«Un uomo è ricco in proporzione del numero di cose delle quali può fare a meno»
Henry David Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi

lunedì 4 gennaio 2016

Tolstoj per la decrescita



«Il progresso è complessivamente, per tutta l'umanità, un fatto non dimostrato e per tutti i popoli orientali inesistente; il dire perciò che il progresso è una legge dell'umanità è privo di fondamento quanto dire che tutti sono biondi ad eccezione di quelli con i capelli neri»

Lev Tolstoj

Tra i più eccelsi precursori della decrescita come non ricordare il grande romanziere russo Lev Tolstoj. Molto conosciuti i suoi romanzi, molto meno i suoi saggi, anche se, nella sua produzione letteraria, per quantità sono prevalenti. La critica di Tolstoj alla modernità, che in quegli anni sopravviene come un miraggio inevitabile, è netta e lungimirante. Tolstoj già vede nell'avanzare incontrastato del progresso tecnologico una minaccia nascosta, che pochissimi, soprattutto in quell'epoca, hanno saputo cogliere con la sua perspicacia. Non a caso un altro dei grandi precursori della decrescita, Gandhi, era stato suo estimatore.
Nelle sue riflessioni Tolstoj evince che il progresso non è altro che un mito destinato a crollare illusoriamente, ma non senza aver fatto le sue vittime. Il progresso è secondo Tolstoj un ingegnoso espediente utilizzato a vantaggio di una piccola cerchia di potenti: proprio come la religione era stata usata per tenere la popolazione sotto il loro giogo, adesso il progresso viene ad essere uno strumento di sottomissione innovativo.

«Nella questione del progresso la mia posizione si conferma e ne derivo che il progresso più è vantaggioso per la "buona società", meno lo è per il popolo. A conferma del mio pensiero, involontariamente mi si presenta alla mente il parallelo tra credenti nel progresso e credenti cattolici. Il clero credeva sinceramente e con particolare sincerità, perché questa fede gli era di vantaggio; per lo stesso motivo la inculcava con tutti i mezzi nel popolo che ci credeva di meno perché gli era meno vantaggiosa. Lo stesso accade con i credenti nel progresso.
I credenti nel progresso credono sinceramente perché tal fede gli è conveniente e per questo la diffondono in maniera esasperata e con accanimento. Mi viene istintivamente in mente la guerra in Cina, con la quale tre grandi potenze del tutto sinceramente e ingenuamente hanno portato in quel paese la fede nel progresso, servendosi di polvere da sparo e pallottole. Forse mi sbaglio?»

