«Per quanto complesse possano sembrare le questioni a livello globale, non dobbiamo dimenticare che siamo noi ad averle create. Dunque è impossibile che la loro soluzione sia al di là del nostro potere di esseri umani. Dobbiamo ripartire dalla nostra umanità, riformando e facendo emergere le nostre capacità: questo tipo di rivoluzione umana individuale può portare a un’effettiva riforma su scala globale» Daisaku Ikeda

mercoledì 12 gennaio 2011

Umanità in frantumi

Estratto da "L'altra via" di Francesco Gesualdi.

Esaurimento di risorse e accumulo di rifiuti sono chiari segnali
di un sistema che sta divorando se stesso. Il tutto mentre metà
della popolazione mondiale non ha ancora conosciuto il gusto
della dignità umana. Crisi sociale e crisi ambientale strette in
un abbraccio mortale.
Secondo la Banca mondiale sono tre miliardi e hanno le sembianze
del bambino piangente che siede nudo fuori dalla capanna.
Dell’uomo dal volto scavato e bruciato dal sole che, machete
alla mano, cerca di strappare un pezzo di terra alla foresta.
Della donna dal corpo macilento, appena ricoperto di stracci,
che cerca del cibo frugando nella montagna di rifiuti. Sono i
poveri assoluti che secondo il linguaggio arido del denaro vivono
con meno di due dollari al giorno. Secondo il linguaggio
concreto della vita non riescono a soddisfare nemmeno i bisogni
fondamentali. Non mangiano più di una volta al giorno,
si alimentano con una dieta costituita quasi esclusivamente da
farinacei e legumi. Molti di loro bevono acqua di pozzo o di
fiume, non godono di servizi igienici. Vivono in baracche costruite
con materiale di recupero o in capanne costruite con
materiale naturale trovato nei dintorni. Hanno scarsi indu
menti e un bassissimo livello di scolarità. In caso di malattia
non possono curarsi, sono costretti a indebitarsi per fare fronte
a qualsiasi necessità che esce fuori dalla pura e semplice sopravvivenza.
I poveri assoluti popolano i villaggi sperduti delle campagne e
si affollano nelle baraccopoli di città. Campano su lavori precari,
malpagati, sono alla totale mercé di padroni, caporali e mercanti.
Tramite i nostri consumi li incontriamo quotidianamente
quando beviamo una tazza di caffè, quando mangiamo una
banana, quando indossiamo un paio di scarpe sportive. Hanno
il volto del contadino africano che è costretto a vendere il suo
caffè a 20 centesimi di dollaro al chilo mentre noi lo ricompriamo
a otto euro, del bambino ecuadoriano che per un dollaro e
mezzo al giorno lavora dieci ore nel bananeto, della ragazzina
cinese che per 30 centesimi di dollaro l’ora produce le scarpe
firmate che noi ricompriamo a 120 euro. Il primo personaggio
che incontriamo al mattino, prima di avere dato il buongiorno
al nostro compagno o alla nostra compagna, ai nostri figli, è un
contadino del Kenya o un bracciante del Brasile. E può essere
un povero assoluto.
La coscienza di ogni persona civile si ribella ad un mondo
dove il 20% più ricco gode dell’86% della ricchezza prodotta
mentre il 40% più povero deve accontentarsi del 3%. Tocca a
tutti lottare contro una globalizzazione che in nome del libero
mercato dà il potere a multinazionali come Nestlé, Kraft, Sara
Lee di fissare il prezzo di caffè e cacao a livelli da fame. Tocca a
tutti fare pressione su Nike, Adidas e tutte le altre imprese che
delocalizzano affinché paghino salari dignitosi. Ma la lotta per
regole più eque e comportamenti più corretti, non basta più.
Non siamo più nel Novecento quando si poteva pensare di fare
giustizia portando tutti gli abitanti del pianeta al nostro stesso
tenore di vita. Oggi il pianeta non ce la farebbe a garantire a tutte
le famiglie del mondo l’automobile, la lavatrice, il frigorifero,
guardaroba stracolmi, una dieta a base di carne. È stato calcolato
che se volessimo estendere a tutto il mondo il tenore di vita
degli americani ci vorrebbero cinque pianeti: uno come campi,
uno come oceani, uno come miniere, uno come foreste, uno
come discarica di rifiuti. Noi non abbiamo quattro pianeti di
scorta, con questo unico pianeta dobbiamo raggiungere due
obiettivi fondamentali: dobbiamo lasciare ai nostri figli una
Terra vivibile e dobbiamo consentire agli impoveriti di uscire
rapidamente dalla loro povertà. Noi siamo sovrappeso, ci farebbe
bene dimagrire, ma loro non hanno ancora raggiunto il peso
forma, per vivere dignitosamente hanno bisogno di mangiare
di più, vestirsi di più, curarsi di più, studiare di più, viaggiare
di più. E lo potranno fare solo se noi, i grassoni, accettiamo
di sottoporci a cura dimagrante perché c’è competizione per
le risorse scarse, per gli spazi ambientali già compromessi. La
morale della favola è che non si può più parlare di giustizia senza
tenere conto della sostenibilità, l’unico modo per coniugare
equità e sostenibilità è che i ricchi si convertano alla sobrietà,
ad uno stile di vita personale e collettivo, più parsimonioso, più
pulito, più lento, più inserito nei cicli naturali. “Vivere semplicemente,
affinché gli altri possano semplicemente vivere” proponeva
Gandhi già negli anni Quaranta.

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