«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

mercoledì 18 novembre 2015

Ennesimo attacco terroristico: la solidarietà non basta



«Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi» 
Tiziano Terzani 


Di fronte ai fatti di Parigi, facile è esprimere solidarietà, indignarsi davanti ad atti di brutalità gratuita, ancor più facile è reagire di pancia, puntare il dito contro il nemico e cominciare a inneggiare all'Europa democratica che accoglie, tollera, difende, protegge a differenza di altri paesi ritenuti incivili; più difficile, molto più difficile, è fare un ripassino di storia e un esamino di coscienza su quello che l'Occidente ha fatto negli ultimi sette secoli, e continua a fare oggi, a tutte le altre civiltà e culture del nostro pianeta. 

La situazione è molto complessa e non si risolve certo facendo drastiche semplificazioni, a mio avviso quello che occorre è una visione più ampia, nello spazio, ma soprattutto nel tempo. Nessuno vuole giustificare atti di violenza, tanto meno se rivolti a normalissimi cittadini indifesi, nessuno vuole schierarsi dalla parte dei terroristi, soltanto dare un punto di vista ulteriore che non è facile né spontaneo. Giusto dare solidarietà, giusto indignarsi, giusto riaffermare i valori della pace, della nonviolenza e della fratellanza, su cui la maggior parte di noi è totalmente d'accordo. Almeno a parole. Tutto questo è necessario, ma non è sufficiente, almeno non più, ora. Quello che occorre fare è un riesame della situazione che ci ha condotto fino a questo momento e trarre le dovute conclusioni sulla base di un'analisi ampia, approfondita e lucida. 

L'Occidente negli scorsi secoli ha demolito, in alcuni casi, o colonizzato, in altri, tutte le civiltà del pianeta, di tutti i continenti. Dalle civiltà americane, sterminate come quelle australiane, alle civiltà africane sottomesse e sfruttate per secoli e secoli, nonché le civiltà asiatiche colonizzate a ferro e fuoco, o costrette con le armi ad aprire i loro confini al commercio, come nel caso della Cina e del Giappone, che si sono occidentalizzate culturalmente pur rimanendo di fatto autonomi. 

Tutte queste civiltà, in tempi e modalità diverse, sono state cancellate o deformate per essere soggiogate al volere della civiltà occidentale: ritenuta per via scientifica la più giusta e la migliore senza alcun dubbio. Questa nostra arroganza ci ha condotto negli ultimi decenni a colonizzare le menti e gli spiriti della maggior parte delle persone del pianeta, indipendentemente dal luogo geografico di nascita, grazie ai miti del progresso, dell'abbondanza, della crescita senza fine. La civiltà islamica è probabilmente l'unica civiltà "sopravvissuta" che è oggi in grado di poter contrastare, sebbene ad armi impari, la civiltà occidentale in questa sua deriva totalitaria e totalizzante. 

Non voglio dire che la nostra cultura sia pessima in ogni aspetto, e le altre siano migliori, tutt'altro. Ognuna ha certamente degli aspetti positivi e negativi di cui tener conto, ma è altrettanto certo che il dominio incontrastato di una sola di queste culture sia la causa di un malfunzionamento generale della nostra società globalizzata. Che si parli di questioni di politica internazionale, di ambiente o di economia, tutto è interconnesso e perciò non separabile e nettamente distinguibile. Dovremmo osservare di più la natura, contemplandola e studiandola per comprendere e migliorare, non per dominarla. Se lo facessimo davvero, capiremo quello che scrisse Terzani alla vigilia dell'undici settembre: «Così come nella biologia ci deve essere la biodiversità perché la vita continui, nella cultura ci deve essere la diversità culturale perché ci sia la cultura». 

Soltanto il fiorire di nuove culture e possibilità, soltanto l'abbandono delle nostre sicurezze occidentali, soltanto ripensando ciò che diamo per assodato e facendo, non uno, ma diversi passi indietro potremo sbloccare la situazione attuale, sciogliere le crisi globali senza ricorrere alla violenza, compiendo, finalmente, un bel balzo in avanti, non nel progresso tecnico o scientifico questa volta, ma squisitamente umano.


Leggetevi questa storiella e riflettete 

lunedì 2 novembre 2015

Papa Francesco per la decrescita



«Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologia ed economica» 

Papa Francesco 

Nella sua enciclica sulla cura del nostro pianeta, intitolata Laudato sì, Papa Francesco non usa mezzi termini per denunciare una situazione di crisi sistemica e di deriva che è da decenni sotto gli occhi di tutti, ma che solo pochi, purtroppo, riescono a riconoscere e decifrare. Lo possiamo affermare con discreta sicurezza: il Papa è per la decrescita, per un ripensamento radicale della nostra società moderna. 

In questo contesto, vogliamo prescindere dalla figura storica e attuale del Papa, dal suo ruolo, e dal ruolo della Chiesa di cui è al vertice, su cui si potrebbe dibattere all'infinito; mentre vogliamo concentrarci semplicemente su questo testo, e commentarlo laicamente. 

Prima di tutto, fa piacere senza dubbio che una voce così autorevole in ambito internazionale prenda una posizione così netta e decisa. Era ora! Ci viene da esclamare in senso liberatorio. D'altra parte non fa altrettanto piacere vedere che questa enciclica non sia presa a riferimento e non sia discussa dai personaggi di riferimento della nostra società, né tanto meno dai mass media. Certo, a pensarci bene, non potrebbe essere altrimenti, visto che tali entità sono figlie dirette della società tecnocratica basata sulla crescita e lo sviluppo senza sosta. 

