«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

mercoledì 19 giugno 2013

Evoluzione dei modelli alternativi




Ad oggi sono tanti i modelli alternativi di sistema teorizzati, solo pochi hanno avuto larga diffusione e solo pochissimi vengono presi ora in considerazione per possibili tentativi di attuazione pratica. Prendendo in analisi gli elementi fondanti i vari modelli di pensiero si possono evidenziare le similitudini e le differenze in ognuno di essi ed è possibile ipotizzare una classificazione, del tutto generale e senza pretese, in base al livello evolutivo di questi modelli, traendone alcune conclusioni importanti. 

Dalla mia analisi ho realizzato questa classificazione dei modelli economici-sociali alternativi cominciando da quello che ritengo meno evoluto a quello più evoluto:

- Green economy
- Capitalismo naturale
- Blue economy

- Decrescita felice 
- Ecologia Profonda
- Decrescita Felice e Rivoluzione Umana


Naturalmente l’obiettivo di questi sistemi è lo stesso, o almeno dovrebbe, ovvero la cosiddetta sostenibilità ambientale, economica e sociale: in altre parole la capacità del modello di rispondere alle esigenze umane in termini di felicità e benessere senza impedire che le generazioni future possano fare altrettanto. In fin dei conti, la sostenibilità è l’unico modello che rispetta la vita e la sostiene, e non ci dovrebbe essere bisogno di aggiungere altro. È tuttavia indiscutibile che negli ultimi secoli ci siamo discostati sempre più dalla sostenibilità fino ad arrivare a una situazione probabilmente irreversibile, almeno senza gravi danneggiamenti all’intera ecosfera. Per riportarci sulla strada della sostenibilità occorre quindi un percorso a tappe forzate, in cui il cambiamento non dovrà essere solo a livello della tecnica, ma anche e soprattutto sul piano culturale e spirituale. 

I primi tre modelli che ho riportato sono modelli prettamente tecnici, ovvero che riguardano questioni tecniche e raramente vanno a interessare anche l’ambito culturale. La caratteristica che hanno in comune è senza dubbio la loro stretta parentela con il concetto di sviluppo sostenibile, quindi un tipo di sviluppo con delle accortezze che prima non aveva. Rappresenta la prima forma di cambiamento del sistema, ma forse anche la più subdola in quanto cerca in qualche modo di riparare ai danni dello sviluppo contrapponendo alcune azioni riparatrici, rientrando però nella logica del compromesso che ostacola l’evoluzione del modello stesso. In tutti e tre i modelli c’è ancora una fede cieca nella scienza e nella tecnologia che risolveranno qualsiasi problema l’uomo si trovi di fronte nonché l’idolatria del mito della crescita, o sviluppo o progresso, come si preferisce chiamarlo. È ovvio che in questo caso sarebbe più corretto, semanticamente, parlare di sviluppo meno insostenibile, piuttosto che di sviluppo sostenibile. Mentre la green economy punta principalmente alla sostituzione delle fonti tradizionali con le fonti rinnovabili, senza dar risalto ai loro limiti e ai loro aspetti problematici, il capitalismo naturale pone l’accento su l’aumento dell’efficienza dei sistemi di produzione e sulla possibilità di imitare la natura nel progettare sistemi tecnici, punto che verrà preso come bandiera dell’economia blu di Gunter Pauli. Non viene messa in discussione la cultura della crescita e dell’illimitatezza delle risorse, pervasa da un forzato ottimismo nelle capacità razionali dell’uomo. 

Gli altri tre modelli invece li ho raccolti sotto la denominazione di sostenibilità, in quanto il passaggio fondamentale che avviene a livello culturale è quello di uscire totalmente dall’ideologia della crescita, o sviluppo o progresso che sia. Lo sviluppo non è più contemplato non perché si neghi l’importanza di migliorare o di progredire, inneggiando pertanto all’immobilismo o addirittura alla regressione, piuttosto perché non si ritiene più un elemento culturale fondamentale, perciò perde il suo ruolo centrale nelle scelte. Al centro di un nuovo modello culturale rientrano invece le azioni e le scelte che sostengono la vita, la alimentano, la proteggono, e non la danneggiano o la degradano: e perciò in questo caso possiamo parlare di sostenibilità a pieno titolo. La decrescita felice, a mio modo di vedere, è la prima corrente di pensiero che riesce a fare questo passaggio basilare a livello culturale, senza tuttavia intaccare l’ambito spirituale. Solo con l’ecologia profonda si sconfina nella sfera dello spirito, si contempla l’importanza dello spirito che è alla base della vita e che perciò non può essere ignorato. Con la rivoluzione umana, infine, si introduce anche uno strumento diretto per indagare lo spirito umano e poter riformalo manifestando l’infinito potenziale inerente nella vita. 

Concludendo, quindi, credo che invece di vedere i vari modelli in competizione tra di loro forse dovremmo tentare di individuare una loro continuità evolutiva che non li metta in contrapposizione l’uno all’altro, sostenendo che uno deve necessariamente negare tutti gli aspetti degli altri, ma al contrario li faccia uno la naturale evoluzione dell’altro. Fino a giungere al cuore delle cose: lo spirito umano.

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