«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 19 gennaio 2015

Sulle civiltà, una storiella



«Il progresso è probabilmente una legge svelata solo ai popoli europei, ma così importante da dover assoggettare ad essa tutta l'umanità»

Lev Tolstoj

Il signor Occidente era da tempo affamato e sperso, e aveva in tasca soltanto poche monete. A un certo punto del suo vagare si imbatté finalmente in un bellissimo ristorante: posto meraviglioso dove l’azzurro fa spazio al verde e ad altre infinite tonalità di colore. Una simpatica insegna all’ingresso diceva: “Ristorante Madre Terra”.

Entrando nel locale fu subito colpito dalla sua grandezza, e soprattutto dalla presenza di enormi tavoli per la maggior parte vuoti. Si sistemò nella zona centrale dove non c’era nessuno e cominciò a chiamare il cameriere a gran voce, ma nessuno rispondeva. Chiamò ancora, e ancora nessuna risposta. 

La signora Africa che le sedeva di fronte a non molta distanza, alzò lo sguardo verso di lui e con voce pacata gli disse: “Non ci sono camerieri in questo ristorante. Tutto il necessario è disposto su quel tavolo laggiù basta andare là con il piatto e scegliere cosa prendere”. 

“Con questo piattino qui?” chiese il signor Occidente, prendendo in mano il piccolo piatto che aveva davanti e osservandolo perplesso. 

“Le dimensione del piatto sono quelle giuste, riempiendolo ci sarà abbastanza per tutti, anche per i giorni successivi”

“E quanto costa?”

“Il cibo e l’acqua che trova su quel tavolo sono offerti dalla cuoca, la signora Natura. Non occorre pagare”

“Ah, davvero?! Bene, non lo sapevo ... Purtroppo, ho un brutto dolore alla gamba, non le dispiacerebbe andare lei a prendermi qualcosa?”

La signora Africa lo guardò con diffidenza, poi sorrise, prese il piatto dalle mani del signore e si recò al banco a fare rifornimenti per lui. 

Nel frattempo però il signor Occidente, con la scaltrezza di un felino, si avvicinò al tavolo della signora Africa e allungando il braccio e la forchetta iniziò a mangiare le sue pietanze. Ad ogni boccone si guardava attorno per vedere se qualcuno lo stesse notando. Alla sua destra, a distanza ragguardevole, sedeva un signore dall’aspetto originale, molto colorito e totalmente sconosciuto, che giocherellava con il suo tovagliolo, mentre dall’altra parte c’era il signor Oriente che ad occhi chiusi restava immobile, come se dormisse, e più lontano ancora un uomo senza nome e dagli usi particolari, del tutto isolato da tutto e da tutti. 

Il signor Occidente mangiò quello che era di suo gradimento e lasciò quel tanto che bastava per non farsi scoprire dalla signora Africa che intanto sopraggiungeva. E andò avanti così a lungo. Tutti i giorni la signora Africa andava a fare rifornimenti per entrambi e il signor Occidente mangiava per entrambi, senza mai muoversi, ingrassando sempre più. 

Un bel giorno il signor Occidente stanco di mangiare sempre le stesse pietanze e di dover aspettare tanto tempo e di avere sempre portate per lui così misere, andò in cucina a protestare urlando contro la cuoca che in quel ristorante si mangiava poco, freddo e sempre uguale. Sgridò così forte la signora Natura che questa si piegò alla sua volontà.

“Mi dica che cosa vuole e io lo farò per lei signor Occidente? Basta che smetta di urlare, la prego”

“Io esigo due cameriere al mio servizio esclusivo”

“Capisco, signore. Ma non saprei come pagarle. Finora il nostro servizio di cucina è totalmente gratuito, ma con due cameriere non saprei come mantenere l’attività”

“Lei non si preoccupi di questo, ai soldi ci penso io. Le pagherò io il dovuto quando sarà il momento”

“Bene, se lei mi dà la sua parola io assumerò due cameriere solo per lei, signore”

Dal giorno seguente il signor Occidente fu servito e riverito da due nuove cameriere che si chiamavano Scienza e Tecnologia. Le pietanze arrivavano adesso più velocemente e su grandi vassoi di argento, ma soltanto il signor Occidente usufruiva del servizio. 

