«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

lunedì 30 maggio 2011

DFRU: La nuova rivoluzione è umana, parte 22/30

Tante rivoluzioni ha visto l’umanità, dalla rivoluzione dell’era della pietra, alla rivoluzione agraria, scientifica, industriale, francese, socialista, informatica. Ogni rivoluzione comporta un cambiamento rapido e profondo nella società, nel modo di pensare, nella politica, in tutte le sfere della vita umana. Sono state tentate rivoluzioni in tutti i continenti e in tante epoche, sempre con l’ideale di migliorare la condizione della gente comune. L’unica rivoluzione che non è mai stata tentata, l’unica sfera che non è mai stata toccata da una rivoluzione nella storia dell’intera umanità è quella spirituale, una rivoluzione dell’uomo, una rivoluzione umana.
Ikeda scrive: «Esistono molti tipi di rivoluzione: politica, economica, industriale, scientifica, artistica... ma non importa cosa cambi, il mondo non migliorerà fino a che le persone stesse rimarranno egoiste e senza compassione. Quindi la rivoluzione umana è fra tutte quella fondamentale e, contemporaneamente, necessaria per il genere umano» (dal blog http://pantareinova.blogspot.com/).
La rivoluzione umana non riguarda nessuno aspetto della nostra vita se non la nostra vita stessa, il nostro essere umani, la nostra interiorità. Parlare di rivoluzione umana significa quindi intraprendere un percorso di cambiamento interiore profondo che va a mettere in discussione le nostre sicurezze, i nostri pregiudizi, le nostre idee preconcette, demolendo soprattutto tutti i limiti che la nostra razionalità ci mette davanti in continuazione. Significa andare controtendenza, agire in modo da trasformare la nostra innata attitudine alla lamentela, alla negatività, all’insicurezza. Perciò si tratta di individuare i nostri limiti e sofferenze interiori, farle nostre, e trasformarle a partire da noi stessi. Non si tratta semplicemente di autodisciplina, ma di un processo costante e intenso che va ad incidere nella parte più intima e pura della nostra vita stessa: quella che in gergo buddista è detta buddità, lo stato vitale che coincide con la totale consapevolezza che la nostra vita e quella dell’universo intero coincidono. Questo è ciò che insegna il Buddismo di Nichiren Daishonin [9].
«Attraverso una trasformazione spirituale interiore le persone possono risvegliarsi a un autentico senso di sacralità della vita, che contrasta l'indifferenza e la sfiducia nei confronti dell'esistenza che sono alla radice di tutti gli errori della società contemporanea. Questa trasformazione interiore è quindi la base per realizzare allo stesso tempo la felicità individuale e una società pacifica». (rivista Buddismo e Società n. 132)
Questa trasformazione interiore parte da noi stessi, siamo noi stessi che decidiamo di cambiare, di metterci in discussione e di sfidarci, ma questo non esclude gli altri, anzi gli altri diventano un componente cruciale del nostro cambiamento. Sostenere le altre persone, incoraggiarle, trasmetterle la nostra esperienza, trasformare la sofferenza che gli altri scatenano dentro di noi, chiude il cerchio della nostra rivoluzione umana che altrimenti sarebbe incompleta.
La rivoluzione umana di ogni singolo individuo e della società intera è quindi la condizione necessaria affinché un vero cambiamento su tutti i livelli (politico, economico, sociale, ambientale) possa essere effettivamente messo in opera in tutto il pianeta.
Questa nuova rivoluzione è già in atto, dal secondo dopoguerra, grazie all’organizzazione internazionale Soka Gakkai, che promuove una società basata sul dialogo, la cultura e l’educazione come mezzi per un mondo di pace e dignità umana [9].

sabato 28 maggio 2011

L'Ultima Rivoluzione - Lo sciopero dei consumi

Lo scipero dei consumi 28-30 giugno
Maggiori informazioni su:

L'unico grande potere che abbiamo in un sistema come quello attuale è il potere del consumo. In quanto trattati come meri consumatori, abbiamo la possibilità di far conoscere il nostro dissenso e manifestarlo pienamente soltanto attraverso uno sciopero dei consumi, che non dovrebbe limitarsi solo a pochi giorni ma dovrebbe diventare un nostro nuovo stile di vita, in nome della sobrietà per i diritti di tutti. Il voto politico non è sufficiente in quanto la politica è controllata dalla grande economia mondiale. L'unico modo per incidere sulle decisioni importanti è quello della disobbedienza al consumo, della sobrietà e dell'economia di piccola scala.
Non consumare diventa uno strumento per assaporare la democrazia reale.


