«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

martedì 8 marzo 2011

Da Larderello spunti di riflessione per la conversione ecologica



“Un progetto collettivo e radicato in un territorio inteso come luogo di vita comune e dunque da preservare e da curare per il bene di tutti. La partecipazione, implicita nell’azione, diventa “guardiana” e “promotrice” dello spirito dei luoghi” (da “Breve trattato sulla decrescita serena”, di Serge Latouche)

Larderello è una frazione del comune di Pomarance, in provincia di Pisa sulle Colline Metallifere a 390 metri di altitudine. Il paese conta 850 abitanti ed è in parte proprietà dell’ ENEL.
Il 2 agosto scorso è balzato agli onori della cronaca la notizia dell’ “Operazione Rinascita” di Larderello. Quel giorno infatti c’è la stata la stipula dei primi contratti fra ENEL e gli acquirenti di 60 dei 110 appartamenti di quello che, a distanza di quasi sessant’anni dalla sua costruzione, è a tutt’oggi considerato uno dei più riusciti esperimenti di villaggio- fabbrica, modello di progettazione residenziale e servizi connessi all’organizzazione dell’industria. Larderello, il borgo voluto nel 1954 dalla “Larderello spa” che all’epoca gestiva gli impianti della zona boracifera nella Valle dei Diavolo (poi passati ad ENEL), torna a rianimarsi dopo i decenni dell’ abbandono e dello spopolamento provocato dalla progressiva automazione dei processi industriali. Dai 1200 addetti (che permettavano occupazione anche agli abitanti delle zone limitrofe), sono rimasti in 300 ad abitare le case di Larderello.
Gli alloggi dei dipendenti della fabbrica boracifera vengono messi in vendita, con diritto di opzione per gli addetti che ancora ci vivono, a prezzi scontati. Un appartamento di 80 metri quadri, con cantina e garage, costa circa 50.000 euro. Si tratta di appartamenti teleriscaldati a vapore (con risparmio rispetto agli impianti tradizionali di riscaldamento). E addirittura alle giovani coppie che vorrano stabilirsi da queste parti saranno praticati sconti ulteriori. Ed è prevista pure la possibilità di ricontrattare il contratto di affitto a prezzi bassi per 5 o 6 anni. E all’interno dell’operazione complessiva è previsto che i cosiddetti edifici sociali (palestra, piscina riscaldata, campi sportivi, teatro) tornino in mano all’ amministrazione comunale.
Un operazione che prevede anche la rivitalizzazione economica locale: tutti i lavori di riqualificazione e di bonifica sono stati assegnati alle ditte locali ed inoltre lo sviluppo dell’energia geotermica offre nuove opportunità occupazionali.

Partiamo da questo esempio e da questi spunti per suggerire e proporre esperimenti ed alcune “utopie concrete e descrittive” secondo noi necessarie – come momenti di “transizione” – verso un cambiamento del nostro sistema e del nostro modello di sviluppo per una conversione ecologica e sociale della nostra società (arrivando al necessario cambiamento degli attuali rapporti e forze di produzione).

Attraverso anche l’utilizzo dei fondi pubblici (regionali, statali ed europei) le aministrazioni locali dovrebbero cominciare ad elaborare una strategia ad ampio raggio e a lungo termine per il recupero, la rivitalizzazione e la ripopolazione dei borghi e delle zone rurali, sempre più abbandonate e desertificate. Per contrastare la periferizzazione urbana e politica prodotta dalla società della crescita, la soluzione potrebbe essere quella di riprendere l’ “utopia” dell’ “ecomunicipalizzazione”.