Col passare dei giorni però il cibo cominciò a scarseggiare per gli altri clienti, perché il signor Occidente mangiava di più e sempre più in fretta, e ingrassava e più ingrassava e più voleva mangiare. Ci fu sempre meno cibo disponibile per gli altri, fino a che un giorno il signore sconosciuto alla sua destra morì per denutrizione, così anche il signore isolato e lontano. D’altra parte il signor Occidente non si lasciò rattristare dai lutti, tutt’altro, pensò bene di rimpiazzare i due clienti con le sue due figlie affamate: America e Australia. 

Così Scienza e Tecnologia dovevano adesso servire anche le due figlie e cominciarono a lavorare più duramente. Ma i ritmi richiesti e l’avidità dei clienti era per loro insostenibile. Dovevano lavorare tantissime ore e non avevano tempo per riposare e rilassarsi. Dopo pochi giorni si lamentarono della loro situazione con la signora Natura, proprietaria del locale. 

“Io non posso fare altro, più che dare le mie pietanze gratuitamente. Parlatene con il signor Occidente è lui che vi ha fatto assumere, lui deve risolvere questa situazione”

Così le due cameriere si rivolsero al signor Occidente.

“Ci penso io” disse il signor Occidente “non permetterò che manchi del cibo sul mio piatto e tanto meno su quello delle mie giovani figlie. Se voi non ce la fate a lavorare sostenendo questi ritmi, assumerete una sostanza energizzante che vi darà la forza per lavorare più duramente di quello che siete solite fare”

“E dove la troviamo questa sostanza?”

“Ce l’ha la signora Natura. La tiene nascosta in cucina. Chiedete a lei, e fatevela dare, con la forza se necessario”

Così le due cameriere tornarono dalla signora Natura e chiesero di questa sostanza segreta. 

“Intendete dire il Petrolio forse?” rispose la signora Natura con apprensione “sapete che è una sostanza pericolosa che va usata con cautela, solo quando ce n’è veramente bisogno?”

“No, non lo sappiamo. Non ci interessa. Quello che ci interessa è averne un po’ subito, altrimenti moriremo dalla stanchezza o perderemo il posto di lavoro”

“Io ve la posso dare un po’, ma dovete conoscerne gli effetti sulla vostra salute e sapere che è facile che vi crei assuefazione, dalla quale è poi molto difficile liberarsi”

“Daccela e basta. Non ci interessano queste tue considerazioni, sono del tutto irrilevanti adesso” dissero in coro Scienza e Tecnologia “Daccela, dove la tieni?”

“Ce l’ho qui nel cassetto, ecco” disse Natura porgendo la scatola con le pillole di Petrolio.

“Grazie” dissero le cameriere afferrando con forza la scatola e strappandola di mano alla signora Natura. 

Da quel giorno Scienza e Tecnologia furono sempre più efficienti e accrebbero le loro capacità in modo esponenziale. Riuscivano a portare enormi vassoi, riuscivano a farlo sempre più velocemente. Si stancavano poco, pochissimo, non avevano bisogno né di mangiare né di dormire. Anche se cominciavano a invecchiare, a perdere i capelli e la loro fine bellezza. 

Intanto le figlie di Occidente erano cresciute e avevano anche loro a sua volta dei figli che andavano ad occupare sempre più posti nei vari tavoli più o meno disponibili in tutto il ristorante, a volte anche usando la forza.

Ne frattempo il signor Oriente non riusciva più a continuare la sua vita come prima, a mangiarsi il suo pasto in tranquillità e a farsi il suo riposino in santa pace. Notò ben presto che le cose attorno a lui erano cambiate radicalmente e ne dedusse che pure lui, se voleva sopravvivere, doveva cambiare strategia. Allora pensò bene di andare dalla cuoca Natura a protestare energicamente.

“Il signor Occidente ha avuto fino ad ora il servizio delle cameriere tutto per lui. È ingrassato, ha fatto figli. Voglio anche io due cameriere tutte per me”

Allora Natura parlò con Scienza e Tecnologia e le convinse a servire d’ora in avanti anche il signor Oriente. Dal canto loro, Scienza e Tecnologia dovettero triplicare la dose di Petrolio che assumevano quotidianamente. Purtroppo però restavano poche pillole in loro possesso. Sapendo bene la ritrosia di Natura nel dare il suo Petrolio, Scienza e Tecnologia entrarono di notte furtivamente nella cucina e rubarono tutto il Petrolio che riuscirono a trovare nascosto nei cassetti. 

