«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 16 dicembre 2013

Cambiare il destino dell'umanità

Fonte foto: MorgueFile


A differenza delle religioni monoteiste, dove è un Dio a rivelare la verità all’uomo, nel buddismo è l’uomo stesso che, dopo un proprio percorso, si illumina alla verità. Questo è quello che ha fatto il principe Siddharta Shakyamuni, vissuto tra il VI e il V secolo a.C. e divenuto famoso con il nome di Budda, ovvero 'risvegliato', lasciando il suo palazzo e tutti i suoi averi per inseguire la via della ricerca, spinto dal profondo desiderio di sollevare l’uomo dalla sofferenza. Siddharta era una persona comune che si è illuminata grazie a un suo percorso. 

La sua scoperta era semplice: si era risvegliato alla verità che nelle profondità della vita esiste una 'condizione', uno 'stato' di infinita saggezza e compassione, un flusso eterno di energia e forza vitale, sconfinato e indistruttibile. Questo 'stato' è presente in ogni essere vivente e permea l’intero cosmo dall’infinito passato fino all’infinito futuro.

Da allora, l’uomo ha fatto tante scoperte in ambito scientifico e tecnologico che gli hanno permesso di compiere uno sviluppo materiale senza precedenti in tutta la sua storia su questo pianeta. Il suo benessere materiale però è sempre stato conquistato a discapito di altri esseri umani e dell’ambiente naturale. In concomitanza con il progresso materiale dell’uomo si è verificata anche un sua involuzione dal punto di vista spirituale, espressa tutt’oggi da un degrado umano e ambientale che si va aggravando, mettendo a serio rischio la stessa sopravvivenza dell’essere umano sul pianeta.

Ora, nei primi decenni del XXI secolo la situazione sembra arrivata a un bivio dal quale non si può più uscire. Se ci proiettiamo nel futuro dei prossimi decenni continuando nella stessa direzione che ci ha condotto fin qui, con molta probabilità quello che ci aspetterà è il collasso generale della nostra società globale. 

Forse è proprio questa l’occasione giusta che l’essere umano attendeva per attingere all’infinito potenziale di cui parlava Siddharta oltre duemila anni fa, l’occasione per fare un’evoluzione spirituale mai tentata prima e cambiare il destino dell’umanità per sempre.

lunedì 9 dicembre 2013

Il referendum in Svizzera e il principio del Telepass

fonte foto: http://www.morguefile.com/


«Siamo entrati in un cortocircuito mentale secondo cui più stanno male gli altri più stiamo bene noi. È il principio del Telepass. Se tu passi con il Telepass e nei caselli vicini non c’è nessuno, tu passi e il tuo stato d’animo non cambia. Ma se tu passi col Telepass e i caselli vicini sono pieni di gente in coda che aspetta col biglietto in mano, tu sei felice. Ma perché non eri felice prima? Ma perché ciò che ti fa felice non è l’idea di passare, è l’idea che non passano gli altri. Questo è il cortocircuito» Natalino Balasso


Quando ho letto il risultato del referendum in Svizzera sugli stipendi equi, ovvero sul rapporto massimo di 1:12 tra lo stipendio minimo e massimo di una azienda, non mi sono stupito affatto, ma ho cominciato a riflettere sulle possibili motivazioni che hanno spinto la maggioranza della popolazione (oltre il 60%) a votare contro un tale provvedimento. 
Le spiegazioni possono essere tante: la massiccia propaganda che è stata fatta per incoraggiare il No, che non è costata poco, e comunque tutte le ragioni politiche, economiche e sociali della Svizzera di oggi, e il loro inevitabile intreccio. 
Oltre a tutte queste ragioni, di cui tra l’altro non sono a conoscenza, mi sono permesso di fare una mia propria riflessione, di carattere prettamente socio-culturale. A partire da una domanda: cosa potrebbe spingere una persona, con uno stipendio basso o comunque nella media, a votare contro a un provvedimento per l’equità dei salari? Soprattutto in un paese come la Svizzera, dove non mi risulta ci siano tante persone sotto la soglia di povertà?
E mi sono chiesto: perché la maggioranza delle persone non vuole equità? Allora ho avanzato un ipotesi azzardata: potrebbe essere perché la maggioranza della gente (forse quel 99,11% di cui ho già scritto), più o meno povera o ricca che sia, in fondo in fondo desidera, coscientemente o incoscientemente, essere nelle vesti di colui che può guadagnare cifre astronomiche in confronto agli altri, decine e decine di volte, se non centinaia come in Italia. 
Poi mi sono chiesto ancora: se tutti quanti fossimo ricchi, straricchi, tutti allo stesso modo, saremo forse più contenti? O ci sarebbe sempre qualcuno che vuole qualcosa in più rispetto agli altri, e che sia proprio il fatto di avere e poter fare qualcosa che gli altri non possono permettersi e per questo ti invidiano ardentemente. 
Dopotutto la cultura del nostro tempo si regge proprio sul principio del Telepass: far stare male molti per far star bene pochi. E diretto o indiretto che sia il meccanismo, ad ogni modo funziona e funziona bene, sia che si tratti del “magnascheo” con abiti firmati e Porsche, invidiato a sangue dai “poveracci” che invece hanno abiti comuni e girano con la Clio, oppure che si tratti dello sfruttamento di popolazioni di “paesi in via di sviluppo” (circa 80% della popolazione) per poter permettere abbondanza sfrenata per pochi “paesi sviluppati” (circa il 20% della popolazione). 
Poi mi sono chiesto: che differenza c’è tra un ricco che sfoggia i suoi averi per sentirsi superiore agli altri, e un poveraccio che tenta sforzatamente di emularlo e che non desidererebbe altro che essere al suo posto??
E ancora: ma l’obiettivo finale di questa cultura è quello di farci diventare tutti magnaschei o tutti poveracci? E se poi finiscono i magnaschei o i poveracci il giochino come può stare ancora in piedi?
Poi finalmente mi sono riposto, forse per consolazione, che se avessero fatto lo stesso referendum anche qui in Italia, in questa situazione economica tragica, forse anche qua non sarebbe passato. 
Non certo perché l’equità sia una cosa sbagliata, per carità, ma perché privarsi della possibilità, seppur remota, di essere una volta tanto dalla parte di colui che passa con il Telepass gettando un ghigno di superiorità verso la massa che invece arranca e ossessivamente ti invidia??

lunedì 2 dicembre 2013

Intervista di Raffaele Basile sull'eBook - Ritorno all'Origine - Luca Madiai

eBook - Ritorno all'Origine
RB: Stupidità è per te la totale ignoranza delle conseguenze delle proprie azioni. Essere in balia dell'istinto. Secondo te l'uomo contemporaneo è davvero più stupido dell'uomo delle epoche passate o non è piuttosto più “menefreghista”? 

LM: La stupidità, come gli altri mondi, è parte dell’essere umano e non è estinguibile. Ovvio che l’istinto può avere anche connotati positivi, può salvare la vita per esempio in momenti di panico. In generale, oggi l’uomo è più colto e istruito che nel passato, ma questo non necessariamente significa che sia anche più intelligente e saggio. L’aspetto cruciale dell’attuale comportamento umano è nel fatto di non avere una visione che si spinga verso il futuro con responsabilità e lungimiranza, e nel fatto che la concezione riduzionista della realtà ci induca a non prendere in considerazione i legami e le interdipendenze dei fenomeni. Vedere il singolo individuo separato dal resto, in una parola l’egoismo, ci sta offuscando la direzione per un vero cambiamento.


RB: Le relazioni umane come qualcosa da consumare, che conducono alla lotta, alla sfida, allo scontro, rinunciando a fraternità e collaborazione. Tu imputi ciò all'involuzione della nostra società. Ma davvero pensi che il feudatario medievale o il civis romanus fossero maggiormente animati dal desiderio di relazioni fraterne e cooperative? 

LM: Non credo che la nostra specie abbia avuto un’involuzione, almeno non sotto tutti gli aspetti. Credo che siamo arrivati nella fase storica della nostra evoluzione in cui o facciamo un salto evolutivo, che corrisponda a percepire un’interiorità più vasta del proprio misero ego, oppure siamo destinati con molta probabilità a una lenta e dolorosa estinzione. 
Altro discorso è il fatto che la società dell’abbondanza e del consumismo incoraggi le persone, di ogni estrazione sociale, a competere per apparire migliore degli altri. Sentimenti quali l’invidia e l’arroganza sono le basi fondanti dell’attuale cultura del consumo, cosa che era molto meno diffusa in epoca antica, dove invece l’oppressione e la penuria erano più palesi. 


RB: La fede è per te la propria determinazione a non lasciarsi abbattere dalle difficoltà. Non pensi possa essere una contraddizione questa preminenza che dai alla personalità umana e il disvalore assoluto che vedi nell'egocentrismo contemporaneo?

