«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 3 novembre 2014

L’Italia è una repubblica fondata sul … valore


Dalla creazione di profitto alla creazione di valore

«Vi siete accorti che oggi il saluto abituale non è più buona giornata o buona salute ma buon lavoro? Come dire che il nostro rapporto vitale è passato dai piaceri e dai riposi dell’esistenza alle fatiche e alle ansie. La vita che un tempo andava guadagnata con “il sudore della fronte”, il lavoro come condanna vengono mitizzati come unica ragione di vivere» Giorgio Bocca 

Il primo articolo della Costituzione italiana, come sappiamo tutti, recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

La parola “lavoro” deriva dal latino labor, e significa fatica, ovvero sofferenza. Nelle altre lingue di origine latina, come il francese e lo spagnolo, invece la parola “lavoro” viene dalla parola “travaglio”, termine che si spiega da sé. “Lavoro” è quindi una parola che rievoca immediatamente fatica e dolore, ma la cosa che inquieta ancor di più è che questo termine è oggi associato con un’attività remunerata, ovvero che ha un valore di mercato quantificabile in denaro, mentre ancora nessuna distinzione viene fatta a livello qualitativo: se il lavoro è un lavoro utile, e utile per cosa e per chi, e se il lavoro danneggia qualcosa o qualcuno, o se il lavoro è fatto bene o male. È sufficiente che sia adeguatamente (forse adesso manco più quello) retribuito per essere considerato lavoro.

Sappiamo bene che il Pil, l’indice a cui tutti gli economisti fanno riferimento, tiene in conto le transazioni monetarie, ma nessun aspetto qualitativo. Se il lavoro è utile o dannoso, fatto bene o male, alla fin dei conti non interessa a nessuno, o a pochi. 

Il lavoro, anche se faticoso, che non è associato a una retribuzione in denaro non è considerato lavoro. Farsi da mangiare, fare la spesa, pulire la casa, coltivare il giardino, avere cura della propria persona, fisicamente e intellettualmente, crescere dei figli, andarli a prendere a scuola: tutto questo non fa crescere il Pil perché non è soggetto a transazioni di denaro, perciò non è lavoro. 

Nella deriva dell’economia basata esclusivamente sul profitto, si sta tentando di mercificare qualsiasi cosa: persino la natura, le relazioni, i sentimenti, gli affetti, tutto. A maggior motivo anche le attività che fino ad oggi rientravano tra quelle non remunerate, e che restavano di conseguenza fuori dal profitto economico, stanno per essere pian piano assorbite dal sistema del mercato. 

Studiando il pensiero di Tsunesaburo Makiguchi, riguardo alla filosofia della creazione di valore, si comprende che il profitto è solo uno dei tre elementi che costituiscono il valore, e non è affatto il più importante. Secondo l’educatore giapponese il fondamento del valore è il bene, ovvero la felicità e il benessere della società nel suo insieme, quindi anche dell’ambiente dal quale non può prescindere, seguito dal guadagno, inteso come beneficio che riguarda il singolo, e non soltanto dal punto di vista economico, e dalla bellezza, caratteristica relativa a ciò che concerne l’appagamento dei sensi. Se guadagno e bellezza poggiano sul bene, e non sono perciò in disarmonia tra di loro, è possibile costruire una società equilibrata e sostenibile in cui il beneficio individuale non sia a discapito della società e del suo ambiente. 

Solo recuperando un equilibrio tra un paradigma retto dalla competizione e dal profitto e un paradigma fondato sulla solidarietà e il valore sarà possibile uscire da un sistema votato alla crescita infinita e all’autodistruzione che inevitabilmente conseguirebbe.

Una riforma essenziale sarebbe quella di modificare il primo articolo della Costituzione italiana come segue: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul valore”, inaugurando in tal modo una serie di iniziative atte a costruire un paradigma economico compensativo basato sull’autoproduzione solidale e sulla localizzazione.

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