«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

giovedì 9 aprile 2015

Berlinguer per la decrescita



«L'austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita»

Enrico Berlinguer


Il collegamento tra Berlinguer e la decrescita non è certamente diretto e palese, piuttosto occorre fare una serie di precisazioni e di limitazioni, come del resto scrive lo stesso Marcon all'inizio di questo volumetto della collana sui precursori della decrescita. Sono in effetti pochi i punti di contatto tra il pensiero di Berlinguer e quello della decrescita, e tra questi quello che emerge maggiormente è senza dubbio il tema dell'austerità, che non a caso dà anche il titolo al volume.

Sulla fine degli anni settanta l'Italia si viene a trovare in una situazione di crisi economica e di stallo politico, solo per certi aspetti paragonabile a quella attuale. Il discorso di Berlinguer sull'austerità è un discorso che va avanti negli anni ed è anticipatore di temi fondamentali come la crisi strutturale di un'economia basata sulla crescita dei profitti, l'emergenza ambientale, la questione energetica e del lavoro, temi mai come oggi attualissimi. 

Occorre precisare subito che l'austerità di Berlinguer non ha niente a che vedere con l'austerity di cui si parla tanto in questi ultimi anni in Europa. Da un certo punto di vista, potremmo dire che si tratta di due concetti in antitesi tra loro: se vogliamo, tra i due c'è la stessa differenza che passa tra la cosiddetta "decrescita felice", fondata su una decrescita selettiva del PIL, ovvero una economia che sceglie di non produrre ciò che crea disagi e degrado favorendo un miglioramento della qualità della vita, e una "decrescita infelice", una vera e propria recessione, che purtroppo conosciamo fin troppo bene perché la stiamo vivendo oramai da anni, se pur astutamente nascosta sotto l'etichetta di "crescita zero". Lo stesso parallelismo che c'è, come ricorda spesso Pallante, tra fare una dieta, e cioè mangiare meno per stare meglio, e essere denutriti, ovvero mangiare poco e male perché non si ha la possibilità di fare diversamente. 

Per Berlinguer l'austerità non è un modo impopolare per superare un momento difficile, per elargire sacrifici da sopportare, piuttosto «è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l'esaltazione di particolarismi e dell'individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato». 

Sembra che Berlinguer voglia fare dell'austerità, che potremmo chiamare in termini più attuali sobrietà citando Mujica, oppure convivialità citando Illich, una filosofia alla base di una nuova politica volta a superare le contraddizioni della società dei consumi e promuovere il «godimento di beni autentici, quali la cultura, l'istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura», del tutto in sintonia con il progetto politico degli obiettori della decrescita.

Il culmine del circoscritto connubio tra il leader del PCI e la decrescita è senza ombra di dubbio la citazione del discorso del primo ministro vietnamita Phan Van Dong: «L'uomo è fatto per essere felice: solo che non è necessario, per essere felici, avere un'automobile … Oltre un certo limite materiale, le cose materiali non contano poi granché; allora la vita si concentra nei suoi aspetti culturali e morali. Noi vogliamo che la nostra vita sia una vita completa, ricca e piena, una vita nella quale l'uomo esprima tutti i suoi valori reali. È questo che dà senso alla vita, che dà valore a un popolo».

Negli ultimi anni della sua vita, Berlinguer pare consapevole dell'esigenza di una netta rottura con una visione del mondo materialistica, dove non c'è spazio per questioni etiche e morali. Non a caso tra gli obiettivi che si pone c'è «una programmazione dello sviluppo che abbia come fine l'elevazione dell'uomo nella sua essenza umana e sociale, non come mero individuo contrapposto ai suoi simili», il «superamento di modelli di consumo e di comportamento ispirati a un esasperato individualismo», e «andare oltre l'appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte, e anche oltre il soddisfacimento, negli attuali modi irrazionali, costosi, alienanti e, per giunta, socialmente discriminatori, di bisogni pur essenziali». Nello stesso tempo però risulta ancora attaccato a una visione della vita totalmente antropocentrica: pensando ancora che la natura sia qualcosa da dominare, su cui l'uomo deve vincere la propria guerra; nutrendo una fede assoluta nei progressi della scienza e della tecnologia, senza considerarne a pieno gli effetti negativi ineludibili e i limiti intrinseci; credendo di poter scendere a compromessi con un sistema capitalistico in una fase di evoluzione inarrestabile.

Leggendo gli ultimi discorsi di Berlinguer su questi temi, infatti, emerge potente una grande domanda: è possibile scendere a compromessi con il capitalismo? È possibile, e giusto, contrattare con "il sistema" per ottenere qualcosa in cambio?

La risposta che viene data dagli obiettori di crescita, o almeno da una parte di essi, è univoca e chiara: assolutamente no. Arrivati a questa fase di sviluppo del sistema, non si possono superare le gravi contraddizioni della società dei consumi all'interno di essa, contrattando, per superarle è necessario una trasformazione della società intera, a partire dalle sue premesse di base. 

Su questo punto, agli inizi degli anni ottanta, Berlinguer non sembra avere le idee del tutto chiare: da una parte afferma che «i termini di un compromesso di portata storica tra chi è solo interessato al quanto produrre e chi è interessato invece al che cosa e al perché produrre possono essere delineati con sufficiente approssimazione», dall'altra invece è ben consapevole che «il capitalismo per sua natura conosce solo compatibilità e rapporti quantitativi, tra indici astratti. Porre al suo interno un problema di valori, di finalità, di obiettivi dell'accumulazione, di un intervento innovatore nell'assetto proprietario tale da spingere materialmente la struttura economica verso tali obiettivi, e fare di ciò oggetto e scopo di un impegno diretto e inusitato della classe operaia, significa aprire contraddizioni aspre nel complessivo processo economico e suscitare difese corporative potentissime».

Ad ogni modo, il suo spirito era senza dubbio proiettato verso un futuro di vero rinnovamento, e davanti alla drammaticità della situazione presente Berlinguer incoraggiava gli italiani a un atteggiamento costruttivo e dinamico, senza eccedere in ottimismi di copertina, né a pessimismi catastrofici: «si guarda in faccia la realtà per non rassegnarsi a essa, e si cerca di trasformare una traversia così densa di pericoli e di minacce in una occasione di cambiamento, un'iniziativa che possa dar luogo anche a un balzo di civiltà che sia dunque non una sconfitta ma una vittoria dell'uomo».


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