere la questione da un diverso punto di vista, ma che è incapace, proprio per come si pone rispetto al tema cruciale del progresso tecnico ed economico, di risolvere alla radice le falle che il sistema stava già creando e che non potrà mai rappresentare una reale alternativa.
Oggi dopo tutto il Novecento, dopo due guerre mondiali, una guerra fredda, la caduta del sistema sovietico, la globalizzazione imperante, e la trasformazione capitalistica della rossa Cina, possiamo affermare con discreta certezza che Tolstoj ci aveva visto lontano, lontano più di un secolo.
I riferimenti di Tolstoj sono relativi principalmente alle questioni sociali, meno a quelle ecologiche per ovvie ragioni storiche, tuttavia i suoi valori della nonviolenza, che lo condurranno al vegetarianismo, e della sobrietà nello stile di vita che adotterà fanno dello scrittore un emblema della nuova ecologia, un'ecologia profonda.
«Voglio solamente dimostrare che, per arrivare a condurre una vita morale, è indispensabile acquistare progressivamente le qualità necessarie, e che tra tutte le virtù, quella che bisogna possedere prima delle altre è la sobrietà, la volontà di dominare le proprie passioni».
Sul tema della tecnologia e dei suoi effetti sulla vita umana, tema mai come oggi attuale e rilevante, Tolstoj si esprime ancora in modo lucido e preciso: «Solo se si comprenderà che non dobbiamo sacrificare la vita dei nostri fratelli per il nostro tornaconto sarà possibile applicare i miglioramenti tecnici senza distruggere vite umane» e l’ecosistema terrestre, aggiungerei. La tecnologia perciò è vista in una cornice etica prima ancora che strettamente tecnica e utilitaristica: perché se essa è al servizio di un sistema che ha al centro l’interesse individuale, di per sé limitato, apporterà gravi danni che supereranno di gran lunga i suoi sempre più sterili benefici.
Per quanto riguarda invece il lavoro nell’era dell’industrializzazione, interessante è la sua critica alla suddivisione del lavoro, che oggi è sfociata in una iper-specializzazione, che tende, oltre che a incasellare le persone in ruoli sociali ben definiti, ad alienare l’essere umano dalla stessa gioia di vivere la vita nelle sue differenti declinazioni: le attività manuali, le attività intellettuali, le attività spirituali, da ognuna delle quali l’uomo trae beneficio e gioia, dal loro mutuo equilibrio più che dalla qualità di prestazione settoriale che è capace di sviluppare nell’arco della sua vita.
«Mi è sembrato che meglio di tutto sarebbe alternare le occupazioni della giornata in modo da esercitare tutte e quattro le capacità dell'uomo e da prodursi da soli tutti e quattro i tipi di beni che utilizziamo, cosicché una parte del giorno - la prima - sia dedicata al lavoro pesante, la seconda a quello intellettuale, la terza a quello artigianale e la quarta ai rapporti con gli altri.
Mi è sembrato che solo allora sarebbe distrutta quella falsa divisione del lavoro che esiste nella nostra società e verrebbe instaurata quella giusta divisione del lavoro che non distrugge la felicità dell'uomo».
Perciò la libertà di vivere si slega dalla univoca dipendenza salariale, di un lavoro imposto dalla società e dall’economia, e la persona riconquista la sua dignità e la sua capacità di esprimersi attraverso una vita ripensata su ritmi allentati e attività diversificate e comunque fruttuose, avendo la possibilità di dedicarsi maggiormente alle attività che più lo appassionano: «Un uomo che abbia riconosciuta la propria vocazione al lavoro tenderà naturalmente a questa varietà di lavoro che gli è propria per soddisfare le sue necessità esteriori e interiori, e modificherà questo stato di cose solo se sentirà in sé la vocazione irresistibile per un certo lavoro esclusivo, di cui gli faranno richiesta».
Dalle parole di Tolstoj si evidenzia perciò, già nella seconda metà dell’Ottocento, la formazione di una linea culturale che si appresta a dominare il pianeta, la fede cieca nel progresso, che a sua volta nasce dalla fede nella scienza, nata nei secoli precedenti, e che scardina qualsiasi questione morale dall’ambito economico, e alla quale non riesce a contrapporsi alcun altra linea o corrente alternativa, se non piccoli spunti isolati, quali quelli di Tolstoj e pochi altri.

«A questo indubbio stato delle cose i credenti nel progresso e nello sviluppo storico aggiungono un altro elemento non dimostrabile e cioè che l'umanità nelle epoche precedenti abbia goduto di meno benessere e che questo sia sempre minore più ci si inoltri nel passato e, viceversa, sempre maggiore quanto più si vada avanti. Da ciò ne deriva che per un agire fruttuoso occorra agire soltanto in rapporto alle condizioni storiche e che ogni azione, secondo la legge del progresso, conduca di per sé ad un miglioramento del benessere comune e che quindi tutti i tentativi di fermare o contrastare il movimento della storia siano inutili. Tale conclusione è illegittima perché il secondo elemento, quello sul continuo migliorarsi dell'umanità sulla strada del progresso, non è per nulla dimostrato e risulta ingiusto»

Oggi però le cose sembrano cambiare, volenti o nolenti, pare proprio che i limiti del pianeta e della nostra tecnologia ci faranno comprendere, o quanto meno ci mostreranno, che il nostro sistema non può più perdurare, che su molti punti ci siamo sbagliati, che la vita è meravigliosa e non è controllabile e circoscrivibile scientificamente, che la bellezza e la gioia della vita non sono dove le avevamo cercate sino ad ora e che forse un mondo migliore è possibile veramente e che dipende da noi, da noi soltanto e da nient’altro.


Le citazioni sono estratte da:

Lev Tolstoj - La religione del progresso e i falsi miti dell'istruzione - Pungitopo editrice


Renaud Garcia - Tolstoj, contro il fantasma di onnipotenza - Jaca book
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