«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

giovedì 27 febbraio 2014

La felicità al centro di tutto - Tsunesaburo Makiguchi

fonte foto: Morguefile
«La maggior parte degli insegnanti, attenti soltanto alle esigenze degli adulti, sono soliti imbottire i propri studenti di nozioni che hanno ben poco a che fare con la vita quotidiana. Non c’è tanto da meravigliarsi, dunque, se i bambini mostrano un così scarso interesse per lo studio, e se manifestano molto spesso difficoltà di apprendimento. L’incapacità dell’organismo di un bambino piccolo di metabolizzare più di quanto sia in grado di digerire, mostra con estrema evidenza gli effetti dannosi di un’alimentazione forzata. L’eccessiva quantità di cibo non assimilata, passando attraverso l’organismo del bambino, viene sprecata o, peggio, depositata nell’apparato digerente, dove andrà incontro a un lento processo di putrefazione che intossicherà l’intero organismo. Sfortunatamente, invece, gli effetti dell’intossicazione psicologica dei bambini, causata dall’apprendimento forzato di un gran numero di nozioni, peraltro incomprensibili, non sono immediatamente visibili e passano così inosservati. La situazione è seria. Ma quando cerchiamo di risalire alle cause scatenanti, ci imbattiamo in un autentico paradosso: insegnanti e genitori, che si reputano individui che provvedono al futuro benessere dei bambini, in realtà li rendono infelici durante il periodo della crescita. Questo tipo di considerazioni mi hanno condotto a concludere che il fine dell’educazione è quello di rendere i bambini capaci di diventare individui responsabili e “positivi”, in grado di contribuire alla felicità della società trovando, in questo modo, il significato, lo scopo e la felicità nella propria esistenza individuale» 

«Optare per un obiettivo “a senso unico”, il benessere, il raggiungimento di un’alta posizione sociale o via discorrendo, vuol dire confondere la parte con il tutto, e, così, facendo, costituire il benessere totale con qualcosa di parziale. Una scelta di questo tipo nasce da una concezione riduttiva della felicità, da una visione che, limitandosi solo ad alcuni aspetti della vita, si preclude l’accesso ad altre possibilità altrettanto importanti per l’essere umano. La felicità, dunque, è da intendersi non come qualcosa di fisso da raggiungere, ma come un continuo processo di sviluppo. È questa sua natura dinamica e progressiva che soprattutto interessa noi educatori» 

«Non c’è nessun altro fattore così disgregante e dannoso per la felicità dell’individuo e per il benessere della società, quanto la ricchezza e l’uso che se ne fa. Pochi altri aspetti della vita generano una siffatta confusione con risultati così disastrosi. Ne era ben consapevole Alfred Nobel quando sosteneva che per quanto sia possibile ereditare proprietà è impossibile ereditare la felicità: è una delle lezioni più importanti che dovremmo imparare in un’epoca in cui la competizione è spietata e il benessere economico è un’ossessione»


Brani estratti da Educazione per una vita creativa,  di Tsunesaburo Makiguchi 1930, da Duemilauno n. 28 pag. 37-38

lunedì 17 febbraio 2014

L'esperienza di Matteo Majer



Vi invito a leggere l'esperienza di decrescita felice e rivoluzione umana di Matteo Majer riportata nel suo ebook, liberamente scaricabile, dal titolo La Libertà Vera.

Eccone un estratto:

«La montagna ti insegna l’importanza del cammino e della meta. L’importanza di avere strategie di “riuscita” e di “uscita”.
Ti insegna la flessibilità nel “cambiare strada”. Cioè nel cambiare strategia spesso e rapidamente ma sempre avendo come stella cometa i propri valori e i propri principi.
“La strada è segnata: segui il sentiero.” La montagna ti insegna che devi metterlo in discussione il sentiero segnato. Devi andare fuori dal sentiero se vuoi godere la montagna (o la vita).
“Va dove vanno gli altri”: la montagna ti insegna a valutare le orme, a capire dove sono andate altre persone, ad osservare e non seguire ciecamente la strada già battuta. A comprendere pericoli ed opportunità insite in ogni scelta.
La montagna ti invita a scegliere: come prepararti, cosa portare con te, come prevenire le difficoltà, come risolvere ciò che ti capita. Ti invita a scegliere le modalità di escursione, gli amici con cui uscire, le tempistiche, le difficoltà.
In montagna puoi perderti per poi ritrovarti migliore di prima. Imparare a perdersi è bellissimo! La cosa importante è ritrovarsi sempre una volta in più!
La montagna ti insegna la responsabilità nei tuoi confronti e verso gli altri. Devi prepararti, devi saperti ascoltare, devi saperti sfidare. Nello stesso tempo sei “con” altri che devono essere responsabili delle loro scelte, ai quali ti puoi affidare e sui quali tu puoi contare. Anche gli altri, ovviamente, devono potersi fidare di te ed affidare a te.
“Io basto a me stesso e, se posso, se sono nelle condizioni di poterlo fare, ho il dovere di aiutare gli altri.
Gli altri devono bastare a se stessi e, se possono, devono potermi aiutare, cioè io devo lasciarmi aiutare.
Io devo essere autosufficiente e devo poter aiutare gli altri.
Gli altri devono essere autosufficienti e devono potermi aiutare.”
Superare i propri limiti. La montagna ti insegna a raccogliere tutte le forze che hai in te che nemmeno conosci e ti fa fare cose straordinarie. La montagna ti insegna ad “andare OLTRE”.
La montagna ti insegna a non abbatterti e a non esaltarti. La montagna ti insegna a stare attento a ciò che accade fuori di te e dentro di te.
Ti insegna ad ascoltarti e ad ascoltare.
La montagna, infine, ti consente anche di divertirti se la rispetti, se la temi e se, al tempo stesso, sai affidarti ad essa e sei disposto a lasciarti andare…
Negli ultimi tempi ho elaborato una ulteriore consapevolezza: non è necessario sfidarsi sempre, andare al massimo, verificare sempre i propri limiti.Rallentare, godersi un panorama, “stare” nella natura, passeggiare: è sufficiente questo per sentirsi vivo. Ora adoro gustarmi il “senso del sublime” di kantiana memoria, amo i boschi, la neve, la roccia, l’ambiente montano, fermarsi un po’, prendersi i propri tempi, adattarsi ai ritmi della natura, vivere in essa.»

