«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 6 settembre 2021

Verso una società asettica

 



La società post-covid sarà una società asettica, in tutti i sensi. Assomiglierà molto a una distopia surreale, dove le relazioni con gli altri, con la Natura e con se stessi, saranno guardate con diffidenza, evitate, finanche proibite.

L'attuale pandemia ha notevolmente accelerato un processo di degradazione umana (così come sociale, economica e ambientale) oramai già in atto da decenni. Per paura di un virus (che ha una mortalità del 3%, e molto inferiore se si considera le età) già da oltre un anno abbiamo rinunciato a vivere. Ci siamo rintanati "come sorci" sotto assedio di qualche sparuto micio. Abbiamo rinunciato a vivere per sopravvivere, evitando tutto ciò che viene considerato futile se non inutile, come un abbraccio ad un amico o una cena conviviale. E abbiamo continuato a svolgere attività lavorative, le sole ad essere considerate utili e importanti, quando invece molti dei nostri lavori sono improduttivi se non dannosi. Come se l'uomo fosse una specie di macchia che necessita solo di essere alimentata per funzionare. Abbiamo rinunciato a vivere per paura della morte, dalla quale vogliamo continuamente rifuggire, che vorremmo abbattere, annientare, come se fosse un nemico da sconfiggere. La vediamo come un limite, qualcosa di negativo. Il fatto che noi non riusciamo più a dare un senso profondo alla morte, ci impedisce allo stesso tempo di dare un senso profondo alla nostra vita. Per questo ne abbiamo tremendamente paura, perché non la comprendiamo, perché non le diamo un senso d'armonia con tutto il resto.

La cosa più tragica di questa periodo di pandemia è che abbiamo, e stiamo tuttora, insegnando ai nostri figli a mantenere una distanza fisica, ed inevitabilmente emotiva, dagli altri, gli stiamo insegnando a diffidare degli altri perché potrebbero essere portatori di un male, a coprirsi il volto come se l'espressione di un sorriso non fosse qualcosa di vitale, a pulirsi le mani in continuazione alimentando le fobie e rendendoci sempre più sterili, biologicamente e al contempo umanamente. Al contrario gli stiamo incoraggiando, come ultima goccia che fa traboccare un vaso già colmo, ad abbandonarsi totalmente alle suadenti luminosità delle tecnologie digitali: oramai i migliori amici dei nostri figli sono smartphone, tablet e pc, quelli almeno sono sicuri, asettici appunto.

Non che ci fosse bisogno del covid, per carità, la strada della disgregazione sociale e della degradazione umana, ecologica (si pensi solo alle tonnellate di mascherine che finiranno negli oceani, negli inceneritori e nel migliore dei casi nelle discariche) ed economica-sociale (aprire una parentesi non mi basta e comunque credo sia ben chiaro a tutti) era già stata imboccata da decenni, o forse da secoli.

Sì, perché se ci fate caso la nostra umanità era già in una fase di disgregazione. Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente che più la tecnologia avanza e più l'umanità degrada perché tutte le relazioni vengono compromesse. Lo stesso discorso vale anche per gli altri ambiti: per l'ecologia, in quanto la natura si degrada sempre più al progredire della tecnica, e per l'ambito economico e sociale dato che crescono i posti di lavori perduti e cresce il divario tra ricchi e poveri.

La tecnologia disumanizza, ovvero allontana l'uomo dalla sua natura e dalla Natura, con conseguenze sociali, economiche e ambientali spaventose, proporzionali al suo avanzamento e alla sua diffusione. E non è questione di usarla bene o male, per fini nobili o deleteri, piuttosto nella sua stessa essenza è intrinseca una minaccia tanto latente quanto temibile, che se non è colta e limitata adeguatamente può condannare l'uomo e la vita sulla terra a una danno irreparabile.

Senza la necessità di demonizzare la tecnologia, che certo può e deve essere utilizzata, forse dovremmo capire che il suo avanzare non è da ritenersi sempre e comunque un miglioramento, dovremmo pensare a dove, come e quando sia davvero indispensabile, oppure possa essere preferibile impiegarla a un livello inferiore di complessità anche là dove fosse disponibile una tecnologia superiore a un prezzo vantaggioso.

Tenendo sempre bene a mente che più è avanzata la tecnologia più è forte il suo potere di alienazione, dovremmo quindi passare dall'impiego di una tecnologia sempre più avanzata in ogni caso e situazione all'impiego di una tecnologia adeguata (già da me proposta in "Ritorno all'Origine", 2012) in base al contesto.

Se pensiamo ad esempio alle più banali innovazioni tecnologiche che rendono comoda la nostra vita quotidiana (mi viene in mente: il selfservice automatico per fare la spesa o la benzina, il telepass autostradale, allo home banking e a tutti i servizi online) ci resta senz'altro difficile renderci conto che anche dietro a queste per noi semplici applicazioni, dietro alla loro innegabile convenienza e velocità, c'è nascosta la stessa identica minaccia.

Non abbiamo più un contatto umano, un sorriso o un saluto, ma ci confrontiamo con delle macchine, al massimo con degli schermi con voce metallica, e allo stesso tempo perdiamo dei posti di lavoro e creiamo maggior impatto sull'ambiente (se non altro per il consumo di energia).

Incrementando il livello di avanzamento tecnologico la minaccia diventa sempre più difficile da gestire e celare. Se pensiamo alla robotica e all'intelligenza artificiale che sono prossimi ad entrare nella nostra quotidianità capiamo che presto raggiungeremo una potenza d'alienazione della tecnologia così imponente che non sarà più l'uomo a fare uso della tecnologia, ma viceversa ne diventerà completamente assoggettato.