LM: Questa differenza è fondamentale. La fede a cui si riferisce il buddismo è la fiducia nella parte più pura dell’essere umano e della vita intera, e non fa riferimento al proprio ego ristretto. Nel linguaggio buddista si parla di “piccolo io” quando facciamo affidamento alla visione che deriva dall’attaccamento al proprio ego limitato, visione incoraggiata dai mondi bassi di inferno, animalità, avidità e collera; mentre il “grande io” è quel Sé che si riconosce nella totalità del cosmo, che si manifesta quando illuminiamo la nostra vita attraverso una propria trasformazione interiore come risultato di una pratica, perciò di un’azione. Basarsi solo sul “piccolo io” conduce alla distruzione, fondare la propria esistenza sul “grande io” è invece il presupposto per una società migliore nel suo insieme. 

Luca Madiai

RB: Per te il buddismo è esemplare come filosofia di vita in quanto per esso la gioia consiste nel produrre e non nel consumare. Ma “produrre” non è di per sé un elemento di quella crescita incontrollata che tu stigmatizzi in numerosi tuoi scritti?

LM: Preferisco la parola creare piuttosto che produrre. Ma al di là della semantica, creare o produrre è un’attività che si può riferire a differenti aspetti della vita: a quelli puramente materiali come produrre delle scarpe o creare un edificio di cui abbiamo bisogno, ma anche a ciò che è più immateriale come la cultura, il pensiero, l’arte. In particolare, credo nella creazione di valore, dove il valore non ha relazione con un profitto monetario, ma piuttosto con il bene, ovvero con la felicità propria, degli altri e dell’ambiente, essendo questi elementi inscindibili. Perciò l’unica azione di valore possibile è quella che beneficia tutte le parti, e non soltanto una; perché l’azione fatta nell’intento di far felici sé stessi degradando l’ambiente e facendo soffrire altre persone non può apportare felicità neanche verso sé stessi, resta solo una illusione. 


RB: Nelle tue speculazioni, parli di scissione tra spirito e materia, di prevaricazione della natura, come elementi che caratterizzano l'uomo occidentale. Pensi ci sia una forma di “governo” che più delle altre potrebbe invertire questo trend? 

LM: Credo che nessuna forma di governo sarà incisiva se non preceduta da una forte azione spirituale e culturale. Credo che la sola possibilità per cambiare effettivamente la realtà delle cose sia quella di partire da noi stessi, dal mettere in discussione le nostre convinzione e trasformare il nostro stato vitale. In parallelo a ciò è fondamentale che ogni persona si senta responsabile e coinvolto nella società di cui è parte, che si interessi e partecipi alla vita politica in modo attivo, a partire dalle piccole azioni quotidiane, perché la politica non sia affidata ad esperti ma alle perone comuni. 


RB: Se ci fai caso, ormai anche la religione sta divenendo velatamente idolatra della tecnica. Basti pensare alle tecniche mediche per tenere in vita artificialmente, delle quali la Chiesa è fautrice. Come vedi questa evoluzione? 

LM: La tecnologia, come la scienza, ovvero la razionalità umana, è limitata e lo sarà sempre, nonostante faccia e continui a fare passi in avanti. Non per questo dobbiamo smettere di studiare e approfondire, anzi, ciò però deve essere fatto nella sincera consapevolezza che la vita nella sua semplicità e complessità è qualcosa che trascende la razionalità umana. 
Per quanto riguarda in particolare la scienza riferita alla medicina, all’accanimento terapeutico e all’eutanasia c’è un punto fondamentale che oggi non è preso in considerazione: la morte. L’uomo dopo aver soggiogato la natura ai suoi voleri, ora vuole anche sconfiggere la morte. In questo voler giocare a fare Dio, l’uomo rivela invece tutta la sua fragilità nel non voler accettare un principio tanto banale e evidente come quello dell’impermanenza, della caducità della vita. Finché non riusciamo a fare nostro questo principio interiorizzandolo e percependo la morte come una cosa del tutto naturale, dalla quale non rifuggire, ma con la quale cominciare a fraternizzare già da piccoli, allora potremo veramente godere di tutta la nostra vita corta o lunga che sia. 
Perciò la scelta della propria cura, dell’aborto, diventano scelte sicuramente non facili, ma in cui è la persona che consapevole e responsabile prende la miglior decisione per se stessa. 


RB: L'intelligenza diviene sempre più parcellare, specialistica, riduzionista. Come riesci a mantenere un tipo di intelligenza “trasversale” e d'insieme, cosa che traspare a mio avviso dai tuoi scritti? 

LM: Sicuramente le filosofie orientali aiutano in questo scopo, nel mantenere una “intelligenza trasversale”, dato che in oriente il concetto di separazione non esiste e tutto è visto in relazione con il resto. Ogni volta che isoliamo un elemento per analizzarlo meglio, non dobbiamo dimenticarci del suo contesto, e soprattutto dobbiamo essere consapevoli di stare facendo drastiche semplificazioni. Così come quando si applica la meccanica newtoniana sappiamo che quelle leggi e quei principi valgono solo sotto certi presupposti, sotto certe ipotesi di partenza che circoscrivono e semplificano la realtà, la quale non è riducibile.
Inoltre mantenere e coltivare il proprio spirito di ricerca, la propria curiosità innata, quella che hanno i neonati nell’osservarsi attorno, permette di “percepire” il mondo utilizzando altri “sensi”, oltre ai cinque conosciuti. 


RB: A tuo avviso potranno mai essere formalmente riconosciuti dei diritti della natura in chiave autonoma, non necessariamente legata alle esigenze antropocentriche dell' uomo? 

LM: Secondo me non ha molto senso, il salto da fare è molto più profondo: quello di concepire la natura come strettamente connessa, come se quello che ci sta attorno e noi stessi fossimo due cose distinte solo nell’apparenza, a quel punto non ci sarà più bisogno di garantire diritti alla natura. Questo concetto sta ala base del superare l’illusione che possa esistere qualcosa di esterno a noi: perciò non avrà più senso dire “salviamo il pianeta”, come se volessimo fare un atto di cortesia verso qualcuno, e quindi lo faremo solo se saremo in condizioni di farlo, perché prima di tutto dobbiamo pensare a noi e poi agli “altri”. 
Detto questo, riconoscere formalmente dei diritti alla natura, di cui molti già parlano, sarebbe comunque già un bel passo in avanti, visto che fino ad ora la natura è considerata una risorsa da sfruttare a nostro piacimento e non un essere vivente. 


RB: Mi sembra che tu abbia un atteggiamento di sospetto verso termini quali “bio”, “green”, “ecocompatibile”. Puoi spiegare quali sono in particolare i tuoi timori?

LM: Il sospetto che dietro a degli slogan che vanno sempre più in voga si nascondi un marketing spietato che guarda solo al profitto, ma soprattutto che il solito “sistema” adopri l’onda del “cambiamento” per mascherarsi di “green”, di “bio”, per tentare di sopravvivere alla sua altrimenti ineluttabile estinzione. 
Ad ogni modo, questi termini fanno riferimento alla cosiddetta ecologia di superficie, ovvero il difendere la natura attraverso accortezze tecniche, che è assolutamente auspicabile e necessaria, ma non sarà sufficiente a trasformare l’attuale situazione di crisi degenerativa, in quanto abbiamo bisogno di un cambiamento molto più profondo, a cui viene appunto dato il nome di ecologia profonda.


Raffaele Basile
RB: Hai vissuto diverso tempo all'estero e credo che tu sia una persona che viaggia abbastanza, Qual è la tua “ricetta” per rimanere “viaggiatore” senza sconfinare nel “turista” invasivo dell'ambiente circostante? 

LM: Questo è un aspetto che mi piace evidenziare. Il turismo consumistico, del viaggio scappa e fuggi, delle foto fatte di fretta a un monumento per poi mostrarle agli amici, non l’ho mai capito. E credo che anche il turismo, come tutti gli aspetti della vita, sarà completamente stravolto in un futuro prossimo. 
Nella mia esperienza di viaggi mi sono sempre ritenuto un “esploratore” e mai un turista. Ogni viaggio che ho intrapreso era fatto di persone, di storie, di curiosità, di conoscenza, di sensazioni, di emozioni: queste sono penso gli elementi essenziali di un viaggio. 
Assaporare un luogo anche solo per poco tempo, e soprattutto viverlo attraverso le persone che lo hanno vissuto. Le relazioni sono al centro di un nuovo tipo di turismo, uno slow tourism forse, in cui relazionarsi con le persone piuttosto che con i monumenti, conoscere e approfondire i particolari di una cultura diversa, di una lingua diversa, di una diversa storia. Così come le relazioni con il paesaggio e la natura, come fossero anche loro individui con i quali rapportarsi e non sfondi inanimati. 
Il turismo predatorio oggi diffuso non ha niente a che fare con le relazioni, piuttosto con il consumo e il profitto, perciò un mondo diverso di viaggiare sarà sicuramente più lento, meno impattante e più umano. 