venerdì 14 febbraio 2014

Igor Sibaldi - L'abbondanza - Seminario completo

«La cosa più terrificante che ti possa succedere è l'essere costretto a desiderare qualcosa che non vorresti»
Luca Madiai



lunedì 10 febbraio 2014

Ritornare alla nostra condizione d'Origine - Convegno Decrescita, Filosofia e Visioni del Mondo

Intervento al Convegno Decrescita, Filosofia e Visioni del Mondo – 8 febbraio – Firenze

Da qualche anno oramai, mi interesso delle tematiche che riguardano la sostenibilità, non soltanto dal punto di vista ambientale. Essendo laureato in ingegneria, forse il mio approccio è più tecnico rispetto filosofi, ma senza dubbio ho anche una forte anima umanista. Oltre che essere socio attivo del Movimento per la Decrescita Felice, sono anche un praticante buddista, e voglio specificare che i riferimenti al Buddismo che farò qui oggi riguardano esclusivamente il Buddismo di Nichiren Daishonin, quello che pratico e che ho approfondito. 

Ho scritto recentemente un libro, che adesso è pubblicato in versione ebook dalla casa editrice Area 51 Publishing. Si intitola: Ritorno all’Origine, l’evoluzione umana non è a senso unico. Spesso viene confuso con ritorno alle origini, come un tornare all’epoca della pietra. Di fatti, nella copertina c’è la popolare figura dell’evoluzione umana, l’evoluzione dalla scimmia all’uomo, con in particolare l’ultimo uomo, quello più evoluto, che torna sui suoi passi per ravvisare gli altri. 

A mio modo la questione cruciale della sostenibilità sta proprio in questa immagine banale. Nel nostro immaginario l’evoluzione umana, il percorso dell’Uomo sul pianeta, è una linea retta, è unidirezionale. E questa immagine lo mette bene in evidenza. Ne deriva che le uniche alternative sono muoversi in avanti, e se questo non è possibile, allora restare fermi oppure tornare indietro. Credo che ci sia la necessità di superare questo modo di pensare unidirezionale. Perché credo che siamo capaci di muoverci in uno spazio con infinite direzioni. 

Nel libro uso la metafora del treno che viaggia sempre più velocemente senza mai cambiare direzione, ed è certo, visto che esistono limiti fisici indiscutibili, che prima o poi incontrerà un ostacolo o una voragine. Il treno rappresenta il nostro sistema globale, la nostra economia e la nostra società globalizzata. È un treno in cui la maggior parte dei passeggeri affolla la terza classe, che vive in condizioni pessime, mentre in testa al treno i pochi e fortunati viaggiatori della prima classe cercano di darsi da fare in tutti i modi per aumentare ancora la velocità del treno, senza accorgersi di dove stiano effettivamente dirigendosi. Quello che occorre fare è perciò prima di tutto tentare di rallentare questo folle treno il più possibile, e una volta che ha raggiunto una velocità di sicurezza, piuttosto moderata, abbandonarlo saltando dai vagoni, cercando però di non farsi male. A quel punto saremo pronti per riprogettare una società che non sia più costretta su un binario, ma che possa muoversi in ogni direzione a seconda dei casi. 

