«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

mercoledì 24 aprile 2013

Dialogo tra un decrescente consapevole e un comune mortale. Episodio due: l’automobile




In una bella serata di inizio primavera, un decrescente consapevole camminava tranquillo per il marciapiede di un viale. Il sole ormai basso lo accarezzava in un piacevole tepore. Un fievole venticello lo rasserenava alle spalle.


All’improvviso da un negozio uscì una persona, correndo, con un sacchetto in mano e un cellulare “intelligente” nell’altra. Per coincidenza incrociò il decrescente lungo il suo cammino.

«Ciao, eh te? Che ci fai qua?»

«Niente, sto tornando a casa, te?»

«Io ho comprato un paio di scarpe ora vado in palestra. Dove hai la macchina?»

«No, sono a piedi»

«Ah allora ti do io un passaggio. Ho la macchina qui, guarda» indicando l’automobile parcheggiata in doppia fila proprio davanti al negozio di scarpe.

Il decrescente sapeva già che sarebbe incappato in tale situazione. Non che non gradisse la compagnia dell’amico, ma con quella bella giornata e con quell’aria frizzante avrebbe preferito stare all’aria aperta piuttosto che entrare in una scatoletta tutta chiusa ad aria condizionata ed immergersi nel traffico. E dopotutto gli piaceva camminare, lo riteneva uno dei suoi migliori passatempi, qualcosa di semplice e naturale, che non lo affaticava per niente, anzi lo rilassava e lo sosteneva nei pensieri.

Il comune mortale, vedendo l’amico indeciso, insistette ancora: «Dai, dai, ti accompagno io. Così non devi farti tutta la strada a piedi!»

Il decrescente avrebbe risposto volentieri di no, ma quel giorno, davanti alla faccia sorridente dell’amico comune mortale, pensò bene di accettare l’invito e di salire in macchina con lui.

La prima cosa che fece, appena chiusa la portiera e messa la cintura, fu quella di aprire un po’ il finestrino, almeno per far passare un po’ d’aria fresca.

«Chiudi pure il finestrino, c’è l’aria condizionata!»

Suggerì, oppure ordinò il comune mortale, quasi con un tono di vanto per il progresso tecnologico che permetteva di avere in ogni auto, indipendentemente dal costo e dalla marca, un’affidabile impianto di circolazione dell’aria sia d’estate che d’inverno, che rendeva l’apertura del finestrino praticamente inutile. Il decrescente obbedì.

Fecero poche decine di metri e subito furono bloccati in un ingorgo in prossimità di un incrocio con semafori dal rosso secolare. Adesso avanzavano un metro alla volta, le macchine acceleravano e frenavano in continuazione, singhiozzando procedevano in una processione di scatolette incolonnate.

«Scusami se ti ho fatto infilare in questo traffico, se vuoi puoi lasciarmi qui, continuo a piedi»

«Ma quale traffico … questo è normale. E poi, casa tua è quasi di strada per me»

Squillò il telefono intelligente e il comune mortale rispose con comodità. Restarono nell’arco di una decina di metri muovendosi a sussulti. Arrivarono in prossimità della casa del decrescente, il traffico si era attenuato ma l’amico comune mortale era ancora a parlare al telefono, e pareva un affare importantissimo.

«Puoi lasciarmi qui, arrivo a casa a piedi, non è un problema»

«Ma dai, ti porto sotto casa»

«No, no. Non importa»

Il comune mortale era troppo impegnato nel guidare svoltando con una mano sola, e con l’altra a reggersi il telefono palmare sull’orecchio e a seguire una conversazione senza ragione. Lo accompagnò proprio sotto casa a due passi dal portone.

«Ciao, grazie del passaggio, ci vediamo allora»

«Sì, figurati, a presto»

Il comune mortale lo salutò con un largo sorriso, porgendogli una mano moscia, e senza lasciarsi distrarre proseguì la telefonata impassibile.

Il decrescente consapevole, scendendo dalla macchina, tornò a respirare l’aria aperta e a sentirne il movimento sulla pelle. Guardando l’orologio si accorse che il tragitto in auto era durato quasi il doppio di quello che normalmente impiegava facendolo a piedi, serenamente.

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