RB: Cosa pensi del successo che stanno ottenendo negli ultimi tempi viaggi in bicicletta o addirittura a piedi? Solo effetti della crisi economica o anche il sintomo di una maggiore sensibilità verso il “circostante”? 

LM: Credo che si tratti per lo più di una moda, certamente una moda sana e da favorire, soprattutto se fatta con consapevolezza. Ovvio che se per fare una passeggiata nel bosco si percorrono migliaia di chilometri con voli low cost, quando non siamo mai stati nel boschetto vicino casa nostra, la cosa , a mio avviso, perde valore. 
Personalmente mi premono più gli spostamenti giornalieri. Credo che, quantomeno nelle aree densamente popolate, sia possibile coprire distanze medio-brevi a piedi, in bici, in risho, e i mezzi pubblici e il noleggio di mezzi possano provvedere al resto degli spostamenti, senza bisogno di possedere necessariamente una o più auto per famiglia. 

lunedì 18 novembre 2013

Ritorno all'Origine – il nuovo libro – Adesso in ebook!


«Quando perdete l’orientamento fate ritorno nel luogo dove vi siete incamminati»
Tsunesaburo Makiguchi


RITORNO ALL'ORIGINE - è uscita la versione ebook dell'ultimo saggio di Luca Madiai pubblicata dalla casa editrice Area 51 Publishing.

RECENSIONE - leggi la recensione di Simone Zuin


lunedì 11 novembre 2013

Fantàsia non deve esistere – Michael Ende



«”Gli uomini odiano e temono Fantàsia e tutto ciò che viene di qua. Vogliono distruggerlo. E non sanno che in tal modo non fanno che accrescere il flusso di menzogne che si rovescia incessantemente nel mondo degli uomini, questo fiume di creature di Fantàsia diventate irriconoscibili, che laggiù devono condurre l’illusoria esistenza di cadaveri viventi e avvelenano l’animo degli uomini con il loro puzzo di putredine. Non lo sanno. Non è divertente?”

“E là non c’è nessuno”, domandò Atreiu a bassa voce, “che non ci odi e non ci tema?”

“Io comunque non ne conosco nessuno” rispose Mork, “e questo d’altronde non è neppure sorprendente, dal momento che voi stessi laggiù siete costretti a far credere agli uomini che Fantàsia non esiste”

“Che Fantàsia non esiste?” ripeté Atreiu sconvolto.

“Ma certo, figliolo” rispose Mork “questa è anzi la cosa principale. Non riesci a capirlo? Solo se credono che Fantàsia non esiste, non viene loro l’idea di venirvi a cercare. E tutto dipende da questo, perché solo se non vi conoscono per quello che siete veramente si può fare di loro quello che si vuole”

“Cosa … fare di loro cosa?”

“Tutto quello che si vuole. Si ha il potere su di loro. E nulla dà maggior potere sugli uomini che la menzogna. Perché gli uomini, figliolo, vivono di idee. E quelle si possono guidare come si vuole. Questo potere è l’unico che conti veramente. Per questo anch’io sono stato dalla parte del potere e l’ho servito, per avere la mia parte, anche se in modo diverso da come potete fare tu e i tuoi simili”

“Ma io non voglio aver parte del potere” gridò Atreiu 

“Resta calmo, piccolo sciocco” brontolò il Lupo Mannaro “non appena verrà il tuo turno di saltare nel Nulla, diventerai anche tu un servo del potere, senza volontà e irriconoscibile. Chi lo sa a che cosa potrai servire. Forse servirà il tuo aiuto per indurre gli uomini a comperare cose di cui non hanno bisogno, o a odiare cose che non conoscono, o a credere cose che li rendono ubbidienti, o a dubitare di cose che li potrebbero salvare. Con voi, creature di Fantàsia, nel mondo degli uomini si fanno i più grossi affari, si scatenano guerre, si fondano imperi … “

Mork osservò per un momento il ragazzo a occhi socchiusi e poi aggiunse: 

“Là ci sono anche una quantità di poveri sciocchi, che naturalmente si considerano molto intelligenti e credono di servire la verità, zelantissimi nel convincere i bambini a non credere all’esistenza di Fantàsia. Chissà, forse sarai utile proprio a loro” »

Tratto da “La storia infinita” di Michael Ende



lunedì 4 novembre 2013

We are the 0.99%


Guardandosi attorno ci si accorge facilmente di quanto la consapevolezza sia ancora molto limitata. 
Sono poche, pochissime in percentuale, le persone che hanno messo in discussione i propri preconcetti, o quanto meno hanno iniziato a farlo. 
Pochissimi quelli che si domandano se le proprie scelte giornaliere, anche le più banali, possano avere un impatto sul proprio futuro e quello delle generazioni che seguiranno; poche sono le persone che si fermano un attimo a pensare a ciò che stiamo facendo, a dove stiamo mai correndo, a cosa ci spinge in questa corsa frenetica, se c’è effettivamente qualcosa di razionale in essa; poche, pochissime sono le persone che si rendono conto che il sistema che abbiamo costruito in secoli, se non millenni, di storia umana stia effettivamente cominciando a fare acqua da tutte le parti; e poche, pochissime persone intravedono le falle, i paradossi, e ancora meno sono quelle che credono sia auspicabile trovare delle vere soluzioni e non dei semplici compromessi di comodo; poche,pochissime sono le persone che fanno dei figli nella consapevolezza che il loro futuro sarà molto, ma molto più difficile della situazione attuale se non cambiamo radicalmente; poche pochissime persone stanno operando, forse in silenzio, forse di nascosto, per sovvertire il sistema dalle sue radici; poche pochissime persone hanno intrapreso un percorso di autoconsapevolezza e di trasformazione interiore che intacca decisamente la visione del mondo e delle proprie scelte quotidiane; pochissimi sono quelli che cominciano a percepire una direzione diversa, o meglio, infinite differenti direzioni; ancora meno sono quelli che sono capaci di immaginare una realtà che non esiste, anzi una realtà che, ad oggi, è veramente impossibile; pochi, pochissimi sono quelli che credono senza ombra di dubbio che il modello culturale attuale non sia l’unico possibile, e quindi il migliore, bensì semplicemente il peggiore. 

Pochi, siamo davvero pochi. Noi siamo lo 0,99%. 

Siamo forse, senza pretese, quella piccola e insignificante scintilla che, alimentata dalla giusta folata di vento, è capace di divampare come un incendio che infiamma ogni anima che incontra.

lunedì 21 ottobre 2013

Apriamo gli occhi


Siamo circondati di messaggi subdoli, strategici e meschini. Solo che ne abbiamo fatto una tale scorpacciata, soprattutto negli ultimi anni, che adesso ci siamo proprio abituati e siamo diventati incapaci di riconoscere il senso delle cose, il messaggio che sta dietro al messaggio.
Addirittura, adesso, i media ci posso sbattere in faccia la realtà nuda e cruda, perché noi o ne siamo direttamente complici, oppure ne siamo assuefatti.
Questo perché corriamo ogni giorno, sempre più in fretta, e le nostre vite sono stracolme di segnali esterni che dobbiamo selezionare ed elaborare ad una velocità sempre più avanzata. Sebbene la tecnologia si evolva a grandi ritmi e paia non avere limiti, noi esseri umani, purtroppo o per fortuna, i limiti ce li abbiamo.
Questo bombardamento mediatico sta lavando i nostri cervelli dall’interno, togliendogli ogni prospettiva differente da quella che la monocultura ci sta servendo su un ricco piatto d’argento. Ci sta togliendo ogni capacità di immaginare, di strutturare un pensiero autonomo, di creare alternative possibili, di vedere oltre l’apparenza e la superficialità.
Osserviamo decine e decine di reclami pubblicitarie ogni giorno: in tv, in radio, per strada, su internet, sui volantini, sui manifesti. Siamo sempre osservatori passivi e ingurgitiamo spazzatura mediatica, tutto a un unico grande scopo: far aumentare i nostri consumi. Lo scopo più nobile della società moderna, l’unico vero scopo dell’uomo su questo pianeta. Potremmo persino dire, senza esagerare, l’unico mezzo disponibile oggi per permettere alla nostra civiltà di sopravvivere.
Apriamo gli occhi e cominciamo il nostro risveglio. Esiste una possibilità, anzi né esistono infinite. Il sistema economico-sociale basato sul consumo è solo una possibilità, sicuramente tra le peggiori.
Insieme, aprendo gli occhi, possiamo fare molto meglio.



Raccolgo di seguito alcune chicche mediatiche.

La seguente immagine è riportata su una confezione di frutta secca e l’inganno, l’informazione meschina è palese. Si vogliono ingannare le persone facendo credere, solo all’apparenza, che sia un prodotto italiano, mentre in realtà è solo stato confezionato in Italia. Notate la grandezza dei caratteri, e l’uso dei colori.