European Revolution - 29th May 2011

lunedì 23 maggio 2011

DFRU: Il principio di non separazione o unicità, parte 21/30


Un altro concetto fondamentale, un tassello portante del castello culturale che stiamo costruendo, è il cosiddetto principio di non separazione o di unicità. Spesso, nel Buddismo ci si riferisce a questo principio usando l’espressione “due ma non due”, stando a indicare la copresenza di due aspetti distinti in un’unica entità. Questo significa che molti aspetti della realtà sembrano separati e nettamente circoscrivibili, ma non sono altro che due modi di essere, di manifestarsi, di un tutt’uno, le due facce di una medaglia.
Dalla nostra cultura cristiana e occidentale, siamo abituati a vedere il mondo e la vita separati e a catalogare in modo esatto i suoi fenomeni: ad esempio separiamo e distinguiamo il bene dal male, tanto che nel cristianesimo esistono proprio due luoghi fisici ultraterreni distinti, distinguiamo l’anima dal corpo, l’esterno dall’interno, la vita dalla morte.
Nella filosofia buddista invece questa distinzione netta e precisa non esiste proprio. Anzi il buddismo insegna la non dualità, due ma non due, spiegando che non c’è separazione tra gli aspetti contrapposti di uno stesso fenomeno o entità. Non c’è separazione tra corpo e mente (o anima), tra vita e ambiente, tra noi e gli altri, tra noi e l’Universo: si tratta solamente di due espressioni della stessa realtà. In particolare, materia e spirito non sono separabili, divisibili, l’uno non può esserci senza l’altro, allo stesso modo un ambiente non è tale se non esiste forma vivente che lo abita, e viceversa.
Il buddismo elenca dieci unicità [13]. Tra queste, noi prenderemo in considerazione brevemente solo l’unicità di corpo e mente e l’unicità di vita e ambiente.

Unicità di corpo e mente
Il corpo e la mente sono due manifestazioni della stessa realtà: materia e spirito. Qui mente va letta come tutte le attività mentali e invisibili, compresi sentimenti, emozioni, volontà, percezione. La scienza e la medicina confermano, in modo sempre più convincente, questo principio. La psicosomatica ne è un esempio lampante. La nostra condizione mentale e psicologica influenza le nostre cellule e il nostro fisico in tutto il suo essere e viceversa. Non è possibile separare il corpo dalla mente, non è possibile immaginare l’una senza l’altra. In questo modo si spiegano le non rare guarigioni miracolose da malattie ritenute dai medici incurabili. Il potere vitale e distruttivo della nostra mente e del nostro spirito è indefinito e sicuramente noi umani ne conosciamo solo una piccola parte.

Unicità di vita e ambiente
La vita e il suo ambiente sono in continua interrelazione tra di loro, sono legati da una serie di relazioni di causa-effetto. La vita è costituita dagli esseri senzienti, che hanno cioè la capacità di interagire con l’esterno tramite organi di senso, mentre l’ambiente è costituito dagli oggetti insenzienti, l’ambiente fisico e non dove la vita sviluppa le sue funzioni. Secondo il principio di unicità quindi, vita e ambiente sono inseparabili e la loro distinzione è solo una questione di forma, perché nella sostanza si tratta di due aspetti del medesimo fenomeno. Non si può pensare l’uno senza l’altro. Nichiren Daishonin scrive: «Come senza il corpo non c’è ombra, così senza essere vivente non c’è ambiente. Inoltre, l’essere vivente è formato dall’ambiente» (Gosho: “Sui presagi”).
Si potrebbe dire inoltre che l’ambiente è il riflesso della vita che lo abita: proprio come uno specchio riflette fedelmente la nostra immagine, il nostro ambiente rispecchia la nostra interiorità, le nostre cause, il nostro stato d’animo, le nostre azioni in generale, il nostro atteggiamento.
Questo principio può essere approfondito con lo studio della teoria di ichinen sanzen (per la quale rimandiamo alla bibliografia [12],[13]), ma già da questo primo approccio possiamo capire bene quali siano le deduzioni logiche che ne derivano.
Parlando di unicità tra vita e ambiente, e quindi tra uomo e natura, andiamo a sconvolgere quello che è sempre stata la visione occidentale di sottomissione della natura al servizio dell’uomo, perché concettualmente l’uomo è sempre stato visto come separato dalla natura e, in quanto dotato di intelligenza e inventiva, capace di assoggettare il suo ambiente e le altre forme di vita ai suoi bisogni e alle sue volontà. Questa è stata sempre la sfida dell’umanità, a partire dalla scoperta del fuoco fino alla manipolazione genetica, l’uomo ha approfondito lo studio e la conoscenza per poter dominare sul suo ambiente e sulla vita stessa.
A riguardo Daisaku Ikeda scrive: «Oggi, fenomeni come la siccità e le inondazioni sembrano presentarsi con una frequenza maggiore che in passato, ma in aggiunta a queste catastrofi naturali ci sono quelle prodotte dall’uomo. Queste ultime sono l’inevitabile conseguenza dell’opinione della civiltà moderna che gli esseri umani e la natura siano due entità inconciliabilmente differenti» [13].
Il principio di non separazione (che può essere applicato a diversi fenomeni della realtà) tra vita e ambiente è il principio base per ogni teoria ecologica o ambientale. Questo tassello di partenza è fondamentale per sviluppare un’economia ecologica, una politica ecologica, una società ecologica.
Inoltre, non di minor importanza, lo stesso principio può essere traslato nell’unicità dell’io individuale con le altre forme di vita. La sostanza resta la stessa e le conseguenze pure: non ha senso parlare soltanto di sé stesso, come se fossimo separati dalle altre vite, perciò agire per il bene individuale e il bene comune sono in realtà la stessa cosa quando, come abbiamo visto nel precedente paragrafo, le tre componenti della teoria del valore sono in armonia.
Guido dalla Casa scrive: «Per inciso, ricordiamo che continuare a parlare di ambiente è fuorviante, perché la Terra non è “il nostro ambiente” o “la nostra casa”, termini che sottintendono una visione antropocentrica ormai decisamente smentita dalla scienza, ma è l’Organismo di cui facciamo parte: siamo un suo tessuto, siamo come un tipo di cellule che fanno parte di un organismo biologico, e che dipendono in modo totale dalle sue possibilità di omeostasi. La nostra vita dipende dalla capacità della Terra di auto-correggersi mantenendosi in condizioni stazionarie» [8].