Ad ogni modo, il testo è molto chiaro, semplice nella sua chiarezza e piuttosto approfondito, pur non entrando in noiose analisi di dati e grafici dettagliati. Si evince subito la netta posizione del pontefice, già dalle prime pagine: «Dobbiamo cercare soluzioni non solo nella tecnica, ma anche in un cambiamento dell’essere umano, perché altrimenti affronteremmo soltanto i sintomi». 

In questa enciclica il Papa tenta di pareggiare i conti con la Scienza e la Tecnologia, dopo che sono passati secoli dalla loro comparsa e incontrastata e vanagloriosa affermazione. Francesco cerca di rimettere la Scienza nella sua scatola e di svelare nuovamente l'enorme e incontenibile potenziale mistico insito nella vita. Lo fa a proprio modo, forse dal pulpito più scomodo e compromesso, ma lo fa, e questo penso sia quello che conta maggiormente. E questa posizione è una posizione storica, che da Galileo, la Chiesa aveva abbandonato totalmente, scendendo a patti con il riduzionismo scientifico e il progressismo tecnocratico. 

Oggi, invece, Francesco riafferma qualcosa che già tanti fuori dalla Chiesa gridano da anni, se pur inascoltati:«La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri». 

Il concetto è semplice e banale. Ridimensionare la fede assoluta e cieca nella scienza, che sicuramente ha aiutato l'essere umano nel suo percorso, ma nello stesso tempo ha creato e sta creando enormi problemi, di scala e di complessità crescenti col crescere dello sviluppo scientifico e tecnologico. La scienza e la tecnica non possono risolvere tutti i problemi: soprattutto non possono risolvere i problemi che esse stesse hanno sollevato. Per fare ciò occorre agire su un altro livello, che fino ad oggi è stato raramente considerato, e mai sviluppato. 

Sono numerose ed esplicite le osservazioni del Papa che riguardano la tecnologia: 
«La scienza e la tecnologia non sono neutrali, ma possono implicare dall’inizio alla fin di un processo diverse intenzioni e possibilità, e possono configurarsi in vari modi. Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane». 
«Cercare solamente un rimedio tecnico per ogni problema ambientale che si presenta, significa isolare cose che nella realtà sono connesse, e nascondere i veri e più profondi problemi del sistema mondiale». 
«Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologia ed economica». 
«Occorre riconoscere che i prodotti della tecnica non sono neutri, perché creano una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orientano le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere». 
«L’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza, perché l’immensa crescita tecnologia non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza». 

Il Papa accenna anche al dominio culturale dell'occidente, che oramai regna in solitudine, sottolineando quanto siano pericolose le monoculture, oltre alle monocolture, e quanto sia importante invece la diversità culturale proprio come la biodiversità, fonte di vera ricchezza e prosperità. 

«La scomparsa di una cultura può essere grave come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale. L’imposizione di uno stile egemonico di vita legato a un modo di produzione può essere tanto nocivo quanto l’alterazione degli ecosistemi». 

Lo fa, tuttavia, senza ricordare che intere culture, intere tradizioni e popolazioni antiche sono state letteralmente sterminate o piegate alla volontà senza scrupoli dell'Occidente, spesso con la benedizione della Chiesa. Ma questo esula dalla nostra trattazione. 

Arriviamo poi verso la conclusione del testo, nel brano in cui Francesco dichiara senza mezzi termini l'impellente necessità di "una certa decrescita", felice (aggiungiamo noi). 
«Occorre pensare a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi. Sappiamo che è insostenibile il comportamento di coloro che consumano e distruggono sempre di più, mentre altri ancora non riescono a vivere in conformità alla propria dignità umana. Per questo è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perche si possa crescere in modo sano in altre parti». 

Non è da sottovalutare il fatto che il Papa utilizzi proprio il termine a noi caro, e per l'opinione comune così scomodo e stridente. In una società satura e congestionata come la nostra la decrescita non potrà far altro che bene, se sarà logicamente una decrescita mirata, saggia e consapevole, e non imposta, indotta e iniqua: ovvero una decrescita felice, e non infelice. 

«Dobbiamo convincerci che rallentare un determinato ritmo di produzione e di consumo può dare luogo a un’altra modalità di progresso e sviluppo. Gli sforzi per un uso sostenibile delle risorse naturali non sono una spesa inutile, bensì un investimento che potrà offrire altri benefici economici a medio termine». 

Per Francesco esistono altre possibilità, esiste un'altra visione di progresso e sviluppo. Da ritrovarsi in una via di mezzo, in un nuovo equilibrio dinamico, che potrà aprire nuovi scenari, nuove soluzioni, multiple e non uniche e univoche. 

«Da un estremo, alcuni sostengono ad ogni costo il mito del progresso e affermano che i problemi ecologici si risolveranno semplicemente con nuove applicazioni tecniche, senza considerazioni etiche né cambiamenti di fondo. Dall’altro estremo, altri ritengono che la specie umana, con qualunque suo intervento, può essere solo una minaccia e compromettere l’ecosistema mondiale, per cui conviene ridurre la sua presenza sul pianeta e impedirle ogni tipo di intervento. Fra questi estremi, la riflessione dovrebbe identificare possibili scenari futuri, perché non c’è un’unica via di soluzione. Questo lascerebbe spazio a una varietà di apporti che potrebbero entrare in dialogo in vista di risposte integrali»

Si apre un vasto scenario quindi. Non una soluzione, ma una varietà di soluzioni. Un'apertura perciò anche a nuove potenzialità umane e ambientali finora inesplorate, perché no. Tutto questo partendo da una riforma della propria interiorità, della propria visione culturale e quindi del proprio comportamento, senza mai scendere a compromessi (in questo caso la via di mezzo è da rifuggire) con un sistema di potere, ma prima ancora di pensiero che è chiaramente superato e volto all'inesorabile declino. 

«Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso».
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