Quest’altro messaggio è invece riportato su un volantino di un supermercato con bassi prezzi. E la frase si commenta da sola. Non cambiare stili di vita, ovvero continua a consumare allo stesso livello, ma acquista a prezzi più bassi, magari cose più scadenti o prodotte chissà dove e con quali accortezze. Quando il cambiare stile di vita, verso stili di vita più sani, non solo dal punto di vista della salute fisica ma soprattutto mentale, è la cosa di cui avremmo principalmente bisogno oggi per uscire dalla triplice crisi.




Un'altra chicca è questa reclame:




Notate come la bella e prosperosa Ferilli (che rappresenta l’azienda promotrice) prenda in giro e svilisca i poveri artigiani che lavorano a mano, impiegando tempo e preziosi doti. Li sbeffeggia palesemente costringendoli ad abbassare i prezzi, ovvero a lavorare con guadagni inferiori, per essere più competitivi su un mercato dove la gente ha sempre meno soldi. Addirittura, portandogli una torta per confortarli, li canzona dicendo che anche lei ha fatto la torta a mano ma mica gliela fa pesare. Il messaggio mi sembra più che ovvio e scontato, ma credo che pochi riescono a decifrarlo, ancora una volta accalappiati dal mito della convenienza e dell’abbondanza.

lunedì 14 ottobre 2013

Destra e sinistra: con la decrescita si va oltre



«L’identità di posizioni tra destra e sinistra italiane sull’incenerimento dei rifiuti non è un accordo episodico su un tema specifico, ma uno dei tanti segni di una coincidenza culturale e politica più vasta. La destra e la sinistra sono due varianti dell’ideologia della crescita. Entrambe ritengono che il PIL sia il principale indicatore della ricchezza prodotta da un Paese e gli assegnano un compito che nemmeno lontanamente si sognerebbero di affidare a nessun altro strumento di misura. Entrambe ritengono che il compito della politica sia di favorire la sua crescita, manovrando adeguatamente la leva fiscale e il costo del denaro per incentivare gli investimenti al fine di produrre sempre più e per sostenere la domanda al fine di consumare sempre di più. Entrambe ritengono di saperlo fare meglio dell’antagonista. Lo scontro tra di esse avviene sui modi di ridistribuire tra le classi sociali la ricchezza misurata dal PIL, a partire dalla valutazione comune che più ce n’è, più ce n’è per tutti. 

Secondo la destra lo strumento migliore per fare le parti è il mercato. [..] Secondo la sinistra se le parti le fa il mercato senza nessun controllo, i più forti arraffano il più possibile e ai più deboli resta troppo poco, per cui il compito dello Stato è ridistribuire in modo più equo la ricchezza prodotta. Lo strumento principale è la fiscalità. 

[…]

Nell’ambito dell’ideologia della crescita che le accomuna, la dialettica fra destra e sinistra si sviluppa sostanzialmente sulla politica fiscale. Un programma politico finalizzato alla decrescita esula da questa dialettica. Ne rifiuta i presupposti. Non è di destra né di sinistra, non perché si collochi in una posizione equidistante tra i due poli ma perché si muove in uno spazio definito da altre coordinate. Il suo obiettivo è usare il bilancio degli enti pubblici, la loro potestà normativa e l’apparato sanzionatorio non per favorire la crescita del PIL, ma per promuovere la diffusione di tecnologie e stili di vita che riducono il consumo di risorse, l’inquinamento e la produzione di rifiuti. Che migliorano la qualità della vita e degli ambienti i cui si svolge riducendo la produzione e il consumo di merci che non sono beni e aumentando la produzione e l’uso di beni che non sono merci. La decrescita è un cambiamento di paradigma culturale rispetto alle opzioni politiche che si sono consolidate negli ultimi due secoli»


da “La felicità sostenibile” di Maurizio Pallante


Politica e decrescita

«Per sostenere una politica economica e industriale fondata sulla decrescita selettiva degli sprechi e delle inefficienze occorre una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra o nelle loro associazioni collaterali, non omologati sul dogma della crescita, culturalmente estranei alle dinamiche politiche del secolo scorso, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi. Già se ne stanno formando. I loro incubatori sono i movimenti di resistenza alla costruzione di grandi opere pubbliche e alla privatizzazione della gestione dei servizi sociali, che sono le due linee strategiche su cui si è saldata l’alleanza tra grandi società e partiti di tutti colori con l’obbiettivo di avviare una nuova fase di crescita, dapprima con la costruzione di grandi opere pubbliche finanziate a debito dalle istituzioni statali e successivamente con la cessione a società private della gestione dei servizi pubblici essenziali (acqua, energia, rifiuti, sanità, scuola, trasporti) a copertura dei debiti accumulati dalle istituzioni per finanziare la costruzione di grandi opere pubbliche. La resistenza della Val di Susa alla costruzione della ferrovia ad alta velocità e le vittorie nei referendum contro il nucleare e la privatizzazione dei servizi idrici dimostrano che, nonostante la disparità delle forze in campo, la partita è iniziata e si può giocare». 


da “Manifesto-appello del Movimento Decrescita Felice”

mercoledì 18 settembre 2013

La spesa Vegan


Della serie: Gli imprevisti della decrescita

Sabato era il fatidico giorno del corso d’alimentazione vegana, basato su alimenti preparati con ingredienti selezionati, assolutamente biologici e rigidamente integrali e naturali, la maggior parte dei quali a chilometro zero, o quasi.
Sara aveva da tempo preparato la lista per la spesa, sotto oculato consiglio di un’esperta in diete vegane, e quel venerdì, il giorno precedente al corso, qualcuno sarebbe dovuto andare a fare la spesa seguendo attentamente le indicazioni e senza dimenticarsi assolutamente nulla. Sara affidò, senza troppo indugio, l’arduo compito ad Anna e Luca che accettarono serenamente.
Anna e Luca poco sapevano di diete vegan e di alimenti bizzarri, ma non si fecero troppi problemi a riguardo. Dopotutto si trattava di comprare delle cose riportate con cura su di una lista.
Il fatto fu, però, che quando Luca posò gli occhi su quella lista zeppa di verdure, di semi, di farine e prodotti dai nomi più insoliti ebbe un sussulto di panico: si sentì di colpo come spaesato, su di un altro pianeta. Ricercò negli occhi di Anna anche solo un lieve supporto, ma lei era già imbronciata in una palese espressione di perplessità. Si guardarono per alcuni secondi. C’erano alcuni nomi che non avevano mai sentito, o che non sapevano esattamente cosa fossero o a che specie appartenessero.
L’uno chiedeva all’altro: “e questo cos’è?”. “E questo qua?” rispondeva a tono l’altro. Non ne avevano idea.
“Forse possiamo vedere su internet” disse Anna “così tanto per documentarci, giusto per non fare brutte figure”.
“Ma dai!” fece Luca forzando un entusiasmo d’ottimismo “in qualche modo faremo, non c’è bisogno di fare ricerche su internet”