sabato 21 maggio 2011

Programma bioeconomico minimale

...Sarebbe stupido proporre la rinuncia completa al comfort industriale dell'evoluzione esosomatica. L'umanità non tornerà nelle caverne, o, piuttosto, agli alberi. Ma vi sono alcuni punti che potrebbero essere inclusi in un 'programma minimo bioeconomico..."'

  1. La produzione di tutti gli strumenti di guerra, non solo la guerra stessa, dovrebbe essere proibita completamente...
  2. Grazie all'uso di queste forze produttive, e per mezzo di misure aggiuntive ben pianificate e oneste, bisogna aiutare le nazioni in via di sviluppo a raggiungere il più rapidamente possibile un tenore di vita buono (non lussuoso)..
  3. Il genere umano dovrebbe gradualmente ridurre la sua popolazione fino ad un livello in cui l'alimentazione possa essere adeguatamente fornita dalla sola agricoltura organica...
  4. Fino a che non sia diventato comune l'uso diretto di energia solare o sia ottenuta la fusione controllata, ogni spreco di energia per surriscaldamento, superraffreddamento, superaccelerazione, superilluminazione, ecc. - dovrebbe essere attentamente evitato e, se necessario, rigidamente regolamentato.
  5. Dobbiamo curarci dalla passione morbosa per i congegni stravaganti, splendidamente illustrata da un oggetto contradditorio come l'automobilina per il golf, e per splendori pachidermici come le automobili che non entrano nei garage. Se ci riusciremo, i produttori smetteranno di produrre simili "beni".
  6. Dobbiamo liberarci anche della moda, quella "malattia mentale umana", come la chiamò l'abate Fernando Galliani nel suo celebre Della Moneta (1750). E' veramente una malattia della mente gettar via una giacca o un mobile quando possono ancora servire al loro scopo specifico. Comprare un'automobile "nuova" ogni anno e arredare la casa ogni due è un crimine bioeconomico. E' stato già proposto di fabbricare gli oggetti in modo che durino più a lungo. Ma è ancor più importante che i consumatori si rieduchino da sè così da disprezzare la moda. I produttori dovranno allora concentrarsi sulla durabilità.
  7. e strettamente legato al precedente, è la necessità che i beni devono essere resi più durevoli tramite una progettazione che consenta poi di ripararli.
  8. Dovremmo liberarci dalla "sindrome circolare del rasoio elettrico", che consiste nel radersi più in fretta per avere più tempo per lavorare ad un rasoio che permetta di radersi più rapidamente ancora, in maniera da avere ancora più tempo per progettare un rasoio ancora più veloce, e così via all'infinito. Questo cambiamento richiederà una buona dose di autocritica e un gran numero di ripudi da parte di tutti quegli ambienti professionali che hanno attirato l'uomo in questa vuota regressione senza limiti. Dobbiamo renderci conto che un prerequisito importante per una buona vita è una quantità considerevole di tempo libero trascorso in modo intelligente.


