«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

venerdì 24 maggio 2013

i 10 articoli più letti del blog



Abbiamo raccolto i dieci articoli del blog più letti sino ad oggi in un fascicolo comodamente leggibile anche online oppure scaricabile in pdf a questa pagina

mercoledì 22 maggio 2013

Educazione Diseducazione e Rieducazione



Educazione oggi significa anzitutto preparare le persone fin da piccole a seguire una determinata visione delle cose, significa insegnare loro un modello di pensiero e di vita che li vada a incasellare in una posizione specifica nella società, significa quindi creare degli individui normalizzati rispetto a uno specifico standard imposto dalla cultura del tempo. Educare deriva dal latino “condurre fuori”, ma oggi ha una connotazione opposta in quanto sarebbe più appropriato tradurre con “condurre dentro”, ovvero condurre l’individuo dentro un sistema culturale ben definito e precostituito. 

L’educazione riguarda sia le scuole che le famiglie così come la società nel suo insieme in cui il ruolo chiave, come sappiamo, è detenuto principalmente dai mezzi di comunicazione diffusa, in particolare dalla televisione che ha imposto per decenni, e continua a farlo oggi, dei modelli culturali preconfezionati senza che lo spettatore abbia mai avuto modo di interagire, di farsi parte attiva. Nelle scuole, analogamente, si insegna a recepire informazioni: il sapere è considerato come quantità di nozioni apprese, come se gli studenti fossero recipienti da riempire, come se fossero entità passive e vuote da sintonizzare su determinate frequenze ritenute corrette e migliori di qualsiasi altra. Educare significa conformare al senso comune e se qualche soggetto non riesce a conformarsi bene, allora sono stati escogitati diversi livelli di interventi correttivi: tra i quali ci sono sicuramente pressioni psicologiche di vario genere e cure con psicofarmaci, e la cui ultima spiaggia è rappresentata dall’emarginazione culturale, ovvero ciò che non si adatta diventa rifiuto, affinché non diventi minaccia si esclude, si denigra. 

Succede, però, e recentemente i casi sono in aumento, che qualche soggetto, se pur ben normalizzato alla cultura dominante, cominci un suo libero percorso di decontaminazione culturale. Questo processo può essere denominato anche diseducazione, in quanto si va a distruggere le basi culturali su cui poggia un’intera infrastruttura di pensieri e credenze. Intraprendendo questo percorso, che ho anche chiamato in passato “sconnettersi”, l’individuo sceglie deliberatamente di staccare il proprio cordone ombelicale che lo nutre di preconcetti e visioni preconfezionate; un po’ come in Matrix quando Neo sceglie la pillola rossa per vedere “quanto è profonda la tana del Bianconiglio”. 

La diseducazione è uno degli atti più rivoluzionari, forse il più rivoluzionario, che oggi un individuo possa fare. A differenza del film Matrix però, dove Neo si risveglia nel mondo reale lasciando quello virtuale, nella società di oggi chi “si disconnette”, chi riesce a diseducarsi, pur vedendo la realtà con occhi diversi e perciò pur vedendo in effetti una realtà diversa, è comunque costretto a vivere nel mondo reale nel quale domina ancora la monocultura imperante. Per questo la difficoltà maggiore non è nel diseducarsi, basterebbe probabilmente qualche mese di riflessione e di meditazione che comunque facile non è, piuttosto nel continuare a vivere nella società nonostante non siamo più in sintonia con i principi culturali che la regolano. Questa è la vera sfida di oggi, in un’era di pionieri questa è l’impresa più coraggiosa e rilevante da compiere. 

Purtroppo c’è anche chi non c’è la fa a percorrere fino in fondo “la tana del Bianconoglio”, e un po’ per paura, un po’ per solitudine, è costretto a rieducarsi per poter continuare una vita, forse non normale, ma almeno “normalizzata”.

mercoledì 8 maggio 2013

La Blue Economy e la decrescita


«L’attuale dissesto economico è solo apparentemente un male» Gunter Pauli

Qual è la relazione tra la Blue Economy e la decrescita?