Quel venerdì mattina si ritrovarono davanti al supermercato bio, eco, equo e green. L’insegna verde su sfondo giallo era alquanto inquietante: Bio Super Natural Market.
Era mattina presto e la lista era davvero molto estesa. Sapeva già che sarebbe stata un ardua impresa. Cominciarono a mettere nel carrello le cose che conoscevano, o quantomeno che sapevano riconoscere, anche se per ogni prodotto c’erano sempre dei suffissi o degli aggettivi che rendevano la scelta più complicata.
“Almeno con la frutta e le verdure andiamo tranquilli, credo” fece Luca appena entrato nel negozio “cominciamo da quelle”
Ed effettivamente iniziarono a selezionare senza troppa difficoltà alcuni ortaggi: una cassetta di cavolo nero, sette cipolle rosse, una zucca gialla … e anche la frutta: mele, pere, un sacco di arance.
Quando arrivarono però alle carote nere, l’espressione di Luca si incupì e chiese ad Anna: “Le carote nere? Te sai cosa siano?”
“No, non saprei. Non le vedo”
“Ok, facciamo così, quando non troviamo qualcosa o abbiamo dei dubbi mettiamo un bel punto interrogativo sulla lista e quando abbiamo finito chiamiamo la Sara per delucidazioni. Altrimenti, se la chiamiamo ogni volta che c’è qualcosa da chiedere facciamo notte qua”.
“Va bene, dai. Facciamo veloce però, sei così lento nel fare la spesa te! Vai avanti!”
“Mi sembra che di frutta e verdura, a parte le carote nere, non ci sia altro possiamo passare alle farine e ai semi” disse Luca con preoccupazione osservando la lista delle farine e dei semi che si estendeva chilometrica e con i nomi più articolati.
“Dai qua!” fece Anna avvinghiando la lista “C’è un’altra cosa scritta tra le verdure, guarda. Questo: Daikon”
“E che è? Sembra un nome di un personaggio dei cartoni animati giapponesi”
“Chiediamo a una commessa” fece Anna
“Sì, però chiedilo tu. Che io non voglio passare per pazzo”
“Scusi, avete del Daikon?” chiese Anna alla prima commessa del supermercato che incontrò
“Sì, dovrebbe esserne rimasto un po’, lo trova in quello scaffale là in fondo”
“Ah, grazie” disse Luca sollevato “Ma di cosa si tratta esattamente?”
“È un ravanello bianco gigante, originario del Giappone”
“Ah, ecco. Grazie ancora, ci ha salvato”
Adesso erano pronti per gettarsi tra le farine e i semi.
“Allora duecentocinquanta grammi di farina di saraceno, farina di riso, farina di farro, farina di miglio, tutte integrali. Madonna quante! Io pensavo che la farina fosse una sola, la farina, quella bianca sai” fece Luca stupito.
“No, invece, son tante. E nemmeno bianche perché sono integrali, non trattate chimicamente” rispose Anna strappandogli di mano la lista “Dai su, te vai con a cercare le farine, io penso ai semi”
“Trecento grammi di saraceno integrale in chicco, trecento grammi di semi di girasole sgusciati, quattrocentocinquanta grammi di semi di lino, duecento grammi di fiori di sambuco secchi, cento grammi di menta secca … mamma mia”
Impiegarono un buon quarto d’ora per completare le farine e i semi, ma ce la fecero finalmente.
“Allora manca ancora: quindici mele rosse, dodici pere, un bicchiere di vin santo, centocinquanta grammi di uvetta, cento grammi di prugne secche, duecentocinquanta di noci sgusciate, dieci banane … tutto biologico ovviamente”
“Mele, pere, vin santo, uvetta … prugne secche … ma che mangiamo?!?” lamentò Luca sempre più perplesso di quella lista “staremo in bagno per una settimana”
“Dai su, sbrighiamoci che è già mezzogiorno”
Arrivarono poi al pane.
“Il pane è facile, lo prendo io” disse Luca disinvolto “Solo un chilo? Prendiamone di più, saremo in quaranta! Facciamo almeno quattro o cinque chili”
“Guarda quanto costa …”
“Quattro euro al chilo? Accipicchia! Ma che è … d’oro?”
“No è fatto con farine integrali antiche macinate a pietra e cotto a legna”
“Ah … allora ne prendiamo un chilo vai”
La lista cominciava ad essere quasi del tutto depennata, in qua e là però mancavano degli articoli.
“Manca questo” osservò Luca “cinque chili di yofu … e che è? Sembra un personaggio di Dragon Ball”
“Mamma mia come sei ignorante … certo per essere un decrescente non sai nulla di alimentazione. È uno yogurt di soia”
“Accidenti. Cinque chili di yogurt! E un chilo di pane … bo”
“Allora, mentre io cerco lo yofu” disse Anna con tono da dittatrice ”tu cerca o chiedi questo … olio evo. Io non so cosa sia … se non lo trovi tra gli oli, chiedi ai commessi. Sarà un olio di qualche pianta esotica strana”
Luca sfiduciato dalla sua sfortuna nel trovare le cose, chiese al primo commesso che incontrò.
“Scusi l’Olio Evo ce l’avete?”
Il commesso fece un’espressione pensierosa e perduta.
“Non saprei … mmh … Aspetta che chiedo”
Andò a chiedere alla sua collega, poi alla cassiera, andò persino nel magazzino. Chiese a tutto il personale del negozio, ma nessuno conosceva questo olio evo. Tornò tristemente sconsolato.
“Mi dispiace, non ce l’abbiamo”
“Ah, ok” fece Luca “Grazie comunque”
Era arrivato il momento di fare il punto: la lista era ormai quasi completata. Mancavano soltanto le carote nere, le lenticchie e il celebre olio evo.
“Le lenticchie non le hai prese??” accusò Anna risentita.
“No, ti avevo detto. Ci sono lenticchie bio grandi, le lenticchie bio rosse piccole oppure le lenticchie non bio piccole. Mancano proprio quelle che cerchiamo noi: le lenticchie verdi bio piccole. Che si fa? Si prende quelle bio grandi o quelle non bio piccole? O quelle rosse?”
“Bel dilemma” fece Anna “Sentiamo la Sara, tanto dobbiamo chiederle anche delle carote nere e dell’olio evo”
Chiamarono la Sara.
“Senti Sara, ma questo Olio Evo … che cos’è? Abbiamo chiesto a tutto il negozio ma hanno detto che non ce l’hanno” chiese Luca al telefono.
“Olio evo???” disse Sara sorridendo “Olio Extra Vergine d’Oliva, semplicemente”
“Ah, bella figura che abbiamo fatto … comunque nessuno qua lo sapeva. Poi … le carote nere qua non ci sono. Io non le ho mai viste, dove le troviamo?”
“Andate al supermercato, là ce l’hanno di sicuro”
“Ok, un’ultima cosa. Le lenticchie le preferisci bio grandi, o non bio piccole”
“Eh?!? Vabbè, prendile non biologiche, non se ne accorgerà nessuno”

Luca fu costretto, quindi, a fare una corsa da solo, in bicicletta, verso il supermercato che era in procinto di chiudere. Arrivò al centro commerciale affaticato e avendo scampato per poco un dilagante temporale estivo. Si gettò immediatamente nel reparto verdura alla ricerca delle famose carote nere, che mai aveva visto prima e mai ne aveva sentito parlare in vita sua.
Chiese a un commesso che sistemava delle cipolle nelle ceste.
“Scusi avete le carote nere?”
“Carote nere??” rispose confuso
“Sì” fece Luca già perso “Carote nere, scure”
“Ma sei sicuro? In che senso nere, scusa?”
“Nere, scure, viola, non so. Avete carote che non siano arancioni come queste? Magari un po’ sul nero?”
“No guarda, ti assicuro che non esistono carote nere. Ci sono solo queste arancioni. Te lo dico io. Sono perito agrario e non ho mai sentito parlare di carote nere, solo arancioni. Forse intendevano le melanzane”
“Ah, va bene. Mi devo essere sbagliato. Grazie comunque”
Luca fu tentato di chiamare Sara e passarle al telefono quel simpatico ragazzo che diceva di essere un esperto agrario. Ma oramai stremato da quella complicata spesa che non voleva terminare mai decise che ne aveva auto abbastanza. Prese un sacco da un chilo di normalissime carote arancioni e pensò fra sé: “Non ce la faccio più, prendo queste … alla peggio le dipingo”.

mercoledì 11 settembre 2013

La festa improvvisa di Silvano Agosti



«Vorrei qui ricordare che quando gli apparati politici o di potere (più occulto che non) allestirono circa venti anni fa la gran farsa dell’ “Esaurimento dei pozzi petroliferi” e per motivi misteriosi costrinsero improvvisamente gli esseri umani a non usare l’automobile il sabato e la domenica, si verificò subito qualcosa di straordinario. Le strade si riempirono di gente, felice di potersi incontrare, confrontare e frequentare senza intossicarsi a vicenda con l’ossido di carbonio delle automobili, senza dover guardare a destra e a sinistra centinaia di volte nel terrore di essere travolti da qualche auto pirata. 

Ebbene, quell’improvvisa euforica festosità era un’immagine della vita, qualcosa di esemplare rispetto all’ipotesi di liberare gli esseri umani dal peso di un lavoro coatto e del “consumare benzina ad ogni costo”. 

C’era chi pattinava, chi si era costruito ingegnosi monopattini, trionfavano biciclette di ogni genere, si rivedeva anche qualche calesse e tutti, nella via, sembravano tornati a possedere il mondo. Naturalmente tutto ciò era troppo pericoloso, la gente rischiava di scoprire che la vera felicità non ha costi economici, non dipende dal denaro ma nasce dallo “stare insieme” con se stessi e con gli altri, dal poter comunicare sia con gli altri che con se stessi. E poiché incominciava a spuntare una nuova cultura, la cultura dei comportamenti, apparati di potere senza tante spiegazioni, neppure temendo la vergogna dello smascheramento, in contraddizione con ciò che avevano allarmisticamente sostenuto, pochi mesi prima affermando che “le riserve di petrolio stavano per esaurirsi” decisero di sospendere “la festa” e tornare a far traboccare le strade di automobili e veleni. 

È dunque importante ritrovare la memoria di quei giorni, o magari della propria infanzia, la delicata festosità dello stare insieme e del conoscersi e riconoscersi, ridando alla persona umana e quindi anche a se stessi la massima dignità, quella di poter rispondere in qualsiasi momento a chiunque chieda:
“Come va?”
Semplicemente “Sto vivendo”»


Estratto da “Il genocidio invisibile” di Silvano Agosti

mercoledì 4 settembre 2013

La mia famiglia è il cosmo

I rapporti sentimentali nella nuova era


La famiglia produce quasi sempre follia. La chiusura della persona nell’interno di un nucleo di poche persone determina la riduzione degli stimoli. Il campo percettivo si restringe. Poco a poco la persona non “vede” più nulla del mondo circostante e vive chiusa in un involucro invisibile. Staccarsi progressivamente dal mondo è la traiettoria inversa a quella della vita e quindi l’animo umano si insenilisce e i malesseri divengono parte fondamentale del quotidiano.