Nicholas Georgescu-Reogen

Tratto da: Bioeconomia. Verso un'altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile. A cura di Mauro Bonaiuti. Torino, Bollati Boringhieri, 2003

martedì 17 maggio 2011

Presi per il PIL: documentario sulla decrescita



Impatto ambientale: una questione di punti di vista


Si parla sempre di impatto ambientale quando si va a progettare dei sistemi che sfruttano energie rinnovabili, e ciò è del tutto legittimo in quanto si tratta di strutture che fisicamente hanno un certo "impatto" visivo e ambientale. Infatti la densità di potenza della maggior parte delle fonti rinnovabili è bassa ed occorrono grandi superfici per generare discrete quantità di potenza elettrica (per il FV al momento occorrono circa 1,5 mq per generare 250 W di picco).
Detto questo perchè non estendere le rigorose e noiose considerazioni di impatto ambientale e paesaggistico anche a tutti gli altri sistemi che invadono i nostri bellissimi territori e le nostre visuali quotidiane??
Perchè per quanto riguarda i cartelloni pubblicitari, che per dimensioni e fattezza, sono certe volte più ingombranti delle strutture fotovoltaiche, non ho mai sentito parlare di impatto visivo?? Lo stesso vale per le antenne, per le parabole e per gli split dei condizionatori che devastano i nostri tetti??? Non è meglio un bel pannello solare, magari integrato, al posto di una parabola per ogni appartamento e a uno split per ogni stanza ??
Tutto questo senza contare gli effetti negativi che certi sistemi hanno sulle persone. La pubblicità ha effetti degradanti e dovrebbe essere vietata nei luoghi pubblici, così come nelle tv statali. I condizionatori elettrici dovrebbero essere evitati, utilizzando piuttosto sistemi energetici più efficaci (es. solar cooling) assieme ad una progettazione architettonica più intelligente (meno vetrate, più ricircoli d'aria naturali). Per non parlare poi delle parabole per le televisioni satellitari, strumenti assai pericolosi a cui dovremmo stare alla larga il più possibile per vivere mentalmente liberi e indipendenti.
Che dire allora dell'impatto visivo e ambientale che hanno le migliaia di automobili che infestano i nostri quartieri, oltre al rischio di incidenti mortali che comportano, che dire dei parcheggi, dei semafori e di tutte le infrastrutture di cui hanno bisogno le automobili. Non occorrerebbe fare un bello studio di impatto paesaggistico e ambientale per costruire una nuova strada o un nuovo parcheggio ?? e per un tunnel della TAV allora ?? perchè se voglio mettere dei pannelli sul tetto di casa mia devo chiedere un'autorizzazione paesaggistica, quando per le strade della mia città ci sono distese immense di pannelli pubblicitari ingannevoli e nocivi per il mio stesso benessere??

... è ovvio che, ancora una volta, si tratta di una questione di punti di vista. Punti di vista che devono essere stravolti da una rivoluzione culturale.