Sotto il nome di Blue Economy si racchiude un modello di economia teorizzato dall’economista e scrittore belga Gunter Pauli a partire dal libro omonimo, mentre sotto il termine decrescita, angosciante e apertamente criticato soprattutto di recente, si celano varie correnti di pensiero sia in Italia che all’estero.

Nell’affrontare la mia analisi alla domanda posta, vorrei qui utilizzare il concetto di decrescita che appartiene alla mia personale esperienza e visione e che è possibile trovare raccolta nei miei scritti principali: Decrescita Felice e Rivoluzione Umana e successivamente Ritorno all’Origine. Entrambi scaricabili gratuitamente da questo sito.

Una prima osservazione che si può fare è che la Blue Economy si muove ancora in ambito esclusivamente tecnico, infatti il testo propone una serie di cento innovazioni che condurranno alla creazione di cento posti di lavoro, come si evince già dal titolo di copertina. Le teorie della Blue Economy sono centrate ancora sul pensiero positivo, emblema della cultura illuminista da cui deriva l’idolo del progresso eterno, sul “fare” come unico mezzo per costruire un modello economico-sociale alternativo a quello attuale, e quindi su una fede cieca nella scienza e nella tecnologia come miglior mezzo per migliorare la vita dell’uomo. Tutti fattori che aumentano la distanza della Blue Economy dalla proposta di cambiamento della decrescita.
D’altra parte, il principio fondamentale della Blue Economy è l’imitazione degli ecosistemi, ovvero l’adattamento del sistema produttivo industriale al funzionamento degli ecosistemi: quindi la creazione dei cicli chiusi e la logica a cascata che elimina il concetto stesso di rifiuto. Questi aspetti, al di là di quanto siano effettivamente realizzabili su larga scala, sono quelle caratteristiche che distinguono la Blue Economy dalla Green Economy, tuttora ancorata all’idea di sviluppo sostenibile, cioè alla logica di compromesso tra “sviluppo” e “sostenibilità”. In particolare, l’economia blu, bisogna darle atto, mette in discussione il sistema economico dominante basato sul consumismo e sull’incosciente presupposto dell’illimitatezza delle risorse naturali. Tuttavia, nello stesso momento da un lato si parla di cambiare il modello di cui si riconosce un imminente declino, dall’altro non si riesce a dare argomentazioni che vadano oltre gli aspetti puramente tecnici,  che riguardano principalmente le innovazioni tecnologiche, e di fatto si continua a inneggiare all’aumento dei posti di lavoro, alla ricerca del profitto e all’abbondanza, mentre il sistema produttivistico industriale non è mai messo minimamente in discussione.

Concetti culturali fondamentali come l’illimitatezza e l’irreversibilità dei fenomeni non fanno parte della Blue Economy, mentre sono presenti nella decrescita che invece si distacca dal pensiero positivo, dal progresso eterno e dalla ricerca del profitto come unico mezzo per sostenere l’economia: in poche parole demistifica la fede nella crescita perpetua, fortemente radicata nel nostro subconscio collettivo.

L’idea di considerare il capitale naturale, analogamente alla proposta del Capitalismo naturale di Lovins e Hawken, come un fattore produttivo, prendendo in considerazione quindi anche il suo punto di vista, la sua limitatezza e la sua fragilità, è senz’altro un aspetto positivo nell’evoluzione di un modello di sviluppo, ma può essere per certi versi più spaventosa e preoccupante persino rispetto al sistema tradizionale. Se si considera di usare l’ecosistema, pur rispettandolo e studiandone a fondo il funzionamento, come mezzo per raggiungere fini di profitto, che riguardano sempre la logica dell’inseguire la crescita economica dei capitali, allora forse andremo verso danni maggiori agli ecosistemi e maggiori squilibri dato che la natura diventerà palesemente strumento di produzione: legittimando il suo ruolo nel sistema produttivo, attribuendole i suoi minimi diritti sindacali e la sua minima retribuzione e nello stesso tempo andremo legittimando anche i suoi danni irreversibili, come già avviene d’altra parte per i lavoratori. Inoltre, persino la stessa bioimitazione impiegata nei sistemi industriali, a prescindere da un cambiamento a livello culturale, potrà forse portare alla razionalizzazione delle risorse ma contribuirà su larga scala al collasso economico-ambientale e sociale dell’intero sistema.