(Silvano Agosti – La ragion pura)

Una nuova cultura è alle porte, un nuovo modo di pensare e di vedere il mondo si sta sviluppando come una naturale evoluzione dell’essere umano. Un cambiamento epocale è alle porte, ma per il momento solo pochi, pochissimi in confronto all’intera popolazione mondiale, lo stanno avvertendo. Le crisi che si aggravano, tra cui quella economica che non è probabilmente neanche la più grave, sono palesi segnali di questo passaggio storico invitabile, un’occasione unica per l’umanità di realizzare a pieno la sua missione: percepire il suo stato di pura gioia interiore e fonderlo con quello dell’Universo, che di fatto sono la stessa identica cosa.

In questo nuovo modello culturale cambierà la nostra visione delle cose, di qualsiasi cosa, in ogni ambito. Anche riguardo alle relazioni, come già ho avuto modo di scrivere nel mio ultimo libro Ritorno all’Origine, ci saranno degli stravolgimenti fondamentali. In particolare, per le relazioni sentimentali, oggi assistiamo a una crisi senza precedenti, l’aumento impressionante della violenza sulle donne e delle tragedie familiari dovute a gelosie, insofferenze, abbandoni è un chiaro sintomo di un sistema che non funziona più perché superato, inadatto; ed è perciò che subirà una evoluzione, una trasformazione. Alcuni concetti, relativi alle relazioni sentimentali, come il fidanzamento, la coppia, l’amore, il matrimonio, la famiglia, il tradimento, la gelosia, alcuni dei quali hanno radici culturali anche di millenni di storia umana, saranno stravolti completamente da una nuova visione della vita. 

Alla base di tale evoluzione c’è senza dubbio un passaggio fondamentale ovvero quello che riguarda la relazione stessa. Oggi viviamo la relazione sostanzialmente scegliendo tra due tipologie distinte e contrarie: le relazioni di dipendenza, in cui dipendiamo morbosamente dall’altro, e le relazioni di indipendenza, in cui siamo totalmente slegati e liberi rispetto all’altro. La prima tipologia conduce ad un forte attaccamento e all’illusione che la nostra felicità, la nostra dignità, risieda nell’accettazione e nel consenso dell’altro, e naturalmente ci attendiamo il viceversa. Disfunzionamenti inevitabili di tale visione conducono alla sofferenza della gelosia, dell’abbandono e del tradimento. La seconda tipologia, l’indipendenza, conduce invece ad alimentare la propria arroganza e superbia, a non rispettare e non vedere affatto le esigenze e i sentimenti altrui, che crea sofferenze che inaridiscono lo spirito umano e allontanano le persone isolandole, dando l’illusione che non ci sia bisogno delle relazioni di valore con altri individui per essere felici. 

Nella nuova cultura della via di mezzo, tutte le relazioni, non solamente quelle sentimentali, saranno contemplate come relazioni di interdipendenza dove ovviamente l’individuo non è distaccato dagli altri ma neanche dipendente dagli altri, piuttosto è il singolo individuo che illuminandosi alla sua vera natura e fondendosi con lo stato vitale del cosmo raggiunge una dimensione tale in cui si perde la separazione tra “piccolo io”, l’io individuale limitato e circoscritto, e il “grande io” vasto e illimitato. Questo è il passaggio essenziale che conduce alla trasformazione di tutti quei concetti culturali che oggi diamo per assodati e intoccabili. 

Le insofferenze dovute alla gelosia, al tradimento, all’abbandono perdono la loro efficacia, perché la gelosia, il tradimento e l’abbandono non hanno più ragione di esistere, si dissolvono con leggerezza. Così il matrimonio, un contratto per obbligare le persone ad amare una sola persona per tutta la vita, perderà la sua centralità nella costruzione di relazioni sentimentali e delle famiglie. Amare una sola persona, giurare fedeltà assoluta pena la punizione, sono tentativi escogitati dall’uomo per controllare la società e assoggettarla al potere centrale. La creatività e l’immensità dello spirito umano non può avere limiti per quanto riguarda l’amore e i suoi sentimenti, l’empatia, e perché no anche l’espressione fisica di tali sentimenti. L’emancipazione dell’uomo dalla gabbia dei condizionamenti e delle prescrizioni culturali è un tassello indispensabile per l’evoluzione verso una nuova era che abbia capacità di futuro. 

Lo stesso vale per la concezione della famiglia, che oggi è vista essenzialmente come un nucleo chiuso in cui i componenti tendono a difendersi e proteggersi l’un l’altro senza prendere in considerazione l’esterno. L’importante è che la famiglia stia bene, quello che succede fuori non è poi così rilevante: questa visione distorta fa parte della cultura attuale, questo è innegabile, di una cultura che sta morendo. Il concetto di famiglia chiusa, così come quello di matrimonio come impegno ad amare una sola persona, sono concetti che hanno a che fare più con l’egoismo, e il piccolo io, che con l’amore, e il grande io. 

Essere liberi di esprimersi, di espandere il proprio stato vitale fino ai confini dell’universo, di amare un fiore, un insetto e tutti gli esseri umani, questa è la vera natura dell’uomo e la sua funzione in questo pianeta, e adesso, in questo momento storico, le circostanze esteriori ci stanno caldamente indirizzando verso questa direzione. Una direzione in cui la mia famiglia non sono io, né la mia compagna, né mio figlio: la mia famiglia è il cosmo.

venerdì 30 agosto 2013

Vento dell'Ovest, un romanzo a puntate: seguilo!


Da martedì 10 settembre inizierà la pubblicazione del libro Vento dell'Ovest a puntate con cadenza bisettimanale (ogni martedì e venerdì) in una serie di 102 puntate totali.

Segui la pubblicazione, scegliendo il canale che più preferisci (Facebook, Twitter, Email, Google)

Tutti i libri di Luca Madiai su http://www.lucamadiai.it/

lunedì 29 luglio 2013

Io non sono pacifista



Io non sono pacifista
Perché non concepisco la guerra
Io non sono antirazzista
Perché non concepisco il razzismo
Io non sono antifascista
Perché non concepisco il fascismo

mercoledì 24 luglio 2013

Noi siamo l'ambiente


«La rotondità della testa è simile alla curva del cielo. Il calore del ventre imita la primavera e l’estate, mentre il freddo rigido della schiena copia l’autunno e l’inverno. Perciò, si dice che il corpo contenga il cielo e la terra e le quattro stagioni. Ci sono dodici articolazioni maggiori nel nostro corpo. Esse rappresentano i dodici mesi dell’anno. Ci sono trecentosessanta articolazioni minori, che rappresentano i giorni dell’anno. Il nostro respiro è il vento. Talvolta è una brezza leggera, talaltra è un vento impetuoso, come quando si sta litigando con qualcuno. I nostri due occhi rappresentano il sole e la luna. Il flusso sanguigno i fiumi. Un’emorragia cerebrale potrebbe essere descritta come lo straripamento di un fiume. La nostra carne è la terra. La nostra pelle, la superficie del suolo. I peli che ricoprono il nostro corpo, l’erba e le foreste. Il nostro cuore situato tra i polmoni si dice che rappresenti il fiore di loto dentro il nostro petto.» 

Maestro Miao-lo

lunedì 22 luglio 2013

RO 25/47: Intermezzo

Dipinto di Ciro D'Alessio



«Oggi l’uomo non è un aviatore che piloti un aereo in un cielo azzurro e senza nubi, ma un autista al volante di una macchina che divora una strada tutta curve nel cuore di una foresta impenetrabile. Come lei giustamente osserva, per affrontare validamente le situazioni imposteci dalla vita moderna, occorre associare la prontezza decisionale a una nitida visione prospettica delle conseguenze del nostro operato proiettandole nel futuro. D’altro canto è pur vero che oggigiorno i mutamenti sopravvengono a un ritmo così frenetico, che la previsione a lungo termine è necessariamente limitata. Quando occorre procedere a decisioni tempestive, la carente lungimiranza alla quale ci vediamo condannati è suscettibile di provocare catastrofi. In effetti, tecnici e scienziati si affannano ad accelerare il passo dei mutamenti che si producono continuamente attorno a noi. Secondo me l’uomo, ossia il conducente che guida l’auto lungo la strada tutta curve, non deve accelerare ma piuttosto rallentare, adottando quantomeno una velocità che gli permetta di affrontare in tempo utile il sopravvenire di curve inaspettate. 