Il giorno dopo, quando Natura se ne avvide si disperò, ma oramai sapeva che era troppo tardi per fermare Scienza e Tecnologia, e che probabilmente nessuno le avrebbe potute riportare alla ragione. Forse soltanto quando avrebbero esaurito completamente le pillole di Petrolio. 

Da allora Occidente e Oriente ingrassarono e ingrassarono sempre di più. Il cibo che il ristorante offriva gratuitamente cominciava a scarseggiare e perciò ogni giorno era una dura lotta fino all’ultimo boccone. 

Poi arrivò il giorno in cui Scienza e Tecnologia si resero conto di avere a disposizione l’ultima scatola di pillole e di non avere alternative per poter continuare a lavorare a quei ritmi. Perciò ne parlarono con il signor Occidente, colui che gli aveva suggerito l’uso del Petrolio. 

“Non vi preoccupate. Troverò un modo per procurarvelo, in abbondanza e a buon prezzo” 

Chiesero anche riguardo al loro stipendio, visto che si avvicinava la fine del mese.

“Non vi preoccupate, vi pagherò. Forse con un po’ di ritardo, ma vi pagherò”

In realtà, Occidente sapeva bene, benissimo, che non aveva altre alternative per procurarsi dell’altro Petrolio e che non aveva soldi a sufficienza per pagare gli stipendi di Scienza e Tecnologia. Quella notte, perciò, studiò un piano. 

L’indomani, quando restava una sola pillola di Petrolio, un solo giorno alla fine del mese e l’atmosfera si era fatta instabile e tesa, Occidente andò da Oriente e cominciò ad accusarlo del suo comportamento. 

“A te non aspettava il servizio delle cameriere eppure te ne sei servito a tuo piacimento, nonostante fossi io a pagare tutto”

“Da quanto mi risulta non hai pagato niente ancora, potremmo fare a metà?”

“Stai zitto!” gridò Occidente, infiammando una situazione già calda “Tu devi pagare tutti questi giorni che hai usufruito del servizio, anzi, visto il tuo comportamento subdolo devi pagare l’intero conto te, tutto e solo te!”

“Mai e poi mai” rispose Oriente con aria minacciosa.

Scienza e Tecnologia corsero ad avvertire Natura della situazione critica che si stava creando.

Natura era però alle prese con ben altro. Non aveva più cibo a sufficienza e non aveva più le forze per farlo crescere perché le pillole di Petrolio avevano contaminato l’intera cucina. Era disperata. 

“Ve lo avevo detto di non usare il Petrolio, se non in piccole dosi, adesso è tutto rovinato. Ci vorranno giorni e giorni per risistemare tutto. E non so davvero se le cose potranno ritornare come erano”

“Natura, devi venire di là. Oriente e Occidente rischiano la rissa, devi intervenire tu” avvisarono spaventate Scienza e Tecnologia. 

“No, devono risolvere tutto da soli, hanno creato loro i loro problemi”

Intano nella sala, Occidente e Oriente avevano cominciato a picchiarsi di santa ragione. La loro stazza era talmente grossa che ad ogni loro movimento distruggevano una parte del locale. Intervennero anche America e Australia e lo scontro si trasformò in una vera e propria rissa fuori controllo. 

Natura sentì le grida e il rumore. Si precipitò in sala gridando dalla disperazione e, mettendosi le mani tra i capelli, rimase per qualche istante ad osservare i suoi clienti distruggere il locale. Poi reagì all’improvviso e con fermezza ed estremo vigore cacciò a pedate tutti quanti dal suo locale, oramai devastato. 

Scienza e Tecnologia rimasero in un angolo a guardare tristemente quella scena apocalittica. Natura al centro della grande sala piangeva tra le macerie di quello che era il suo meraviglioso ristorante. 

Ne frattempo, in mezzo a tutta quella confusione la signor Africa aveva ancora il suo piattino e aveva appena finito il suo pasto. 

“Ho del tempo libero oggi, signora Natura” disse con un timido sorriso “Si alzi, e si faccia coraggio. L’aiuterò io a risistemare il locale”

Natura fu infinitamente grata alla signora Africa e in pochi giorni riuscirono con grandi sforzi e con l’aiuto di Scienza e Tecnologia, che non assumevano più droghe, a riportare il ristorante “Madre Terra” allo splendore e alla meraviglia di un tempo.