Nella Blue Economy, e nella Green a maggior ragione, siamo ancora a ricercare la chiave di lettura delle questioni globali di oggi solamente in termini di razionalità, crediamo ancora che l’unico motivo del nostro comportamento incosciente risieda solamente nel fatto che ne ignoriamo le conseguenze. Nella visione della decrescita, che ho tracciato nei miei scritti, invece la causa della triplice crisi deve essere ricercata prima di tutto nello spirito umano e nella cultura occidentale, la stessa cultura che sta dominando il mondo intero e lo sta lentamente conducendo al collasso generale. 

mercoledì 1 maggio 2013

Decrescita Felice e Rivoluzione Umana - il video



Testo del video

Inutile dire che oggi siamo di fronte a sfide epocali che potrebbero cambiare il destino dell’umanità per sempre
Siamo davanti a scelte importanti
Abbiamo la responsabilità e il dovere di scegliere nel  modo che riteniamo più saggio e giusto
Oggi, all’indomani di sessant’anni di sviluppo industriale incontrastato, siamo davanti a una triplice crisi dalle conseguenze sempre più gravi ed evidenti
Una crisi economica, una crisi ambientale e una crisi sociale senza precedenti
La crisi è unica, ed ha un’unica radice: lo spirito umano
Lo spirito umano, oscurato, ha creato un modello culturale che sta dominando il pianeta e lo sta distruggendo, minacciando ogni forma vivente
La tendenza attuale è quella di agire solo a livello della tecnica, ovvero crediamo che il progresso e la razionalità ci salveranno
senza mai mettere in discussione il nostro modo di pensare
e senza mai contemplare la nostra sfera spirituale
In realtà, non è mai esistita una società umana più irrazionale e incosciente di quella odierna
Il cambiamento per un domani sostenibile dovrà fondarsi su nuovi paradigmi culturali
ma soprattutto su una riforma dello spirito umano
Proprio come i piani di un edificio di tre piani, dovremo costruire il cambiamento su tre livelli
Le fondamenta saranno rappresentate da una solida base spirituale
porre al centro lo spirito e la sua cura quotidiana
la riforma del nostro spirito è la chiave per ogni successivo cambiamento
Il primo piano dell’edificio è una nuova cultura, un nuovo modo di pensare e di vedere il mondo
basata sulla concezione del limite del nostro pianeta e della nostra forma umana
sulla concezione dell’interdipendenza e della non separazione dei fenomeni
e sulla consapevolezza che esiste sempre un’alternativa possibile
L’ultimo piano è rappresentato da una tecnica nuova
dalla valorizzazione delle nostre risorse, dalla localizzazione della nostra vita, dalla sobrietà, da una tecnologia amica e dalle relazioni di valore

Finché la passione ardente del desiderio di cambiare sarà custodita nel cuore delle persone, anche di una sola, il nostro futuro sarà illuminato dalla speranza
Così come un grande albero è già contenuto in un piccolo seme
Il sogno di un mondo migliore è racchiuso nei nostri cuori
Il potenziale esiste già dentro di noi
non ci resta altro che farlo fiorire in tutto il suo splendore
«Gli altri vedono il mondo e si chiedono: perché?
 io sogno cose che non sono mai esistite e mi chiedo: perché no? ». G.B. Shaw
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