lunedì 16 maggio 2011

DFRU: La teoria del valore, parte 20/30


Spesso diciamo che la nostra società ha perso i valori fondamentali, o che si basa su valori fittizi, materiali, come il denaro, la fama, il potere, il riconoscimento sociale. Nessuno insegna più quale sia il senso e lo scopo della nostra vita su questa Terra. L’imperativo predominante è quello di creare ricchezza monetaria, crearsi una posizione di prestigio nella comunità, acquistare importanza, e sempre più frequente tutti i mezzi per raggiungere questi scopi diventano leciti. Nessuno crede più di poter conciliare le proprie ambizioni con quelle degli altri e la legge del più forte stabilisce chi ha ragione e chi ha torto.
Tuttavia esistono altre vie per realizzare la propria vita, sebbene non siano insegnate in nessuna scuola. Esiste la cosiddetta Teoria del valore [3] dell’educatore giapponese Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944), la quale afferma che lo scopo della nostra esistenza sta nella creazione del valore, per noi e per la società intera. Il concetto di creazione di valore comprende il termine creare, ovvero un’azione attiva e creativa, e il termine valore che consiste di tre elementi: bellezza bene e guadagno.
Secondo Makiguchi la realtà (o verità), se pure possa essere osservata sotto infiniti punti di vista, è unica e non può essere creata né cambiata dall’azione dell’uomo, la realtà e ciò che è. Il valore invece può essere creato allo scopo di modificare la relazione tra l’oggetto esterno e l’uomo, in quanto connota un rapporto soggetto-oggetto. Il modo per creare valore è quello di interagire con la natura e con la realtà in modo da creare un ordine nuovo che produce un beneficio sostanziale per la società intera.
 La bellezza si riferisce alla risposta sensoriale del singolo individuo all’ambiente esterno e riguarda solo una parte della sua vita.
 Il guadagno invece è riferito alla totalità della vita dell’individuo e consiste nella relazione tra l’individuo e l’oggetto. Tale relazione contribuisce allo sviluppo e al mantenimento della sua vita.
 Il bene è un valore sociale, una relazione tra soggetto-oggetto che arreca sostegno e beneficio alla società intera.
In opposizione a bellezza, guadagno e bene ci sono bruttezza, perdita e male e sono indicativi di ogni relazione considerata nociva al mantenimento della vita (la creazione di disvalore). Makiguchi crede che lo scopo dell’educazione sia quella di insegnare la distinzione tra valore e verità e tra bellezza, guadagno e bene in modo da armonizzare queste componenti nelle relazioni (pensieri, parole e azioni) che creiamo nella nostra vita.
Questa teoria del valore, include il concetto di felicità e benessere che andavamo cercando, e non soltanto parla della felicità del singolo, ma comprende, e ne fa condizione necessaria, anche l’impegno e il desiderio per la felicità altrui. Tutto questo è visto in un’ottica del singolo individuo che si attiva, che prende coscienza e agisce per il proprio e l’altrui bene.
«La vera felicità viene unicamente dal condividere gioie e dolori con gli altri e con la nostra comunità. È essenziale dunque che il vero concetto di felicità racchiuda in sé il senso di una partecipazione attiva alla vita sociale» (Makiguchi, Educazione per una vita creativa, Rivista Duemilauno n. 28).