La rilocalizzazione occupa un posto centrale nell’utopia concreta e può essere declinata immediatamente in programma politico, coniugandola con la decrescita per rinnovare la vecchia formula degli ecologisti: pensare globalmente, agire localmente. La dimensione non dovrebbe rappresentare un limite e un problema ma come punto di partenza sicuramente converrebbe, anche come strumento esemplificativo, partire appunto da comunità dalle dimensioni ridotte.
Il progetto di conversione ecologica comprende due elementi interdipendenti: l’innovazione politica e l’autonomia economica (che implica quella alimentare ed energetica).
Il progetto politico intende valorizzare le risorse e le differenze locali, promuovendo processi di autonomia cosciente e responsabile, di rifiuto della eterodirezione del mercato unico, sviluppando e promuovendo forme di economie miste, superando l’attuale sistema di regime capitalista improntato sull’economia del profitto e delle disuguaglianze.
Quale migliore occasione che ripartire da piccole comunità, da “villaggi urbani”, terreni fertili per promuovere e sviluppare economie di relazione, di prossimità e di buon vicinato. Forme di economie di “comunione” e solidali che favoriscano il passaggio dall’economia delle merci e dei beni materiali a quella dei servizi e delle relazioni (spazi comuni per servizi condivisi – co housing -attraverso un senso comunitario che si sviluppi secondo una logica di “solidarietà condominiale”).
In questa prospettiva il locale non è un microcosmo chiuso, ma il nodo in una rete di relazioni trasversali virtuose e solidali, volte a sperimentare pratiche di rafforzamento democratico (tra cui il bilancio partecipato) e coesione sociale che permettano di resistere al dominio liberista.

Soffermiamoci sulle opportunità occupazionali potenzialmente disponibili se intraprendessimo una reale conversione ecologica, coniugando la politica ecologica con la politica sociale, tenendo presente che il soddisfacimento dei bisogni di un modo di vivere conviviale, equo e sostenibile per tutti può essere realizzato con una riduzione sensibile del tempo di lavoro obbligatorio, dal momento che esistono imponenti “riserve”.
Necessario per questo una rivoluzione culturale in grado di “decolonizzare l’ immaginario” , elaborando “utopie descrittive” e sperimentazioni concrete di stili di vita.

Questi i settori che dovrebbero essere sviluppati, all’interno di una sorta di “Green Deal” – un piano per la riconversione ecologica – partendo dai borghi e dai piccoli paesi:
sviluppo delle energie rinnovabili verso una economia “solare” (costruzione delle pale eoliche e relative turbine, produzione di cellule fotovoltaiche, geotermia) e transizione verso l’autonomia energetica locale.
sviluppo della mobilità dolce e sostenibile (autobus, servizi di car sharing e car pooling, biciclette)
agricoltura biologica e diffusione degli “orti sociali”
riforestazione, salvaguardia del territorio, depurazione delle acque e gestione della biodiversità
turismo verde (valorizzazione degli usi e costumi locali, spesso si parla di paesi e borghi di grande valore storico – ambientale)
piccolo commercio, progetti di microimpresa e distretti solidali (GAS, banche del tempo ecc)
gestione rifiuti, riuso e riciclo (Rifiuti Zero)
edilizia ecologica e bioarchitettura per interventi di riqualificazione, ristrutturazione e nuovi edici eco-compatibili.
nuovi mestieri come l’esperto forestale, l’ecoarchitetto; ricerca e sviluppo in campo ambientale
recupero degli antichi mestieri e dell’artigianato locale
lavori socialmente utili e servizio civile obbligatorio retribuito per i più giovani

Immaginiamo una giovane coppia che in una città moderna convive con i problemi della precarietà e del lavoro intermittente e che si vede costretta ad indebitarsi per acquistare un monoocale a 200.000 euro e far crescere i propri figli fra smog, inquinamento, servizi costosi ecc.
E poniamo quale alternativa quella di acquistare un appartamento di 80 mq con garage e cantina a 50.000 euro, con servizi per lo più gratuiti o condivisi con i vicini, aria pulita, spazi e verde dove far crescere i propri bambini, costo della vita meno cara e magari con potenzialità occupazionali maggiori ecc.
Non potrebbe partire da questa alternativa la decolonizzazione del nostro immaginario che contribuisce ad alimentare questo modello di sviluppo insostenibile a 360°?

di Stefano Romboli

dal blog "decrescita.com"

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