«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 27 aprile 2015

La società dell'utopia è possibile



La società di oggi si regge sul principio del sogno americano, fondato sulla ricerca individuale della felicità. Ognuno lavora per il proprio personale obiettivo, degradante o elevato che sia. La società americana, che ha ideato questo modello che si sta velocemente diffondendo in tutto il globo, offre a tutti, anche se non in ugual misura, una misera possibilità, la possibilità di farcela, la possibilità di realizzare il proprio sogno. Questa è la storia che da decenni abbiamo imparato dalla propaganda hollywoodiana: in America anche il più spregevole pezzente ha la possibilità di farcela.

E se ci pensiamo bene, è su questa possibilità, anche se microscopica e insignificante, che si regge l'intero sistema economico-sociale. Come il giocatore d'azzardo, che vive e sopravvive custodendo e alimentando quella fievole e misera speranza di fare un giorno bingo, di riuscire ad entrare nell'olimpo degli eletti, di assaporare il gusto del successo, della realizzazione. Su questa speranza residua, su questa microbica possibilità il sistema investe tutte le sue energie per continuare ad esistere, perché essa rappresenta l'unica colonna portante di tale sistema, l'unico bullone che tiene insieme tutti i pezzi. Se cadesse o se fosse messa in discussione la speranza del sogno americano, l'intero sistema collasserebbe in poco tempo. 

Per come è stato progettato questo sistema, tutti devono avere una loro misera possibilità, o una misera illusione, ma non per tutti, anzi, solo per pochissimi, esistono le condizioni perché il sogno americano possa realizzarsi concretamente. Perciò viviamo giorno giorno, anelando alla nostra fetta di torta, sperando di poterne erodere un pezzettino in più, sperando di poter arrivare, ma non ci accorgiamo in realtà di stare lottando l'uno contro l'altro, in una vera e propria battaglia di poveri, semipoveri o poveracci che siano, dove realisticamente nessuno ha la possibilità di farcela.

Il gioco d'azzardo è l'esempio perfetto per capire questo meccanismo. Ognuno gioca nella speranza di vincere, senza sapere, o facendo finta di non sapere, le reali probabilità statistiche di vincita. Allo stesso modo il cittadino moderno si impegna e si dà un gran d'affare per raggiungere i suoi personali scopi, in maniera legale o illegale che sia, senza rendersi conto che solo "uno su mille ce la fa", o meglio solo uno su mille ce la può fare. Mai nessuno si è preoccupato degli altri novecentonovantanove, perché tutti quanti aneliamo ed essere quell'uno, ad essere il vincitore tra tanti perdenti. Dal momento che abbiamo quella possibilità, non ci interessa affatto di chi resta potrebbe restare escluso. Lo stesso vale per l'immigrazione da paesi degradati e distrutti dal neocolonialismo verso i paesi che ne sono causa e che luccicano di illusori splendori: in una vera e propria lotta di sopravvivenza tra morti di fame. 

Una società di simile fattura, che sta dominando incontrastata su tutto il globo, non può avere futuro, e non soltanto perché sta distruggendo il pianeta e tutti i fattori vitali degli ecosistemi, ma anche perché non può condurre alla pace, alla felicità e alla vera realizzazione di tutti gli esseri umani. Al contrario, essa è stata progettata per la prosperità di pochi a discapito della felicità di molti.

Un nuovo tipo di società è agli albori, in forma embrionale per adesso. Una società della collaborazione, in cui il sogno di tutti diventa possibile, una società dell'utopia concreta. È qui che dobbiamo sviluppare la nostra capacità di realizzare l'impossibile, di disfarci di concetti chiusi, schemi rigidi, logiche preconfezionate. Acquisendo una lucida analisi critica e demolendo una visione del mondo oramai superata, saremo in grado di costruire la nuova società dell'utopia, dove tra i bisogni primari dell'essere umano, oltre a quelli squisitamente animaleschi come bere, mangiare, dormire, riprodursi, ripararsi dal freddo, sarà riconosciuto il bisogno di felicità, che non avrà niente a che fare con la quantità di cose possedute o con la quantità di cose fatte o da fare. Il bisogno di felicità per l'essere umano sarà fondamentale quanto respirare, sarà indispensabile a una vita realizzata, gioiosa e salutare. La felicità di cui parlo riguarda la felicità interna, intrinseca, dovuta alla soddisfazione dei bisogni spirituali, dell'anima, all'espressione delle proprie passioni vere, non indotte, a ciò che è fonte di speranza, di energia, di gioia illimitata, di creatività. 