Illustrazione di Laura Berni

martedì 13 gennaio 2015

Andare a Piedi e in Bicicletta - estratti



Filosofia del camminare

Motivi per camminare? Possono essercene tanti, nella vita di tutti i giorni: l’auto guasta, lo sciopero dei mezzi pubblici, lo scooter prestato all’amico. Qualche “contrattempo” può sempre capitare e allora, sbuffando e talvolta recriminando, dei passi a piedi più del previsto si possono anche fare. Molti la pensano in questo modo, c’è poco da fare. Camminare oltre la dose minima cui si è abituati o farlo al di fuori dei momenti di puro svago, è visto da parecchie persone come una iattura, un ripiego fastidioso, se paragonato ai comodi e poco faticosi mezzi meccanici di locomozione. Un’eccezione che fa rimpiangere la regola. Un’occasione per imprecare contro meccanici ritardatari e maestranze sabotatrici della riposante routine della mobilità su gomma e rotaie. La maggior parte degli occidentali è portata a catalogare il muoversi a piedi tra le perdite di tempo. Nell’Occidente economicamente evoluto, l’atto del camminare abitualmente è divenuto una scelta consapevole e anticonvenzionale, quasi una stravaganza, uno snobismo. Chi si sposta a piedi nel quotidiano rinuncia alla fretta, è come se prendesse le distanze dalla produttività e per certi versi dalla stessa modernità. Tale mancanza di omologazione ai ritmi standardizzati del quotidiano, fa del camminatore abituale un essere atipico, da inquadrare con un po’ di apprensione per questo risvolto della personalità che lo rende meno socialmente controllabile e prevedibile.

Tempo fa, sono rimasto colpito da un cartello vicino a un ristorante su una strada tortuosa e con divieto di sosta su entrambi i lati. Il cartello rassicurava provvidenzialmente i potenziali avventori sul fatto che fosse loro offerto un servizio di autorimessa a titolo gratuito a soli duecento metri di distanza. Ma non era l’unica invitante “promessa”. A disposizione degli avventori c’era anche un puntuale servizio di ”navetta” dal garage al ristorante. Il buon ristoratore intuiva evidentemente che – per molti degli avventori – la sola idea di farsi qualche decina di passi a piedi come antipasto e digestivo del pranzetto sarebbe stata un potenziale dissuasore dal fermarsi presso la sua amena trattoria. Molto probabile che la concorrenza dotata di un bello spiazzo – dove parcheggiare l’auto a fianco dell’ingresso – l’avrebbe avuta vinta. Ecco allora l’indovinata idea imprenditoriale del servizio navetta per colmare la stratosferica distanza di 200 metri a piedi. Un tipico esempio delle distorsioni che può procurare la “crescita” incondizionata dell’economia.


Camminare non è quasi mai considerato un gratificante premio per la mente e il corpo. E’ piuttosto visto come una faticosa punizione per poveracci o per persone stravaganti. A partire dalla rivoluzione industriale, nei Paesi cosiddetti “sviluppati” l’atto del camminare ha perso le caratteristiche di ordinarietà a favore dell’eccezionalità. Eppure, pochi potrebbero negare che il cammino sia uno dei sistemi più efficaci per armonizzare mente, corpo e realtà circostante. In effetti, pochi arrivano a negarlo, ma pochissimi passano poi dalla teoria alla pratica. Tempo fa fu condotto un significativo esperimento sulla percezione del camminare. Si provò a chiedere on the road informazioni su come raggiungere una strada del centro di Milano, in una zona ben servita dai trasporti. La meta distava solo 500 metri dal luogo della richiesta d’informazioni stradali. Nonostante ciò, ben più di due terzi degli interpellati diedero dettagli su come arrivarci attraverso l’utilizzo combinato di metropolitana, tram, autobus. Solo pochi “perversi” spiegarono come giungerci nella maniera più semplice e naturale: a piedi.

