«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 7 settembre 2020

Trattati Eretici, un commento di Gloria Germani




Un breve testo, composto come un dialogo socratico, che si legge con grande facilità ed immenso piacere. I dialoghi tra l’ospite e un giovane amico che è venuto a trovarlo (sull’esempio degli scritti di Nichiren) si alternano alle lettere scritte dal primo al secondo, mentre l’incredulità o l’opposizione iniziali si dipanano per far posto ad una rischiarante comprensione e condivisione. 

Contro il puerile ottimismo dei nostri tempi, in gran parte alimentato dall’industria e dal marketing, l’ospite ci mette di fronte alla triplice crisi che stiamo attraversando: ecologica, economica e umana e già dal primo incontro ne individua la radice: la fede sconsiderata nel progresso e nella crescita. Come aveva intuito con grande ironia, Tolstoj –citato nella quarta di copertina- , "Il progresso è una legge svelata solo ai popoli europei, ma così importante da dover assoggettare ad essa tutta l’umanità". 

L’intelligenza e la sensibilità di Luca Madiai individuano ancor meglio l’origine della crisi attuale in una visione del mondo: precisamente nel pensiero riduzionista che è alla base della scienza fin dai suoi albori. L’errore di fondo di questa visione consiste nel ritenere che ciò che non si può vedere, misurare, numerare, non esista affatto. La critica serrata del padrone di casa paragona la società industriale ad un treno che viaggia su rigidi binari a velocità sempre maggiore verso un baratro che si avvicina sempre di più. La tecnologia non è neutrale ed è lei che ci conduce e ci asservisce. 

Ma il fascino del libro consiste nel fatto che questa visione negativa e critica si trasforma ben presto in un messaggio chiaro e solare, di ciò che adesso è considerato eretico e magari denigrato, ma tra qualche decennio diventerà evidente a tutti. Seguendo la visione del buddismo di Nichiren Daishonin - che presenta comunque moltissime affinità di fondo con il buddismo madhyamaka, l’induismo vedantico e altre tradizioni culturali – Madiai individua la causa dell’attuale sbandamento in una distorta visione del mondo. Si tratta di una concezione di un mondo esterno e separato da noi stessi, parallelamente ad una concezione dell’io autonomo e distinto che in nome di tale autonomia vuol dominare su tutto il resto. I differenti approcci orientali conducono infatti alle medesime conclusioni. Non esiste affatto una realtà oggettiva esterna, ma ogni essere vivente genera il proprio ambiente attraverso la continua influenza tra mondo interiore e mondo esteriore. Nel superamento di ogni dualità si trova quell’Uno che sottostà ad ogni fenomeno e che è stato chiamato con tanti nomi: Dharma per i buddisti, Dio per i cristiani, Brahman per gli induisti, Logos per i greci, Grande Spirito per i nativi americani, Tao per i cinesi. Entrare in comunione con esso è il grande scopo di ogni vita che le varie vie mistiche hanno indicato. Come ci stanno dicendo anche la fisica quantistica e altre discipline contemporanee, la materia, che siamo abituati a considerare inerte ed estesa, è costituita dalla stessa essenza vitale cosmica che sostiene ogni altro essere. La manipolazione della supposta materia attraverso l’industria e la tecnologia è dunque un abominio. Il collasso climatico imminente non farebbe altro che dimostrarlo. 