[…]

Non sono d’accordo che la decelerazione sia impossibile. Lei dice che dobbiamo rinunciare alla nostra eccessiva e inconsulta auto fiducia e lottare per tenere a bada i fattori incontrollati che ci spingono a gran velocità lungo una strada irta di pericoli. Ma a mio parere, nel momento stesso in cui ci scuoteremo dal nostro stato di euforia occorrerà per forza di cose rallentare il ritmo della nostra marcia, e addirittura arrestarci per guardarci attorno, per orientarci nel modo più cauto e opportuno, per stabilire la direzione ottimale che dovremo seguire in vista del futuro, dopo di che riprenderemo ad avanzare, ma nel rispetto di un’andatura ragionevolmente calcolata. Lei ha ragione di osservare che molti fattori legati al nostro andamento di marcia sono intimamente intrecciati fra loro, ma è sempre l’umanità a tenere il piede sul pedale dell’acceleratore. Pertanto spetta all’uomo, purché dotato del giudizio e dell’equilibrio necessari, ridurre la pressione del suo piede e addirittura, perché no, azionare i freni. 

[…]

Questa forma di saggezza e moderazione rientra nella sfera delle nostre possibilità, a patto di non cedere all’avidità, di aver chiara visione dei nostri reali interessi e di guardare agli altri con spirito di comprensione e solidarietà. I guidatori temerari e spericolati non sono in grado di tenere la loro sorte in pugno, mentre per contro ne sono capaci – per lo meno entro una certa dimensione – quanti danno prova di obiettivo giudizio e self-control, e pertanto sono indotti a procedere con la dovuta cautela. Tali sono le virtù promosse dalla rivoluzione umana d’ispirazione buddista, giacché permettono agli uomini di mutare il corso del loro destino. 

È questo il senso della rivoluzione umana. Si tratta di un nuovo corso, non del raggiungimento di una meta. […] Pur incorrendo in comunissimi errori, gli uomini impegnati in tale rivoluzione subiscono una decisiva trasformazione interiore. Col tempo i loro tratti distintivi acquistano evidenza. Sta di fatto, comunque, che a mio modo di vedere la rivoluzione è un viaggio senza soste, non l’arrivo a una destinazione prefissata» 


Da Campanello dall’allarme per il XXI secolo, di Daisaku Ikeda


mercoledì 17 luglio 2013

Dialogo tra un decrescente consapevole e un comune mortale. Episodio tre: le vacanze


Due comuni mortali, impiegati d’ufficio, sono in pausa alla macchinetta del caffè. Siamo ancora ad aprile, ma già parlano di vacanze estive. In quel momento sopraggiunge un decrescente consapevole che dalla macchinetta del caffè prende solo dell’acqua calda in una tazza di ceramica portata da casa e si mette al tavolino per bersi una tisana di erbe biologiche. E intanto ascolta il dialogo, già incominciato, tra i due comuni mortali. 

«Quest’anno la mia settimana di ferie non la voglio sprecare a fare lavori di casa, quest’anno che ho messo un po’ di soldi da parte, me ne voglio andare in qualche bel posto lontano da qui. Io e mia moglie ci stiamo già pensando e in questi giorni prenotiamo»

«Dove di bello?» fa l’altro.

«Si pensava a Sharm el-Sheikh ci sono delle offerte per agosto che costano pochissimo» poi con un’espressione d’orgoglio aggiunge subito dopo «oppure alle Seychelles, costano un po’ di più ma penso ne valga la pena, e poi comunque è tutto incluso. Il pacchetto include pernottamento in albergo a cinque stelle, superlusso, con appartamento privato, un bagno che è più grande del mio salotto»

Il decrescente consapevole ascolta interessato, pensando che molto probabilmente il collega non sapeva neanche dove si trovassero esattamente quei luoghi e quali fossero le caratteristiche delle popolazioni e delle culture che li abitano. 

«Eh si! Ma ti conviene prenotare subito» dice l’altro con convinzione «Io ho prenotato a febbraio per agosto un pacchetto che è un’occasione unica: ce ne andiamo due settimane in Polinesia, ci facciamo un tour delle isole. Non mi chiedere quali perché ce ne sono tante che non ho mai sentito, nomi incredibili. Ma sicuro so che andremo anche alle Hawaii e sulla via di ritorno ci fermiamo qualche giorno in Messico»

«Fate bene, ci sono posti fantastici» enfatizza l’amico comune mortale «dei veri e propri paradisi terresti. E poi una volta tanto che si stacca dal lavoro conviene andare in ceri posti incontaminati, da cartolina. Per quanto costano vivi dei giorni da vero e proprio miliardario, servito e riverito in una cornice che sembra finta da quanto è perfetta»

«Devo tornare in ufficio, a dopo» fece l’altro lasciando la stanzetta della pausa.

Nell’uscire getta il bicchierino di plastica del caffè nel cestino che oramai è diventato una montagna franante di bicchierini accatastati. Ce ne saranno centinaia, e quello è soltanto il numero di una singola e normalissima giornata di lavoro, dato che molti impiegati ne prendono addirittura quattro o cinque durante le ore di lavoro. Il decrescente osserva quella montagna e il suo cuore piange dallo sconforto: quante altre pile di plastica usa e getta si stanno consumando in quel momento in tutti gli uffici della città? E del paese? E del mondo intero? Non osa chiederselo ulteriormente.

«Te che fai quest’estate? Hai già prenotato qualcosa?» chiede il comune mortale al decrescente e poi senza dargli tempo di rispondere aggiunge, come se non avesse sentito prima: «Io vedrai che andrò alle Seychelles. Ho trovato un’offerta bellissima, il mio cognato c’è stato l’anno scorso s’è trovato benissimo e ha speso meno che andare al campeggio qui vicino»

Poi si ferma di colpo attendendo una risposta decisa dell’amico decrescente.

«No, ancora non ho prenotato nulla …»

«Farai un last minute?» lo interrompe prima di sorseggiare la fine del suo caffè.

«No in realtà non credo»

«Non hai soldi da parte, eh? Anch’io l’anno scorso per via dei lavori in casa ho saltato le ferie e sono andato qua vicino al mare solo qualche giorno»

Il decrescente si sorprende nel constatare che quel “qua vicino” si riferiva in realtà a qualche centinaia di chilometri di distanza ed era da considerarsi vicino solo in riferimento ai siti tropicali di cui tutti parlavano in quel periodo. Pensa tra sé e sé: “evidentemente secondo la logica del comune mortale se non attraversi almeno un oceano non sono da ritenersi ferie ‘normali’, piuttosto ‘ferie non convenzionali’ ”. 

«No, non è neanche una questione di soldi» dice onestamente il decrescente.

«Ah» fa l’altro con un eccesso di stupore e incomprensione.

«Penso che andrò con degli amici per un viaggio a piedi sull’appennino, lo attraversiamo a piedi con tappe flessibili, ci prendiamo tanti giorni di tempo e dormiamo nei rifugi»

«Ah, anche io ho fatto delle escursione. Pensa che in un giorno mi sono fatto quasi cinquanta chilometri, e sono arrivato primo nel nostro gruppo»

Il decrescente pensa come tutto, nella logica del comune mortale, sia riconducibile sempre e comunque alla competizione. 

«No, noi ce la prendiamo con calma. Siamo un gruppo abbastanza grande ci sono anche famiglie con bambini piccoli. Ci piace attraversare i boschi e goderci la natura senza essere invasivi»

Queste ultime parole il collega comune mortale probabilmente non le sente proprio, o non le vuole sentire. Guarda l’orologio, e in un frangente saluta e se ne torna a lavoro con passo rapido, gettando al volo il suo bicchiere di plastica sul culmine della montagna che sovrasta il cestino. Il bicchierino rimbalza goffamente, facendo crollare l’intero cumulo che si sparge di colpo su tutto il pavimento.

venerdì 12 luglio 2013

mercoledì 10 luglio 2013

Narciso e Boccadoro



"Una volta Narciso disse pensieroso: «Imparo molto da te, Boccadoro. Comincio a comprendere che cos’è l’arte. Prima mi pareva che, in confronto col pensiero e con la scienza, non fosse da prendere troppo sul serio. Pensavo press’a poco così: poiché l’uomo è una dubbia mescolanza di spirito e materia, poiché lo spirito gli schiude la conoscenza dell’eterno, mentre la materia lo trascina in basso e lo incatena a ciò ch’è transitorio, egli dovrebbe cercare di staccarsi dai sensi e di entrare nel mondo spirituale, per levare la sua vita e darle significato. Affermavo bensì di apprezzare altamente l’arte, per consuetudine, ma in realtà ero superbo e la guardavo dall’alto in basso. Ora soltanto vedo quante vie ci sono per giungere alla conoscenza, e quella dello spirito non è l’unica e forse neppure la migliore. È la mia vita, certo: e rimarrò in essa. Ma ti vedo per la via opposta, la via dei sensi, cogliere il mistero dell’essere altrettanto profondamente, ed esprimerlo con molta più vivezza di quel che possano la maggior parte dei pensatori».

«Capisci ora», disse Boccadoro, «che io non posso intendere che cosa significhi pensare senza rappresentazioni».