Tolstoj riconosce che soltanto la cultura occidentale ha adottato la fede nel progresso come sua nuova religione, nessun altra cultura l'ha mai fatto, e probabilmente l'avrebbe mai fatto se non fosse stata obbligata con le armi e i cannoni.
«Il progresso è probabilmente una legge svelata solo ai popoli europei, ma così importante da dover assoggettare ad essa tutta l'umanità».
È proprio in quegli anni, negli anni sessanta dell'Ottocento, che Cina e Giappone vengono costretti con la forza delle armi occidentali ad aprire i loro confini al commercio internazionale, al mito del progresso e della crescita eterna. Dopo che gli altri continenti, tutto il continente americano e quello australiano, erano già stati colonizzati e occidentalizzati, sterminando letteralmente le popolazioni indigene. Su questa prepotenza e ingiustizia Tolstoj ritorna più volte nei suoi scritti: «Sappiamo anche che la Cina, con i suoi duecento milioni di abitanti, smentisce tutta la nostra teoria del progresso e noi, neanche per un attimo, dubitiamo che il progresso sia legge comune a tutta l'umanità e che noi, fedeli del progresso, siamo nel giusto e che i non credenti in esso siano colpevoli, e per questo andiamo dai cinesi con cannoni e fucili ad inculcargli l'idea di progresso».
Certo a pensare alla Cina di oggi non si direbbe che possa smentire la "fede nel progresso", tutt'altro: la Cina oggi rappresenta il nuovo e più avanzato altare al progresso e alla crescita eterna. Questo ovviamente è potuto avvenire soltanto dopo un minuzioso lavoro di estirpamento culturale effettuato da Mao e dalla sua rivoluzione, per accelerare i tempi di occidentalizzazione di una delle culture più antiche e perciò più distanti, o meglio più "arretrate", rispetto alla civiltà moderna occidentale.
La critica di Tolstoj infatti, da buon precursore della decrescita e pensatore ben oltre il suo tempo, non risparmia neanche il socialismo emergente in Europa. Tolstoj intuisce già allora, agli albori dell’industrializzazione del pianeta e delle lotte di classe, che il socialismo altro non è che una visione alternativa della stessa cultura del progresso e della crescita eterna, semplicemente un modo per vedere la questione da un diverso punto di vista, ma che è incapace, proprio per come si pone rispetto al tema cruciale del progresso tecnico ed economico, di risolvere alla radice le falle che il sistema stava già creando e che non potrà mai rappresentare una reale alternativa.
Oggi dopo tutto il Novecento, dopo due guerre mondiali, una guerra fredda, la caduta del sistema sovietico, la globalizzazione imperante, e la trasformazione capitalistica della rossa Cina, possiamo affermare con discreta certezza che Tolstoj ci aveva visto lontano, lontano più di un secolo.
I riferimenti di Tolstoj sono relativi principalmente alle questioni sociali, meno a quelle ecologiche per ovvie ragioni storiche, tuttavia i suoi valori della nonviolenza, che lo condurranno al vegetarianismo, e della sobrietà nello stile di vita che adotterà fanno dello scrittore un emblema della nuova ecologia, un'ecologia profonda.
«Voglio solamente dimostrare che, per arrivare a condurre una vita morale, è indispensabile acquistare progressivamente le qualità necessarie, e che tra tutte le virtù, quella che bisogna possedere prima delle altre è la sobrietà, la volontà di dominare le proprie passioni».
Sul tema della tecnologia e dei suoi effetti sulla vita umana, tema mai come oggi attuale e rilevante, Tolstoj si esprime ancora in modo lucido e preciso: «Solo se si comprenderà che non dobbiamo sacrificare la vita dei nostri fratelli per il nostro tornaconto sarà possibile applicare i miglioramenti tecnici senza distruggere vite umane» e l’ecosistema terrestre, aggiungerei. La tecnologia perciò è vista in una cornice etica prima ancora che strettamente tecnica e utilitaristica: perché se essa è al servizio di un sistema che ha al centro l’interesse individuale, di per sé limitato, apporterà gravi danni che supereranno di gran lunga i suoi sempre più sterili benefici.
Per quanto riguarda invece il lavoro nell’era dell’industrializzazione, interessante è la sua critica alla suddivisione del lavoro, che oggi è sfociata in una iper-specializzazione, che tende, oltre che a incasellare le persone in ruoli sociali ben definiti, ad alienare l’essere umano dalla stessa gioia di vivere la vita nelle sue differenti declinazioni: le attività manuali, le attività intellettuali, le attività spirituali, da ognuna delle quali l’uomo trae beneficio e gioia, dal loro mutuo equilibrio più che dalla qualità di prestazione settoriale che è capace di sviluppare nell’arco della sua vita.
«Mi è sembrato che meglio di tutto sarebbe alternare le occupazioni della giornata in modo da esercitare tutte e quattro le capacità dell'uomo e da prodursi da soli tutti e quattro i tipi di beni che utilizziamo, cosicché una parte del giorno - la prima - sia dedicata al lavoro pesante, la seconda a quello intellettuale, la terza a quello artigianale e la quarta ai rapporti con gli altri.
Mi è sembrato che solo allora sarebbe distrutta quella falsa divisione del lavoro che esiste nella nostra società e verrebbe instaurata quella giusta divisione del lavoro che non distrugge la felicità dell'uomo».
Perciò la libertà di vivere si slega dalla univoca dipendenza salariale, di un lavoro imposto dalla società e dall’economia, e la persona riconquista la sua dignità e la sua capacità di esprimersi attraverso una vita ripensata su ritmi allentati e attività diversificate e comunque fruttuose, avendo la possibilità di dedicarsi maggiormente alle attività che più lo appassionano: «Un uomo che abbia riconosciuta la propria vocazione al lavoro tenderà naturalmente a questa varietà di lavoro che gli è propria per soddisfare le sue necessità esteriori e interiori, e modificherà questo stato di cose solo se sentirà in sé la vocazione irresistibile per un certo lavoro esclusivo, di cui gli faranno richiesta».
Dalle parole di Tolstoj si evidenzia perciò, già nella seconda metà dell’Ottocento, la formazione di una linea culturale che si appresta a dominare il pianeta, la fede cieca nel progresso, che a sua volta nasce dalla fede nella scienza, nata nei secoli precedenti, e che scardina qualsiasi questione morale dall’ambito economico, e alla quale non riesce a contrapporsi alcun altra linea o corrente alternativa, se non piccoli spunti isolati, quali quelli di Tolstoj e pochi altri.

«A questo indubbio stato delle cose i credenti nel progresso e nello sviluppo storico aggiungono un altro elemento non dimostrabile e cioè che l'umanità nelle epoche precedenti abbia goduto di meno benessere e che questo sia sempre minore più ci si inoltri nel passato e, viceversa, sempre maggiore quanto più si vada avanti. Da ciò ne deriva che per un agire fruttuoso occorra agire soltanto in rapporto alle condizioni storiche e che ogni azione, secondo la legge del progresso, conduca di per sé ad un miglioramento del benessere comune e che quindi tutti i tentativi di fermare o contrastare il movimento della storia siano inutili. Tale conclusione è illegittima perché il secondo elemento, quello sul continuo migliorarsi dell'umanità sulla strada del progresso, non è per nulla dimostrato e risulta ingiusto»

Oggi però le cose sembrano cambiare, volenti o nolenti, pare proprio che i limiti del pianeta e della nostra tecnologia ci faranno comprendere, o quanto meno ci mostreranno, che il nostro sistema non può più perdurare, che su molti punti ci siamo sbagliati, che la vita è meravigliosa e non è controllabile e circoscrivibile scientificamente, che la bellezza e la gioia della vita non sono dove le avevamo cercate sino ad ora e che forse un mondo migliore è possibile veramente e che dipende da noi, da noi soltanto e da nient’altro.


Le citazioni sono estratte da:

Lev Tolstoj - La religione del progresso e i falsi miti dell'istruzione - Pungitopo editrice


Renaud Garcia - Tolstoj, contro il fantasma di onnipotenza - Jaca book

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