«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 13 febbraio 2017

Non è un paese per perdenti

Riflessioni sulla lettera di Michele





Dopo aver letto le ultime parole di Michele non ho potuto non prendere un momento per riflettere. 

La prima cosa che ho pensato è stata a quanto la sua situazione, quella di un giovane di trent’anni stanco di tentare di ritagliarsi un ruolo in una società che non lo vuole, sia in realtà molto vicina alla condizione che molti, specie tra i giovani, vivono in questo momento storico più che in ogni altro. 

Non voglio soffermarmi sul suo gesto, ovvero sull’effetto della sua crisi personale. Credo profondamente che la vita sia il massimo dei valori e che abbia sempre e comunque un senso vivere. Considero il suicidio una delle azioni più gravi che si possa compiere, ma non mi permetterei mai di condannare la sua decisione, né di giudicarlo. Piuttosto vorrei, in queste poche righe, riflettere su quelle che sono le cause della sua condizione.

Viviamo oramai da secoli in una società basata sulla competizione. Oggi la deriva progressista e materialista ci ha condotto a uno squilibrio e a una degenerazione che non solo stanno minacciando la vita dell’intero pianeta sotto il punto di vista climatico ed ecologico, ma stanno letteralmente degradando e demolendo la nostra felicità e la nostra solidarietà di esseri umani, di esseri, appunto, sociali. 

In una società basata sulla competizione quello che conta è il prodotto, il risultato: che sia il proprio lavoro, la propria fidanzata o il proprio figlio, tutto deve essere efficiente e performante, tutto deve essere al massimo per poter sopraffare, sbalordire, vincere e convincere. 

In una società basata sulla competizione contano la quantità più della qualità, l’apparenza più della sostanza, l’utile più del dilettevole, il calcolo più del sogno, l’astuzia più dell’ingenuità, la superficialità più della profondità, l’arroganza più della sensibilità. L’amicizia, l’affetto e persino l’amore sono mezzi per raggiungere un fine, per essere soddisfatti e vincenti. 

In una società basata sulla competizione occorrono perdenti perché ci siano vincenti. Qualcuno deve perdere perché si possa vincere: altrimenti il gioco non vale la candela, altrimenti il sistema non funziona. 

Il sogno americano è proprio basato su questo principio fondamentale: il principio dell’ ”uno su mille ce la fa”. E su questo principio si basa la società dei consumi. La speranza, se pur misera, di vincere convince ogni singolo individuo ad accettare ogni privazione e a lottare con tutte le forze per poter ambire al meglio, a discapito di tanti altri che non ce la faranno. La stessa logica regge il gioco d’azzardo che, non a caso un fenomeno dilagante negli ultimi anni. La stessa logica sta dietro ai fenomeni di immigrazione fuori controllo che oggi come mai spingono milioni di persone a lasciare paesi devastati in cerca di una vita migliore o, quanto meno, della sua illusione. 

In questa deriva sociale, è ovvio che la legge del più forte diventi la legge cardine del sistema. Occorre che chi non è forte lo diventi se vuole sopravvivere, o che comunque cerchi con qualche espediente di farlo. Con l’aggravarsi della situazione, dal punto di vista sociale, economico e ambientale, tutto si fa più instabile, incerto, e la competizione diventa più sfrenata che mai. 

Michele non solo non è stato fortunato, ma non è stato sufficientemente forte e sicuro, non è riuscito a vincere nelle sfide quotidiane, non è stato sufficientemente produttivo, efficiente, dinamico, flessibile, arrogante. La sua sensibilità e la sua insicurezza lo hanno condannato a perdere su tutti i fronti, a rientrare a pieno titolo nella gran massa dei perdenti alla precoce età di trent’anni. 

L’Italia di oggi si sta delineando sempre più un paese per soli vincenti in cui chi non ce la fa è debole ed è giusto abbandonarlo. È il mercato, dei beni e dei servizi come quello del lavoro e degli affetti, ad essere sommo giudice di ogni sfida: il mercato decide se hai successo o no, se tu vali qualcosa o no. 

Non è un paese per perdenti. Anche se, dopotutto, i perdenti sono essenziali al sistema e perciò sono preziosi, ma è bene che questo loro non lo sappiano. È bene che si sentano dei falliti, degli sconfitti e degli inetti. È bene che continuino a soffrire, a invidiare, a osannare, a bramare: questo è il loro insostituibile ruolo sociale. 

Michele è stato debole e ha perso. Ma è stato abbastanza forte da non accettare il suo ruolo di perdente. Ha semplicemente tolto il disturbo, facendo pacatamente notare a tutti il suo atto di coraggiosa disobbedienza.


fonte foto: pixabay

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