È ovvio a tutti che siamo in un periodo di intensi cambiamenti, e che c’è la necessità di un cambiamento sostanziale. Per tentare di descrivere, a mio modo, questo cambiamento di sistema e di paradigma, ho utilizzato un’altra metafora, anche in questo caso ingegneristica. Immaginiamo un edificio, che rappresenta la struttura del nostro sistema, mentre i piani dell’edificio rappresentano i livelli del cambiamento. Il livello più basso, più profondo, è quello dello spirito, la sfera spirituale, che trascende il pensiero razionale, e che costituisce le fondamenta stesse dell’edificio. Il piano terra invece è la cultura ovvero tutta l’area che riguarda il pensiero conscio o inconscio, l’attività mentale e la razionalità, perciò la nostra visione del mondo. Il primo e ultimo piano è costituito da quella che ho chiamato tecnica, la parte concreta e materiale della nostra vita, l’insieme di tutte le nostre azioni. Oggi siamo così occupati a sviluppare soluzioni tecniche per riparare ai nostri guai, molti dei quali noi stessi abbiamo contribuito a creare, che ci siamo dimenticati completamente dell’esistenza degli altri piani che comunque hanno la loro importanza. Il piano della tecnica, l’ultimo piano, continua a crescere giorno dopo giorno, cresce l’economia, la tecnologia, la popolazione. È chiaro che stiamo rischiando un collasso, se non altro perché le fondamenta dello spirito, quasi inesistenti, e della cultura sono inadatte a sorreggere un tale peso enorme e crescente. 

La tendenza attuale è quella di agire soltanto a livello della tecnica, di cercare soluzioni tecniche a ogni questione e difficilmente si considerano le interrelazioni tra i vari ambiti. Pensiamo che lo sviluppo tecnologico ci salverà, magari con una sensazionale scoperta di una fonte di energia inesauribile e pulita o con la colonizzazione dello spazio galattico dalle infinite risorse. 

Da qui la mia proposta di agire contemporaneamente sui tre livelli differenti. Dato che lo spirito rappresenta la base deve avere solide fondamenta, una condizione necessaria ma non sufficiente, poiché sullo spirito deve poggiare una cultura, e anch’essa deve garantire solidità per poter sostenere la tecnica, che a sua volta dovrà essere ripensata per essere sostenibile. A suo modo ogni livello deve avere una sua solidità strutturale, ma allo stesso tempo deve tener in considerazione l’interdipendenza e la coerenza con gli altri livelli. 

Il Buddismo definisce l’epoca in cui stiamo vivendo una “epoca impura” in quanto la condizione spirituale dell’uomo si è inaridita e il mondo intero è dominato dai cosiddetti “tre veleni” di avidità, stupidità e collera. I tre veleni sono scatenati dalla parte oscurata dello spirito umano e sono alla base delle guerre, delle ingiustizie, delle sofferenze e in ultima analisi anche della distruzione del nostro pianeta. Il Buddismo di Nichiren Daishonin riconosce nell’essere umano il potenziale di trasformare il proprio spirito tramite una riforma interiore che è in grado di apportare un cambiamento concreto nella realtà e che si manifesta attraverso la saggezza, la compassione e il coraggio, un processo a cui viene dato il nome di Rivoluzione Umana. Scrive Daisaku Ikeda: «Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale». 

La filosofia buddista può inoltre apportare un contributo significativo anche dal punto di vista culturale in quanto negli insegnamenti buddisti sono presenti molti concetti che possono aiutare a gettare le basi di una società della decrescita felice, o della sostenibilità. Tra questi concetti c’è il principio di origine dipendente, che considera tutte le cose, tutti i fenomeni interdipendenti e perciò inseparabili dal loro contesto. In particolare i cosiddetti principi di non dualità: ovvero l’unicità di fenomeni apparentemente opposti e separati, quali ad esempio, la vita e l’ambiente, il corpo e la mente, la vita e la morte. La vita e l’ambiente sono solo in apparenza due entità distinte e separate, “due ma non due”, in quanto si manifestano come realtà distinte ma di fatto sono due espressioni di una stessa entità, un po’ come le due facce di una medaglia. Questo principio, che trova conferma anche nelle teorie della fisica moderna (entanglement), se messo come presupposto di partenza, sarebbe sufficiente da solo a sostenere qualsiasi teoria sull’ecologia, dato che la difesa e la preservazione dell’ambiente andrebbe a coincidere esattamente con la difesa e la preservazione della vita. Altri concetti chiave, sui quali non mi soffermo adesso, come quelli dell’impermanenza, dell’eternità della vita e dei desideri terreni, possono dare un prezioso contributo alla creazione di una nuova cultura, una nuova visione del mondo. 

Ritornando al titolo del libro: Ritorno all’Origine. Esso racchiude proprio il senso di questo cambiamento globale, di questo ripensamento su più livelli: spirituale, culturale e pratico. Secondo il Buddismo l’uomo è capace di attingere a un enorme potenziale di energia creativa, di gioia illimitata, una condizione illuminata che esiste da sempre nella profondità della vita. Si tratta proprio della nostra condizione di origine. Per questo siamo in grado di “fare ritorno” a questa “origine”, al cuore profondo della vita, proprio come se fosse un luogo dove già siamo stati ma di cui ci siamo dimenticati la strada. Afferma Makiguchi, primo presidente della Soka Gakkai: «Quando perdete l’orientamento fate ritorno nel luogo dove vi siete incamminati».

Ritornare alla saggezza e alla compassione intrinseca custodita nella profondità della vita ci permetterà di fare quel salto evolutivo necessario, non solo per uscire da una situazione critica come quella attuale, dove la crisi è economica, ambientale e sociale, ma anche e soprattutto di realizzare nel contempo un futuro di felicità e pace, diffuse e durature.
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