«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 27 luglio 2015

Il pianeta Terra ai tempi di Kosen rufu - parte 11/13


Progetto Crono.

Giorno cinque.

Stasera siamo andati tutti insieme, Nicholas, i suoi figli più piccoli e altri amici, in un grande prato poco distante a vedere le stelle. 

Le poche e tenui luci della città e l’assenza di inquinamento atmosferico rendono il cielo notturno cristallino, nitido come un vetro ben pulito, perfetto. Sembra quasi che lo si possa toccare, alzando un braccio verso l’alto. 

Le persone si raccolgono in gruppo e cominciano a recitare un mantra, poi cantano, o così pare a me. Cantano con voci vibranti di passione. Nella penombra riesco a vedere comunque l’emozione nei loro volti. Anche io mi emoziono. Non capisco affatto quello che stanno facendo, ma ne rimango travolto. C’è un’energia positiva, un benessere che si respira, di cui tutto l’ambiente è contaminato.

Finito il canto, accendiamo delle candele e cominciamo a fare dei giochi. Tutti si divertono, ridendo e scherzando. Alcuni ragazzi più giovani si allontanano nell’oscurità in gruppo. 

Sembra che non ci siano mai state altre notti prima di questa. Sento che non ci può essere armonia più vasta.



Progetto Crono.

Giorno sei. 

Oggi ho chiesto a Nicholas se può farmi vedere le “fabbriche” dove costruiscono tutto quello di cui hanno bisogno, dai vestiti ai materiali più disparati. 

Domani dovrò rientrare e penso di poter raccogliere ancora delle informazioni utili. In realtà il messaggio che porterò sarà un semplice ma vero messaggio di speranza e determinazione. Adesso sappiamo che possiamo davvero cambiare il mondo. Io sono testimone di questa speranza. 

Iniziamo col visitare il primo laboratorio artigianale.

«Qua costruiscono piatti, vasi, recipienti, ogni cosa in ceramica e terracotta» dice Nicholas mentre entriamo. 

Mi stupisco nel constatare che si tratta semplicemente di botteghe artigiane, come esistevano in passato, dove un maestro insegna e molti apprendisti “accolgono l’arte del fare” come mi dice Nicholas. Se non fosse per qualche accortezza in più dal punto di vista ecologico, direi che si tratta di attività del tutto conosciute, niente di eccezionale, nessuna scoperta scientifica sensazionale o tecnologia avanzata. 

Lo stesso vale per il maglificio e il tessificio dove si producono vestiti e tessuti. Poi passiamo allo strumentificio dove si creano differenti tipi di strumenti, dai coltelli alle zappe, dai secchi alle forbici. Poi in un mobilificio, un calzaturificio e un erbaiolo dove si raccolgono erbe e si creano composti per ogni tipo di disturbo o per diete specifiche. 

«E per i materiali da costruzione come fate? Cemento, acciaio … »

«Tutti gli edifici sono fatti in terra e paglia, e con legno per le strutture più problematiche»

«Quindi non esistono industrie di nessun genere?»

«Qui a Gardenia no, in alcune macroregioni ci sono delle industrie ma sono più che altro dei laboratori tecnologici o chimici dove si creano elementi elettronici oppure composti chimici e dove tutti i materiali impiegati vengono riutilizzati al cento per cento»

Non avrei mai pensato che fosse stato possibile un mondo senza automobili, senza industrie, senza denaro. E tuttora che ci sto vivendo, mi pare ancora impossibile. 

Mentre mi avvio alla fine del mio viaggio nel futuro mi rendo sempre più conto che non esiste nessuna scoperta sensazionale, nessuna tecnologia o innovazione avanzata che potrà risolvere ogni problema. Piuttosto sarà un ripensamento totale della nostra vita e della nostra visione delle cose. 

Sorrido a Nicholas che mi guarda con curiosità, accorgendosi della mia espressione di stupore e incredulità. 


Nel pomeriggio decido di fare una passeggiata tra gli alberi, lungo il fiume. Per riflettere e pensare ancora a cosa posso raccogliere prima del mio ritorno. Mancano poco più di ventiquattro ore. Mi devo preparare. Non ho tempo da perdere. 

Lungo la sponda del fiume, all’ombra di un salice, siede una donna. Porta un fiore azzurro sul vestito e mi guarda con intensità struggente. 

Mi ricordo l’episodio di Faust. Il fiore azzurro indica il proprio desiderio di conoscere persone, di entrare in relazione affettiva con qualcuno. Il solo pensiero mi imbarazza e mi emoziona. Sto per passare oltre e far finta di niente. 

Decido poi, senza vera cognizione, di avvicinarmi alla donna e di rivolgerle un saluto spontaneo. Senza malizie. Lei sorride, e cominciamo a parlare. Mi invita a sedermi accanto a lei. 

Si chiama Creta e ha occhi verdi, di fata. 

C’è un’attrazione, un’elettricità tra di noi, qualcosa che non posso descrivere. Siamo due tipi diversi, anche se non ci conosciamo, questo è evidente. La mia formazione militare e la mia dedizione all’ordine e alle regole non hanno niente a che fare con i suoi sguardi e suoi sorrisi, liberi, espressivi, genuini. 

L’attrazione che provo per Creta non è soltanto fisica, è un affetto, una tenerezza che neanche credevo di possedere. Lei è stata capace in pochi istanti di svelarmi infiniti sentimenti, nascosti. 

Ce ne andiamo per una passeggiata, poi ci fermiamo a casa sua e lì mi invita ad entrare per bere qualcosa insieme e continuare la nostra conversazione. 

Il suono della sua voce è la melodia più dolce che abbia mai sentito. Il suo volto l’espressione di gioia più pura che abbiamo mai visto. Il suo solo contatto il brivido più potente che mi abbia mai colpito. 

Facciamo l’amore per ore. Non so quante. 

Sappiamo pochissimo l’uno dell’altro, ma ci intendiamo alla perfezione. Ciò mi stupisce, e mi rasserena profondamente. Faccio il miglior sesso della mia vita, in una maniera così intensa e così semplice che mi sembra di aver perso oggi la mia verginità. 

Ci salutiamo con baci e carezze. Io le dico che devo partire. Lei mi dice semplicemente che avrebbe piacere di ricontrarmi presto. Non aggiungo altro, non le spiego altro, ci lasciamo come degli amanti sicuri di un loro prossimo incontro d’amore. 

Tornando verso casa di Nicholas per la cena, mi sento come un neonato al suo primo vagito.

Domani è il mio ultimo giorno a Gardenia. Il mio ultimo giorno nell’anno duemilasettanta.

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