Per realizzare la società dell'utopia sarà indispensabile creare un modello economico-sociale che sappia limitare e controllare il capitalismo basato sul profitto. Sarà un modello centrato su un economia solidale, retta dal lavoro di tutti i cittadini per garantire tutti i servizi di base necessari a tutti. Un'economia gestita in una rete di sub-economie locali a basso impatto ambientale. La gente lavorerà il necessario, due o tre ore al giorno, come servizio civile di solidarietà. Per tutto quello che è escluso dai servizi di base esisterà come oggi un mercato, non più libero, ma sottoposto a una serie di vincoli e norme specifiche, che incorporerà tutti i costi sociali, ambientali ed economici di ogni attività, nel quale le persone potranno trovare impiego e lavorare anche dieci dodici ore, potranno competere e creare profitti personali. 

Con una tale riforma della società sarà possibile incidere veramente sulle questioni più gravi che stanno oggi affliggendo il mondo intero: guerre, disoccupazioni, povertà, immigrazione, crisi ambientali ed economiche. Ma solo se ci rendiamo conto che esiste davvero un'alternativa alla competizione, a una società fondata esclusivamente sul profitto, solo se cominciamo adesso, nel nostro piccolo, a costruire questa alternativa, allora potremo sostenere che la società dell'utopia è possibile.

giovedì 9 aprile 2015

Berlinguer per la decrescita



«L'austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita»

Enrico Berlinguer


Il collegamento tra Berlinguer e la decrescita non è certamente diretto e palese, piuttosto occorre fare una serie di precisazioni e di limitazioni, come del resto scrive lo stesso Marcon all'inizio di questo volumetto della collana sui precursori della decrescita. Sono in effetti pochi i punti di contatto tra il pensiero di Berlinguer e quello della decrescita, e tra questi quello che emerge maggiormente è senza dubbio il tema dell'austerità, che non a caso dà anche il titolo al volume.

Sulla fine degli anni settanta l'Italia si viene a trovare in una situazione di crisi economica e di stallo politico, solo per certi aspetti paragonabile a quella attuale. Il discorso di Berlinguer sull'austerità è un discorso che va avanti negli anni ed è anticipatore di temi fondamentali come la crisi strutturale di un'economia basata sulla crescita dei profitti, l'emergenza ambientale, la questione energetica e del lavoro, temi mai come oggi attualissimi. 

Occorre precisare subito che l'austerità di Berlinguer non ha niente a che vedere con l'austerity di cui si parla tanto in questi ultimi anni in Europa. Da un certo punto di vista, potremmo dire che si tratta di due concetti in antitesi tra loro: se vogliamo, tra i due c'è la stessa differenza che passa tra la cosiddetta "decrescita felice", fondata su una decrescita selettiva del PIL, ovvero una economia che sceglie di non produrre ciò che crea disagi e degrado favorendo un miglioramento della qualità della vita, e una "decrescita infelice", una vera e propria recessione, che purtroppo conosciamo fin troppo bene perché la stiamo vivendo oramai da anni, se pur astutamente nascosta sotto l'etichetta di "crescita zero". Lo stesso parallelismo che c'è, come ricorda spesso Pallante, tra fare una dieta, e cioè mangiare meno per stare meglio, e essere denutriti, ovvero mangiare poco e male perché non si ha la possibilità di fare diversamente. 

Per Berlinguer l'austerità non è un modo impopolare per superare un momento difficile, per elargire sacrifici da sopportare, piuttosto «è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l'esaltazione di particolarismi e dell'individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato». 

Sembra che Berlinguer voglia fare dell'austerità, che potremmo chiamare in termini più attuali sobrietà citando Mujica, oppure convivialità citando Illich, una filosofia alla base di una nuova politica volta a superare le contraddizioni della società dei consumi e promuovere il «godimento di beni autentici, quali la cultura, l'istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura», del tutto in sintonia con il progetto politico degli obiettori della decrescita.