«L’ho capito da un pezzo. Il nostro pensare è un continuo astrarre, un prescindere dal mondo sensibile, un tentativo di costruzione d’un mondo puramente spirituale. Tu invece cogli nel cuore ciò che vi è di più instabile e mortale e riveli il senso del mondo proprio in quello ch’è transitorio. Tu non prescindi da questo, ti dai tutto ad esso, e per questa tua dedizione esso diventa ciò che vi è di più alto: il simbolo dell’eterno. Noi pensatori cerchiamo di avvicinarci a Dio staccando il mondo da lui. Tu ti avvicini a lui amando e ricreando la sua creazione. Sono entrambe opere umane e inadeguate, ma l’arte è più innocente.»

«Non so, Narciso. Voi pensatori e teologi però mi pare riusciate meglio a spuntarla con la vita, a difendervi dalla disperazione. Io non t’invidio più da un pezzo, amico mio, per la tua scienza, ma t’invidio per la tua tranquillità, per la tua equanimità, per la tua pace.»

«Non dovresti invidiarmi, Boccadoro. Non c’è una pace così come tu la intendi. C’è la pace, senza dubbio, ma non una pace che alberghi durevolmente in noi e non ci abbandoni più. C’è solo una pace che si conquista continuamente con lotte senza tregua, e tale conquista dev’essere rinnovata di giorno in giorno. Tu non mi vedi lottare, non conosci le mie battaglie nello studio e neppure quelle nella cella delle preghiere. È bene che tu non le conosca. Tu vedi solo che io sono soggetto meno di te agli umori variabili e credi che ciò sia pace. Ma è lotta, è lotta e sacrificio, come ogni vera vita, come anche la tua»"

Tratto da Narciso e Boccadoro, di Hermann Hesse

giovedì 27 giugno 2013

Silvano Agosti per la decrescita



«Improvvisamente ho assistito al miracolo di una società nascente, a misura d’uomo, dove ognuno sembra poter gestire il proprio destino e la serenità permanente non è un’utopia, ma un bene reale e comune. Qui sembra essere accaduto tutto ciò che negli altri paesi del mondo, da secoli, non riesce ad accadere.

[…]

Qui in Kirghisia, in ogni settore pubblico o privato, non si lavora più di tre ore al giorno, a pieno stipendio, con la riserva di un’eventuale ora di straordinario. Le rimanenti 20 o 21 ore della gionrata vengono dedicate al sonno, al cibo, alla creatività, all’amore, alla vita, a se stessi, ai propri figli e ai propri simili. La produttività si è così triplicata, dato che una persona felice sembra essere in grado di produrre, in un giorno, più di quanto un essere sottomesso e frustrato riesce a produrre in una settimana. In questo contesto, il concetto di “ferie” appare goffo e perfino insensato, qui dove tutto sembra organizzato per festeggiare ogni giorno la vita.

[…]

La corruzione politica si è azzerata perché in questo Paese, chi appartiene all’apparato governativo, esercita il proprio ruolo in forma di “volontariato”, semplicemente continuando a mantenere per tutta la durata del mandato politico lo stesso stipendio che percepiva nella sua precedente attività.

[…]

Qui in Kirghisia, la possibilità di dedicare quotidianamente alla vita almeno mezza giornata ha consentito la realizzazione di rapporti completamente nuovi tra padri e figli, tra colleghi di lavoro e vicini di casa. Finalmente i genitori hanno il tempo di conoscersi veramente tra loro e di frequentare i propri figli. I parchi sono ogni giorno ricolmi di persone e il traffico stradale è oltre un quattro volte inferiore, dato il variare degli orari di lavoro.

[…]

Certo, tutto ciò può sembrare incredibile a chi, come voi cari amici, è costretto a credere che l’attuale organizzazione dell’esistenza in occidente sia la sola possibile»

Silvano Agosti, Lettere dalla Kirghisia

mercoledì 19 giugno 2013

Evoluzione dei modelli alternativi




Ad oggi sono tanti i modelli alternativi di sistema teorizzati, solo pochi hanno avuto larga diffusione e solo pochissimi vengono presi ora in considerazione per possibili tentativi di attuazione pratica. Prendendo in analisi gli elementi fondanti i vari modelli di pensiero si possono evidenziare le similitudini e le differenze in ognuno di essi ed è possibile ipotizzare una classificazione, del tutto generale e senza pretese, in base al livello evolutivo di questi modelli, traendone alcune conclusioni importanti. 

Dalla mia analisi ho realizzato questa classificazione dei modelli economici-sociali alternativi cominciando da quello che ritengo meno evoluto a quello più evoluto:

- Green economy
- Capitalismo naturale
- Blue economy

- Decrescita felice 
- Ecologia Profonda
- Decrescita Felice e Rivoluzione Umana


Naturalmente l’obiettivo di questi sistemi è lo stesso, o almeno dovrebbe, ovvero la cosiddetta sostenibilità ambientale, economica e sociale: in altre parole la capacità del modello di rispondere alle esigenze umane in termini di felicità e benessere senza impedire che le generazioni future possano fare altrettanto. In fin dei conti, la sostenibilità è l’unico modello che rispetta la vita e la sostiene, e non ci dovrebbe essere bisogno di aggiungere altro. È tuttavia indiscutibile che negli ultimi secoli ci siamo discostati sempre più dalla sostenibilità fino ad arrivare a una situazione probabilmente irreversibile, almeno senza gravi danneggiamenti all’intera ecosfera. Per riportarci sulla strada della sostenibilità occorre quindi un percorso a tappe forzate, in cui il cambiamento non dovrà essere solo a livello della tecnica, ma anche e soprattutto sul piano culturale e spirituale. 

I primi tre modelli che ho riportato sono modelli prettamente tecnici, ovvero che riguardano questioni tecniche e raramente vanno a interessare anche l’ambito culturale. La caratteristica che hanno in comune è senza dubbio la loro stretta parentela con il concetto di sviluppo sostenibile, quindi un tipo di sviluppo con delle accortezze che prima non aveva. Rappresenta la prima forma di cambiamento del sistema, ma forse anche la più subdola in quanto cerca in qualche modo di riparare ai danni dello sviluppo contrapponendo alcune azioni riparatrici, rientrando però nella logica del compromesso che ostacola l’evoluzione del modello stesso. In tutti e tre i modelli c’è ancora una fede cieca nella scienza e nella tecnologia che risolveranno qualsiasi problema l’uomo si trovi di fronte nonché l’idolatria del mito della crescita, o sviluppo o progresso, come si preferisce chiamarlo. È ovvio che in questo caso sarebbe più corretto, semanticamente, parlare di sviluppo meno insostenibile, piuttosto che di sviluppo sostenibile. Mentre la green economy punta principalmente alla sostituzione delle fonti tradizionali con le fonti rinnovabili, senza dar risalto ai loro limiti e ai loro aspetti problematici, il capitalismo naturale pone l’accento su l’aumento dell’efficienza dei sistemi di produzione e sulla possibilità di imitare la natura nel progettare sistemi tecnici, punto che verrà preso come bandiera dell’economia blu di Gunter Pauli. Non viene messa in discussione la cultura della crescita e dell’illimitatezza delle risorse, pervasa da un forzato ottimismo nelle capacità razionali dell’uomo. 

Gli altri tre modelli invece li ho raccolti sotto la denominazione di sostenibilità, in quanto il passaggio fondamentale che avviene a livello culturale è quello di uscire totalmente dall’ideologia della crescita, o sviluppo o progresso che sia. Lo sviluppo non è più contemplato non perché si neghi l’importanza di migliorare o di progredire, inneggiando pertanto all’immobilismo o addirittura alla regressione, piuttosto perché non si ritiene più un elemento culturale fondamentale, perciò perde il suo ruolo centrale nelle scelte. Al centro di un nuovo modello culturale rientrano invece le azioni e le scelte che sostengono la vita, la alimentano, la proteggono, e non la danneggiano o la degradano: e perciò in questo caso possiamo parlare di sostenibilità a pieno titolo. La decrescita felice, a mio modo di vedere, è la prima corrente di pensiero che riesce a fare questo passaggio basilare a livello culturale, senza tuttavia intaccare l’ambito spirituale. Solo con l’ecologia profonda si sconfina nella sfera dello spirito, si contempla l’importanza dello spirito che è alla base della vita e che perciò non può essere ignorato. Con la rivoluzione umana, infine, si introduce anche uno strumento diretto per indagare lo spirito umano e poter riformalo manifestando l’infinito potenziale inerente nella vita. 

Concludendo, quindi, credo che invece di vedere i vari modelli in competizione tra di loro forse dovremmo tentare di individuare una loro continuità evolutiva che non li metta in contrapposizione l’uno all’altro, sostenendo che uno deve necessariamente negare tutti gli aspetti degli altri, ma al contrario li faccia uno la naturale evoluzione dell’altro. Fino a giungere al cuore delle cose: lo spirito umano.
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