lunedì 9 maggio 2011

DFRU: Felicità e benessere, parte 19/30

Dipinto di Ciro D'Alessio

Parliamo di felicità e benessere. Speriamo e lottiamo per conquistarli. Ma almeno sappiamo di cosa si tratta?
Senza ombra di dubbio la rivoluzione tecnico-scientifica ha apportato notevoli migliorie alla qualità della nostra vita, ha sconfitto tante malattie, ci ha permesso di essere più liberi dai lavori di fatica, ci ha dato strumenti e mezzi per raggiungere scopi sempre più difficili, sempre più sofisticati. Ma con tutto questo, ci ha donato maggior benessere? Ci ha reso più felici?
Bè, la risposta casca tra il sì e il no, ma a mio modo di vedere pende decisamente sul no. Con questo sono ben lontano da condannare lo sviluppo scientifico, specie se si parla della conoscenza, anzi il contrario. Il punto è focalizzarsi sulle domande semplici e fornire risposte semplici. Domande come: cosa ho bisogno veramente per stare bene? Per essere felice? Cosa significa stare bene? Cosa vuol dire essere felice?
Spesso su questi punti, quelli più banali, facciamo tanta confusione, certo non solo per colpa nostra, ma soprattutto perché il modello economico e sociale ci impone di credere in certi valori del tutto fuorvianti e inconsistenti. Inutile dirlo, credo. Nella bolgia del consumismo, del denaro, dell’edonismo, del superficiale, del potere, del più forte, l’essere umano si è perso, si è perso quasi del tutto lo spirito umano, l’umanità dell’uomo, la gioia di vivere, le cose più semplici, le basi.
Volendo rispondere alle domande su cosa sia il benessere e la felicità, osserviamo prima le definizioni che troviamo sul dizionario italiano:
Benessere: 1. Buono stato di salute, 2. Agiatezza (Zanichelli). Il dizionario Garzanti aggiunge: florida condizione economica.
Poi, sempre sul Garzanti, troviamo anche una definizione molto curiosa di società del benessere: “quella che si propone di realizzare un elevato tenore di vita collettivo attraverso l'incremento dei consumi pubblici e privati”.
Quindi in sostanza benessere significa avere buona salute (assenza di malattie presumo), e avere buone riserve economiche a disposizione. Inoltre una società che si basa sul benessere collettivo utilizza il consumismo come mezzo per raggiungere tale fine.
Non fa una piega, mi sembra. Piuttosto superficiale comunque come visione del benessere. Vediamo la felicità:
Felicità: Felice = 1. Che è pienamente appagato nei suoi desideri, 2. Che apporta gioia, 3. Favorevole, propizio (Zanichelli). Che è sereno, appagato, completamente soddisfatto (Garzanti).
Queste definizioni descrivono bene la visione di felicità e benessere, secondo i nostri canoni, e riflette a pieno la nostra società: la società del consumo, la società del materialismo superficiale.
Allo scopo di fornire una differente visione di questi concetti fondamentali farò uso, in questo paragrafo come in tutto il resto del capitolo, di principi ed insegnamenti che si rifanno alla filosofia del buddismo di Nichiren Daishonin, un ramo del buddismo che si è sviluppato in Giappone nel XIII secolo a partire dal Sutra del Loto. Senza inoltrarmi in altri aspetti storico-religiosi per approfondimenti rimando i lettori curiosi alla bibliografia di riferimento (riferimenti [9], [12], [13] e [14]).
Semplicemente osservando il termine benessere, si evince subito che la parola è composta da “bene” e da “essere”. Quindi si potrebbe tradurre come “stare bene”. Senza ombra di dubbio la propria situazione economica e di salute sono presupposti essenziali per il nostro “stare bene”, ma rappresentano soltanto la parte materiale del benessere. Nessun riferimento è fatto a ciò che è il lato psichico e spirituale dell’individuo.
La stessa cosa vale per essere felice, visto meramente come appagamento dei propri bisogni e desideri, quindi ancora qualcosa di prettamente materiale, mondano. Credo che chiedendo per strada a persone di vario genere “che cosa è secondo lei la felicità?”, difficilmente si otterrebbero risposte discostanti da questa definizione.
Simone Perotti in “Adesso basta” [24] cita un frase di Richard Layard: «Il sentimento di felicità cresce al crescere del reddito solo fino a una certa soglia (…) al di sopra di tale soglia piuttosto bassa la correlazione tra la ricchezza e la felicità scompare. Ulteriori incrementi di reddito non fanno salire il livello di felicità». Questo è indicativo del fatto che una volta soddisfatti i bisogni primari, con alcune agiatezze che possiamo permetterci, e la nostra vita ha tutto ciò che gli occorre per auto-sostenersi, ecco che saliamo a un livello più elevato o meglio più intimo della nostra esistenza. Quello di cui abbiamo bisogno per realizzare a pieno le nostre vite non risiede più totalmente nella soddisfazione di bisogni materiali ma entra a far parte della sfera spirituale, un’area del tutto sconosciuta alla massa consumatrice e lavoratrice, ma che è talmente vasta e ricca da poter accontentare e compiacere a pieno il nostro essere.
Ed è perciò che parliamo di un significato più profondo della parola felicità e benessere, un significato che va oltre il modo di vedere superficiale che la società ci insegna (o impone?). In questo caso parliamo di un altro concetto di felicità, che si contraddistingue dalla felicità dovuta all’appagamento dei nostri desideri, detta felicità relativa. Si tratta della felicità assoluta in quanto non dipendente da circostanze esterne, favorevoli o contrarie che siano. Questa felicità assoluta non ha similarità con quella relativa, non riguarda il senso di soddisfazione, quanto quello di consapevolezza. La consapevolezza che la nostra vita è pura gioia e che il nostro potenziale interiore è illimitato, come l’Universo.
Uuuh!! L’ho detta grossa! Ma il succo sta tutto qui. Prendendo in considerazione questo tipo di gioia, di purezza e limpidezza d’animo, e ponendola come condizione essenziale (accanto ovviamente alle necessità materiali che abbiamo visto) per lo sviluppo della nostra società, la situazione che ne consegue risulterà completamente ribaltata. Una volta che i bisogni materiali saranno soddisfatti, l’attenzione non potrà che ricadere su quelli spirituali.
Vi è la necessità che l’uomo riscopra e riconosca il vasto potenziale che ha dentro di sé, che soddisfi i propri bisogni spirituali, e non solo quelli materiali. Questo è un punto focale alla base della forte condizione che dobbiamo creare.
E se qualcuno a questo punto ci chiedesse: «qual è lo scopo della vita? Il senso ultimo della nostra vita?»
Lo scopo ultimo della vita è quello di manifestare questa felicità assoluta, senza limiti e indipendente dalle circostanze esterne, in qualsiasi situazione la vita ci metta di fronte. Questo stato di felicità incondizionata e illimitata non è qualcosa di separato dalla nostra quotidianità, tanto meno dai problemi pratici e dalle sofferenze della vita. È uno stato d’animo ampio che include e illumina tutti gli altri, non trascende la nostra condizione di esseri umani imperfetti, esseri comuni.
In seguito vedremo come fare per manifestare questo stato vitale di felicità e libertà assoluta.