Eppure per millenni compiere una serie di passi conservando il contatto col terreno con almeno un piede (questa è la definizione del camminare) è stata un’azione pratica sulla quale non ci s’interrogava più di tanto, un elemento fisiologico dell’essere umano. Progressivamente al camminare sono stati abbinati significati culturali che difficilmente sarebbero venuti in mente ai nostri avi, i quali inglobavano i passi giornalieri nelle attività date per scontate quasi come bere e respirare. I comportamenti della società contemporanea hanno imboccato poco alla volta “sentieri” tortuosi e incerti al posto di vie lineari e ben segnalate. Così anche camminare, è divenuto per molti qualcosa di poco naturale. Tutto ciò è un vero paradosso. Considerare più ovvio prendere l’auto per percorrere un chilometro di strada, quando si abbia una salute accettabile, è decisamente innaturale. Fatto sta che in termini percentuali non camminare rimane la scelta predominante sia in contesti urbani sia extraurbani.

Lo sviluppo patologico di alcuni aspetti della tecnologia e la motorizzazione degli spostamenti vista come scelta principale per la maggior parte delle persone, hanno condotto a una visione del camminare per più di duecento metri quale scelta originale, in controtendenza, al limite della stravaganza. Una scelta da giustificare di fronte agli altri e forse anche a se stessi, nonostante si tratti di un’azione ovvia, sulla quale sono calibrati organi e organismo umano. Chi cammina, pur non aspirando sempre ad arrivare “presto”, spesso nei centri urbani impiega meno tempo di chi si muove motorizzato. Tranne casi sfortunati di chi sia afflitto da patologie invalidanti, la stragrande maggioranza delle persone potrebbe tranquillamente camminare per quattro-cinque chilometri al giorno senza particolari difficoltà, a medie di tutto riposo di due-tre chilometri l’ora. E invece, già l’ascoltare “dista un chilometro a piedi” è qualcosa che procura brividi e orticaria alla maggior parte delle persone. Ci si sente spesso più rassicurati da un “è lontano un quarto d’ora d’auto”, anche se magari la zona da raggiungere dista solo trecento metri e il quarto d’ora di tragitto lo fa il feroce traffico cittadino.

Fino a cent’anni fa, o anche meno, muoversi a piedi era un’esperienza ordinaria e abituale. “Vedo degli uomini come alberi che camminano”, si può leggere nel Vangelo. Una frase che sottolinea anche la stretta connessione tra natura e uomo che è divenuta sempre più latitante. Ora si è quasi persa la percezione del camminare inteso come uno dei sistemi più efficaci per conoscere se stessi e gli altri. Uno strumento a disposizione di quasi tutti per porre armonia tra mente, corpo e realtà circostante. La meta è importante, certo, e di traguardi l’uomo contemporaneo se ne pone tanti. Il ”mezzo” per raggiungere i traguardi è però forse ancora più importante. Camminare può essere mezzo ma anche obiettivofinale e quindi meta. Muovere i propri passi per spostarsi nello spazio è inoltre un comportamento che – fatto con lo spirito e la predisposizione giusti – sa procurare benefici a chi lo pone in essere, senza penalizzare la realtà circostante. Camminare sistematicamente pone, infatti, le basi per realizzare stili di vita benefici sia per il microcosmo personale sia per quello che solo apparentemente ci riguarda solo in via indiretta, vale a dire il “circostante”, ovvero l’ecosistema in cui viviamo. Il ritmo del passo e quello del pensiero si nutrono vicendevolmente. […]

Secondo la scrittrice Rebecca Solnit, l’atto del camminare è un particolare stato in cui la mente, il corpo e il mondo sono allineati come se fossero tre distinti personaggi che riescono a capirsi e dialogare tra loro come accade di rado. Naturalmente, non avrebbe molto senso far diventare il cammino un gesto isolato, circoscritto al puro svago o alla performance occasionale. I benefici del camminare possono essere consistenti a patto che esso diventi l’”Opzione n°1” per i propri spostamenti. Il che non significa certo divenire degli integralisti dei due piedi in movimento. Bandire auto, treni, autobus, scooter, scale mobili dalla propria vita non sarebbe un atto sensato. Semplicemente, occorre pensare a se stessi come ad esseri in grado di spostarsi a piedi quando ce ne siano le condizioni, non rinunciando in altri contesti ai vantaggi che le moderne protesi tecnologiche ci possono offrire.

