«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

mercoledì 20 marzo 2013

La botte piena e la moglie ubriaca



Nell’era dell’abbondanza siamo stati abituati ad avere tutto, anzi, a pretendere tutto. Il mito del progresso eterno ci ha convinti che esiste un miglioramento continuo da perseguire materialmente, che questo non solo è possibile ma è l’unica e la migliore via da percorrere. 

Le parole come rinuncia, sacrificio, umiltà, sobrietà, accontentarsi, che oggi sentiamo pronunciare solo a bassa voce e con cautela, sono assolutamente dannose ed è bene prenderne le distanze immediatamente. L’abbondanza quantitativa è l’obiettivo, la scarsità la cosa da cui rifuggire. Non fa una grinza. E il nostro sistema economico e culturale si fonda proprio su queste basi concettuali. 

Allo stesso tempo però sta emergendo sempre più una logica, in apparente contraddizione con quanto detto. Ovvero, in determinate circostanze vorremmo perseguire dei fini etici e morali, magari anche rispettosi dell’ecosistema, che spesso però sono in netta antitesi con il perseguimento del progresso. È la logica dei NIMBY (Not in my back yard – no nel mio cortile) con la quale comitati e organizzazioni di cittadini chiedono con insistenza che non debbano essere costruite nelle vicinanze della loro abitazioni opere grandiosi, simboli maestosi del progresso, quali centrali nucleari, discariche, inceneritori, ripetitori, raffinerie. È la stessa logica dell’occhio non vede cuore non duole, che fino a un certo punto può persino essere compatita. 

In altre parole, vogliamo aumentare sempre più il nostro “benessere” ma pretendiamo di non “rinunciare” a nulla. Vogliamo gli inceneritori e le discariche, ma le pretendiamo lontane dai nostri occhi, magari in qualche paese povero nell’altro emisfero; vogliamo una o due o più auto nei nostri garage, ma pretendiamo aria pulita nelle città, parcheggi pratici, poco traffico e pochi incidenti stradali; vogliamo che sia rispettato il diritto alla vita degli animali, ma pretendiamo di mangiare carne e formaggi in abbondanza ogni giorno comprandoli nei supermercati; vogliamo che sia risolto il problema dell’immigrazione continua, ma pretendiamo di fare acquisti sempre più vantaggiosi a spese delle popolazioni più povere; vogliamo la pace nel mondo, ma pretendiamo che le industrie a servizio della guerra non chiudano perché licenzierebbero tanto personale; vogliamo che i nostri fiumi, i nostri laghi e le nostre spiagge siano pulite e salubri, ma pretendiamo mantenere gli stessi stili di vita.

Saranno le sempre più evidenti contraddizioni del nostro sistema a metterlo in crisi e a favorire un reale cambiamento. In questo momento, noi siamo proprio come quello che vuole, allo stesso tempo, la botte piena e la moglie ubriaca.

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