In sintesi, tutto quello che stiamo vivendo e che il covid sta accelerando, è frutto di un minaccioso virus, un virus non biologico ma piuttosto ideologico, ovvero il virus del progresso. L'idea del progresso si è diffusa da alcuni decenni in tutto il globo e ha contagiato tutti (la globalizzazione potrebbe anche essere vista come una sorta di pandemia in effetti) non risparmiando nessuno e sterminando letteralmente le antiche culture preesistenti.

Questo virus è nato dalla visione materialistica e dualistica della vita sorta e sviluppata negli ultimi cinque secoli (un niente in confronto al tempo trascorso dalla comparsa dell'uomo sulla Terra), una visione che ha decretato quale unico mezzo di conoscenza la scienza deterministica e riduzionista facendone un nuovo e più potente dogma (che sostituiva quello della Chiesa già in declino).

La fede cieca e assoluta nella scienza e nella tecnologia hanno quindi permesso al virus del progresso di diventare pandemico e "colonizzare l'immaginario" di tutti. I pochi, pochissimi, che ne sono guariti e ne sono, per così dire, diventati immuni sono oggi gli unici a essere considerati malati.

Mettere in discussione un dogma non è infatti possibile per definizione. Il dogma del progresso dovrà essere superato proponendo una nuova visione della vita e del mondo, che sia una visione non antropocentrica, non dualistica, non deterministica e non riduzionista, in altre parole una visione olistica che contempli l'unitarietà, l'interconnessione e l'interdipendenza di tutte le cose.

sabato 2 gennaio 2021

Eravamo già in emergenza

 



Eravamo già in emergenza, oramai da anni. La triplice crisi, economica, ecologica e umana, si stava già sviluppando da tempo, e l'attuale pandemia non ha fatto altro e non farà altro, nel futuro prossimo, che aggravare le cose, sotto tutti i punti di vista. Non serve specificare il disastro economico che il Covid ha generato. Non serve ricordare la quantità colossale di mascherine chirurgiche usa e getta che invaderanno i nostri ecosistemi. Si intuisce benissimo, senza bisogno di dati statistici, che la distanza fisica imposta alle persone dalle stringenti normative sanitarie sta già conducendo a un aumento pazzesco di disturbi psichici, tra l'altro già in forte crescita, soprattutto tra gli strati di popolazione più fragili. 

Il virus ci sta fornendo diversi insegnamenti, ma noi li stiamo totalmente ignorando, capaci di rispondere al problema soltanto con la nostra aggressività, dall'alto della nostra arroganza, di una supremazia su ogni altra forma di vita e su tutto il nostro ambiente. Siamo così ossessionati dalla morte e dal dolore che impiegheremmo qualsiasi mezzo per estirparli dalla faccia della terra. Ci affidiamo ciecamente alla scienza, nuovo idolo indiscusso e indiscutibile, appartenente alla religione del progresso. 

Quello che, grazie alla pandemia attuale, dovremmo iniziare a capire è molto semplice. L'uomo non è al centro dell'Universo, non è la migliore creatura che esista, e forse nemmeno la più evoluta. Il nostro ambiente non è qualcosa da piegare alle nostre necessità e da plasmare a nostro piacimento, ma è parte integrante del nostro organismo da cui trae origine e rinnovamento. La scienza non sarà mai in grado di spiegare e dare un senso completo alla nostra esistenza, non importa quanto progredirà, perché la scienza non ha gli strumenti adatti per accedere alle profondità insondabili della vita, per farlo dovremmo usare altri mezzi, di diverso tipo, riscoprendo magari la nostra spiritualità, che abbiamo rinnegato e dimenticato. La nostra gioia più piena non deriva dall'accumulo di beni materiali o di potere, non deriva dal dominio su tutto ciò che ci circonda, ma trova le sue radici nel nostro intimo e nelle relazioni armoniche che costruiamo con ciò che abbiamo attorno. 

Questa emergenza, però, insieme a tutte le normative che hanno limitato le nostre libertà sono diventate un importante precedente. Risulta evidente a questo punto che in uno stato di emergenza un governo può emanare ordinanze così restrittive da imporre, almeno temporaneamente, a tutte le persone di cambiare il proprio stile di vita, obbligandole a rispettare una serie di comportamenti inumani con la giustificazione di proteggere le loro vite. 

Mi chiedo, allora, perché non si è dichiarato, già da decenni, uno stato di emergenza riferito alla triplice crisi, obbligando i cittadini a rispettare delle precise norme ben ponderate, imponendo dei comportamenti umani e rispettosi dell'ambiente. La giustificazione in questo caso non sarebbe stata quella di salvarsi da un virus dal quale si può facilmente guarire e che, ci si augura, prima o poi svanirà, ma sarebbe stata quella di salvare il futuro dei nostri figli, di proteggere il bene più prezioso che abbiamo: la vita. E non intendo la nostra vita di esseri umani, intendo tutte le vite, la vita del pianeta Terra, di Gaia. 

Ancora più paradossale è il fatto che questa triplice crisi, ovvero l'incapacità dei nostri ecosistemi, e aggiungerei io anche della psiche umana, di reggere una crescita e uno sviluppo forsennati, è, già da tempo, sostenuta dalla comunità scientifica con studi approfonditi e tutte le evidenze necessarie. Dalla stessa scienza, quindi, che oggi viene sempre più posta come dogma inamovibile. 

Mi spiegate quindi perché la scienza e il progresso tecnico vengono usati come pretesti per imporci stili di vita e decisioni politiche, altrimenti opinabili, per "combattere" un virus (e le parole usate non sono casuali) ma non vengono considerati affatto quando ci stanno mettendo in allerta sul nostro sistema economico-sociale prossimo a un collasso generale?


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