Il culmine del circoscritto connubio tra il leader del PCI e la decrescita è senza ombra di dubbio la citazione del discorso del primo ministro vietnamita Phan Van Dong: «L'uomo è fatto per essere felice: solo che non è necessario, per essere felici, avere un'automobile … Oltre un certo limite materiale, le cose materiali non contano poi granché; allora la vita si concentra nei suoi aspetti culturali e morali. Noi vogliamo che la nostra vita sia una vita completa, ricca e piena, una vita nella quale l'uomo esprima tutti i suoi valori reali. È questo che dà senso alla vita, che dà valore a un popolo».

Negli ultimi anni della sua vita, Berlinguer pare consapevole dell'esigenza di una netta rottura con una visione del mondo materialistica, dove non c'è spazio per questioni etiche e morali. Non a caso tra gli obiettivi che si pone c'è «una programmazione dello sviluppo che abbia come fine l'elevazione dell'uomo nella sua essenza umana e sociale, non come mero individuo contrapposto ai suoi simili», il «superamento di modelli di consumo e di comportamento ispirati a un esasperato individualismo», e «andare oltre l'appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte, e anche oltre il soddisfacimento, negli attuali modi irrazionali, costosi, alienanti e, per giunta, socialmente discriminatori, di bisogni pur essenziali». Nello stesso tempo però risulta ancora attaccato a una visione della vita totalmente antropocentrica: pensando ancora che la natura sia qualcosa da dominare, su cui l'uomo deve vincere la propria guerra; nutrendo una fede assoluta nei progressi della scienza e della tecnologia, senza considerarne a pieno gli effetti negativi ineludibili e i limiti intrinseci; credendo di poter scendere a compromessi con un sistema capitalistico in una fase di evoluzione inarrestabile.

Leggendo gli ultimi discorsi di Berlinguer su questi temi, infatti, emerge potente una grande domanda: è possibile scendere a compromessi con il capitalismo? È possibile, e giusto, contrattare con "il sistema" per ottenere qualcosa in cambio?

La risposta che viene data dagli obiettori di crescita, o almeno da una parte di essi, è univoca e chiara: assolutamente no. Arrivati a questa fase di sviluppo del sistema, non si possono superare le gravi contraddizioni della società dei consumi all'interno di essa, contrattando, per superarle è necessario una trasformazione della società intera, a partire dalle sue premesse di base. 

Su questo punto, agli inizi degli anni ottanta, Berlinguer non sembra avere le idee del tutto chiare: da una parte afferma che «i termini di un compromesso di portata storica tra chi è solo interessato al quanto produrre e chi è interessato invece al che cosa e al perché produrre possono essere delineati con sufficiente approssimazione», dall'altra invece è ben consapevole che «il capitalismo per sua natura conosce solo compatibilità e rapporti quantitativi, tra indici astratti. Porre al suo interno un problema di valori, di finalità, di obiettivi dell'accumulazione, di un intervento innovatore nell'assetto proprietario tale da spingere materialmente la struttura economica verso tali obiettivi, e fare di ciò oggetto e scopo di un impegno diretto e inusitato della classe operaia, significa aprire contraddizioni aspre nel complessivo processo economico e suscitare difese corporative potentissime».

Ad ogni modo, il suo spirito era senza dubbio proiettato verso un futuro di vero rinnovamento, e davanti alla drammaticità della situazione presente Berlinguer incoraggiava gli italiani a un atteggiamento costruttivo e dinamico, senza eccedere in ottimismi di copertina, né a pessimismi catastrofici: «si guarda in faccia la realtà per non rassegnarsi a essa, e si cerca di trasformare una traversia così densa di pericoli e di minacce in una occasione di cambiamento, un'iniziativa che possa dar luogo anche a un balzo di civiltà che sia dunque non una sconfitta ma una vittoria dell'uomo».


domenica 5 aprile 2015

Io penso che tu sia un fiore


Io penso che tu sia un fiore
non per metafora o paragone 

Io sento nelle tue mani foglie
nei tuoi capelli odori 

Io vedo nelle tue labbra petali
nei tuoi occhi colori

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