Il libro a questo punto si espande illustrando la nona conoscenza e le tre verità secondo il buddismo di Nichiren, ma questi punti di arrivo saranno tratti comuni alla conoscenza futura. Si tratta di rimuovere le illusioni, prima tra tutte l’illusione della nostra individualità, del nostro essere indipendenti, del nostro voler proprio, mentre la verità prima è quella della non sostanzialità, cioè che niente ha sostanza propria e niente è permanente. Madiai mette a confronto queste posizioni con quelle della mistica cristiana, secondo la pluridecennale analisi di Marco Vannini. L’occasione è la medesima: quella di risvegliarci abbandonando ogni pretesa di controllo basata sul nostro piccolo io, mentre al contrario il culto della scienza e della tecnologia nel nome del progresso, sono mezzi ideali per alimentare la volontà di potenza del piccolo io. Teorie assurde? Nient’affatto. Si pensi che oggi tutta la fisica più avanzata attesta che il tempo non esiste affatto, che il tempo direzionale è un'illusione della mente, e senza il tempo anche l’idea di progresso svanisce miseramente. 

Il libro si chiude con un capitolo bellissimo e illuminante sugli scopi della vita (purushartha) e gli stadi della vita secondo la tradizione induista. Le fasi che l’uomo attraversa, dalla fanciullezza alla vecchiaia, sono come segnali che la natura ci offre per comunicarci che è tempo di lasciare questa vita e sono richiami alla nostra caducità ma, nello stesso tempo, anche all’eternità della nostra più profonda essenza. La vecchiaia è il momento ideale per prepararsi al ricongiungersi con il flusso vitale cosmico. Intendere la morte come un limite estremo da abbattere è l’ostacolo maggiore all’espandersi cosmico della coscienza e all’infinita gioia che l’accompagna sia a livello individuale che collettivo. 

Con l’augurio che questo messaggio chiaro e positivo possa raggiungere quante più persone possibile, in questa epoca post Covid di grandissimo pericolo e deragliamento. 

6 luglio 2020



mercoledì 29 aprile 2020

Siamo proprio sicuri di voler tornare alla "normalità"?



Siamo proprio sicuri di voler tornare alla "normalità"? A quella normalità. A una normalità fatta di una spasmodica nevrosi, la nevrosi della crescita ad ogni costo, quella normalità che, nella sua innocente inattaccabilità, ci sta uccidendo tutti, consapevoli o meno, concordi o meno, direttamente o meno. 

Vogliamo davvero tornare a correre a tutta velocità e a lottare gli uni contro gli altri all'inseguimento forsennato di una chimera, la chimera dello sviluppo, del profitto, della crescita? 

La adoriamo davvero così tanto quella normalità fatta di traffico e smog, corse e rincorse contro il tempo, stress e ansie da prestazione, invidie, asti e conflitti, lotte e, infine, amare delusioni o effimere gioie? 

È davvero la nostra natura quella competitiva, quella aggressiva, quella egoistica e insensibile espressa dalla società globalizzata e ultra-moderna? 

È oramai nel nostro indelebile destino rincorrere l'illusione dello sviluppo fino a diventarne sue inermi vittime? 

È proprio ciò che desideriamo una vita il cui scopo sia l'accumulo di beni materiali, il raggiungimento di gioie superficiali, l'affermazione e la glorificazione del proprio piccolo ego? 

Ci ho pensato a lungo in questi ultimi dieci anni, ne ho scritti tanti di articoli su questo blog da quando è nato, e la mia risposta è stata ed è sempre la stessa. 

Oggi però non voglio lasciare alcuna risposta, solo domande. 

Mi chiedo e vi chiedo perciò: oggi, all'indomani della crisi sociale più grande del mondo globalizzato, che tipo di risposta vogliamo dare a queste domande? La stessa che ci siamo sempre dati finora, o forse qualcosa è cambiato? 

La decrescita da me tanto auspicata è giunta: ma non come scelta personale e consapevole, quindi felice, frutto di un ripensamento e di una evoluzione interiore, piuttosto come imposizione subita dall'alto, quindi infelice, frutto di circostanze esterne che prima o poi sapevamo si sarebbero verificate: ci servirà di lezione? 

Capiremo qualcosa da questi ultimi folli due mesi? È un'occasione preziosa, forse irripetibile, per salvare noi stessi da una catastrofe ancora più grande. Saremo capaci di coglierla?



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