«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 21 ottobre 2013

Apriamo gli occhi


Siamo circondati di messaggi subdoli, strategici e meschini. Solo che ne abbiamo fatto una tale scorpacciata, soprattutto negli ultimi anni, che adesso ci siamo proprio abituati e siamo diventati incapaci di riconoscere il senso delle cose, il messaggio che sta dietro al messaggio.
Addirittura, adesso, i media ci posso sbattere in faccia la realtà nuda e cruda, perché noi o ne siamo direttamente complici, oppure ne siamo assuefatti.
Questo perché corriamo ogni giorno, sempre più in fretta, e le nostre vite sono stracolme di segnali esterni che dobbiamo selezionare ed elaborare ad una velocità sempre più avanzata. Sebbene la tecnologia si evolva a grandi ritmi e paia non avere limiti, noi esseri umani, purtroppo o per fortuna, i limiti ce li abbiamo.
Questo bombardamento mediatico sta lavando i nostri cervelli dall’interno, togliendogli ogni prospettiva differente da quella che la monocultura ci sta servendo su un ricco piatto d’argento. Ci sta togliendo ogni capacità di immaginare, di strutturare un pensiero autonomo, di creare alternative possibili, di vedere oltre l’apparenza e la superficialità.
Osserviamo decine e decine di reclami pubblicitarie ogni giorno: in tv, in radio, per strada, su internet, sui volantini, sui manifesti. Siamo sempre osservatori passivi e ingurgitiamo spazzatura mediatica, tutto a un unico grande scopo: far aumentare i nostri consumi. Lo scopo più nobile della società moderna, l’unico vero scopo dell’uomo su questo pianeta. Potremmo persino dire, senza esagerare, l’unico mezzo disponibile oggi per permettere alla nostra civiltà di sopravvivere.
Apriamo gli occhi e cominciamo il nostro risveglio. Esiste una possibilità, anzi né esistono infinite. Il sistema economico-sociale basato sul consumo è solo una possibilità, sicuramente tra le peggiori.
Insieme, aprendo gli occhi, possiamo fare molto meglio.



Raccolgo di seguito alcune chicche mediatiche.

La seguente immagine è riportata su una confezione di frutta secca e l’inganno, l’informazione meschina è palese. Si vogliono ingannare le persone facendo credere, solo all’apparenza, che sia un prodotto italiano, mentre in realtà è solo stato confezionato in Italia. Notate la grandezza dei caratteri, e l’uso dei colori.


Quest’altro messaggio è invece riportato su un volantino di un supermercato con bassi prezzi. E la frase si commenta da sola. Non cambiare stili di vita, ovvero continua a consumare allo stesso livello, ma acquista a prezzi più bassi, magari cose più scadenti o prodotte chissà dove e con quali accortezze. Quando il cambiare stile di vita, verso stili di vita più sani, non solo dal punto di vista della salute fisica ma soprattutto mentale, è la cosa di cui avremmo principalmente bisogno oggi per uscire dalla triplice crisi.




Un'altra chicca è questa reclame:




Notate come la bella e prosperosa Ferilli (che rappresenta l’azienda promotrice) prenda in giro e svilisca i poveri artigiani che lavorano a mano, impiegando tempo e preziosi doti. Li sbeffeggia palesemente costringendoli ad abbassare i prezzi, ovvero a lavorare con guadagni inferiori, per essere più competitivi su un mercato dove la gente ha sempre meno soldi. Addirittura, portandogli una torta per confortarli, li canzona dicendo che anche lei ha fatto la torta a mano ma mica gliela fa pesare. Il messaggio mi sembra più che ovvio e scontato, ma credo che pochi riescono a decifrarlo, ancora una volta accalappiati dal mito della convenienza e dell’abbondanza.

lunedì 14 ottobre 2013

Destra e sinistra: con la decrescita si va oltre



«L’identità di posizioni tra destra e sinistra italiane sull’incenerimento dei rifiuti non è un accordo episodico su un tema specifico, ma uno dei tanti segni di una coincidenza culturale e politica più vasta. La destra e la sinistra sono due varianti dell’ideologia della crescita. Entrambe ritengono che il PIL sia il principale indicatore della ricchezza prodotta da un Paese e gli assegnano un compito che nemmeno lontanamente si sognerebbero di affidare a nessun altro strumento di misura. Entrambe ritengono che il compito della politica sia di favorire la sua crescita, manovrando adeguatamente la leva fiscale e il costo del denaro per incentivare gli investimenti al fine di produrre sempre più e per sostenere la domanda al fine di consumare sempre di più. Entrambe ritengono di saperlo fare meglio dell’antagonista. Lo scontro tra di esse avviene sui modi di ridistribuire tra le classi sociali la ricchezza misurata dal PIL, a partire dalla valutazione comune che più ce n’è, più ce n’è per tutti. 

Secondo la destra lo strumento migliore per fare le parti è il mercato. [..] Secondo la sinistra se le parti le fa il mercato senza nessun controllo, i più forti arraffano il più possibile e ai più deboli resta troppo poco, per cui il compito dello Stato è ridistribuire in modo più equo la ricchezza prodotta. Lo strumento principale è la fiscalità. 

[…]

Nell’ambito dell’ideologia della crescita che le accomuna, la dialettica fra destra e sinistra si sviluppa sostanzialmente sulla politica fiscale. Un programma politico finalizzato alla decrescita esula da questa dialettica. Ne rifiuta i presupposti. Non è di destra né di sinistra, non perché si collochi in una posizione equidistante tra i due poli ma perché si muove in uno spazio definito da altre coordinate. Il suo obiettivo è usare il bilancio degli enti pubblici, la loro potestà normativa e l’apparato sanzionatorio non per favorire la crescita del PIL, ma per promuovere la diffusione di tecnologie e stili di vita che riducono il consumo di risorse, l’inquinamento e la produzione di rifiuti. Che migliorano la qualità della vita e degli ambienti i cui si svolge riducendo la produzione e il consumo di merci che non sono beni e aumentando la produzione e l’uso di beni che non sono merci. La decrescita è un cambiamento di paradigma culturale rispetto alle opzioni politiche che si sono consolidate negli ultimi due secoli»


da “La felicità sostenibile” di Maurizio Pallante


Politica e decrescita

«Per sostenere una politica economica e industriale fondata sulla decrescita selettiva degli sprechi e delle inefficienze occorre una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra o nelle loro associazioni collaterali, non omologati sul dogma della crescita, culturalmente estranei alle dinamiche politiche del secolo scorso, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi. Già se ne stanno formando. I loro incubatori sono i movimenti di resistenza alla costruzione di grandi opere pubbliche e alla privatizzazione della gestione dei servizi sociali, che sono le due linee strategiche su cui si è saldata l’alleanza tra grandi società e partiti di tutti colori con l’obbiettivo di avviare una nuova fase di crescita, dapprima con la costruzione di grandi opere pubbliche finanziate a debito dalle istituzioni statali e successivamente con la cessione a società private della gestione dei servizi pubblici essenziali (acqua, energia, rifiuti, sanità, scuola, trasporti) a copertura dei debiti accumulati dalle istituzioni per finanziare la costruzione di grandi opere pubbliche. La resistenza della Val di Susa alla costruzione della ferrovia ad alta velocità e le vittorie nei referendum contro il nucleare e la privatizzazione dei servizi idrici dimostrano che, nonostante la disparità delle forze in campo, la partita è iniziata e si può giocare». 


da “Manifesto-appello del Movimento Decrescita Felice”
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