Andare a un appuntamento in centro, recarsi a fare la spesa quando non sia troppo consistente, portarsi sul posto di lavoro, può il più delle volte essere fatto “a piedi”, senza riservare questi ultimi solo a scarpinate su sentieri di montagna o a sudati percorsi di jogging. “Il camminare di cui parlo non ha nulla a che vedere con l’esercizio fisico propriamente detto, simile alle medicine che il malato trangugia a ore fisse, o al far roteare manubri o altri attrezzi; è invece l’impresa stessa,l’avventura della giornata. Se volete fare esercizio andate in cerca delle sorgenti della vita. Com’è possibile far roteare dei manubri per tenersi in salute, mentre quelle sorgenti sgorgano, inesplorate, in pascoli lontani!”. Con queste parole Henry David Thoreau, scrittore americano, già due secoli fa dava un’idea di come il cammino fatto con un certo spirito potesse essere più gratificante di andare in palestra o giungere in una località comodamente scarrozzati da un’auto o un treno. […]




Tempo

Userei tanto volentieri la bicicletta ma … impiego troppo tempo, e tempo non ne ho mai

Senza dubbio la bicicletta non è il mezzo più veloce, a confronto con i mezzi motorizzati, ma in ambito urbano per distanze dell’ordine dei chilometri può diventare assolutamente competitivo, e in molti casi è senza dubbio il mezzo che permette di raggiungere la destinazione nel minor tempo possibile. È vero le auto e i motorini possono raggiungere velocità di due, tre, quattro volte superiori a una bicicletta, ma a fin dei conti la velocità media è quella che conta, e se è vero che le auto ci superano nei viali sgombri, noi li recuperiamo pedalando agli ingorghi, e seguendo piste ciclabili, parchi e zone pedonali, possiamo ottenere buoni vantaggi. Provare per credere.

Fino a 5-10 chilometri in pianura la bicicletta è senza dubbio il miglior mezzo di trasporto per le zone ad alta densità di popolazione. La bicicletta non crea blocchi di traffico, può viaggiare anche in zone esclusivamente riservate ai pedoni se condotta a mano, può raggiungere zone verdi e centri storici, può essere parcheggiata in pochi secondi.

Se infatti consideriamo gli ingorghi di traffico e l’individuazione di un posto per parcheggiare, l’automobile in città diventa tra i mezzi più lenti e inaffidabili. Di fatto i mezzi pubblici promiscui e le auto dipendono dalle condizioni del traffico e non possono garantire tempi di percorrenza certi; la bicicletta invece potendo viaggiare su corsie preferenziali e su aree pedonali è del tutto indipendente dalla situazione del traffico e conduce a destinazione sempre nello stesso tempo, permettendo di potersi organizzare al meglio e non mancare i propri appuntamenti.

Per le distanze elevate, superiori ai dieci chilometri, i tempi di percorrenza possono essere troppo eccessivi per degli spostamenti quotidiani: si può infatti andare oltre un’ora di viaggio (mediamente per fare 5 km in città si impiegano 20 minuti). In tal caso, si può optare per altri mezzi, oppure se non vogliamo abbandonare la nostra fidata bici, possiamo utilizzare i mezzi pubblici che permettono il trasporto anche delle biciclette (vedremo nel paragrafo dedicato altri dettagli).

Perciò non usare la bicicletta perché “ci vuole troppo tempo” è un alibi che spesso non si regge in piedi, specie se ci spostiamo in ambito urbano.

Clima

Userei tanto volentieri la bicicletta ma … con la pioggia e il freddo non ce la faccio, e il caldo poi!

È vero che è da incoscienti andare in bicicletta in condizioni meteo estreme, ma considerare condizioni estreme qualsiasi scostamento dai 25 gradi centigradi e cielo senza nuvole è altrettanto da sconsiderati. Spesso ci rifugiamo nella giustificazione di un clima troppo freddo o troppo caldo, oppure di una sparuta minaccia di pioggia per autocompiacersi e mettersi la coscienza a posto, ogni volta che siamo tentati di cambiare rotta e invece per pigrizia torniamo alle solite scelte di sempre.

La questione del clima come ostacolo insormontabile all’uso quotidiano della bicicletta non regge molto, basti pensare che nel nord Europa, in paesi come l’Olanda, la Danimarca, la Germania, la bicicletta è normalmente utilizzata nonostante le condizioni meteorologiche siano ben più avverse (inverni più rigidi, piogge e nevicate più frequenti, minor ore di luce) che nel nostro paese, il paese del sole.