domenica 8 maggio 2011

The Economics of Happiness di Helena Norberg-Hodge, Steven Gorelick e John Page

Il 23 maggio al cinema Odeon di Firenze alle 20:30
un film di H. Norberg-Hodge, S. Gorelick e J. Page (2011 - 67')
versione originale con sottotitoli in italiano
Alla presenza di Vandana Shiva

mercoledì 4 maggio 2011

L'effetto gregge



«Trasformare il karma non significa altro che cambiare quelle tendenze vitali interiori che ci tengono intrappolati nella negatività e nell'infelicità, dirigendo stabilmente la nostra vita verso un sentiero positivo. [...] La cosa importante è come noi cambiamo il nostro atteggiamento o determinazione interiore in questo istante. Il motivo di ciò è che noi possiamo creare liberamente il nostro futuro attraverso la determinazione che manifestiamo e le azioni che compiamo esattamente in questo istante» 
Daisaku Ikeda

Nel nostro percorso di rivoluzione culturale, sarà utile poter sfruttare degli espedienti o dei fenomeni “naturali” a nostro vantaggio. Uno di questi è il cosiddetto effetto gregge. 

Tale fenomeno si riferisce all’inerzia con la quale un individuo di un gruppo tende a seguire il comportamento dell’individuo che lo precede, proprio come succede alle pecore di un gregge che inseguono quelle che hanno davanti.

Mi sovvengono alcuni esempi, tutti nell’ambito urbano, ma certo se ne potrebbe individuare molti altri in ambiti diversi. 

Esempio, siamo in prossimità di un incrocio, magari di notte quando il traffico è molto scarso, la macchina davanti a noi passa con il rosso, a noi ci viene quasi istintivo seguirlo, è difficile resistere. 

Altro esempio, siamo per strada, vediamo una macchina che fa un’inversione pericolosa, dietro quella macchina un’altra la segue, anche a noi, che resterebbe molto utile poterlo fare, visto che ci evita qualche chilometro e molto traffico, ci viene spontaneo e quasi ci sentiamo giustificati nel fare come i precedenti guidatori irresponsabili.

In generale, se osserviamo le persone e le loro condotte quando sono in situazioni tra loro analoghe e in stretto contatto visivo, capiamo come ogni azione fatta da un individuo influenza le azioni dei successivi, non di tutto il campione forse, ma comunque di un discreto numero.

Certamente non si tratta di un comportamento nobile, più indicato per il regno degli animali piuttosto che per gli umani. Non c’è niente di nobile nel seguire i movimenti degli altri giusto per pigrizia di iniziativa o suggestione visiva. Un comportamento simile se diffuso su larga scala può addirittura essere degenerativo, persino distruttivo, e i regimi totalitari ne danno un esempio.

Un individuo che si comporta male, non rispettando le norme di civiltà, abusando del suo potere, mancando di rispetto a cose, persone e animali, influenzerà negativamente chi lo segue, sia in modo conscio che inconscio. In modo conscio l’individuo che segue dirà: “bè, se lo ha fatto lui??”, in modo inconscio né sarà influenzato ancor più intensamente fino a copiare lo stesso comportamento incivile per pura inerzia di spirito, per pigrizia d’animo e per una leggera sensazione di star condividendo (e in parte delegando) una colpa con un'altra persona.

Dall’altro capo della medaglia, tutto ciò, con una certa astuzia maliziosa, può essere usato a vantaggio di un cambiamento migliorativo (in termini di felicità e benessere, vedere DFRU parte 19) della società, cambiamento per il quale stiamo già ponendo le basi (tecniche e culturali).

Infatti, se da una parte comportamenti negativi avranno effetti gregge peggiorativi, dall’altra comportamenti positivi avranno effetti gregge migliorativi.

Un esempio banale l’ho sperimentato di prima persona, passando tutti i giorni da una passerella sull’Arno, un ponticino riservato ai soli pedoni ma che è usato da molti motorini in quanto evita alcuni chilometri e tanto traffico. Il regolamento prevede che i motorini procedano sulla passerella a motore spento, spinti a mano dal conducente, ma di fatto pochi lo fanno, con disagio e pericolo per i pedoni. Osservando il traffico sul ponte nel lungo periodo, ho notato che molte persone in realtà non spengono il motorino perché la persona davanti a loro non lo fa, infatti quando io salivo e spengevo il motore, era molto probabile che quelli che mi seguivano facessero altrettanto. Si viene così a imporre un effetto gregge positivo, che spezza la serie di atteggiamenti non rispettosi: il singolo influenza la popolazione, semplicemente attraverso le sue azioni. 

