«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 6 giugno 2011

DFRU: Uniti nella differenza, parte 23/30

Abbiamo visto a grandi linee qual è la condizione di cui parlavamo nell’introduzione. Adesso vorrei soffermarmi su altri principi basilari che forse aiutano a capire come questa rivoluzione possa essere realizzata.
Uno di questi è il principio di unità chiamato in giapponese Itai doshin, ovvero “diversi corpi stessa mente”. È un principio basilare per la realizzazione di un obbiettivo comune da parte di un gran numero di persone, ed è proprio quello che fa al caso nostro.
Abbiamo visto nel paragrafo precedente come la condizione per applicare cambiamenti concreti politici, economici, sociali, di stile di vita e modo di pensare, occorra una rivoluzione individuale, quella che abbiamo chiamato rivoluzione umana. Adesso affrontiamo il secondo passo, e cioè come realizzare coerenza e unità di intenti tra tantissime persone di cultura, lingua, posizione sociale anche molto differenti tra loro.
“Diversi corpi, stessa mente” sta ad indicare che nonostante le differenze tra gli individui, spesso anche marcate, essi sono accumunati dallo stesso obbiettivo e questo li rende solidali l’un con l’altro e aumenta esponenzialmente l’efficacia delle loro azioni di gruppo.
Avere “diversi corpi” riguarda tutte le differenze tra le persone, non soltanto fisiche, ma anche diverse personalità, diverse culture, diverse mentalità e usanze. La differenza tra un albero di pesco e un albero di mele è evidente, è sostanziale, ma entrambi vivono della Terra e del Sole ed entrambi fioriscono e producono frutti, ognuno nella sua specifica maniera di essere esprime la sua funzione, il suo valore intrinseco, la sua bellezza naturale. Allo stesso modo le persone, che siano africane o cinesi, arabe o europee, manifestano la loro individualità rivelandosi in attività e pensieri diversi, ognuno con la sua caratteristica, ognuno con la propria espressività: tanti strumenti musicali capaci delle più svariate melodie. Proprio come in un’orchestra sinfonica ogni strumento, seppur diverso, deve essere però in armonia e coerenza con tutti gli altri. Anche se solo uno strumento in mezzo a tantissimi altri è in disaccordo, anche se per solo un istante, la sinfonia perderà la sua efficacia e la sua bellezza e l’opera intera ne verrà danneggiata.
Avere “stessa mente” non indica affatto che tutti devono pensare allo stesso modo, avere le stesse opinioni, la stessa visione. Tutt’altro. “Stessa mente” significa essere uniti dallo stesso grande desiderio, il desiderio di vedere felice chi ci sta accanto, il desiderio di trasmettere coraggio e gioia indistintamente ad ogni persona, abbattendo le barriere create dall’uomo stesso, dalla storia, dalla posizione geografica, dalla politica, dalle differenze sociali. Questo grande desiderio di voler fare la propria rivoluzione umana e di aiutare gli altri a fare lo stesso è ciò che realmente conta per creare l’unità necessaria a procedere verso un futuro migliore per tutti.
Proprio le persone che sono più differenti da noi, con cui troviamo contrasto ad un primo approccio, sono proprio quelle le persone che ci permetteranno di trasformare la nostra vita anche nelle relazioni umane e di sperimentare questo principio di unità nonostante le differenze inevitabili. Daisaku Ikeda scrive a riguardo: «A volte può capitare di incontrare persone con cui sentiamo di non avere nulla a che fare. Per questa ragione dobbiamo fare la nostra rivoluzione umana, altrimenti non potremo creare legami basati su uno scopo condiviso superando le nostre differenze». (Buddismo e società n. 133)
Su questo principio fondamentale ritorneremo poi più avanti.

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