Con un po’ di accortezze e qualche espediente è possibile pedalare comodamente dai -5°C ai 35 °C senza disagi o inconvenienti. Provare per credere. Vedremo in dettaglio qualche consiglio pratico nei paragrafi seguenti. […]



giovedì 8 gennaio 2015

Terzani: verso la rivoluzione della coscienza


«Il grande progresso materiale non è andato di pari passo con il nostro progresso spirituale. Anzi: forse l’uomo non è mai stato tanto povero da quando è diventato così ricco. Di qui l’idea che l’uomo coscientemente inverta questa tendenza e riprenda il controllo di quello straordinario strumento che è la sua mente. Quella mente finora impiegata prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come se quello fosse la sola fonte della nostra sfuggente felicità, dovrebbe rivolgersi anche all’esplorazione del mondo interno, alla conoscenza di Sé»

Tiziano Terzani 

Il libro di Gloria Germani, che fa parte della collana “ I precursori della decrescita” curata da Serge Latouche, percorre l’intera esperienza di Tiziano Terzani, giornalista ma soprattutto uomo-viaggiatore incuriosito dai grandi fatti della storia dell’ultimo secolo, mettendo in luce i momenti salienti delle sue riflessioni a partire dalla guerra in Vietnam, attraverso la Cina del dopo Mao, fino alla caduta del comunismo sovietico e all’Asia dell’economia globalizzata. 

Terzani comprende che comunismo e capitalismo sono due aspetti dello stesso fenomeno: la cieca fede nella scienza e nella modernità, il culto del Progresso che si sostituisce ad ogni forma di spiritualità o di visione tradizionale. L’Occidente nonostante abbia perso la totalità delle sue colonie ha di fatto conquistato culturalmente, non solo l’Asia, ma l’intero pianeta; spesso non ha avuto bisogno di spargimenti di sangue, è stato sufficiente esportare i propri modelli culturali tramite la pubblicità, quindi la televisione assieme a tutti gli altri media, e i suoi sistemi educativi moderni. 

Davanti all’incosciente avanzare dell’uomo in questo disegno folle di perseguire la crescita economica ad ogni costo (e più esattamente a costi sociali e ambientali sempre più elevati), Terzani affronta una riflessione e un percorso di riscoperta del “vero”, inteso come parte più profonda e misteriosa della vita. Si ritrova perciò ad abbandonare le autostrade e a percorrere i sentieri, dove ancora si riesce a recuperare la percezione di vita e di natura che è sempre stata parte dell’essere umano nella sua lunga storia da quando è apparso su questo pianeta.

Come molti dei grandi della nostra epoca (tra cui spicca tra tutti Gandhi), Terzani comprende che solo attraverso una rivoluzione interiore della propria coscienza sarà possibile un vero cambiamento in ogni ambito della vita umana. Questo perché, dopo numerose rivoluzioni: culturali, scientifiche, industriali, politiche, sociali, economiche, che hanno inciso solo su alcuni aspetti della società e ci hanno condotto fino all’attuale situazione senza trovare soluzioni soddisfacenti e in molti casi aggravando la condizione globale, soltanto con una rivoluzione che metta al centro lo spirito umano, il suo lato più profondo e perciò più fondamentale, saremo in grado di compiere un vero ed essenziale passo in avanti. Un reale progresso umano.




giovedì 1 gennaio 2015

Discorso di José Mujica presidente dell'Uruguay al summit Rio+20 del 2012



Un grazie particolare al popolo del Brasile, ed alla sua Signora Presidentessa, Dilma Rousseff.
Grazie anche alla sincerità con la quale, sicuramente, si sono espressi tutti gli oratori che mi hanno preceduto.
Come governanti, tutti manifestiamo la profonda volontà di favorire gli accordi che questa nostra povera umanità sia capace di sottoscrivere.
Permettetemi, però, di pormi alcune domande a voce alta.

Per tutto il giorno si è parlato di sviluppo sostenibile e di affrancare, dalla povertà in cui vivono, immense masse di esseri umani.Ma cosa ci frulla per la testa ?
Pensiamo all’attuale modello di sviluppo e di consumo delle società ricche?
Mi domando: che cosa succederebbe al nostro pianeta se anche gli indù avessero lo stesso numero di auto per famiglia che hanno i tedeschi?
Quanto ossigeno ci resterebbe per respirare ?