Altro esempio stupido. Camminando per strada, può capitare di vedere qualcuno che ci precede gettare a terra una cartaccia, un pacchetto di sigarette, o una sigaretta (magari ancora accesa). Questo è un altro tipico comportamento che induce un effetto gregge devastante, viene immediato da pensare: “lo fanno gli altri, lo posso fare anche io”. Vedere comportamenti di questo genere in modo ripetitivo, induce la nostra mente a tollerarli e a giustificarli. L’azione migliore per spezzare questi meccanismi degenerativi sarebbe quella di raccogliere la cartaccia e gettarla nel cestino. Non occorre inseguire l’incivile e farglielo notare, magari anche con modi gentili, e comunque rischiare un’aggressione. Spezzare la catena agendo in modo immediato e senza recare disturbo è senza dubbio l’approccio più efficace al fine di realizzare un vero cambiamento in noi stessi e nella società in cui viviamo. 

Azioni giornaliere ripetute, semplici e banali, in tutti gli ambiti possibili, permetteranno di allargare a macchia d’olio l’influenza positiva su scala maggiore. A un livello globale, piccole inversioni di rotta dei singoli individui porteranno a risultati inimmaginabili in un tempo impensabile. 

Tocca a noi, adesso.



lunedì 2 maggio 2011

DFRU: Perchè la soluzione non basta?, parte 18/30


Abbiamo visto fino ad ora una serie di supposizioni su quello che potrebbe o dovrebbe essere fatto per salvare il nostro pianeta e noi stessi da un futuro incerto, se non tragico e per costruire un’alternativa migliore. A questo punto ci possiamo chiedere, visto che sappiamo già qual è la soluzione del nostro enorme problema, perché non la mettiamo in atto? o per lo meno non cerchiamo di farlo? La risposta è evidente: perché attuare questa ipotetica soluzione è difficile, estremamente difficile, se non per molti quasi impossibile, se non utopico. Effettivamente non si può altro che essere d’accordo, e perfino accondiscendere il più spietato dei pessimisti. Ma come al solito dobbiamo fare un cambio di prospettiva e farci un’ulteriore domanda. Perché questa soluzione è così difficile da attuare?
La risposta esaustiva comprenderebbe una serie di considerazioni che non voglio in questa sede analizzare. Ad ogni modo la risposta concisa e precisa è che la soluzione è difficile, se non impossibile da concretizzare, perché manca la condizione di base per la sua realizzazione.
Soluzione e condizione non sono nient’altro che due aspetti della trasformazione di un problema in piena vittoria. Sono due elementi indispensabili per la risoluzione di difficoltà e il raggiungimento di obbiettivi determinati.
Un esempio banale di soluzione e condizione di un problema.
Problema: devo attraversare un fiume ma non posso nuotare
Soluzione: costruisco una zattera
Condizione: ho il materiale e la conoscenza adeguata per costruire una zattera
La soluzione per quanto facile o difficile, ideale o meno, non potrà mai essere messa in pratica se non sono soddisfatte a pieno le condizioni. Mi sembra logico e scontato. Se non ho dei legni e delle funi non posso costruire una zattera. Se possiedo tanti legni e tante funi ma non ho idea di cosa sia una zattera non mi serviranno a nulla.
Allo stesso modo se il mio desiderio è farmi un viaggio in bicicletta, il solo fatto di comprare una bicicletta non sarà sufficiente a meno che io non sappia andarci e non abbia un tragitto da percorrere. Sembrano sciocchezze (ed effettivamente lo sono), ma da questi semplici esempi possiamo capire molto del nostro modo di agire.
Solitamente individuare la soluzione è la cosa che ci resta più semplice, abbiamo tante soluzioni per ogni problema, anche già preconfezionate, che non comportano sforzi mentali né fisici. Ma spesso la soluzione migliore si scopre solo osservando il problema da un punto di vista diverso, che mai avevamo utilizzato prima, e che pensavamo fosse del tutto fuori luogo. Questo comporta l’abbattimento di barriere psicologiche e la creazione di condizioni differenti che individuano naturalmente la nuova soluzione da adottare.
È bene sempre tener a mente la distinzione tra soluzione e condizione, e che l’ordine più logico dovrebbe essere quello di imporre prima le condizioni affinché la soluzione si realizzi successivamente in modo naturale e spontaneo. Mentre spesso l’approccio è capovolto: vogliamo applicare una soluzione senza tenere in considerazione la condizione che la rende una soluzione valida. Sarebbe come tentare di costruire una zattera senza avere a disposizione del legno, oppure come provare a vincere una gara in bicicletta senza mai esserci montato sopra.
Ad ogni modo, condizione e soluzione devono essere necessariamente presenti entrambe e in armonia tra loro allo scopo di ottenere risultati soddisfacenti.
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