Più francamente: il mondo ha le risorse materiali, oggi, per rendere possibile che 7 od 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso livello di consumo e di sperpero che hanno le opulente società occidentali ?
Sarebbe possibile tutto ciò ?
Oppure, un giorno, dovremmo affrontare un altro tipo di dibattito ?
Perché siamo stati noi a creare la civiltà nella quale viviamo: figlia del mercato, figlia della competizione, che ha portato uno sviluppo materiale portentoso ed esplosivo.
Ma l’economia di mercato ha creato la società di mercato che ci ha rifilata questa globalizzazione.
Stiamo governando noi la globalizzazione oppure è la globalizzazione che governa noi ?
E’ possibile parlare di fratellanza e dello stare tutti insieme, in un’economia basata su una competizione così spietata ?

Fino a dove arriva veramente la nostra solidarietà ?
Non dico queste cose per negare l’importanza di quest’evento, al contrario.
La sfida che abbiamo davanti è di una portata colossale, e la grande crisi non è ecologica, ma è politica!

L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma sono queste forze che governano l’uomo … ed anche la nostra vita !
Perché noi non siamo nati solo per svilupparci.
Siamo nati per essere felici.
Perché la nostra vita è breve e passa in fretta.
E nessun bene vale come la vita, questo è elementare.

Ma se la vita ci scappa via, lavorando e lavorando per consumare di più, il vero motore del vivere è la società consumistica, perché, di fatto, se si arresta il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, spunta il fantasma del ristagno per tutti noi.
E’ il consumismo che sta aggredendo il pianeta.
Per alimentare questo consumismo, si producono cose che durano poco, perché bisogna vendere tanto.
Una lampadina elettrica non deve durare più di 1000 ore, però esistono lampadine che possono durare anche 100 mila o 200 mila ore!
Ma questo non lo si può fare perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere la civiltà dell’usa e getta, e così restiamo imprigionati in un circolo vizioso.
Questi sono i veri problemi politici che ci esortano ad incominciare a lottare per un’altra cultura.
Non si tratta di immaginare il ritorno all’uomo delle caverne, né di erigere un monumento all’arretratezza.
Però non possiamo continuare, indefinitamente, a lasciarci governare dal mercato, dobbiamo cominciare ad essere noi a governare il mercato.
Per questo dico, con il mio modesto pensiero, che il problema che abbiamo davanti è di carattere politico.
I vecchi pensatori, Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara, dicevano: “povero non è colui che ha poco, ma colui che necessita tanto e desidera sempre di più e di più”.
Questa è una chiave di carattere culturale.
Per questo saluterò di buon grado gli sforzi e gli accordi che si faranno, e come governante li sosterrò.
So che alcune cose che sto dicendo, possono urtare.
Ma dobbiamo capire che la crisi dell’acqua e del clima non è la causa.
La causa è il modello di civiltà che abbiamo messo in piedi.
Quello che dobbiamo cambiare è il nostro modo di vivere!
Appartengo a un piccolo paese, dotato di molte risorse naturali.
Nel mio paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti. Ma ci sono anche 13 milioni di vacche, tra le migliori al mondo, e circa 8 o 10 milioni di meravigliose pecore.
Il mio paese è un esportatore di cibo, di latticini, di carne.
E’ una pianura e quasi il 90% del suo territorio è sfruttabile.
I miei compagni lavoratori, hanno lottato molto per ottenere le 8 ore di lavoro.
Ora hanno conseguite le 6 ore lavorative.

Ma quello che lavora 6 ore, poi cerca il secondo lavoro, per cui lavora più di prima.
Perché? Ma perché deve pagare una quantità enorme di rate: la moto, l’auto, e paga una rata ed un’altra e un’altra ancora, e quando decide di riposare … è oramai un vecchio reumatico, come me, e la vita gli è volata via.
E allora uno si deve porre una domanda: è questo lo scopo della vita umana?
Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità.
Lo sviluppo deve favorire la felicità umana, l’amore per la terra, le relazioni umane, la cura dei figli, l’avere amici, l’avere il giusto, l’elementare.
Perché il tesoro più importante che abbiamo è la felicità!
Quando lottiamo per migliorare la condizione sociale, dobbiamo ricordare che il primo fattore della condizione sociale si chiama felicità umana!
Grazie !



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